 ...avvenuto in concomitanza con i festeggiamenti per la fine dell'odiato regime di apartheid. Ma la vicenda artistica ed umana del Bellatalla travalica da quella singola e singolare esperienza tanto che, negli anni vissuti fra Olanda e Inghilterra, ha suonato più o meno con tutti i più importanti jazzisti europei, fino a diventare una specie di personaggio leggendario. E` stato quindi inevitabile lasciar scivolare la mia intervista anche verso altri argomenti: dai Blue Notes e Louis Moholo a Keith Tippett ed Elton Dean, dal Sudafrica all'Inghilterra e all'Italia, discorrendo del passato e del presente, ripercorrendo trent'anni della nostra storia con le gioie e le perdite che li hanno accompagnati... per accorgermi, alla fine dell'ennesima rilettura di queste righe, che quella con Roberto Bellatalla non è solo un'intervista ma è qualcosa di più... molto di più... è una lezione di vita. Nel frattempo ho avuto anche modo di conoscere personalmente il contrabbassista, ma le parole dette sono rimaste imprigionate all'interno di questo spazio virtuale soltanto in piccola parte, il resto si è fissato magari nella memoria oppure è sfuggito anche a quella, volato via, per ricongiungersi nei meandri dell'universo con le vibrazioni tasmesse da Dudu, da Mongezi, da Chris, da Johnny, da Harry, da Elton.... Ho incontrato Bellatalla mentre era in viaggio in compagnia del suo contrabbasso, ingombrante presenza che lo ha seguito anche in pizzeria (per fortuna era quello piccolo!?!!), ed è stato fantastico sentirlo parlare di quei musicisti che sono stati da sempre i miei idoli, e che lui ha conosciuto da vicino, nella vita quotidiana, e con molti dei quali ha anche suonato. E` stato esilarante ascoltare i suoi aneddoti a proposito degli esuli sudafricani, dei quali imita lo slang facendo la voce roca e affumicata, ed è stato altrettanto spassoso sentirlo parlare di quando Keith Tippett, dopo essere stato provocato da Dudu Pukwana (il quale sosteneva che i musicisti bianchi suonano solo per il cachet), al ritorno da una tournee gettò tutti i soldi nel cesso e tirò lo sciacquone, naturalmente seguito dal sudafricano che non voleva essere da meno!?!! E c'è da restare incantati per ore ed ore a ascoltarlo mentre parla di Donald Rafael Garrett, Zusaan Fasteau, Mongezi Feza, Sean Bergin, Dudu Pukwana, Johnny Dyani, Radu Malfatti, Nick Evans... fino a vedere il pianto a malapena trattenuto che cerca sfogo nei suoi occhi, fino a sentire la sua voce che si increspa quando rammenta Elton Dean, morto improvvisamente e inaspettatamente circa un anno fa, quando ancora avrebbe voluto vivere, quando ancora stava lavorando con entusiasmo dietro ai suoi progetti musicali, dietro a quello che da sempre era il suo motivo principale di vita. Sì, devo proprio dire che Roberto Bellatalla non è uno dei soliti, numerosi, stronzetti che capita di incontrare quotidianamente. Spero che a questo punto riusciate a dare un senso alle mie parole, a comprendere il perchè questa non è una semplice intervista, a comprendere perchè quello con il Bellatalla non è stato un semplice incontro con un musicista ma qualcosa in grado di segnare profondamente i giorni, i mesi o gli anni che mi restano. In allegato potete trovare ancora un piccolo regalo: una galleria fotografica tratta dall'archivio del contrabbasista, con immagini inedite di alcuni dei musicisti che sono stati citati nell'intervista e/o nell'articolo (e magari anche di qualcuno che non è stato affatto citato). Buona lettura.
Tu hai suonato con Louis Moholo, nel suo gruppo Viva La Black, per circa quindici anni ed hai quindi avuto l`occasione di conoscerlo molto bene. Cosa ti ricordi in particolare di quell`esperienza? E di Moholo, sia come musicista che come uomo, che cosa puoi dirci?
Negli anni `70, a Milano, un giorno comprai un disco di un gruppo a me allora sconosciuto. Fui attratto dalla copertina, verde e gialla, con un albero rosso al centro, i rami che terminano in tante mani protese: era "Live at Willisau" della Chris Mc Gregor`s Brotherhood of Breath. La 'Confraternita del Respiro', mi piaceva il nome, e la musica corrispondeva a ciò che da un po` cercavo. Un jazz che proseguisse il cammino indicato dai grandi, con la stessa energia e forza di improvvisazione, senza tuttavia imitarne il linguaggio. La musica dei Brotherhood partiva da motivi orecchiabili, a volte anche semplici, dove gli arrangiamenti scritti e interpretati alla perfezione si evolvevano progressivamente in un collettivo furibondo, tribale, polifonico, dal quale emergevano gli a solo, superbi, immaginifici, di Mongezi, di Evan, di Dudu, di Nick. Una trance collettiva in cui la band decollava verso mete sconosciute per poi riapprodare docilmente sugli arrangiamenti sapienti di Chris, guidata a velocità vertiginosa da un motore di una potenza mai sentita prima, dalle frustate del drumming di Louis Moholo, perfettamente completato dal contrabbasso di Harry Miller. Una musica che esprimeva una gioia incontenibile, una sacra follia. Esultai. Esisteva un jazz, non americano, che aveva la stessa forza e forse anche maggiore, che non era un mero esercizio intellettuale, ma che sapeva di sudore e sangue, di divinamente sporco. Quel giorno non mi immaginavo certo che di lì a non molto avrei conosciuto quei musicisti, avrei suonato e inciso dischi con loro, e con alcuni avrei allacciato una amicizia destinata a durare tutta la vita. Nell`estate del 1982, stavo a Londra già da un po` e quella sera suonavo al 100 club di Oxford street con Jazz Africa di Julian Bahula, sudafricano... dopo il primo tempo mi avvicinò Louis che già avevo conosciuto anni prima ad Amsterdam: “Hey man , che fai a luglio?” “Niente” dissi. “No, you are playing with me! I know you can play, motherfucker!”. In perfetto stile Moholo, mi aveva prenotato per il mio primo concerto con Viva la Black.
A casa sua, nella living room, avvolti in una nuvola di fumo spessa come nebbia, Dudu Pukwana, i percussionisti Mamadi Kamara e Nana Tsiboe, Louis e la musica che si materializzava con la stessa intensità , la stessa magia dei Brotherhood. Perchè quello era il metodo, darci dentro con tutto quello che hai, ascoltare e proporre, in un cerchio che non si chiude, con gioia, rabbia e coraggio. Ognuno è un solista. Ecco, questo è il jazz che è stato creato dall`incontro di questi uomini straordinari fuggiti dall`apartheid, con i musicisti che a Londra già frequentavano l`improvvisazione musicale. L`incontro tra i Blue Notes ed il meglio dell`avanguardia britannica. Così non solo furono i Brotherhood, ma anche Ninesense, Isinpingo, The Ark, Spear e poi Viva la Black e Dreamtime e altri, che hanno continuato sulla stessa linea, nella stessa tradizione. I Brotherhood sono andati avanti per otto anni e un po` tutti ci hanno suonato. Dopo, è rimasto come un marchio indelebile nel DNA del jazz britannico...
...mi sembra di capire che questa commistione abbia avuto una sua importanza 'politica' e 'sociale' oltrechè artistica?
Questo incontro tra l`Africa - vale la pena di ricordarlo: soggiogata e oppressa, discriminata e derubata - e l`Europa, ha creato uno scambio senza precedenti. In un posto così cosmopolita come Londra, dove le diverse culture si incontrano e si confrontano, si impara a vivere da eguali tra eguali. Il club dove si fa musica dal vivo è un luogo ideale per farlo. La musica con la sua magia avvicina, fa ridere, piangere, esultare, dare di matto. Ti guardi intorno e ti accorgi che il mondo intorno a te è fatto di tanti colori diversi, tante sfumature; e intanto, stiamo suonando, ascoltando la stessa musica, gomito a gomito, appiccicati dallo stesso sudore.
Erano gli anni dell`apartheid, il governo Thatcher l`appoggiava, si opponeva al boicottaggio. Viva la Black suonava in giro per il mondo a volte anche per conto dell`ANC, l`African National Congress, bandito in Sudafrica come partito di terroristi, tacciato di terrorismo dal governo Thatcher. L`ANC andrà poi al potere con le prime elezioni libere in un Sudafrica libero.
Dopo una versione in quartetto con Louis, Thebe Lipere alle percussioni, il 'coulored' Russell Herman alla chitarra e flauto ed io, con la quale andammo ad Amburgo, non senza esserci prima schiantati con l`auto al confine con il Belgio (vivi per miracolo), la band si stabilizzò in versione quintetto, con l`aggiunta di altri due sudafricani in esilio: Claude Deppa alla tromba, a raccogliere l`eredità di Mongezi, e Sean Bergin ai sax. Più tardi si sono aggiunti Jason Yarde e Toby Delius ai sax e Pule Pheto al piano, dando vita alla formazione che ha partecipato al tour in Sudafrica ed a vari altri tour in Europa. In otto gli arrangiamenti si sono arricchiti ulteriormente e la band è diventata molto spettacolare. Sul palco poteva accadere di tutto ed i concerti potevano durare ore intere, c`era spazio per tutto, collettivi, soli, duetti, ogni sorta di combinazione e un`altissima dose di rischio. Così come era sul palco, V.la B. era fuori dal palco, entusiasmante e molto pericolosa...!
Ogni nostra sortita oltre manica ci riservava grandi concerti, avventure ed imprevisti assortiti. Al ritorno avevamo bisogno di qualche settimana per recuperare le energie. Nessuno di noi era quello che si può chiamare uno stinco di santo ed è sorprendente che un gruppo simile sia stato insieme così a lungo....
Durante tutti quegli anni ho suonato anche in altre formazioni e con musicisti come Elton Dean, Keith Tippett, Nick Evans e tutti coloro che facevano parte di un giro che proveniva dalla stessa matrice. Un po` come per il Be-Bop, legato ad un certo periodo storico e sociale, così a Londra si è sviluppato un linguaggio musicale tipico, con composizioni originali riproposte in innumerevoli versioni, una sorta di standards locali.
Hai conosciuto anche qualche altro Blue Notes oltre a Moholo (Johnny Dyani, Mongezi Feza, Dudu Pukwana)?
Non ho avuto occasione di incontrare personalmente Mongezi, ma conoscevo bene la sua musica e ho sentito parlare molto di lui da tutti quelli che lo hanno conosciuto e che ci hanno suonato insieme. Ha lasciato una traccia molto profonda nel cuore di tutti, col suo modo di essere e di suonare. Vai ad ascoltare una qualsiasi sua registrazione e ti accorgi che non hai mai sentito un suono simile uscire da una tromba. E neanche più lo sentirai.
Mongs, come era chiamato, aveva qualcosa di molto speciale, come Dudu e tutti i Blue Notes, una magia unica.
E` difficile descrivere Dudu se non l`hai mai visto, se non sai come parlava, come si comportava, cosa diceva. Certo se ascolti il suo sax senti un contralto che ha una voce diversa, e la riconosci nel bel mezzo di un collettivo furibondo dei Brotherhood, tra mille voci. Questo era Dudu! La sua presenza riempiva il palco, ed esilarante era il suo modo di dirigere Zila, la sua band. Una volta ero andato a fare delle prove a casa sua, entrai e trovai silenzio. Strano, pensavo di trovarli che già suonavano. Invece c`era Luky Ranku, con la chitarra a tracolla, la visiera del berretto sugli occhi, mentre Dudu era sdraiato su un divanetto che sembrava a mala pena contenere il suo generoso ventre avvolto nell`immancabile camicia africana. A pancia all`aria dormiva beatamente. Al collo la solita collana di fischietti e sirene. Siamo stati un po`di tempo a guardarlo così. D`un tratto : “E ! E flat!!” ( mi, mi bemolle) senza interrompere il sonno. Dopo un pò si svegliò e si mise dietro al piano elettrico a suonare alcuni accordi. Erano iniziate le prove. Aveva cominciato a dirci le note dal profondo dei suoi sogni.
A volte, suonando con Dreamtime o Viva la Black, è capitato di viaggiare sugli stessi mezzi, un bus per esempio carico di Dreamtime, Viva la Black e Zila, diretto in Galles, oppure Zila , Viva la Black e i Brotherhood su un treno diretti in Belgio.... Dudu teneva banco. Non stop. Un`altra volta invece, a Londra, ad un festival, io e Nick, seduti, ascoltando Zila, lo guardavamo dirigere e suonare nel suo consueto stile. La band come al solito era molto groovy, un tiro della madonna. Dudu ad un lato del palco prese un asciugamano per tergersi il sudore. Non trovò il suo volto. Io e Nick ci guardammo: Dudu stava male!
Qualche tempo dopo, ero appena arrivato ad un festival in Italia, ebbi notizia della morte di Dudu. Telefonai a Nick e stemmo un`ora a piangere come bambini. Come tutti coloro che lo conoscevano ed avevano avuto il piacere di gioire della sua musica, ho provato un grande senso di vuoto.
Ai suoi funerali c'era una folla commossa ed ho sentito i più bei canti che si siano mai ascoltati.
Così i grandi musicisti sudafricani se ne sono andati ad un ad uno, lasciando come eredità la loro musica.
Harry Miller in Olanda, di notte, di ritorno da un concerto, Johny Dyani, colpito da un malore appena uscito dal palco, Chris Mc gregor, dopo una lunga malattia.
Una storia di musica ma anche di lutti, di telefonate nel mezzo della notte che recavano notizie alle quali non si voleva credere. "Man, sono arrivate notizie da Berlino, Johny si è sentito male. Dicono che è morto. Non si sa se è vero. Domani ti richiamo", diceva Sean al telefono nel cuore della notte.
L`indomani, con la testa pesante, le gambe che non si vogliono muovere, a dar notizia a Louis, che ancora non sapeva.... Lo avevamo visto solo poche sere prima, avevamo diviso lo stesso palco in un club di Londra. Ancora sembrava di sentirne la musica, l`eco delle sue risate. Aveva suonato con John Stevens, un altro che se n'è andato...
Una delle ultime esperienze con i Viva La Black è stato il Freedom Tour per festeggiare la caduta del regime razzista sudafricano. Purtroppo gli altri componenti dei Blue Notes non fecero in tempo a vedere la fine di quel regime che aveva segnato così profondamente le loro vite, ma per Moholo dev`essere stato un momento molto coinvolgente (al di là della tristezza per essere rimasto solo a viverlo). Di conseguenza quel tour dev`essere stata un`esperienza incredibile, puoi fornircene un condensato senza pretese esaustive (dato che a voler essere esaustivi non servirebbe un`intervista ma piuttosto un libro)?
Per anni avevo sentito raccontare storie del Sudafrica dell`apartheid, avevo conosciuto gli 'exiles', sparsi per i paesi del mondo, gente che era fuggita in modo spesso avventuroso dal regime razzista.
Erano storie amare, di violenza inaudita, di crudeltà , di soprusi. Le storie di chi aveva dovuto lasciare gli affetti, il paese che amava, senza passaporto, senza speranza di poter ritornare. Un esiliato perdeva la cittadinanza Sudafricana. Prenderne un`altra in qualsiasi altro paese non era cosa poi così semplice. Soprattutto nell`Inghilterra della Thatcher.
Storie di prigioni, di rastrellamenti, elettroshock, torture. E di povertà , di vita dura in squallide abitazioni senza luce nè niente. La stragrande maggioranza della gente, costretta a vivere così, espropriata delle enormi ricchezze del paese e discriminata per il colore della pelle. Questa discriminazione, nella sua tragicità , poteva anche diventare comica per l`assurdità delle sue regole. Una comicità che veniva fuori anche nei racconti degli 'exiles'. Storie truci che finivano spesso in fragorose risate, quando nel racconto, come in un crescendo, i paradossi del cieco e bieco razzismo, l`ignoranza dei Boeri, l`ipocrisia, il puritanesimo, la splendida organizzazione stile nazi col quale si era provveduto a segregare le genti in base al colore, nelle sue varie sfumature, da più scuro a più chiaro, tu di qua lui di là , lingue differenti in ghetti differenti, l`apertheid si mostrava in tutta la sua criminale idiozia, come da un racconto di Tom Sharpe.
Chi l`aveva architettata non aveva certo pensato che un giorno sarebbe finita. Sbagliandosi. La liberazione è stato un sogno che si è avverato.
Il Sudafrica che trovammo noi era in piena ubriacatura da celebrazioni. La gente ancora si stropicciava gli occhi, come ad un risveglio. Gli africani, il 90% della popolazione, finalmente occupava le città , le spiagge. Era libera di andare ovunque e fare quello che voleva, cioè quello che le era sempre stato proibito.
All`aereoporto di Cape Town fummo accolti trionfalmente. Ad attenderci c`era un`orchestra di marimbe, percussioni, danzatrici, collane di fiori. Una colonna di auto si diresse verso la township di Langa, un sassofonista suonava sul tetto di un`auto, arrivammo a casa della madre di Louis. Era mezzogiorno, nel giardino della madre di Louis due pecore vennero sacrificate, scuoiate con perizia, cucinate e poi mangiate. A mezzanotte eravamo sempre lì, col fuoco acceso, ci passavamo inginocchiandoci il 'Mtomboti', la bevanda rituale alcoolica di cereali fermentati, fumavamo dakha, la migliore, i canti erano sublimi in armonie perfette. Ecco tutto si era compiuto, c`era stata una fine ed iniziava un`epoca nuova. Guardai il cielo e sopra di noi vidi costellazioni sconosciute.
Langa era la township da dove era venuto Louis, lì stavano ancora i suoi amici, quelli che conoscevamo per nome prima ancora di incontrarli. Dei miti. Gente di township, gente con cicatrici profonde, fuori e dentro, gente che conoscevamo da anni dai racconti. Ci hanno accolto come vecchi amici...
...e il clima del tour è stato ovunque così `festoso`?
Sì... per interi due mesi di viaggi e concerti. Viaggi lunghi anche dodici ore su altipiani infiniti e concerti altrettanto infiniti. Spesso abbiamo suonato in teatri, per un pubblico misto, ma amo ricordare in particolare il concerto tenuto in Green Market Square, la piazza del mercato a Cape Town. Il pubblico era quasi esclusivamente composto di africani, la piazza era gremita e c`era gente arrampicata fin sopra gli alberi.
Dovunque andassimo trovavamo un grande entusiasmo ed un senso di leggerezza. C`era la bella sensazione nella gente di essersi scrollati di dosso il peso dell`oppressione, anche se nuovi problemi si ponevano. Di lì a poco ci sarebbero state le elezioni, un governo finalmente africano, il confronto con i crimini del passato, la ricostruzione.
Da anni Viva la Black apriva i propri concerti con un canto, Woza ('vieni, vieni qui' in xhosa), un invito a partecipare, ad entrare in un mondo. Nel passato era rivolto ad un pubblico europeo, l`invito era anche quello a capire cosa accadeva, non solo in Sudafrica, ma nel mondo. Ora veniva intonato nel paese libero. Il pubblico africano ha anche un bel modo di partecipare alla musica, in piedi, danzando, con fischi acuti che sottolineano l`apprezzamento di alcuni passaggi, col battere delle mani, con le risate.
Dopo ogni concerto c'era una festa. I camerini gremiti, il party che attendeva in questo o quel posto. L`alba ci coglieva puntualmente ancora nel pieno dei festeggiamenti.
Spesso la mattina avevamo dei seminari di musica e improvvisazione nelle township per giovani musicisti locali, a volte giovanissimi ed incredibilmente dotati.
Tra i paesi africani, il Sudafrica ha un patrimonio musicale assai ricco e particolare. Essendo un paese molto grande, raccoglie la cultura di varie popolazioni, che hanno lingue e tradizioni molto differenti. Le lingue ufficiali, parlate anche alla radio e televisione, oggi sono 11, più l`inglese e l`afrikanse, sorta di olandese imbastardito, risalente ai tempi dell`inizio del colonialismo. La tradizione europea influenza la musica soprattutto con i canti religiosi ed il jazz. Il jazz ha avuto nell`apartheid un significato politico ben preciso. La voce di un popolo africano oppresso, il riscatto attraverso l`arte, la comunicazione di un messaggio. Coltrane, Monk, Miles e tutti i grandi del jazz afroamericano, hanno profondamente segnato la cultura musicale in Sudafrica, fatto unico nel continente. Tutti, anche i bianchi, hanno una grande conoscenza del jazz e lo amano.
Alla fine del tour, ultima tappa Johannesburg, Louis è tornato dai suoi amici a Langa, Claude sempre a Cape Town dalla sua famiglia, io e Sean siamo stati invitati a restare a Jo`burg , a suonare con alcuni musicisti locali, in particolare con il batterista Lulu Gontsana ed il pianista Rashid Lani, coi quali formavamo un affiatato quartetto che si esibiva nei locali di Rocky street, nel popolare quartiere di Yeoville...
Praticamente si è trattato di un`appendice imprevista ma sicuramente avvincente e stimolante...
Quel mese mi ha permesso di vivere la vita di ogni giorno in una città così complessa come Jo`burg. Una metropoli di grattacieli in stile americano sorta su un altipiano deserto, ma ricco di diamanti e oro. Egoli, la città d`oro, è questo il suo nome africano. Entrando in città dall`autostrada, per prima cosa si scorgono delle collinette di terra gialla e biancastra, è ciò che è stato portato in superficie dalle viscere della terra, dalle miniere.
Quel mese di vita quotidiana mi ha permesso di frequentare gente diversa, di andare a Soweto e Phula Park, invitato ai parties negli tschibin, dove si servono illegalmente alcolici. Così come di frequentare i quartieri dei bianchi, con le loro villette immerse nel verde, con la piscina. Alcuni di loro preoccupati, anche impauriti dalla nuova inevitabile svolta. Una minoranza esigua che ancora godeva dei privilegi accumulati, con la paura di perderli.
Soweto è una favela nei sobborghi di Johannesburg di più di tre milioni di abitanti, ci sono pochissimi alberi, non esiste un servizio di trasporti, le case vengono chiamate 'matchboxes', scatole di fiammiferi. Jo`burg è anche una città violenta. Estrema ricchezza e povertà inaudita sono gli ingredienti esplosivi. I problemi da risolvere sono molti e non basterà un secolo per curare le ferite e creare una vera uguaglianza sociale.
Un popolo che, come tutti i popoli antichi con il culto degli avi, della madre terra, è stato sbattuto all`ultimo gradino della scala sociale, con nessun diritto, neanche all`istruzione. Al di sotto dei 'coloureds' i sangue misti, i meticci, già più privilegiati, che parlano un`altra lingua. Al di sotto degli indiani, che furono portati in tutta l`Africa dalle colonie inglesi dell`Asia, perchè sapevano leggere e scrivere, quindi adatti a fare lavori di ufficio. In cima alla piramide la minoranza bianca, soprattutto quella di origine boera, calvinista, che crede nella 'fatherland', la terra padre, come i nazisti e come i nazisti violenta e razzista, scientificamente dedita alla soppressione di un popolo. E gli inglesi, ipocriti e snob, nullafacenti, circondati da una servitù tuttofare a costo zero. Posto ideale per starsene all`ombra a bere tea o giocare a golf.
Jo`burg è il punto dove tutti convergono, anche dal vicino Mozambico, anche dal Malawi, dal Botswana e dallo Zaire. Crocevia di sogni e speranze di una vita migliore. A Soweto e nella galassia di township intorno alla città , si parlano tutte le lingue. Ora questa babele si stava trasferendo in città . Erano passati i tempi in cui, come raccontava Louis, i Blue Notes suonavano per un pubblico di soli bianchi con Chris al piano al centro del palco ed il resto della band dietro una tenda, invisibile al pubblico. Farsi vedere sarebbe stato considerato un atto contrario alla decenza. Esisteva una legge per punire un simile reato. O come quando andando invece a suonare nelle township, Chris doveva dipingersi il volto di nero con il lucido da scarpe e starsene rintanato tra i sedili posteriori dell`auto, per nascondersi alla polizia, non agli africani.
Adesso c`era una nazione con un solo popolo, composto da tutte le differenti etnie.
Nel gruppo che affrontò il Freedom Tour c`era una buona percentuale di musicisti bianchi, correggimi se sbaglio, e a tal proposito volevo chiederti come veniste accolti dalla popolazione nera che festeggiava la fine di una lunga oppressione razzista?
Eravamo tre bianchi. Uno sudafricano, Toby in parte tedesco, inglese e olandese ed io. Come siamo stati accolti l`ho detto. Nel complesso mi sembravano tutti ben felici che l`apartheid fosse finita. Certo non abbiamo incontrato i boeri razzisti e separatisti dell`Orange Free State....
Ho deciso di fare questo articolo sui Blue Notes perchè penso che siano poco conosciuti e considerati rispetto a quella che è la loro reale importanza. Tu cosa pensi della questione e, se sei d`accordo con me, quali sono i motivi di questa incomprensione?
Mi sembra che in Italia sia sempre stato dato poco spazio alla musica jazz proveniente dalla Gran Bretagna. Fatta eccezione forse per Evan Parker, pochi conoscono bene la musica jazz che viene da quel paese. Può darsi che durante questi ultimi anni grazie a programmi radio e/o festival, le cose siano migliorate. Mi sembra che adesso sia nato un certo interesse, magari tardivo, ma è già qualcosa. Generalmente qui si è favorito un jazz di matrice prettamente americana, il Be -Bop, gli standards, sono sorte numerose scuole di jazz dove ci si è diligentemente dedicati all`insegnamento di quelli che vengono ritenuti i fondamenti di questa musica. Queste scuole hanno prodotto un discreto numero di ottimi professionisti. Certi hanno fatto una buona carriera.
Tu hai cominciato a Pisa e presto sei andato a vivere all`estero. Perché?
Negli anni `70, quando ancora vivevo e suonavo in Italia, la situazione socio-politica era molto diversa, si suonava molto in festival e concerti. Spesso si aveva modo di incontrare i grandi ancora in vita del jazz americano e mondiale. Vederli da vicino ed ascoltarli dal vivo era senza dubbio motivo di grande ispirazione. Così a me è presa la voglia di provare a vivere in un altro paese, di misurarmi con un ambiente diverso e con altri musicisti, vedere dove e come certa musica nasceva.
L`occasione si è presentata quando Tristan Honsinger mi ha invitato in Olanda a far parte di un progetto insieme a Radu Malfatti, Sean Bergin e inizialmente anche Marco Cristofolini, mitico batterista del primo free italiano. Marco poi, intristito dal clima del Nord Europa, ha abbandonato e dopo un po` al suo posto è subentrato il trombettista Toshinori Kondo.
Ho trovato così quello che cercavo, un`atmosfera che ancora oggi in Italia non esiste. Un ambiente saturo di musicisti creativi, tutti concentrati in una piccola città come Amsterdam. Senza dubbio questo favorisce l`incontro e lo scambio di idee. La vita di club, che manca in Italia, dove si crea una consuetudine, non l`occasionale concerto a teatro. Club con programmi che propongono quotidianamente una varietà molto assortita di gruppi e stili musicali. Questo è forse essenziale e salutare per il jazz in particolare e la musica in generale.
In quegli anni hai lavorato con un altro grande musicista che rischia di finire nel dimenticatoio, Rafael Garrett, e nuovamente ti chiedo se puoi tracciare un suo profilo, anche dal punto di vista `umano`, per i nostri lettori?
Rafael era come un personaggio mitologico, uno di quei nomi che compaiono sui dischi rari, con personaggi illustri, Coltrane, Shepp, Roland Kirk... poi è capitato a Pisa. Beh, era già in Europa da tempo, ad Amsterdam , un po` nomade, insieme a sua moglie, Zusan Fasteau. Entrambi polistrumentisti, furono chiamati a partecipare ad una edizione del festival di Pisa.
Dopo il festival, Rafael pensò bene di porre fine al suo girovagare e stabilirsi almeno per un po` a Pisa. La situazione sembrava ideale, un festival ben sponsorizzato dalla regione, organizzatori eruditi, gente simpatica ed ospitale. Forse era stanco di posti come Amsterdam o il nord Europa, questo sembrava un ambiente fresco, pieno di entusiasmo, dove poter portare il proprio contributo, la propria esperienza. In effetti era un maestro naturale, un insegnante, con un`esperienza di vita e di musica non comune. Era una parte di storia ancora vivente, di un mondo che andava scomparendo con la perdita dei sui interpreti più significativi. L`America dei neri discriminati, che così facilmente finivano in prigione, dove magari imparavano a suonare per stare fuori dai guai e riscattarsi. Che spinti da un desiderio di verità si dedicavano a letture o studi particolari, religioni e discipline.
Da Rafael, giovane come ero, ho appreso molto. Mi ha introdotto alla lettura di Gurdjieff, Castaneda, Kurt Vonnegut jr ed altri. Da lui ho imparato a praticare il Thai Chi, a fabbricare strumenti. Più in generale, mi ha aiutato a cercare di vedere le cose da una prospettiva diversa, a non accontentarmi dell`ovvio, di una sola faccia della medaglia. Passavamo giornate intere a suonare, improvvisando o leggendo partiture. A volte insieme ci capitava di fare delle scoperte, come quando una sera, seduti all`aperto, parlavamo di 'chewing air' (masticare l`aria) e così facendo abbiamo imparato a fare la respirazione continua. Rafael mi ha aiutato a capire qualcosa che fino ad allora potevo solo intuire. La magia della vita, fuori dalla follia dell`utile. La magia è ciò che di meglio si può cercare nella musica, è quello a cui si deve tendere.
Purtroppo personaggi del genere difficilmente vengono apprezzati, soprattutto dagli addetti ai lavori, che invece, pragmatici, hanno un`attenzione particolare per un altro genere di manifestazioni.
E` accaduto così che Rafael è finito ignorato, dimenticato, forse anche temuto, forse anche discriminato, solo, a suonare per strada, deriso.
Pur stando all`estero, ho mantenuto i contatti e quando ho potuto mi sono recato a trovarlo. So che un altro che gli è stato vicino è un altro musicista pisano, Michele Barontini.
Noi tre insieme abbiamo continuato a frequentarci e suonare insieme, dove potevamo. Esiste anche una nostra registrazione di un concerto nel `78 al teatro Verdi di Pisa, insieme a Tristan Honsinger.
L`ultimo concerto è stato a Pisa, nell`abbazia di San Zeno, il giorno prima della sua partenza per gli Stati Uniti. Aveva messo da parte la disperazione nella quale era sprofondato, si era ricomposto, voleva tornare in America. "I need to live with black people" ci disse.
Anni dopo lo rincontrai a Londra, suonava all`Hundred Club con Billy Bang ed io la stessa sera suonavo con Harry Beckett in un altro club, ma finivo presto, così dopo lo raggiunsi. Gli portai un 'regalino' e lo trovai in gran forma, felice. Ancora ho negli occhi quest`ultima immagine di lui mentre suona, con quel suo modo tipico, sul palco dell`Hundred Club, un po` smagrito, i calzoni un po` larghi, tenuti su dalle bretelle rosse....
Nei tuoi lunghi anni di permanenza all`estero hai fatto parte di numerosi progetti. Ho provato a seguirne un po` le tracce ma mi sono perso, puoi tracciarci un percorso della tua attività ...
Qui viene il difficile, perchè si tratta di parlare di una vita. E` praticamente impossibile sintetizzare. Se iniziassi a parlare di Tristan e del tempo passato in Olanda, potrei scrivere un libro. E` stata un`esperienza esaltante e per me significativa.
A Londra, che è diventata la mia città per così lungo tempo, dal primo momento ho avuto la fortuna di incontrare quei musicisti con i quali ho poi lavorato assiduamente. Penso che sia stata importante l`apertura che ho trovato da parte dei musicisti. In una città come Londra dove puoi trovare un discreto numero di improvvisatori di grande livello, non ho trovato difficoltà ad inserirmi, anzi, con molta fortuna mi sono trovato a suonare con chi ho poi frequentato e passato gran parte del mio tempo. Elton Dean, Nick Evans e poi gli altri componenti di Dreamtime e Mark Sanders, Alex Maguire, Steve Noble, Simon Picard, oltre ai musicisti sudafricani e tutti gli altri, Trevor Watts, Tony Marsh, John Stevens, Mark Hewins, Maggie Nicols, Alan Wilkinson, un`intera comunità . E` un mondo, un piccolo grande mondo a sé, che si frequenta, si ritrova, beve e fuma insieme, suona insieme, va ad ascoltare musica insieme.
Di alcuni, come Nick Evans o Elton, posso dire che avevo più familiarità con la loro living room che con casa mia.
Nick lo conobbi che ero praticamente appena arrivato, alle prove con il 'Big Team' del batterista Ken Hyder. Stavo togliendo lo strumento dalla custodia e questo ometto con grandi occhi sinceri ed un cappellino di lana in testa mi venne incontro: “Hi, I`m Nick” porgendomi la mano. Era l`inizio di una grande e duratura amicizia. Nick , qualche tempo dopo formò Dreamtime e c`ero anch`io, insieme a Jim Dvorak alla tromba, Gary Curson al sax alto e Jim Le Baigue alla batteria. Una vera banda di matti! Keith Tippett, tre anni dopo, una sera a casa di Nick, ascoltando una registrazione disse: “You need a piano player” ed entrò così a fare parte del gruppo. L`ultimo concerto che abbiamo fatto è stato lo scorso dicembre a Londra. Abbiamo ancora qualcosa da dire!
Dreamtime è un po` come la mia seconda famiglia. C`è stato un periodo in cui tutti vivevamo a poche centinaia di metri l`uno dall`altro. Molto pericoloso! Ma è così che la musica, o almeno, il jazz nasce e cresce. Ci conosciamo come fratelli, ognuno è così diverso dagli altri, eppure abbiamo suonato così tanto insieme, ci siamo frequentati così a lungo. L`ultima volta insieme per suonare al Vortex, lo scorso dicembre, ci siamo guardati e qualcuno ha espresso un pensiero che era nell`aria: "I wonder who`s gonna be the first of us to go” ('mi chiedo chi sarà il primo di noi ad andarsene'). "Io!" "Io!" "Io!" Tutti ci siamo offerti volontari. Questo è Dreamtime.
Ad andarsene anzitempo invece è stato Elton. Per me lui è stato un punto di riferimento costante, il più caro tra i carissimi amici.
Elton, Nick, Keith e Mark Charig, i cosiddetti quattro moschettieri, dagli anni sessanta in poi sono stati non solo amici e compagni di ventura ma anche il fulcro delle più belle e prestigiose band di jazz londinese. Insieme avevano anche, per un certo periodo, collaborato con gruppi del pop d`avanguardia britannico, come i King Crimson ed i Soft Machine. Ed insieme hanno sviluppato un modo unico di improvvisare sia sui temi, sia liberamente. Nell`improvvisazione e nel jazz, gli ingredienti, the chemistry, sono costituiti dai componenti del gruppo. Dall`amalgama o meno di questi ingredienti dipende il risultato finale, la musica.
Anche Elton era nel gruppo di Ken Hyder dei miei primi tempi londinesi. In quel periodo aveva messo su un folle quartetto con Pip Pyle, Mark Hewins e me. La musica con Elton era sempre molto intensa, fatta di collettivi e lunghi a solo di ispirazione coltraniana. Era un grande e generoso interprete della musica improvvisata con il suo inconfondibile suono all`alto e al saxello.
Con lui ho suonato molto, in concerti, registrazioni, a casa sua... La casa di Farleigh Road, a Stoke Newington, crocevia del mondo, di pensieri filosofici e non, di finali di Champions League col Manchester United che batte la Juve, di grandi risate. Tutti sono passati di là e ancora stanno là , nelle foto sulle pareti, in quei muri ingialliti dal tempo e dalla nicotina, testimoni di un`epoca e di musiche sublimi.
...e parlaci anche di quei progetti ai quali tu stesso hai dato vita?
Si può dar vita a un progetto semplicemente essendo nel posto giusto al momento giusto. Con una tale comunità di musicisti di valore, è stato abbastanza facile farsi venire delle idee e poi cercare di metterle in pratica. Una miriade di combinazioni tra i musicisti sono nate per suonare nei club e ovunque fosse possibile, c`era una bella possibilità per sbizzarrirsi. Vorrei citare il trio di contrabbassi, con Paul Rogers e Marcio Mattos, in seguito arricchitosi delle voci di Maggie Nicols e Francine Luce. Poi l`orchestra che riunivo una volta all`anno chiamata the Big Bang dove suonavano praticamente tutti... è difficile dire, raramente si stava un giorno senza suonare, senza frequentarsi. Era un progetto continuo!
Il quartetto col quale ho registrato "Borrowed Time" nasce abbastanza spontaneamente durante gli anni `90. Mi era stato chiesto da un club di metter su un gruppo che suonasse jazz. Avevo delle piccole composizioni che proposi a Claude Deppa, Brian Abrahams e Jason Yarde, coi quali avevo già avuto occasione di suonare sia nella band di Louis, sia in quella di Brian, District Six. Abbiamo lavorato un po` in questa formazione e in un secondo momento si è aggiunta la cantante Brenda Rattray.
Tornando a suonare con una certa stabilità in Italia dopo tanti anni cosa trovi di realmente cambiato in meglio e/od in peggio? E cosa c`è che pensi continui a non funzionare nel settore della musica improvvisata (e nel settore della musica in generale)?
Ho lasciato l`Inghilterra perchè non era più il paese che avevo conosciuto venticinque anni fa. Sopravvivere è diventato estremamente caro e questo ha condizionato molto la vita ed il sociale. Non ci sono più le opportunità per vivere suonando, i club chiudono o si trasformano in wine bar con DJ, organizzare concerti è diventato sempre più difficile. E` stata una decisione tormentata, ma sentivo di avere la necessità di cambiare. Così sono tornato qui, in un paese che dopo tutto non conosco tanto. Tutto il mondo comunque è molto cambiato negli ultimi venti-trent`anni. Qui, magari, si sono acuiti certi problemi, politicamente, socialmente. Anche la musica naturalmente ne risente. Mi sembra che, rispetto ad altri paesi, ci sia meno coesione tra i musicisti, i quali vivono in città differenti, spesso molto lontane tra loro. Questo probabilmente contribuisce a rendere difficile lo sviluppo di una corrente musicale autonoma, infatti si ama riferirsi a modelli stranieri. Ci sono piccoli gruppi chiusi, in disaccordo l`uno con l`altro, in concorrenza tra loro, tesi ad assicurarsi un posto al sole. A volte ci si bisticcia su dettagli che alla fine mi sembrano di poco conto. Il risultato è che ognuno tende tirare l`acqua al proprio mulino. Spesso si preferisce organizzare progetti con musicisti stranieri. Fa curriculum e ci sono maggiori guadagni.
Cosa ci riservi per il futuro?
Nel presente sopravvivo e anche nel futuro credo che sarà così. Per le ragioni che ho detto prima, può essere difficile inserirsi in certi contesti. Stanno prendendo forma certi progetti ed altri sono in cantiere. Mi piacerebbe poter mettere a frutto certe esperienze che ho fatto, di riuscire a comunicarle. Durante questi ultimi tre anni, ho avuto la fortuna di conoscere e lavorare con musicisti come Marco Ariano, Michele Rabbia, Angelo Olivieri, Edoardo Marraffa, Pasquale Innarella, coi quali sono entrato in buona sintonia. Magari non è così facile incontrarsi di frequente come a Londra, ma io mi auguro che nel futuro prossimo la nostra collaborazione possa proseguire e svilupparsi.
Mi interessa in particolare il lavoro che sto facendo con la danza Buto. Ho un duo con Maddalena Gana dove improvvisiamo, è un progetto che ci dà molta soddisfazione e cresce con il tempo. In certi ambienti come la danza o il teatro, ho trovato molta più apertura e disponibilità che negli ambienti del jazz o della musica improvvisata, anche se per tutti mi sembra che ci siano problemi creati soprattutto dal fatto che purtroppo ovunque si obbedisce alla logica del consumo e del mercato, quindi fondamentalmente è difficile trovare spazi per fare ciò che si vuole se non si hanno santi in paradiso.
Esiste anche un progetto chiamato 'Bits of Beat', dedicato alla Beat Generation americana, con due attori molto bravi, Antonio Bilo Canella e Hossein Taheri e musica dal vivo di Alex Pierotti, al theremin, Leonardo Milani, al piano, e Cristiani De Fabritiis, alla batteria.
Un altro progetto è quello con un gruppo di musicisti Gnawa di Essaouira, in Marocco, che fanno musica da trance, che ha un`origine antichissima, si parla di diecimila anni. Ho avuto modo di conoscerli e suonare con loro lo scorso anno, questa estate dovremmo partecipare insieme al festival di Novi Sad e possibilmente tenere anche alcuni concerti in Italia.
Recentemente, ho avuto modo di trovarmi di nuovo con Louis, insieme a Pino Minafra e Roberto Ottaviano. Il progetto ripropone le musiche di Dudu Pukwana, Chris McGregor, Harry Miller, Elton Dean e Keith Tippett. Ci sono altri concerti in programma a luglio.
Ma il sogno che forse è destinato a restare un sogno è di portare Dreamtime in Italia per la prima volta. Sono in corso trattative, ci stiamo provando.
So che svolgi anche un'attività didattica in alcuni quartieri della capitale... puoi parlarci di questo aspetto che mi ha fatto un po' pensare ai free-jazzmen che insegnavano ai bambini dei ghetti neri nelle metropoli americane?
Partecipo da tre anni ad un progetto europeo, fondato da Yehudi Menuhin, che mira a portare gli artisti nelle scuole elementari dei quartieri disagiati, al fine di dare un input differente ai bambini, rispetto a quello che viene loro proposto dalla tv, dalla famiglia e dalla scuola. Vi fanno parte artisti provenienti non solo dalla musica ma anche da tutte le altre discipline. Anche negli ultimi anni a Londra facevo un lavoro simile. La musica, così immediata e universale, ben si presta a creare una forma alternativa di educazione, integrando quella più tradizionale. Aiuta menti ancora fresche e non contaminate a imparare ad esprimersi liberamente e creativamente, ma anche ad imparare la disciplina come rispetto verso gli altri, l`ascolto piuttosto che il fare, l`attenzione per certi dettagli, il piacere di creare le cose insieme.
C`è un certo parallelo con quanto avveniva in America nei ghetti neri, anche se le condizioni sociali sono differenti, così come le rivendicazioni legate alla discriminazione razziale. Di comune penso ci sia l`amore e la cura di quanti si dedicano a questa attività , coscienti di fare un lavoro che ha la possibilità di dare, nel tempo, i suoi frutti.
Grazie, anche da parte dei nostri lettori, e speriamo di vederti presto sul palco con in Dreamtime......
Discografia di Roberto Bellatatalla
con Guido Mazzon
• “Ed ora parliamo di libertà ”
• “Ecologia Ecologia”
con Mario Schiano
• “Concerto della Statale”
• “”Progetto per un Inno”
con Gaetano Liguori
• “Collective Orchestra”
con Big Band, Various Artists
• “Laboratorio della Quercia”
con Dinamitri Jazz Folklore
• “Vita Nova”
con Simon Shannon
• “Bloody Jesus Ate My Star Fish”
con Robert Mitchell`s Panacea
• “Voyager”
con Fonolite
• “Gland”
con Ken Hyder`s Big Team
• “Under the Influence”
con Chris Green
• “Plain Speaking”
con Julian Bahula`s Jazz Afrika
• “Son of the Soil”
Edoardo Ricci, Roberto Bellatalla & Filippo Monico
• “Muzic Circo Live in Lugano”
• “Muzic Circo,Venti Anni Dopo”
con Dreamtime (Nick Evans, Jim Dvorak, Gary Curson, Keith Tippett, Roberto Bellatalla & Lim Le Baigue)
• “Bunny Up”
• “Slamfest”
• “Cathanger”
• “Zen Fish”
con Louis Moholo`s Viva la Black
• “Viva la Black”
• “Bra Louis - Bra Tebs”
• “Freedom Tour - Live in South Afrika 1993``
Billy Jenkins, Roberto Bellatalla & Steve Noble
• “The Shakedown Club``
con John Law Quartet
• “Exploded on Impact``
con Elton Dean
• “Into the Nierika``
• “Headless Quartet``
• “Newsense”
• “QED”
con Marco Ariano
• “Sensuali Eresie”
Roberto Bellatalla Quartet
• “Borrowed Time”
Gabriele Meirano, Jim Dvorak & Roberto Bellatalla
• “Friendly Fire”
con Paul Dunmall Sextet ( Paul Rutherford, Jon Corbett, John Adams, Roberto Bellatalla & Mark Sanders)
• “Shooters Hill”
Philip Gibbs, Keith Tippett, Paul Dunmall, Roberto Bellatalla & Peter Fairclough
• “Kunikazu”
con Angelo Olivieri
• “Oidè”
con Jamilia Jazylbekova
• “Der Magier, Die Tiere”
Michele Rabbia, Giovanni Maier & Roberto Bellatalla
• “Bow`s Wind”
Pasquale Innarella, Michele Rabbia & Roberto Bellatalla
• “The Music of the Angels”
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