 Sicuramente il successo internazionale ottenuto da Diamanda Galas, di pubblico e di critica, ha contribuito ad allargare l'interesse verso la sperimentazione vocale. Se la ragione di tanto successo è inspiegabile, soprattutto considerando che numerosi artisti a lei equiparabili ed a volte a lei superiori quali Tamia sono rimasti pressochè sconosciuti, è sicuramente vero che la sua imposizione ha aperto la strada ad una miriade di sperimentatori vocali, alcuni dei quali di elevato livello (vedi le norvegesi Anita Kaasbøll e Maja Ratkje, l'italiano Simone Basso e la giapponese Ami Yoshida). Gli elementi fondamentali che confluiscono in questa nuova vocalità sono riassumibili nelle possibilità di manipolazione offerte dall'elettronica, nella dilatazione della vocalità operistica e della tradizione polifonica (sia attraverso il recupero di elementi quali il respiro e il rumore o l`utilizzo di suoni onomatopeici sia attraverso l'introduzione di tecniche importate da tradizioni non europee) e, infine, nel connubio con quelle correnti poetiche che operano verso un rinnovamento del linguaggio (e non è un caso se una delle composizioni più importanti di Luciano Berio per la voce di Cathy Berberian si intitola Thema - Omaggio a Joyce e utilizza testi dello scrittore irlandese). E poi v'è l'influenza dei suoni strumentali - soprattutto gli a solo degli strumentisti jazz (e quindi l'improvvisazione scat che imitava quegli stessi a solo); dei suoni quotidiani tipici della società contemporanea; dei suoni della natura e degli animali; di linguaggi particolari come quello fumettistico; di situazioni tipiche del comportamento umano che vanno dal riso all'urlo e dalla lite all'amplesso. Senza dimenticare le possibilità offerte dall'elettrificazione e dalla conseguente amplificazione dei suoni, che permettono di cogliere anche quei volumi che prima rimanevano inudibili (in tal senso l'ascolto di Billie Holiday è fondamentale per chiunque intenda intraprendere un viaggio nella vocalità contemporanea, così come per altri motivi sono fondamentali anche la conoscenza dell`egiziana Om Kalsoum, la Stella d`Oriente, e della peruviana Yma Sumac, la Regina dell`Exotica - e devo ammettere che ho preso conoscenza dell`ultima solo mentre facevo le dovute ricerche per scrivere questo articolo... non si finisce mai d`imparare, e beata sia l`ignoranza che ci permette di farlo!).
Tutti questi elementi hanno fatto in modo che la creatività e l'originalità della proposta, oltre al suo potere comunicativo, prendessero il sopravvento sulle doti tecniche e sull'impostazione, tanto che la sperimentazione vocale (un po' come il resto della sperimentazione sonora) si è svincolata dall'essere materia prettamente accademica trasformandosi di conseguenza in affare popolare. Stiamo assistendo quindi ad una marea montante di sperimentatori vocali che hanno fatto seguito, o sono cresciuti in contemporanea, al successo riscosso da Diamanda Galas. Dall'est si segnalano i nomi di Sainko Namchinlack, Tenko Ueno, Makigami Koichi, Jamilia Jazylbekova; dal nord europa quelli di Lauren Newton, Norma Winstone, Maggie Nicols, Phil Minton, Viv Corringham, Catherine Jauniaux, Anne Wellmer, Antye Greie Fuchs; dall`Europa Mediterranea Sabina Meyer, Patrizia Oliva, Amelia Cuni, Agnès Palier, Andrea Reali, Romina Daniele; dal Nord America Mike Patton, Thomas Buckner, Shelley Hirsch, Ellen Christi, Carol Genetti, Paul Dutton; dall`Australia Chris Mann... e si tratta solo di quelli che mi sembrano i più attivi, dacchè il sottobosco è ben più popolato di quello che l'apparenza lascia intendere. Senza contare tutti quelli che pur non dedicandosi esclusivamente alla sperimentazione vocale dedicano comunque ad essa un occhio di riguardo (vedi gli stessi Björk Guðmundsdóttir e Haino Keiji). Ma l'intenzione di queste righe non è tanto quella di sviscerare nei minimi particolari un mondo così complesso, bensì quella di segnalare alcuni lavori (e alcune voci) che, a volte per acclamazione generale e altre per convincimento personale, sono stati fondamentali nell'evoluzione di quello che rimane lo strumento musicale più antico nella storia dell'umanità .
Ed inizierei dai "Canti del Capricorno" (1962-1972), di Giacinto Scelsi, nella versione cantata da Michiko Hirayama. La cantante, nata nel 1923, effettuò i suoi primi studi in Giappone per poi trasferirsi in Italia alla fine degli anni '50, dove studiò inizialmente presso l'Accademia Chigiana di Siena andando così ad aggiungere alla conoscenza delle tecniche vocali tradizionali giapponesi e orientali in generale (la tecnica dei monaci tibetani, del raga indiano e dei canti budddhisti) anche la conoscenza delle tradizioni occidentali (fra le quali il canto gregoriano) e diventando una delle più qualificate ed apprezzate interpreti di musica contemporanea. Iniziò così a collaborare con alcuni dei compositori più importanti, che si adattarono a scrivere partiture per la sua voce e rimasero a loro volta influenzati dalle sue tecniche vocali. In particolare venne eletta da Giacinto Scelsi al ruolo di sua interprete preferita, e la collaborazione fra i due raggiunse la piena maturità proprio in questi "Canti del Capricorno". «La vocalità dei Canti si afferma sin dai primi tasselli della raccolta per la sua inclinazione bipolare, vale a dire che la voce femminile impiegata deve poter esibire una qualche polarità androgina ed essere così in grado di prospettare una totalità sessuale, in accordo con la disposizione circolare e, per certi versi, conclusiva del lavoro. L'ardua tessitura complessiva dei venti pezzi del Capricorno è di circa tre ottave e mezza, un'estensione di fatto impraticabile per qualsiasi soprano o mezzosoprano (o contralto, che dir si voglia); ciononostante la parte vocale dei Canti deve essere affidata ad una sola interprete poichè la natura e il senso della raccolta sono racchiusi proprio nell'impresa di un'unica cantatrice capace di un gesto epico grandioso» (dalla presentazione scritta per il Ravenna Festival 2009).
Anche Yoko Ono è giapponese, è nata a Tokyo nel 1933, ma a differenza di Michiko Hirayama ha scelto di indirizzarsi verso il più numeroso pubblico che segue la musica rock, approfittando anche dell'inciucio con un componente di quello che era il gruppo pop più famoso, i Beatles. Nella sua vocalità confluiscono le tecniche tradizionali giapponesi e le influenze della musica contemporanea occidentale filtrate attraverso Fluxus, ai cui principi ha aderito fin dall'inizio, il tutto condito spesso da urla, grugniti, miagolii, sospiri e belati informi. In "Yoko Ono / Plastic Ono Band" (1970), fra funk, blues e free-jazz (c'è pure un brano insieme al quartetto di Ornette Coleman), si anticipa d'una decina d'anni quella che sarà poi conosciuta come no-wave. Ma il suo capolavoro è comunque Don`t Worry Kyoko (1969), una serie di urla insopportabili piazzate in un singolo sul retro di Cold Turkey e che, trascinate dal successo del lato A, finirono addirittura per essere un hit nei juke box.
La statunitense di origini armene (Catherine Anahid) Cathy Berberian, nata nel 1928 e morta nel 1983, era una mezzosoprano che ha sempre dimostrato di stare stretta negli abiti dell'interprete puramente operistica; e lo ha dimostrato interpretando materiale di svariata provenienza: dalle canzoni dei Beatles alle "Folk Song", arrangiate da Luciano Berio, ad una Stripsody (1966) basata sul linguaggio dei fumetti. E` proprio dalla collaborazione con Berio, del quale diventerà consorte, che prende forma il suo capolavoro, ovvero Visage (1961) per voce e strumenti elettronici. Così scriveva lo stesso Berio: «Fondato sulla carica simbolica e rappresentativa dei gesti e delle inflessioni vocali, con le 'ombre di significato' e le associazioni mentali che li accompagnano, Visage può essere inteso come una trasformazione di comportamenti vocali reali e concreti, che vanno dal suono inarticolato alla sillaba, dal riso al pianto e al canto, dall`afasia a modelli di inflessione derivati da lingue specifiche: l`inglese e l`italiano della radio, l`ebraico, il dialetto napoletano, ecc. Visage non propone dunque un testo e una lingua significanti in quanto tali, ma ne sviluppa le sembianze». E così si espresse Tim Buckley, che partì da quell'ascolto per dare vita al suo capolavoro "Starsailor": «Devi sentire questa cantante, Cathy Berberian. Canta due pezzi di Berio, Thema (Omaggio A Joyce) e Visage. Bofonchia, borbotta, sospira, ulula, sputacchia, urla, strilla, piange, geme... Ancora non lo sai ma è questa la musica che stai cercando».
Abbey Lincoln (nata Anna Marie Wooldridge nel 1930) è chiaramente stata influenzata da Billie Holiday, ma rappresenta a sua volta un forte punto di riferimento per le cantanti jazz che gli sono succedute. I suoi dischi usciti a cavallo fra gli anni `50 e gli anni `60 sono tutti raccomandabili e vedono la presenza di grandi del jazz in veste di accompagnatori (Eric Dolphy, Mal Waldron, Booker Little, Coleman Hawkins, Max Roach...). Ma è “We Insist! Freedom Now Suite” di Max Roach, col quale contrarrà anche un matrimonio, ad essere uno dei pezzi da novanta di quel jazz che in qualche modo anticipò la rivoluzione della New Thing. In buona parte dei brani la voce si distende in lamenti, urla e preghiere, invocando la libertà per una nazione schiavizzata e martorizzata. Patty Waters, qualche anno più tardi, terrà conto di queste pagine scritte col sangue, e lo stesso avverrà alla più immatura e grossolana (ma comunque pregevole) Linda Sharrock (Linda Chambers, 1947). Di quest`ultima sono consigliati un po` tutti i dischi realizzati con il gruppo del marito, il chitarrista Sonny Sharrock (“Black Woman”, “Monkey-Pockie-Boo” e “Paradise”).
Patty Waters (1946) ha publlicato pochissimi dischi, ma gli oltre dieci minuti di Black Is the Color of My True Love`s Hair (da “Patty Waters Sings” del 1965) bastano e avanzano a catapultarla di diritto nella storia delle cantanti più innovative di tutti i tempi. E` anche vero che una rondine non fa primavera, ma questo è uno splendido uccello del paradiso. Con nel sottofondo l'accompagnamento di un trio piano-basso-batteria la Waters inizia a cantare questa melodia (si tratta di un brano folk proveniente dalla tradizione degli Appalachi) in modo soffuso, ma poi si concentra sulla parola black che viene ripetuta e trasformata in un urlo che si fa sempre più straziante, ed è impossibile non credere che un episodio così sommerso abbia influenzato prime donne come Yoko Ono e Diamanda Galas. Così se le sue strida paiono influenzate da quelle di Abbey Lincoln, è pur vero che il suo canto di gola esce dalle modalità del canto alla Billie Holiday per proporsi a sua volta quale punto di riferimento. Dopo quel disco, e dopo un altro lavoro registrato durante alcune date concertistiche, la cantante scomparve di scena per riapparirvi solo in tempi recenti, riscoperta e mitizzata dalle generazioni più giovani ma incapace di aggiungere alcunchè di nuovo a quella sua pagina storica.
Jeanne Lee (1939-2000) non si allinea alla tradizione Billie Holiday - Abbey Lincoln e propone un vocalismo più delicato e surreale che si dice sia stato influenzato soprattutto dalla peruviana Yma Sumac e, nel suo privilegiare i colori al pathos, appare essenzialmente come una figlia legittima del grande Duke Ellington. In “Conspiracy” (1974), con accompagnatori del calibro di Sam Rivers, Gunter Hampel, Perry Robinson e Steve McCall, si mostra svincolata totalmente dalle atmosfere torride della new thing e prossima a quel modo tutto particolare di intendere l`improvvisazione che stava facendo la fortuna dei più intraprendenti musicisti chicagoani. E soprattutto nei brani in cui si sente solo la sua voce, sia scempia sia raddoppiata o triplicata tramite la tecnica della sovraincisione, il suo modello riesce a svincolarsi nel modo più autorevole possibile dalla tradizione jazz per abbracciare il credo di una nuova vocalità prossima a nomi come Joan La Barbara o Meredith Monk, che però avevano raggiunto lo stesso traguardo seguendo un altro percorso. La si può ascoltare anche in "The Newest Sound Around" con Ran Blake, in “After Hours” con Mal Waldron, in "Blasé" di Archie Shepp, in buona parte dei dischi pubblicati dal suo compagno Gunter Hampel e nei lavori di numerosi altri musicisti.
Ben più oscura è la figura di Rita Francis Warford, eppure è stata per anni la cantante nell'orchestra dell'AACM di Chicago, che rischia di precipitare nel dimenticatoio più profondo. Fra le pochissime tracce lasciate a memoria della sua grandezza c'è “Forces And Feelings” (1970) a nome di Kalaparusha Maurice McIntyre, nel quale compare come Rita Omolokun (Worford). La sua vocalità è fluida e misticheggiante e sembra seguire d'appresso la scia lasciata dal sassofono di Coltrane o dalla Abbey Lincoln più eterea. Una voce celestiale che merita d'essere conosciuta nonostante sia vissuta ed abbia agito in una specie di totale isolamento.
Quello di Julie Driscoll (1947) è un percorso straordinario attraverso i sentieri della musica, che inizia con l`occuparsi del fan-club degli Yardbirds. E` così che il talent scout Giorgio Gomelsky, all`epoca manager del gruppo, si accorge del suo talento e decide di indirizzarla verso una carriera di cantante soul. A questo periodo risalgono le collaborazioni con gli Steampacket e Brian Auger. In breve tempo rompe gli argini e deborda nei territori della libera improvvisazione diventando un punto di riferimento negli ambienti sperimentali inglesi. Risale a quei primi approcci con il mondo della new thing britannica il matrimonio con il pianista Keith Tippett e la conseguente trasformazione in Julie Tippetts. Il suo vocalismo si fa sempre più dilatato andando a raccogliere influenze presso le culture sciamaniche, la musica blues, gli assoli degli strumentisti jazz, ma anche nei più familiari gemiti di un orgasmo o nella scomposizione dello spelling. La sua discografia è dispersa, dispersiva e, in buona parte, cronicamente fuori catalogo. Per l`aspetto più legato alla forma canzone sono comunque da ascoltare i dischi con Brian Auger (soprattutto “Open” e “Streetnoise”) e quelli a suo nome (“1969” e “Sunset Glow”), mentre per quanto riguarda l`ambito che qui più ci interessa mi soffermerei in particolare su "Blueprint" (1972) di Keith Tippett, “Ovary Lodge” (1975) dell`omonimo quartetto, “Birds Of A Feather” (1972) dello Spontaneous Music Ensemble e “Voice” (1976) di un quartetto vocale con Maggie Nichols, Phil Minton e Brian Eley. E ancora, in seguito, tutti i dischi con il marito (sia quelli in duo - i due “Couple In Spirit” - sia quelli con altri musicisti), con la Company (“Epiphany”), con Harry Miller (“In Conference”) e con Maggie Nichols (“Sweet and S'ours”).
Joan La Barbara (1947) è la voce per eccellenza della musica contemporanea di derivazione non jazzistica, e lo dimostrano le sue interpretazioni su partiture di Cage, Morton Subotnick, Steve Reich, Lou Harrison, Morton Feldman (lo splendido "Three Voices for Joan La Barbara") e altri. Sia attraverso la padronanza di tecniche come la respirazione circolare, sia attraverso l'utilizzo di forme protoelettroniche come il nastro magnetico ha dato dimostrazione di una estrema originalità nell'utilizzare la voce alla stregua di un pittore che usa i suoi colori. Dischi dove presenta sue composizioni, quali “Voice Is The Original Instruments” (1976) e “Reluctant Gypsy” (1980), sono assolutamente imprescindibili per chiunque è interessato a conoscere l'evoluzione della sperimentazione vocale. Tutta la sua carriera è comunque costellata di materiali altamente qualitativi ed anche in tempi più recenti s'è distinta con ottimi lavori come lo sono "Sound Paintings" e "Shamansong".
Di Meredith Monk (1942) probabilmente saprete già tutto, trattandosi di una delle artiste più celebrate degli ultimi 40 anni e della voce più vicina a quello che fu il movimento minimalista. Oltre che come sperimentatrice vocale è anche apprezzabile come strumentista, compositrice e leader di suoi progetti e/o ensemble. Le sue prime quattro realizzazioni - "The Key" (1977), “Songs From the Hill / Tablet” (1979), "Dolmen Music" (1981) e "Turtle Dreams" (1983) - sono presenze imprescindibili in ogni discografia che si rispetti, soprattutto le prime due che contengono rispettivamente alcune registrazioni dei primi anni '70 relative al suo 'invisible theater' e il ciclo di cantate per sola voce dedicato alla cultura indigena delle mesas ("Songs From the Hill").
Demetrio Stratos (Efstratios Demetriou, 1945-1979) fa indubbiamente parte della mitologia della musica contemporanea, avendo inserito le sue esperienze di sperimentatore come cunei all'interno di un'onorata carriera rock, dapprima con i Ribelli (gruppo orientato verso il soul - r & b) e poi con gli Area (probabilmente la più grande band progressive di tutti i tempi). Nato in Egitto, dove passa buona parte dell`infanzia, cresce ascoltando quelle voci arabe e mediorientali (come Om Kalsoum) che rappresenteranno poi una delle principali influenze nella sua evoluzione artistica, chiaramente accanto a quelli che sono i grandi cantanti della musica jazz (Leon Thomas in particolare) e alle tecniche vocali di tutta la musica orientale. Infine si avvicina, e viene avvicinato, da un grande della musica contemporanea come John Cage, con il quale collabora a più riprese. La sua grande estensione e potenza vocale lo portano a raggiungere risultati incredibili e, come ricercatore di nuove soluzioni timbriche e di composizione/scomposizione del linguaggio, ha lasciato due dischi a dir poco seminali: “Metrodora” (1976) e "Cantare la voce" (1978) dove, oltre a estremi esempi di padronanza tecnica quali Segmenti, Mirologhi, Diplofonie, Triplofonie, Flautofonie e oltre a un grumo di voci come Le Sirene, si apprezzano anche scherzi giocosi e scioglilingua tipo Metrodora e Criptomelodie infantili.
Tim Buckley (Timothy Charles Buckley III, 1947-1975) è sicuramente fra le voci da conoscere, anche se le sue velleità di sperimentatore vocale nascono e si annullano nel solo “Starsailor” (1970). Quel disco rappresenta però ancor oggi il miglior esempio di sperimentazione vocale applicata alla forma canzone.
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