claudio rocchetti    
intervista di di e. g. (no ©)

[potete leggere una breve presentazione del marchio discografico Musica Moderna, pubblicata in contemporanea con questa intervista, al link www.sands-zine.com/articoli.php?id=4039]



Claudio Rocchetti è uomo di poche parole. Le sue risposte sono secche, incisive ed essenziali. Claudio Rocchetti, al contrario, suona molto. È uno degli sperimentatori sonori italiani più richiesti, probabilmente perché sa rapportarsi al pubblico e all’ambiente in cui suona e non si risparmia mai. Le sue performance sono sempre molto coinvolgenti e l’olezzo del sudore si sente da lontano un miglio. Claudio Rocchetti è un performer che non ha nulla da invidiare, per presenza fisica, alle più agguerrite compagini rock.
Anche discograficamente è molto ricercato e ha pubblicato su alcune delle più importanti etichette indipendenti italiane dedicate alla musica sperimentale (Wallace, Bar La Muerte, SmallVoices, Die Schachtel, Boring Machines….). Il suo ultimo disco, “Pointless Vanishing Point”, è un 12” inciso su un solo lato edito da Holidays Records.
Si tratta di un lavoro dai toni molto pacati, riflessivi e rarefatti che è quasi difficile attribuire all’incendiario performer di cui s’è scritto solo qualche riga poc’anzi. Ma Rocchetti, d'altro canto, è stato sempre ben attento a tenere separata la dimensione di studio da quella concertistica (quest’ultima è comunque documentata nell’ottimo CD “Every Live Is Problem Solving” pubblicato nel 2011 per Silentes).3/4_Had_Been_Eliminated
Tutto ciò per quanto riguarda l’attività solista, dacché ce n’è un’altra altrettanto importante e essenziale in formazioni quali ¾ Had Been Eliminated (con Stefano Pilia, Valerio Tricoli e Tony Arrabito), Olyvetty (con Riccardo Benassi) o In Zaire (con Stefano Pilia, Alessandro De Zan e Riccardo Biondetti).
Inoltre, da tre anni a questa parte, ha dato avvio insieme a Matteo Castro all’interessante marchio discografico Musica Moderna.
Quasi tutte cose di cui parliamo nell’intervista che segue.
(In un paio di occasioni è stato coinvolto anche Matteo Castro, i suoi interventi sono comunque segnalati e stigmatizzati all'interno di []).


In passato, anche quando i musicisti che t’erano più vicini avviavano piccole etichette discografiche, non ti eri mai impegnato in tal senso mentre adesso, dopo che molti sembrano aver tirato i remi in barca, ecco che esci allo scoperto con Musica Moderna… perché?
Il processo che sta dietro ad una produzione è piuttosto complicato ed impegnativo, se fatto come si deve. Questa è stata la prima cosa a frenarmi. In passato ho sempre prodotto piccole cose con Tulip, ma più che un'etichetta quello di Tulip era un gioco tra amici. Per tentare di fare un'etichetta vera ho dovuto aspettare Matteo Castro (Kam Hassah, Lettera 22 e responsabile di Second Sleep). Ci si conosce da anni e da molto tempo volevamo fare qualcosa insieme, perché non tradurre le nostre passioni comuni e lavorare ad una nuova entità? Musica Moderna si differenzia dalle nostre altre cose soprattutto perché da sfogo a quello che interessa entrambi, dalle idee comuni a proposito di sound art, field recordings, poesia sonora e cura della visione generale delle produzioni.

Musica Moderna è una definizione piuttosto forte… come va interpretata?
È un nome che racchiude lo spirito dell'etichetta. È in italiano, ma facilmente internazionale, racchiude in sé il desiderio di collocarsi nella scia della storia e della visione italiana della musica sperimentale (una sorta di tributo). Ma è anche già antiquata nel suo essere futuristica, Moderno è il vecchio che si ripresenta. Anche la grafica, ripetuta e sempre uguale (tranne che per il colore), va in questa direzione. Essere nuovi e antichi allo stesso tempo.

A proposito della grafica, che trovo molto azzeccata e incisiva, vuole semplicemente proporre un’idea di minimalismo o c’è anche un richiamo al movimento pittorico-architettonico De Stijl?
L'idea grafica è nata da un confronto comune, ma è tutto merito di Matteo.
[Matteo: io e claudio volevamo qualcosa che dal punto di vista grafico fosse fortemente identitario, un concept per il quale bastasse un semplice colpo d'occhio perché un uscita fosse associata all’etichetta ho preparato questa serie di moduli intercambiabili… formati da semplici quadrati che trovano varie combinazione in base al formato dell’uscita… dal punto di vista personale la grafica di musica moderna è l’antitesi di quanto propongo con Second Sleep in cui a farla da padrone sono principalmente collage astratti molto complessi, l’idea poi di creare un archivio sonoro anche di cose che prettamente non lo sono, richiede questa sorta di catalogazione pulita e funzionale.]

«Essere nuovi e antichi allo stesso tempo», scrive Rocchetti…..
È in questa ottica che state utilizzando un supporto come la musicassetta che sembrava destinato a scomparire?

[Matteo: Non direi... almeno non per me.
Non vedo la cassetta come un formato legato al passato... ci ascoltavo le favole in cassetta... poi le mixtape metal, i demo punk e poi i dischi di elettronica sperimentale… direi che semplicemente non mi ha mai abbandonato. Compro principalmente e indistintamente musica su vinile e cassetta, mi è semplicemente naturale lavorare su questo formato per quanto mi riguarda l’essere nuovi e antichi allo stesso tempo ha più a che fare con la proposta musicale che non con il formato su cui viene pubblicata, esperimenti sonori con i tubi catodici per me trovano ragione di essere studiati e registrati tanto 50 anni fa quanto ora.]
Sono d'accordo con Matteo, anche per me la cassetta è sempre stata una presenza costante, ed uno strumento di lavoro versatile e molto ricco. Ovviamente poi c'è un certo gusto che sta dietro a questa scelta, ma è figlio della nostra visione sulla musica in generale, più che una cosa deliberata.

Mi sono sempre interessato di musica stando da una parte sola della barricata, quella dell'ascoltatore, senza occuparmi mai di registrazioni, produzioni, eccetera..., e posso ben dire di non capirci niente. Premesso questo provo però curiosità nel capire come viene deciso su quale supporto pubblicare una registrazione, si tratta solo di attenersi ai desideri del musicista o ci sono dei parametri che consigliano di utilizzare la musicassetta invece del vinile o quest'ultimo invece del CD, e viceversa?
Il supporto nel nostro caso è fondamentale ed influenza il contenuto. Spesso chiediamo ad un musicista un lavoro per un formato specifico, oppure discutiamo insieme a lui la strada da percorrere. I parametri possono essere tecnici, di pura resa sonora, oppure filosofici, più relazionati al percorso della persona con la quale collaboriamo. In ogni caso di solito è il primo passo della collaborazione con l'etichetta, scegliere il formato.

Molti musicisti aprono un’etichetta discografica per pubblicare i propri lavori; tu non hai mai avuto grandi problemi in tal senso e Musica Moderna sembra destinata a produrre i lavori di musicisti che ti (vi) sono vicini o che comunque apprezzi…. E comunque con “The Fall Of Chrome”, l’unico pezzo del catalogo che porta la tua firma, hai fatto uno strappo alla regola pubblicando la cosa più significativa dell’etichetta… uno di quei lavori che, per me, entra di diritto nel novero delle migliori opere concettuali…. Puoi parlarcene?
Infatti, Musica Moderna è fondata sull'idea di musica che condivido con Matteo. Abbiamo piani ben precisi per il futuro. È anche vero che questi non escludono nostri lavori o collaborazioni, ma queste dovranno essere uscite da Musica Moderna.
Ti ringrazio molto delle parole che spendi per “The Fall”. Come dico nell'introduzione il tutto è nato in un momento di stallo. Dopo parecchi anni di sperimentazione attorno ai nastri mi sentivo scarico, senza stimoli. Allora ho pensato di parlarne con amici che usano gli stessi mezzi e dalle prime chiacchiere sono subito emersi elementi interessanti e punti di vista molto differenti. A questo punto mi è venuto naturale allargare il tutto e chiedere a colleghi e amici di parlarmi del loro lavoro con le cassette. Non tanto per fare il punto della situazione, ma per potersi immergere in un flusso davvero mobile e variegato. Ho scoperto che ognuno di noi viene da esperienze incredibilmente varie, con tecniche e approcci diversissimi.Olyvetty_a_Netmage
Mentre per la composizione allegata ho compiuto il processo inverso, applicando le mie solite tecniche a materiali completamente casuali (come le cassette trovate), aggiungendo ulteriore casualità nell'atto di duplicare il pezzo sulle tape originali (di durata e qualità diversa) facendo interagire il pezzo con i materiali primitivi. Si può tranquillamente affermare che esistono 300 versioni differenti del pezzo.

Il tuo ultimo disco, uscito per Holidays Records, mi sembra invece un lavoro molto pacato che prosegue nella strada già sperimentata con “Another Piece Of Teenage Wildlife”….
Pacato forse sì, ma con il tentativo costante di avere una certa tensione. Non importa se narrativa o dinamica.
Direi che la direzione delle mie cose in solo è abbastanza uniforme negli ultimi anni. Andando avanti per accumulazione e stratificando, non ci sono stati grossi scossoni tra un disco e l'altro, anche se poi ascoltando i pezzi di "Teenage" e confrontandoli con "Vanishing Point" vedo più similitudini rispetto a "The Carpenter". I tempi sono dilatati, c'è una densità che non avevo da tempo e anche un gusto per la bizzarria, in un certo modo. Tra poco dovrebbe uscire "Some Songs" per Backwards che invece è una sorta di appendice di "The Carpenter", è una raccolta di canzoni brevi e semplici.

Comunque hai sempre tenuta ben distinta la dimensione dei dischi da quella dei concerti, e anche questi ultimi cerchi di renderli conformi alla situazione e alla struttura degli ambienti in cui ti esibisci?The_Carpenter
Assolutamente, in ogni live cerco di relazionarmi il più possibile con lo spazio, il tipo di impianto, la situazione o anche con eventuali live presenti nella stessa serata. Il concerto è sempre più rischioso, per definizione, cerco solo di spingere in quella direzione. Renderlo instabile mi avvicina a quella che ho sempre creduto fosse la via più stimolante all'improvvisazione, l'imprevedibilità e l'incertezza. Poi ci sono occasioni particolari dove il tutto è più stabile e installativo ad esempio. Oppure altre collaboro con musicisti o danzatori e quindi bisogna adattarsi e rimodellare il suono seguendo indicazioni specifiche.
In ogni caso cerco di differenziare il lavoro su disco da quello live, per questo con "Every live is problem solving" ho iniziato a pubblicare delle testimonianze di concerti.

La tua esibizione migliore, fra quelle che ho visto, è stata presso Oblomova di Napoli… L’ambiente era piccolissimo, il pubblico era pressato e faceva quasi corpo unico con te, molti erano dovuti restare nella stanza accanto e qualcuno addirittura fuori in strada… C’era una fisicità impressionante, una tensione palpabile, potevi veramente toccarla, e la tua performance è stata veramente selvaggia… così mi sono convinto che quella situazione ti era particolarmente congeniale… cosa ne pensi?In_Zaire
È uno dei principali obbiettivi dei miei live, connettermi con le persone presenti e anche attraverso le particolarità dello spazio spingere al massimo le possibilità. Questo comporta spesso prendere rischi e tentare di rompere gli schemi che solitamente guidano l'improvvisazione. Quella sera in effetti c'era un'ottima comunicazione tra me e le persone presenti, di solito preferisco gli spazi delimitati e raccolti (come Oblomova), proprio perché mi permettono di scaricare la tensione direttamente addosso al pubblico.
Creare deviazioni improvvise, risolvere problemi e cercare nuove vie. Sostanzialmente i miei live sono fatti di questi tre elementi.

Sul palco con i ¾, invece, ti ho visto sempre piuttosto posato.... era una reazione alla baldanza degli altri oppure eri inibito dal non essere il solo protagonista?
Soprattutto all'inizio l'esperienza live dei 3/4HBE era essenzialmente una lotta tra le nostre tre differenti dimensioni. Con un alto tasso di sperimentazione, improvvisazione pura e un continuo mettersi in discussione. Quindi va da sé che la situazione era molto diversa rispetto al solo. In quel contesto preferivo rimanere in ascolto e fare spesso da legante tra Valerio e Stefano. Quando c'era anche Toni Arrabito alle percussioni la cosa poi si complicava ulteriormente, aprendo ulteriori scenari.
Direi che nei 3/4HBE il ruolo di protagonista era occupato da una certa follia di fondo. La sensazione di non essere mai al sicuro, pur essendo all'interno di un flusso costante di idee e musica autenticamente sperimentale. Era un continuo sfiorare abissi e riaffiorare su vette altissime, che non avremmo mai raggiunto singolarmente.

Organizzare eventi in Italia è sempre più difficile, da una parte c'è un impoverimento generale (sia economico sia culturale) e dall'altra mille balzelli che rendono problematica qualsiasi iniziativa (Alessandro che organizzava delle cose ad Arezzo, e più volte aveva fatto suonare anche te, ha dovuto per esempio cessare tutto perché messo sotto pressione dalla SIAE)... Tu da tempo vivi in Germania, sai dirmi se anche da quelle parti si respira la stessa aria?
Credo sia difficile organizzare un certo tipo di cose un po' ovunque. Per esempio in Germania c'è la Gema, che è in tutto e per tutto uguale alla Siae. Chi afferma il contrario non conosce le dinamiche del diritto d'autore o racconta barzellette. Per il resto immagino che purtroppo la crisi economica abbia colpito molte realtà italiane. Anche se devo dire che nel mio ultimo tour italiano in solo (13 date in 15 giorni), ho incontrato persone nuove in posti nuovi. Mi è parso che in alcuni casi la necessità sia realmente diventata virtù.

Però è innegabile che il trasferimento in Germania vi ha aperto, a te e ad altri, molte più possibilità di quelle offerte dall’Italia. Ho l’impressione che là vi sia più attenzione per la cultura, e per la musica in particolare, magari derivata dal fatto che fra gli eroi nazionali tedeschi ci sono Bach, Beethoven e Wagner…. Cosa ne pensi, anche in base alla tua esperienza?
Certo, la realtà qui è variegata e c'è un respiro internazionale che in Italia soprattutto qualche anno fa mancava. Ma non vorrei nemmeno sminuire quello che in Italia c'è. Vedo sempre posti nuovi e facce nuove, non è poco. Poi ovviamente io parlo soprattutto dal punto di vista di certa musica sperimentale... La cosa che manca rispetto alla Germania è il rispetto (sopratutto istituzionale) per la musica e l'arte in generale. In Germania è vista come una risorsa, anche economica, non come qualcosa di superfluo o fastidioso.

Minchia!!!! E ti sembra poco…
Tu sei notoriamente uno dei musicisti che suonano di più… sei in grado di quantificare i concerti che fai in un anno?

Dipende dai periodi, di solito faccio un anno più in studio e l'anno seguente più in giro a suonare. Mettendo insieme tutti i progetti direi che faccio una media di 50 concerti all'anno...
Pointless_Vanishing_Point
Tra i vari paesi in cui sei stato a suonare c’è la Cina…. In molti ne parlano come della nuova frontiera, confermi tali impressioni e, in ogni caso, quale idea ti sei fatto?
L'esperienza cinese, fatta insieme a Klaus Janek, è stata molto particolare. Piena di difficoltà, logistiche e linguistiche in primis, ma anche di scoperte e momenti importanti. C'è un fermento particolare, c'è voglia di fare e scoprire... ma non credo si possa riconoscere una scena o un movimento vero e proprio. Abbiamo incontrato persone straordinarie come Dennis Wong, Goh-Lee Gwan, Li Zenghui e molti altri, ma l'impressione principale e che tutto sia ad un livello molto embrionale. Molto spesso i musicisti che incontri paiono naif nel loro voler essere europei, altre volte sono semplicemente straordinari, ma staccati dalla realtà e senza molte possibilità di suonare o relazionarsi con altri musicisti.
Il tour in ogni caso è stato memorabile, e mi pare che sia accaduto un secolo fa, anche se era solo il 2011. Immagino che se dovessi tornarci ora vedrei sicuramente molti cambiamenti sostanziali...

A chi ti sei affidato per il tour, come hai fatto a stabilire i contatti e fissare le varie date?
In Cina la rete di contatti non è molto estesa. Prima di partire conoscevo solo Yan Jun, che ha organizzato direttamente le date di Pechino, poi grazie a lui e ad altre persone si sono mosse le altre cose. Quindi niente booking ufficiale o simili... solo il buon vecchio DIY.

In Russia andai in quello che la guida segnalava come il negozio di dischi più fornito di San Pietroburgo e rimasi stupefatto perché c’erano pochissimi CD originali, mentre la maggioranza erano delle copie masterizzate in formato wave o mp3…
Hai notato se in Cina funziona allo stesso modo?

In Cina la situazione è molto simile. C'è una sorta di mercato di bootleg autorizzati nei negozi e nelle distro, figurati che molti gruppi fanno loro stessi delle versioni economiche in cd-r dei dischi da vendere durante le date.
Il prezzo medio di un cd ai live è di 3euro circa... quindi puoi immaginare che è impossibile vendere cd originali e men che meno vinili!

Qualcuno, non ricordo chi, ha definito la critica come «un ente inutile»... Io non amo definirmi tanto un critico quanto un appassionato ma, nonostante ciò, non sono così drastico... certo è che la critica si basa su dati ormai acquisiti e va in crisi di fronte alle tecniche e alle musiche veramente nuove e innovative. Tu cosa ne pensi? Come si fa a distinguere il musicista innovativo dal millantatore?Olyvetty:_As_All-Encompassing_As_A_Hole
Per quanto riguarda la critica credo sia importantissima, un elemento per comprendere le cose che ci circondano, modellare e formare idee e così via. Quindi credo l'esatto contrario. Per la questione invece del riconoscere la qualità in mezzo al mare delle proposte, posso dire che a volte risulta difficile. Bisogna scavare molto e conoscere anche molto bene la musica e i suoi momenti/movimenti etc. È un lavoro complesso, dove gli errori sono sempre dietro l'angolo.

Ma non credi che con lo sviluppo della rete, dove ognuno può ascoltare di tutto e poi decidere autonomamente cosa veramente gli interessa, il ruolo del critico come guida venga meno per lasciare il posto a quello del corretto informatore?
Credo che la figura del critico sia più centrale che mai. Anzi proprio per questa sovrabbondanza di informazioni è cruciale avere gli strumenti per selezionare, capire e non farsi travolgere dal fiume delle informazione e dai dischi da un giorno... Mentre credo invece che quello dell'informatore sia un ruolo che può saltare, in quanto chiunque con google e una connessione può raggiungere le varie enciclopedie del contemporaneo e i relativi file.

Mi pare che l'approccio delle nuovissime generazioni all'ascolto della musica stia cambiando radicalmente, seppure non riesca ancora a capire in che direzione stiamo andando, e la prima conseguenza di questi cambiamenti sembra portare a un innalzamento nell'età media di coloro che comprano i dischi e frequentano i concerti. Tu, che hai sicuramente una visione più ampia, hai notato lo stesso fenomeno?
Indubbiamente sì, è in atto un cambiamento straordinario che dobbiamo ancora comprendere appieno. Sono molto curioso di scoprire come e dove tutto questo porterà. Il fatto dell'innalzamento dell'età dell'acquirente medio penso sia dovuto semplicemente all'arretratezza di questi ascoltatori. Non è un fatto negativo, solo naturale.
I giovani sono nati musicalmente con la tecnologia, senza vinile o cassette e quando il cd stesso era già obsoleto.
Io faccio sicuramente parte delle persone che continuano a preferire l'oggetto e che comprano regolarmente dischi.
Vedremo dove tutto questo ci porterà!

Tornando a “Musica Moderna” qual è il sistema di diffusione che funziona di più: vendita diretta ai concerti, vendita diretta via internet o vendita attraverso negozi e/o distributori specializzati?
Nel caso di MM il sistema migliore è ancora quello dei distributori abbinato alla vendita diretta. Abbiamo organizzato alcuni showcase (ogni volta pensando e realizzando un'edizione speciale, cassetta poster o quant'altro). Vorremmo organizzarne di più, invadere temporaneamente nuovi spazi e lavorare sviluppando progetti site specific. I dischi ormai vanno diffusi in più modi possibili, nell'underground non esiste più per nessuno un solo metodo.

In passato molte etichette indipendenti sono fallite perché davano i dischi in conto vendita a distributori e/o rivenditori che poi non pagavano… esiste oggi lo stesso problema e, se esiste, lo superate magari non dando dischi in conto vendita?
Questo è uno dei problemi di aver a che fare con tirature limitate, poca distribuzione e così via. Ci si deve affidare all'onestà dei vari negozi o piccoli distributori (che di questi tempi peraltro sono degli eroi...). Io in passato ho avuto diversi problemi ed infatti tendenzialmente non lascio nulla in conto vendita.

Un aspetto interessante, a livello di distribuzione, consisteva nello scambiarsi materiali e inserirli nel proprio catalogo… veniva così a crearsi un’autentica rete distributiva… è un sistema che sta funzionando anche oggi?
In parte. Almeno io cerco sempre di scambiare quando posso e quando mi interessano i lavori che ci propongono. È anche vero che la sovrapproduzione ha incasinato anche quest'abitudine. Ora il rischio è riempirsi la casa di cose poco interessanti e invendibili...

E quali sono i paesi nei quali c’è maggior richiesta delle vostre edizioni?In_Zaire
Tendenzialmente finora direi Francia, Germani e Stati Uniti. Anche se gli ordini arrivano un po' da ovunque, per fortuna!

Scusa se insisto su questi aspetti tecnici, ma essendo tu sia musicista sia gestore di un piccolo marchio discografico potrebbero venirne fuori delle dritte utili a tutti coloro che operano nel settore...
Quasi sempre i musicisti si lamentano delle etichette discografiche, e nel caso delle piccole etichette indipendenti il motivo delle lamentele è solitamente di tipo economico… che tipo di rapporto c'è fra MM e gli autori dei lavori che vengono pubblicati?

L'economia, per come la si intende normalmente, è completamente assente nel caso delle piccole etichette di musica sperimentale. Chi dice il contrario, racconta baggianate. Di solito si viene pagati in numero di copie da vendere ai concerti etc. Alcune pagano la SIAE, e quindi dopo un anno arriva qualche soldo in proporzione alle copie stampate. Ma il vero compenso in questi casi è umano. Poter lavorare con persone che stimi, inserirsi in un catalogo che ti piace o che addirittura comprende alcuni dei tuoi eroi! Per esempio aver fatto dischi per Soleilmoon o per Die Schachtel mi riempie di orgoglio, anche solo perché condivido il catalogo con persone che mi hanno formato e che rispetto moltissimo. La stessa sensazione recentemente l'ho avuta con Holidays, leggere il nome di così tante persone che stimo, amici e colleghi, e poi ancora quelli di Ghédalia Tazartès o Bob Rutman, e far parte di quel catalogo è un modo per connettersi e lavorare che trovo immensamente gratificante.

Cosa pensi di quelle case discografiche che fanno pagare, in tutto o in parte, i costi di produzione ai musicisti stessi?The_Fall_Of_Chrome
Tendenzialmente è una cosa che non mi piace. Ovviamente il pagare tutto è ridicolo, ma a volte, in cambio di più copie, può essere anche vantaggioso trovare un accordo con l'etichetta. Questo vale per chi suona molto dal vivo. Nel mio caso è accaduta una cosa simile con Creative Sources, per esempio, anni fa. È una cosa che non ho più fatto, ma in quel momento mi sembrava una cosa giusta. Dipende molto dai casi, sia personali che di opportunità. Escluderei al 100% solo i casi in cui si debba produrre per intero o in parte troppo alta il disco, a quel punto non ha senso e mi pare anche eticamente molto discutibile.

L’esplosione del download, illegale o legale che sia, e la possibilità che internet da ai musicisti di rapportarsi con il proprio pubblico hanno sicuramente messo in crisi l’industria discografica. Come vedi il futuro di quella parte dell’industria discografica, sia di tipo multinazionale sia di tipo indipendente, che agisce puramente a scopo di lucro? E qual è il ruolo che etichette gestite da appassionati come MM possono svolgere all’interno di questa disgregazione?The_Fall_Of_Chrome
Il problema principale riguarda le etichette che cercano di fare vero business, siano esse indipendenti o meno. E non voglio entrare in nessuna polemica, credo sia solo un dato di fatto. Il digitale per queste realtà è solo una disgrazia. Per i musicisti dipende. Io non ho nulla contro chi scarica, purché lo faccia ad una qualità ottima, magari dedicando più di due minuti all'ascolto. Io non lo faccio, non mi piace, non mi interessa. Per situazioni come MM posso dirti che le tirature sono molto basse e che i nostri dischi trovano la loro strada, alcuni più lentamente di altri, ma ognuno di loro si fa spazio in un modo peculiare.

Forse non sono stato chiaro con la domanda…. Volevo chiederti se pensi che in questa crisi che colpisce il mercato dei dischi saranno soprattutto le etichette ‘professioniste’, e in particolare le grosse multinazionali, a rimetterci le penne, la qual cosa segnerebbe anche la fine di un’epoca, oppure se questa situazione colpirà anche la piccola produzione artigianale (o amatoriale, se preferisci chiamarla così…)? O invece pensi che la grossa industria troverà degli escamotage per restare in piedi, magari schiacciando le piccole realtà come la vostra, dal momento che chi detiene il potere e legifera riesce sempre a farsi delle leggi ad hoc?
Credo che si sia già in un'atmosfera da fine epoca. Purtroppo mi sembra che i più colpiti da download/streaming e compagnia bella siano i medio/piccoli. Le major, anche se in forte flessione, hanno già trovato altri sistemi per fare soldi... vedi nuova televisione (reality, canali satellitari etc), streaming a pagamento, ristampe infinite e avanti così. Quelli invece che rischiano veramente lavorando con l'underground lo fanno sempre meno, perché di questi tempi se fai un disco fatto bene spendi sempre di più e ne vendi sempre meno. Con il digitale non si batte un chiodo. E la proliferazione di cose free invece di arricchire e aprire possibilità crea confusione e impoverisce tutto attorno.
Rimangono nicchie che sono dure a morire, ma per il futuro davvero non saprei...

Anch’io la vedo nera, etichette alle quali ero particolarmente affezionato (come la Die Schachtel e la Absinth) non hanno pubblicato niente di nuovo da un lungo periodo…. Beh, tiremm innanz!The_Fall_Of_Chrome
In un’intervista con Bartolomeo Sailer s’è parlato di ‘crowd founding’, metodo da lui utilizzato per finanziare la produzione di un suo disco, e nei giorni scorsi Jacopo Andreini mi ha rigirato una e-mail nella quale una sua amica musicista chiede aiuto in tal senso… pensi che si tratti di un buon metodo a disposizione sia dei musicisti che intendono autoprodursi sia delle piccole etichette discografiche? E pensi che in futuro possa svilupparsi ulteriormente?

È uno strumento con il quale non mi sono mai confrontato. Potrebbe essere utile per alcuni progetti specifici, diciamo che mi fa ridere invece quando viene usato praticamente per farsi pagare le ferie. Non vorrei che diventasse lo strumento principe per le produzioni, proprio perché vorrei che fossero produzioni... Ci dovrebbe essere ancora un mercato (anche se minuscolo), me ne rendo conto, ma in realtà il crowd founding fa parte del mondo di internet, diciamo che è figlio dei tempi. Io mi sento di un'altra epoca.


All’epoca di iXem seguì le vicende di quell’associazione con interesse e passione, e fu in quell’occasione che presi contatto con vari musicisti fra i quali c’eri anche tu…. Cosa è rimasto di quell’esperienza e cosa ha rappresentato per te?
iXem è stata un'esperienza importante, grazie al forum ho preso contatto con la realtà italiana e conosciuto moltissimi musicisti che poi sono diventati amici e collaboratori. Durante il festival a Firenze si sono formati i 3/4HBE e sono germinate altre collaborazioni (con Belfi, Sigurtà e altri..).
Poi come tutte le cose aperte e frequentate da moltissime persone, anche molto differenti, tutto è scivolato pian piano nella chiacchiera, nelle polemiche sterili e via dicendo. È stata un'esperienza unica e molto formativa, ma mi ha anche insegnato che un format del genere è destinato ad avere vita breve. Ed in fondo è giusto così.

Non so se te ne ho sentito parlare o se lo hai scritto da qualche parte, mi sembra comunque di aver capito che la tua copia del CD-R che pubblicasti per S’agita, “But Speak Fair Words”, non è più ascoltabile. Fortunatamente, trattandosi di uno dei tuoi dischi che preferisco, la mia copia è ancora funzionante. Hai mai pensato di ristamparlo, visto oltretutto che venne distribuito in pochissime copie?3/4_Had_Been_Eliminated
In effetti è vero, il cd-r ha iniziato a deteriorarsi e l'ultima traccia sta scomparendo. È un processo che accomuna soprattutto i cd-r di vecchia generazione, non è detto che accada, ma può succedere. Quel disco mi appare lontanissimo, mi fa piacere che tu lo apprezzi, e forse varrebbe la pena tentare di farlo ascoltare a più persone... non saprei... certo se si presentasse una bella etichetta con un buon piano per la ristampa direi perché no?

Tornando a Musica Moderna, vedo che state dando spazio a nomi non certo conosciutissimi… a parte gli italiani, che abbiamo trattato su sands-zine in più occasioni, ci sono musicisti per me ignoti come Casas, Martinez e Meirino… puoi presentarceli?
Carlos Casas è un artista multiforme molto legato alla scena riconducibile a Codalunga e a Milano, come filmmaker è autore di alcuni lavori intensissimi e stupefacenti (vedi Cemetery per esempio), mentre il suono è un aspetto del suo lavoro ancora da sottolineare (www.carloscasas.net).
Israel Martinez l'ho conosciuto a Berlino. Abbiamo subito legato a livello umano, poi esplorando i suoi lavori per Aagoo mi sono reso meglio conto del suo valore come compositore. Con Matteo abbiamo immediatamente deciso di chiedergli un lavoro (www.israelm.com).
Francisco Meirino direi che è il più classico dei tre. È un buon mix tra scuola concretista francese ed eleganza compositiva. Molto potente, ma con un tutto particolare e raffinato (www.franciscomeirino.com).

Nell’ultimo CD pubblicato avete per la prima volta dato spazio a un lavoro di gruppo, mentre in precedenza vi eravate concentrati su attività soliste, questo è forse un primo passo verso un allargamento del catalogo di Musica Moderna?
In effetti tutte le nostre uscite, tranne “Tree”, erano lavori in solo. E a dire il vero non ricordo neppure se è stata una scelta conscia o un caso. All'inizio avevamo chiesto a Burkhard Beins di darci le registrazioni di “POR”, una sua installazione che avevo visto al Quiet Cue a Berlino. In effetti poi ci siamo accorti che sonicamente non funzionava e quindi Burkhard mi ha proposto il suo trio con Chris Abrahams e Andrea Ermke, “Tree” appunto. Ci è piaciuto molto e abbiamo deciso subito di pubblicarlo.

Avete già qualche idea o qualcosa di programmato per il 2014?
Per il 2014 l'idea è di produrre di più. Però per ora voglio anticipare solo il cd in solo di Antoine Chessex! Molto potente e sorprendente!

… e per Claudio Rocchetti quali sono i programmi a breve e medio termine?
Il 2014 sarà molto intenso, almeno me lo auguro... Le prime cose confermate: un lavoro in solo su Thomas Bernhard, "Alte Meister", che uscirà per 13 e comprenderà anche delle mie immagini. Per Herbal uscirà il duo con Klaus Janek, per Cassauna quello con Pietro Riparbelli e per Backwards il lavoro con Fabio Orsi. In più tra pochi giorni andrò a registrare con In Zaire. Di conseguenza mi aspetto parecchia attività live... Forse la novità principale del nuovo anno sarà l'uscita del mio primo lavoro di narrativa, per ora non anticipo molto, ma uscirà per Bruno (www.b-r-u-n-o.it). In più ci sono idee per realizzare una sorta di festival concentrato attorno alla sound art e mille altre idee forse un po' premature per ora...

Ci sono cose che vorresti aggiungere per chiudere l’intervista?
No, direi che ci siamo!