`DIE´ // `S’Û´


Autore disco:

Iosonouncane // Paolo Angeli

Etichetta:

Trovarobato (I) // Angeli Manuche Productions (I)

Link:

www.trovarobato.com
www.paoloangeli.com
www.rermegacorp.com

Formato:

CD

Anno di Pubblicazione:

2015

Titoli:

1) Tanca 2) Stormi 3) Buio 4) Carne 5) Paesaggio 6) Mandria // 1) Due Tempi 2) Mancina 3) Vlora 4) Blu di Prussia 5) S’Û 6) Porto Flavia 7) Tinta Unita 8) Melilla 9) Muri d’acqua 10) Mi e La 11) Pastelli a cera 12) Baragge 13) Radio libere

Durata:

38:10 // 52:19

Con:

Jacopo Incani, Serena Locci, Mariano Congia, Marta Pala, Francesco Parodo, Marco Silesu, Franco Esposito, Riccardo Aresti, Simone Cavina, Bruno Germano, Paolo Raineri, Francesco Bucci, Fabio Cimatti, Francesco Ledda, Antonio Firinu, Paolo Angeli, Alek Hidell // Paolo Angeli

demoni e angeli

x Mario Biserni (no ©)

«I have a dream …», rivelò Martin Luther King in un suo celebre discorso, un dream che ancora mi sembra ben lungi dall’essersi avverato, a dispetto di un presidente statunitense dalla pelle quasi nera.
Eppure i sogni possono anche avverarsi.
Io, ad esempio, era da un po’ di tempo che sognavo, o meglio farneticavo, a proposito di una collaborazione fra Iosonouncane e Paolo Angeli. Un sogno assurdo, converrete, che si basava su elementi assolutamente non probanti: entrambi sono sardi, entrambi hanno fatto base a Bologna ed entrambi rientrano nel novero dei musicisti che preferisco.
Davvero poca cosa.
Così la sorpresa è stata davvero grande, converrete ancora, quando ho saputo che Angeli suona in un brano del nuovo disco di Iosonouncane, e quale modo migliore di festeggiare l’avvenimento se non associare i nuovi dischi dei due in un’unica recensione, seppure si tratti di due lavori totalmente diversi, forse agli antipodi l’uno dall’altro. O, forse, non sono poi così distanti e, al di là delle similitudini richiamate dai colori delle confezioni o dai titoli che, come vedremo, hanno entrambi un significato polivalente, si tratta di due facce della stessa medaglia.
Mamuthones e Isshohadores.

• «Cercavo un titolo breve, non estrapolato dai testi, una parola non italiana ma leggibile in più lingue. Una parole capace di racchiudere in sé la complementarietà degli opposti che caratterizza tutto il disco e che potesse facilmente diventare un logo, un marchio. Dopo alcuni tentativi cestinati è arrivato DIE. In sardo significa giorno, in inglese morire, in tedesco è articolo e pronome femminile. Giorno, morire, lei. Perfetto.
• «Ho avuto fin dal principio l'idea di costruire i testi attraverso un massiccio utilizzo delle ripetizioni. È stata una scelta non premeditata, non intenzionale. Subito, con le melodie, sono arrivate alcune parole che ripetevo ossessivamente (sole, rive, fame, sale, morte). Ho lavorato tenacemente per costruire il racconto attraverso la costruzione di immagini concatenate, e le immagini stesse attraverso la ripetizione delle stesse parole, di volta in volta secondo un ordine differente e quindi con un differente significante.
• «Lo si può intendere come un'unica suite, sì. Un unico flusso, circolare, che parte da una semplice nota - un DO - per ritornarci, alla fine, dopo aver subito una lunga trasfigurazione armonico-ritmica.
• «Il mio rapporto con la Sardegna è innato, istintivo, inconscio. In Sardegna sono cresciuto, la Sardegna mi ha cresciuto. Ho vissuto col mare letteralmente davanti e vengo da una famiglia di pescatori. Certi paesaggi, certe storie, hanno formato il mio sguardo e quindi il mio rapporto istintivo col vivente. La Sardegna, quindi, c'è sempre stata e sempre ci sarà. In questo disco è più evidente, poiché ne ho preso in prestito il lessico visivo e sonoro. L'obiettivo, però, non è mai stato quello di una disco sulla Sardegna. Piuttosto ho cercato di utilizzare quel lessico per arrivare a una forma archetipica, assoluta.
»

Così ha scritto Jacopo Incani rispondendo ad alcune mie domande sul suo nuovo disco. “DIE” è un opera estremamente complessa, dall’attitudine progressive ma dalle forme che migrano dal tribalismo ancestrale di Tanca, alle derive sixties di Stormi, a quelle seventies di Carne, ai neoclassicismi di Buio, al misticismo psichedelico di Paesaggio, al noise elettronico di Mandria. I riferimenti al mondo cantautorale, presenti sia nel passato di Incani sia nel suo disco precedente, si sono fatti incerti come un filo da imbastitura legato fra l’ancora e la barca. “DIE” fa paura, è una bolgia, un magma ribollente, che racchiude in se una terra, la Sardegna, in numerosi suoi aspetti: dalla vocalità delle musiche sacre, ai richiami dei pastori, all’azione monotona, e a volte distruttiva, del mare. Proprio il mare sembra essere l’elemento primario sul quale scorrono i testi, alquanto criptici, di quella che ha tutta l’aria di essere un’unica narrazione. Le musiche stesse, di conseguenza, fluiscono senza soluzione di continuità, o meglio sembrano rincorrersi, come le onde, portando detriti su detriti. “DIE” è un’opera (su questo non ci piove) raffinatamente selvaggia e allo stesso tempo selvaggiamente raffinata. Nelle esibizioni dal vivo la sua ricchezza viene un po’ meno - almeno per il momento per Jacopo è impossibile portarsi appresso gli strumentisti e le voci che hanno contribuito alla sua realizzazione - ma questa deficienza va però a vantaggio della sua forza bruta, con Jacopo che ha sufficiente carisma per incatenare il pubblico al ritmo delle sue vibrazioni. Sarebbe comunque bello, un giorno, veder rappresentato “DIE” nelle sua completezza, con i fiati che pompano, le coriste, gli urlatori, le chitarre, le tastiere, le percussioni … un po’ come avvenne per “Tommy” degli Who.
Anche il disco di Paolo Angeli suona come un tutt’uno, un’unica lunga suite che non prevede soluzione di continuità fra i vari brani. Il legame con la Sardegna, che in Angeli c’è sempre stato, sembra oggi molto più forte di quanto lo era in passato, a iniziare dalla prima parte di Due Tempi, con il chitarrista che imita chiaramente il suono delle Launeddas. Come per Iosonouncane, però, non si tratta di un disco sulla Sardegna, bensì di un disco nel quale gli aspetti della cultura sarda servono a veicolare valori molto più complessi e universali. Caso mai la domanda da porsi è: «perché due dischi stratosferici come questi arrivano proprio dalla Sardegna?». Anche in “S’Û”, come in “DIE”, il mare sembra essere l’elemento primario, un mare che è fonte di vita e di morte, bellezza e furia distruttrice. In linea di massima quello di “S’Û” è un Angeli straordinariamente leggero e gentile, innamorato di quello che le sue musiche vogliono narrare e/o evocare. È evidente come vi sia, rispetto al passato, un minore utilizzo dell’archetto, quale produttore di suoni lunghi di tipo violoncellistico, a vantaggio delle classiche sonorità chitarristiche. Questo si riflette in un risultato dove si avverte meno l’ombra del jazz e più quella del folk, essenzialmente quello appartenente alla tradizione dei popoli mediterranei, e dove la componente espressiva prende decisamente il sopravvento rispetto alla ricerca sui suoni e sulle possibilità dello strumento. “S’Û” sembra così destinato a spiazzare l’ascoltatore, almeno inizialmente, ma sarebbe stato impossibile proseguire un discorso concentrato essenzialmente sullo strumento, pur complesso e polivalente qual è quello utilizzato da Angeli, senza cadere nella ripetizione e/o nella citazione di se stesso. Ma leggete un po’ cosa dice lo stesso Angeli rispondendo a una domanda a proposito del titolo del disco:

«…Soltanto il mare che non conoscevamo poteva proteggerci, i barbari di settentrione lo temevano (…) Gli uomini del mare ci catturarono (…) dopo tre giorni e tre notti di mare tumultuoso (…) S’u la giovane (…) recise la corda e ci affacciammo alla luce (…). Cercammo di imparare a governare la nave (…) il mare saltò sul ponte, afferrò S’u e la portò via. S’u in silenzio sparì tra le onde…
“Passavamo sulla terra leggeri”, Sergio Atzeni
Ho sempre pensato che l’uomo non può stare fermo: non è nella sua natura. La sua voglia di avventura alimentata dalla curiosità del conoscere, dalla speranza in un mondo migliore, dalla fuga, ha determinato i tratti somatici dell’uomo contemporaneo. S'Û è la giovane donna descritta da Sergio Atzeni, che muore per dare la libertà al suo popolo, il quale con la nave naufragherà sulle coste sarde: da li nasce secondo Atzeni il popolo sardo. SU in sardo è l'articolo determinativo maschile. Ma per me SU è anche il termine italiano 'al di sopra' che implica le stratificazioni che con il tempo poi, sgretolandosi, danno origine alla complessità.
“S’Û” è una musica ibrida che riflette sulla società occidentale, autoreferenziale, arroccata e anacronistica, che innalza
Muri d’acqua tra le due sponde del mediterraneo.
È una riflessione sul nostro mare e sulle barriere che costruiamo noi occidentali.
Tutto si snoda in
Due tempi, come in un vinile a 33 giri. Dentro c’è la frenesia e la speranza della nave Vlora, il filo spinato e le cicale che osservano i salti e gli approdi a Melilla.
Nel ricordo dei
Pastelli a cera convivono, in un’ideale Tinta unita, il rock della mia adolescenza in via Baragge, il Mi e La dei pescatori di Bosa, la nebbia di Bologna e le sue Radio libere, le influenze andaluse trasportate dalla risacca ai piedi della miniera di Porto Flavia (dedicata a Paco de Lucia).
“S’Û” è qualcosa che sta al disopra che ha a che fare con le stratificazioni delle vernici
Blu di Prussia consumate dal passo del tempo di una vecchia barca, con la Mancina di carico e scarico di mille porti da cui ha inizio ogni avventura legata al mare.
Le mie riflessioni non cercano una risoluzione o fusione dei contrasti ma una loro convivenza creativa, ora con dissonanze, ora con progressioni armoniose, ora con ritorni a casa in un pugno di accordi.
»

Angeli, quasi prevedesse questa mia recensione affratellata, ha inserito nel suo disco la bonus track Radio libere … e Incani non ci ha forse raccontato che i suoi genitori avevano messo in piedi una radio libera.
Casualità, idealismi, vaneggiamenti … l'unica cosa certa è che ai tempi dell’inquisizione sia Incani sia Angeli avrebbero avuto seri problemi, al pari di Giordano Bruno e Bartolomeu de Gusmão.


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Data Recensione: 11/5/2015

`DIE´ // `S’Û´  

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