“Maria Monti e i contrautori” (1972)    di e. g. (no ©)





"Maria Monti e i contrautori" non è un vero e proprio disco cantautorale, seppure le canzoni che contiene lo siano, in quanto l'autrice ha scritto solo il primo e l'ultimo dei dieci pezzi che vi sono contenuti, mentre per il resto ha fatto affidamento su roba scritta da altri. Ma più motivi consigliano di inserirlo in questa lista dei 20 inprescindibili.
Andiamo con ordine.
Maria Monti (vero cognome Monticelli) arriva da lontano. Già nel 1955 lavorava come attrice nella compagnia di Ugo Tognazzi e Lauretta Masiero. Nel 1960 firmò la celebre canzone Non arrossire insieme a Giorgio Gaber che, all'epoca, era anche il suo compagno. Sempre con Gaber partecipò al festival di Sanremo del 1961 con Benzina e cerini scritta da Enzo Jannacci, autore che in seguito interpretò ancora con Me disen Madison. A questo periodo risale anche lo spettacolo "Il Giorgio e la Maria", sempre con Gaber, mentre altre canzoni che cantò in quei primi anni '60 sono La balilla, Zitella Cha Cha Cha e Non sono bella. Poi avvenne la separazione da Gaber, ed è qui il caso di fare due osservazioni. Innanzi tutto sembra che Gaber sia sempre rimasto piuttosto legato a quel rapporto ed alla figura della Monti, è infatti difficile credere che quando, qualche anno dopo, scrisse Chiedo scusa se parlo di Maria la scelta del nome di cui parlare fosse semplicemente casuale o legato alla metrica (Chiedo scusa se parlo di Maria / non del senso di un discorso, quello che mi viene / non vorrei si trattasse di una cosa mia / e nemmeno di un amore, non conviene. / Quando dico "parlare di Maria" / voglio dire di una cosa che conosco bene / certamente non è un tema appassionante / in un mondo così pieno di tensione / certamente siam vicini alla pazzia / ma è più giusto che io parli di / Maria la libertà / Maria la rivoluzione / Maria il Vietnam, la Cambogia / Maria la realtà). In seconda battuta ho idea che fra la Monti e la nuova compagna di Gaber (Ombretta Colli) sia volata anche qualche frecciata, nel 1965 la prima pubblicò infatti un singolo con una vecchia canzone popolare pugliese intitolata Com'è bello lu prim'ammore e la Colli sembrò rispondere qualche anno dopo con un suo singolo che comprendeva Lu primmo ammore (si tratta della stessa canzone) e, nel lato B, Dimenticarmi vorrei. Non ci metterei una mano sul fuoco, ma tutto questo ha l'aspetto della piccola polemica.
Nella seconda metà degli anni '60 la Monti collaborò (anche nel teatro) con personaggi di grosso spessore artistico e intellettuale quali Carmelo Bene, Sylvano Bussotti e Paolo Poli, frequentò l'ambiente del cabaret milanese e cambiò repertorio musicale dedicandosi alla rilettura di canzoni della tradizione popolare e politica italiana o all'interpretazione di quelli che lei stessa in seguito definirà come 'contrautori' (Fausto Amodei e altri) pubblicando i dischi "Le canzoni del no", che venne censurato e ritirato dal mercato perché conteneva brani troppo esplicitamente antimilitaristi, "4 canzoni della resistenza spagnola", "Canzoni popolari" e "Le canzoni del diavolo".
È nel contesto di questa esclation verso forme sempre pù politicamente impegnate che, nel 1972, prese forma "Maria Monti e i contrautori", disco che lascia intravedere anche un certo interesse verso la sperimentazione sonora.
C'erano già state delle grandi interpreti, come Mina e la Vanoni, sempre attente al mondo dei cantautori e pronte a riprenderne alcune delle canzoni più significative. Ma una cosa era rifare canzoni famose di autori altrettanto famosi e un'altra cosa era, come fece la Monti, presentare brani oscuri di autori pochissimo conosciuti dal grande pubblico. E, inoltre, la Monti non organizzò il disco come una raccolta di canzoni altrui ma come qualcosa di molto organico, e concepito con coerenza, tanto da farlo apparire complessivamente come un'opera tutta sua.
Il disco, soprattutto, tende a valorizzare quegli autori più politici, i contrautori, ai quali abbiamo accennato nel nostro articolo, e rappresenta quindi un buon veicolo per conoscere quel mondo spesso sommerso, parallelo a quello dei cantautori più conosciuti e, in qualche modo, in grado di influire considerevolmente su alcuni di essi.
Ad accompagnare la cantante c'erano due grandi strumentisti di estrazione blues, Luca Balbo e Gianfranco Coletta, entrambi impegnati a sperimentare sulle corde della chitarra. Il primo stava cercando di riprodurre sulla sei corde il suono delle launeddas sarde mentre il secondo aveva un eccellente background per essere stato prima l'altra metà dei Chetro & Co (in assoluto uno dei più grandi gruppi psichedelici italiani, purtroppo autore di un solo 7 pollici) e poi comparsa in una primitiva formazione del Banco.
Gli autori proposti dalla Monti rappresentavano un po’ i fermenti presenti in tutta la penisola, a partire dal torinese Mario Pogliotti autore di È fatto giorno, esponente di quel Cantacronache al quale abbiamo già accennato in un'altra sezione di questo articolo. Ci sono poi Gualtiero Bertelli (del Nuovo Canzoniere Veneto) con Nina ti te ricordi, Gianni Nebbiosi (psichiatra romano vicino a Giovanna Marini e al Canzoniere del Lazio) con Il numero d’appello, Ivan Della Mea (milanese adottivo ma nato a Lucca) con O cara moglie, Antonio Infantino (nato a Sabaudia, ma poi sempre in movimento per l'Italia e per il mondo, improvvisatore che «non canta mai una canzone nella stessa maniera» e fondatore de I Tarantolati di Tricarico) con Cantico delle creature e, infine, il romano Paolo Pietrangeli con Il figlio del poliziotto. Accanto a quelle di simili baluardi della tradizione ‘politica’ italiana trovavano posto anche canzoni dello statunitense Phil Ochs (Non è solo un caso, in origine There But For Fortune) e del cubano Silvio Rodriguez (Parole).
Ma è bene concentrarsi sulle due canzoni scritte dalla stessa Monti, I fili della luce e soprattutto L’armatura, che hanno una forma teatrale, con inserti parlati ed altro, prossima a quanto andava contemporaneamente facendo il suo ex compagno Giorgio Gaber. L’armatura, anche per i contenuti, fa sicuramente pensare a canzoni come Lo shampoo o C’è solo la strada, e sembra quindi che Gaber e la Monti abbiano continuato ad influenzarsi a lungo, anche se mi è impossibile dire chi dei due ha influenzato l’altro.
In seguito Maria Monti pubblicò poche altre cose, comunque sempre di qualità (“Il bestiario” del 1974 e “Muraglie” del 1976), spostandosi anche in territori più sperimentali e collaborando, oltre che con i soliti Balbo e Coletta, anche con Alvin Curran, Steve Lacy e Roberto Laneri. Particolare rilievo (per il nostro articolo) lo rivestì un disco registrato in concerto durante un festival dell’Unità - “Bologna 2 Settembre 1974”, che sembra essere un po' modellato sul celebre "June 1, 1974" con Brian Eno, Nico, Kevin Ayers e John Cale uscito solo poco tempo prima - questo perché la vide dividere il palco con Lucio Dalla, Francesco De Gregori e Antonello Venditti.
Non sarebbe corretto chiudere questa parentesi senza ricordarne l'attività come attrice (nel teatro e nel cinema) che la vide, tra l’altro, presente nel cast di “Giù la testa”, “Novecento” e “Gran bollito”.
Il panorama cantautorale italiano ha quindi avuto anche una sua ‘femme fatale’, allo stesso modo in cui per il rock decadente ci fu Nico e per la musica francese Brigitte Fontaine.