wallace (intervista a mirko spino)    
di e. g. (no ©)





Era da tempo che l’idea di un’intervista a Mirko Spino ronzava nell’aria. Come uno di quei mosconi che a un certo punto credi essersi allontanati mentre si sono semplicemente posati in un angolo buio della stanza, oppure in un anfratto del lampadario o di una tenda, pronti a ricominciare con il loro fastidioso zzzzzzzzz zzzzzzzzz zzzzzzzzzzz zzzzzzzzzzzzzzzz nel momento meno opportuno. Più volte ho tentato di schiacciarla, metaforicamente parlando, ma ogni volta la racchetta colpiva il muro ormai vuoto mentre il ronzio proseguiva imperterrito alle mie spalle.
Qual’era il deterrente maggiore che m’impediva d’iniziare quest’intervista? Sicuramente un certo timore, calcolati i numeri sia in anni di attività sia in quantità di materiali prodotti dalla sua etichetta, riassumibile in un lapidario «mo’ che gli chiedo?».
Qual’era invece il motivo che m’imponeva di farla? L’importanza rivestita da Mirko che, relativamente al panorama musicale italiano, possiamo sicuramente definire come un primer.
Mister Wallace non è infatti un discografico dell’ultima ora ma addirittura un’istituzione dell’editoria musicale indipendente. Potrei addirittura azzardarmi nell’affermare che ha dato inizio a un nuovo modo di fare editoria musicale indipendente in Italia. Prima di lui le piccole etichette erano quasi sempre sottomarchi delle major che servivano a testare il potere commerciale dei musicisti: i bravi salivano di grado mentre gli altri tornavano nell’anonimato. Oppure si trattava di piccole imprese avviate da giornalisti e/o critici che stampavano i dischi e ne parlavano bene nei propri giornali, o ne facevano parlare bene nei giornali avversari secondo il ben noto principio detto interscambio culturale: «tu parli bene dei miei dischi e io parlo bene dei tuoi».
Con Mirko la figura del discografico indipendente si configura nell’appassionato che fa editoria musicale per hobby, dedicando a questa attività parte del suo tempo libero e delle sue finanze, e va detto che all’ombra della sua Wallace sono cresciuti innumerevoli gruppi musicali e tutta una serie di nuovi marchi che, oggi, rappresentano una percentuale piuttosto consistente dell’ormai piuttosto vasto panorama musicale nazionale.
Una volta iniziata l’intervista i dubbi iniziali si sono attenuati, dissolvendosi poi con il suo procedere, e credo che alla fine sia venuta fuori una buona cosa, fra le cui righe è possibile cogliere numerose idee su come gestire oggi la diffusione e la sopravvivenza di quelle musiche che più ci stanno a cuore.



La Wallace è sicuramente l’impresa discografica indipendente italiana più longeva in assoluto, quanti anni fa e come iniziasti quest’avventura?
Mi piace dare una data di nascita, il 26 aprile 1999, ossia il giorno in cui sono andato a ritirare gli scatoloni con la prima uscita, il CD “Tracce”.
Quindi tra qualche mese la Wallace potrà guidare la Vespa 125.
La questione della longevità, che non è un vantaggio in sé, mi impressiona quando penso ad artisti ed etichette che festeggiavano i loro anniversari di attività, mi sembravano epoche.
Se faccio mente locale ne sono successe di cose e ci sono stati molti cambiamenti nell’etichetta.
Quello che non è cambiato è il “perché” ho iniziato, che equivale al perché continuo: mi piace contribuire al giro underground, fare la mia parte per mandare avanti le musiche e il modello operativo indipendente. Ne fruisco e quindi spero di alimentarlo.
Prima della Wallace avevo già contatti con band, booking agency e distributori, più che altro da semplice appassionato o organizzatore di qualche concerto, quindi ho messo a frutto queste esperienze ed ho trovato il ruolo ideale in un’etichetta discografica.

“Tracce” è una compilation con brani inediti di alcuni gruppi che, all’epoca della sua uscita, rappresentavano il meglio della sperimentazione rock - chiamiamola così - made in italy (c’erano, tra gli altri, A Short Apnea, Starfuckers, My Cat Is An Alien, Six Minute War Madness, One Dimensional Man e Splatterpink) … fu facile, per un marchio al nastro di partenza qual era la Wallace, ottenere tutte quelle adesioni?

Facilissimo, erano band con le quali avevo già contatti e frequentazioni per via di concerti, fanzine etc… anzi, furono tutti piuttosto entusiasti dell’idea. Ad onor del vero ho fatto crescere un’idea dei Jinx che voleva essere un 10” split con One Dimensional Man, Crunch e Three Second Kiss. Questi ultimi erano interessati ma al momento non riuscivano a darmi degli inediti. Il vinile ai tempi era piuttosto complicato da pubblicare (leggi costosissimo e non distribuito) e quindi ho sfruttato i 70 minuti del CD ed ho allargato la combriccola ed anche l’idea: i quattro gruppi iniziali erano classificabili al giro noise, che sebbene fosse una musica che mistava (e mi sta) nel dna, non rappresentava completamente il quadro che avevo in testa. Mi interessava rappresentare l’attitudine alla musica e non il genere in sé. Nelle mie orecchie c’era “Sinistri” degli Starfuckers tanto quanto l’hardcore dei Sottopressione. Forse l’armonia di questa convivenza stava solo nelle mie orecchie, ma l’etichetta è mia e ho pensato di fare quello che volevo e non quello che fosse opportuno. A distanza continuo a pensare che “Tracce” sia un bel manifesto, sicuramente per la mia etichetta che continua ad avere la stessa schizofrenia stilistica, ma è anche una bella fotografia del 1999 sonoro italiano. Dico italiano per dire “quello che accadeva in questa fetta geografica” e non “le cose migliori pur essendo in Italia” dato che lo scarto importante delle rock band italiane in quel periodo è stato quello di avere un respiro internazionale sia dal punto di vista compositivo che da quello fonico.

Sopra dici «fare la mia parte per mandare avanti le musiche e il modello operativo indipendente» e dopo «ho pensato di fare quello che volevo e non quello che fosse opportuno».
Parto da queste due frasi per formulare una domanda piuttosto complessa (anzi: più domande), ma comunque non ti pongo limiti (né di tempo né di spazio) per elaborare la risposta.
Non credi che da qualche tempo si parli troppo, e spesso a sproposito, di musica indipendente?
Quali caratteristiche deve avere una produzione per essere veramente indipendente?
È sufficiente cha non sia una produzione di marchi o di sottomarchi legati a una multinazionale per essere considerata tale?
Una casa discografica indipendente che utilizza gli stessi sistemi e gli stessi canali promozionali delle major può essere considerata indipendente?
Una casa discografica che dipende dall’andamento del mercato, cioè non pubblica tanto ciò che ritiene valido quanto ciò che si pensa possa vendere, può essere considerata indipendente?
Mi fermo qui, ma il senso delle mie domande mi sembra chiaro ….

Con “opportuno” intendevo quello “discograficamente opportuno” ossia che seguisse le regole del mercato discografico, dove per essere riconosciuti e visibili occorre appoggiarsi a qualcosa di immediatamente riconoscibile.
Un genere musicale, anche se si inventa un genere con un nome nuovo - come ai tempi poteva essere il post rock - comunque fa parlare facilmente di te perché sei l’etichetta che fa quel genere.
Venendo alle tue domande: concordo assolutamente che si parli a vanvera di musica indipendente, anzi il termine “indie” qualifica un genere musicale.
Se cerchi nei cataloghi o negli scaffali dei negozi (quelli non specializzati) trovi “indie” ed in mezzo ci sono i Rem, o per rimanere nell’indie italiano i Bluvertigo.
È un modo per distinguersi da chi ascolta Lady Gaga e la Pausini, ma è chiaramente un paradosso.
Di solito mi presento come “etichetta indipendente di musica underground” ed ho riflettuto parecchio se togliere i due termini che possono travisare, ma ho anche pensato che ci sono termini come etica e morale che non perdono i loro valori positivi solo perché li utilizzano a sproposito anche nelle gerarchie religiose, è solo la stessa parola con intenti diversi.
Tecnicamente qualifico un’etichetta indipendente se non ha nessun legame con l’industria major, compresa la distribuzione dei dischi.
Moralmente qualifico indipendente chi non utilizza i metodi del marketing major per proporre la produzione.
Se analizzi un’uscita major qualunque ci sono dei canoni: banalmente partendo dalla copertina, all’immagine dell’artista, alla presenza di singoli hit.
Se l’artista è un gruppo esiste sempre un leader in primo piano. Se li ascolti trovi dei suoni senz’anima, con la voce della/del cantante sempre in primo piano.
Sto parlando della gran parte delle produzioni major, le eccezioni sono rare e comunque sono sempre legate a dei target pianificati dal marketing.
Non voglio dire che tutte le produzioni major fanno cagare ed ancor meno che tutte le produzioni indipendenti sono fighe, e ci tengo ancor di più a precisare che non ho niente contro a chi lavora nell’industria musicale: è lavoro, nobile come tutti i lavori che (quasi) tutti dobbiamo portare avanti per campare.
Ti faccio un esempio pratico: mi basterebbe un economico adesivo sulle copertine degli Uncode Duello con la scritta “Con membri di Afterhours e del gruppo di Cristina Donà”. Non venderei 5000 copie ma sono sicuro che i megastore l’avrebbero tenuto più volentieri sui loro scaffali.
Tuttavia non mi sentirei a posto nel vendere ad un fan degli Afterhours la musica degli Uncode Duello, sarebbe un tradimento per l’ascoltatore ed anche per la mia coscienza.
L’andamento del mercato è una cosa con cui fare i conti: ci penso quando devo spendere su un più economico CD o sul vinile, ma non sempre seguo la ragione.
Ma non ci ho mai pensato sull’opportunità o meno di pubblicare un disco, nemmeno seguendo i trend dell’esiguo e frammentato mercato indipendente.
Non ho mai pensato di pubblicare un gruppo à la Lighting Bolt perché questi erano il gruppo che tirava qualche anno fa, anzi se solo annusoche una band ha quel tipo di atteggiamento opportunista per me è motivo sufficiente per non lavorare con loro.
Indipendente è anche il modo in cui le band si identificano e creano la loro musica, non importa a quale gruppo ti ispiri… se cerchi di essere quel gruppo sei comunque schiavo.
Non ti dico il numero di band Slint-like che mi hanno mandato il demo in 16 anni, sia quelli della prima onda che quelli del revival postrock, non ce n’è mai stato uno che ha minimamente destato il mio interesse.
Visto che non ti faccio sprecare carta mi dilungo con un pippone: credo molto nella musica come espressione artistica, e come tutte le arti è soggettiva nell’espressione e nella fruizione.
Siamo (quasi) tutti costretti a muoverci in modi massificati che non abbiamo scelto: quando lavoriamo, facciamo la spesa, quando abbiamo bisogno dello stato per sanità, istruzione etc… quando invece ci troviamo a poter essere individui singoli e se facciamo una cosa che nessuno ci ha obbligato a fare, abbiamo l’obbligo di essere individuali, unici e diversi. Se ci omologhiamo anche in quel frangente siamo fottuti.
Questo è il concetto di indipendente che ho in testa.

Sono d’accordo con te che non bisogna farne una questione di qualità, ma non credi che oggi la demarcazione maggiore, all’interno della musica, sia rappresentata da quella linea orizzontale che separa la musica indipendente da quella major, in vece dei vecchi steccati verticali che separavano jazz, folk, rock, elettronica, musica contemporanea eccetera … in fondo la Wallace è più in sintonia, per attitudine, circuitazione e anche per i nomi dei musicisti in catalogo, a realtà quali Amirani, Die Schachtel e Musica Moderna che non alla Sony, alla Universal o alla Warner ...
La prima cosa che dici è vera: il genere non dice più niente. Spesso faccio il paragone con la cinematografia, molta gente è abituata a dire che gli piacciono film di un certo genere, mentre io dico che a me piacciono i registi.
Se prendi Kubrick può aver fatto film di fantascienza, guerra, storia, horror etc.. quello che li unisce è l’intento comunicativo, la poetica, “l’occhio”, e a quel punto il genere non è più importante. Nella musica le cose si equivalgono.
Sulla seconda cosa che dici invece sono meno d’accordo: Amirani, Musica Moderna e Die Schachtel sono etichette che ammiro molto, ma il mio catalogo Wallace è nell’interezza molto più “pop”. Non vorrei contraddire quello che ho detto sopra definendo il pop come genere, bensì come attitudine, come dici tu. Band come R.u.n.i. ed X-Mary sono molto identificative dell’identità Wallace e sono band che potresti ascoltare tranquillamente in compagnia di amici non particolarmente appassionati di musica. Suonerebbero “strani” alle loro orecchie ma sicuramente non quanto Claudio Rocchetti o Gianni Mimmo. Cito questi ultimi perché anche loro hanno pubblicato dischi Wallace, e rientrano perfettamente nella mia visione di una comune attitudine musicale con il resto del catalogo. Ci tengo a specificare questo perché non mi piace vedere la mia etichetta identificata come “musica sperimentale d’avanguardia”. Ma dovessi tracciare una linea sarei sicuramente più vicino ad Amirani che alla Sony.

La mia era una considerazione generale e non specifica, e soprattutto non voleva addentrarsi nel merito dei generi trattati dalle etichette citate … e potrei citare altri nomi al posto di Amirani e Die Schachtel: Boring Machines, Fratto9, Brigadisco, Palustre e ancora tantissimi in Italia e all’estero ...
Piuttosto pensavo ai canali distributivi e promozionali, che sono diversi da quelli delle major, e al fatto che è più probabile trovare un disco Wallace nel negozietto che tratta anche Amirani e Die Schachtel che non nel megastore che tratta le major … Così come è più facile che un gruppo del tuo catalogo si esibisca negli stessi locali e negli stessi festival dove si esibiscono i musicisti delle altre etichette citate che non in quelli dove circolano gli artisti major, e la stessa cosa avviene nei programmi radio e/o televisivi … idem per i prezzi dei concerti, ben diversi fra quelli dei vostri artisti e quelli di ‘cassa’ più elevata. Ho idea che anche gli iter produttivi dei dischi e quelli gestionali dell’etichetta siano ben diversi da quelli delle major …. Insomma, una volta le cose erano ben definite: la musica classica e contemporanea nei teatri, il jazz nei club, il rock nei palasport, il folk nelle feste popolari … oggi la divisione mi sembra invece fatta dalla quantità di denaro che viene fatto circolare …

Ok, su questo sono d’accordissimo. La “catena” è quella. Spesso condividiamo anche i fornitori di grafiche e copertine, facciamo coproduzioni e gli artisti suonano nello stesso luogo ed anche nella stessa serata. Idem per i negozi, anche se ogni tanto qualche disco Wallace lo trovi nei megastore grazie alla distribuzione di Audioglobe, ma si tratta di casi rari e sicuramente non per colpa del distributore...

Uno dei più grossi problemi da affrontare per le etichette indipendenti è sempre stato quello del rapporto con i musicisti, e ogni tanto me ne capita qualcuno che pensa di essere stato raggirato dall’etichetta di turno o che commenta «meglio le major, almeno quelle pagano!». Mi ricordo la vecchia querelle fra Hüsker Dü e SST: i primi ritenevano di venire mal compensati, mal promossi e mal distribuiti e i secondi ribattevano di non potersi certo fare le vacanze in Polinesia con i soldi dell’etichetta e di utilizzare spesso i guadagni ottenuti con i nomi più conosciuti per produrre gli artisti sfigati e di minor successo. Difficile dare torto agli uni e agli altri. Il problema è stato in parte risolto dall’abbattimento dei costi di produzione seguiti alla messa in commercio del CD, ma stando alle lamentele riportate sopra qualche malcontento permane.
Come si rapporta la Wallace con i suoi musicisti?

La situazione che hai raccontato è tanto vera quanto lontanissima dalla realtà che vivo io e le etichette simili: i nostri artisti stessi sono consci che suonando la musica che suonano, le vacanze in Polinesia rimangono un miraggio (almeno stando ai proventi della musica). Io tendo a lavorare con gruppi che conoscono il giro, che non stanno chiusi in sala prove cercando di realizzare il capolavoro, ma che frequentano altri gruppi, etichette, concerti. Per me è condizione indispensabile. Se conoscono il giro, sanno che suonando free rock strumentale non c’è Universal o Sony che si occuperà di loro, ma nemmeno La Tempesta. Ci sono etichette della dimensione circa della Wallace, che non hanno una distribuzione planetaria, potenti mezzi mediatici o lauti incassi da ridistribuire, e quindi si regolano di conseguenza.
Al di la di questo, ho lavorato con tantissimi artisti e non c’è mai stato nessun contratto bensì la parola d’onore a far partire la collaborazione. I patti chiarissimi all’inizio hanno portato all’amicizia lunga, spesso quella con la A maiuscola. Io ho come scuola le etichette statunitensi del giro Noise Punk, e per me era ovvio che i Cows facessero dischi per AmRep, il matrimonio band/label non era solo un contratto, era una comunità di intenti, una voglia di reciproca appartenenza. Così mi piace pensare della mia etichetta e gestire i gruppi, seguendone le ramificazioni: si pensi a Bron y Aur (sedicesimo disco del catalogo) che oggi non esistono come band ma i musicisti sono in Fuzz Orchestra, Plasma Expander e Rinunci a Satana?, tutti editi per Wallace (gli ultimi esordiranno tra un paio di mesi).
E comunque non voglio nascondere virtù dietro ad un dato di fatto: con 500 copie stampate, costi di stampa da oltre 1000 euro, conti vendita con le distribuzioni, costi promozionali… ci sono solo le briciole come eventuale oggetto del contendere. Se la situazione fosse diversa i patti dovrebbero essere più strutturati ma credo che l’attitudine non cambierebbe.

Beh, purtroppo è proprio attorno alle briciole che spesso avvengono le lotte più furibonde …
Ci sono delle etichette indipendenti, tipo la portoghese Creative Sources, che fanno pagare i costi di produzione, in parte o in toto, ai musicisti stessi, occupandosi poi della promozione e della distribuzione. Cosa ne pensi?

Ne penso bene. Io non ho una soluzione univoca per i costi di produzione: sono passato da coprire tutti i costi, compresa la registrazione, per band che sapevo essere più visibili, che fanno tour e che quindi possono avere un ritorno, anche se minimo. Ad esempio i Bachi da Pietra. Altre volte invece pago solo la stampa e ultimamente in coproduzione con un po’ di etichette. Non sono mai arrivato a non investire niente, anche se alcune band me lo propongono. Per quanto mi riguarda un impegno economico è necessario da parte mia per sentirmi coinvolto nell’operazione, ma fanno bene alla Creative Sources a spendere le loro risorse in promozione e distribuzione.
D’altra parte le opzioni sono due: produrre tre dischi all’anno e pagare tutti i costi, o pubblicare un maggior numero di uscite e condividere i costi. Questa seconda soluzione ha il vantaggio di essere più visibili e distribuiti, che è l’obiettivo principale della band.

Proseguo con argomenti di carattere generale, dal momento che come dici tu non c’è spreco di carta, ma poi arriverò anche a domande più specifiche sulla Wallace. A me, e penso anche ai lettori, interessa comunque conoscere la tua opinione sui meccanismi che regolano e influenzano la distribuzione musicale in ambito indipendente. Eccoci così a SIAE, Copyleft e Net Labels, a distribuzione gratuita o no … so che ci sono state delle polemiche fra qualche Net Label e qualche etichetta indipendente di tipo più tradizionale, ma personalmente penso che i problemi siano altri. Tu come vedi e come ti muovi in questo guazzabuglio? Pensi che qualcosa cambierà o si risolverà tutto alla solita maniera italiana dove ogni nuova regola viene dettata dal bisogno di conservare i meccanismi già esistenti?
Sulla SIAE società non mi dilungo, sappiamo tutti che è un baraccone di burocrati, ma il diritto d’autore è argomento molto interessante ed attuale.
È un tema etico, confrontarsi su questo è mettere in campo la propria visione del mondo, non solo in relazione ai prodotti artistici.
Anni fa leggevo un’intervista agli Starfuckers, se non sbaglio la firma era proprio la tua, che mi illuminò al pari della loro musica.
In soldoni dicevano: se l’artista guadagna su quello che produce, dovrebbe pagare i diritti anche a coloro che l’hanno influenzato. Non l’acquisto dei dischi, ma una percentuale sui suoi proventi.
Dato che questo è impossibile da quantificare, allora anche il prodotto artistico del singolo non è propriamente suo e non deve rappresentare un suo guadagno.
Nasce da una cultura comune ed è un bene donato alla comunità. Quindi sono di base al contrario al diritto d’autore.
Se anche gli Starfuckers dovessero negare di aver detto questo non importa, è quello che ho capito e mi piace averlo capito così. Ma immagino che non vogliano i diritti d’autore sull’idea.
I gruppi con cui lavoro non sono quasi mai iscritti alla SIAE, se lo sono li pubblico comunque, ed ho versato malvolentieri svariate palanche nel buco nero di Gino Paoli & Co, lo faccio perché è obbligatorio per legge.
Li sconsiglio di iscriversi ma non devono avere necessariamente la mia posizione ideologica in merito.
La conseguenza del ragionamento è che se l’artista non è pagato per il diritto sulla sua opera intellettuale non può campare di questo, quindi deve fare un lavoro non-artistico ed avrà meno tempo per dedicarsi alla sua opera.
Oppure deciderà di intraprendere uno stile di vita precario e differente, che gli faccia pagare le bollette ma che gli dia anche il tempo di dedicarsi a quello che è una sua necessità vitale: esprimersi, produrre.
È in questo contesto che fai i conti con quello che vuoi fare come uomo e come artista: acquisti consapevolezza, scegli, fai.
Se qualcosa non quadra vuol dire che la tua necessità espressiva è seconda ad altri principi e desideri.
Oggi in gran parte del mondo (sicuramente il primo ed il secondo, crisi o non crisi) è possibile vivere low profile e tenersi del tempo per le proprie creazioni.
Qualcun altro dovrebbe sovvenzionare questo stile di vita? No.
Non mi trovo dalla parte di organizzazioni, che siano società di diritti o cooperative che tutelerebbero le etichette indipendenti, perché prevedono uno schema fisso, una modalità di lavoro comune ed interessi condivisi, cosa che le fa diventare necessariamente una lobby. Men che meno sono a favore di finanziamenti pubblici al settore. In realtà per nessun settore ma in questo in particolare.
Non credo che lo stato possa intervenire per promuovere la cultura: lo stato rappresenta la media, e la media è mediocre, mentre le arti devono essere eccellenti, per lo meno negli intenti. Quindi se lo stato promuove quello che piace alla media ... il cane si morde la coda.
Si guardi all’esempio della Francia e del maniacale incentivo alla cultura locale: molti vivono da artisti, ci sono molti spettacoli, ma non mi pare che i prodotti siano eccelsi, quantomeno rispetto ad altre nazioni europee, compresa l’Italia.
Mi rendo conto che il quadretto messo in piedi non è edificante, ma come controprova basta che mi guardo in giro: la musica migliore che conosco nasce dal disagio, gli artisti che più amo vivono vite precarie.
Ovviamente si possono citare eccezioni, ma rimangono tali.

Ma oltre al problema etico e a radicali cambiamenti del mondo (che sembrano ben lungi dal venire), e al di là dei finanziamenti pubblici alla cultura (a proposito dei quali Domenico Sciajno sosteneva che si potrebbe comunque suddividere tali finanziamenti in percentuali rappresentative della quantità di pubblico interessato ai vari generi ... in fondo, e in teoria, tutti paghiamo le tasse, perché se c'è poi un ritorno, di questo deve usufruirne solo la lirica o un certo tipo di musica leggera o di jazz?), ci sono questioni più semplici e immediate. Perché non tassare, come credo avvenga negli Stati Uniti, solo quegli eventi che superano un certo incasso? Perché non andare a modificare certe regole che regolano la SIAE? Ti faccio un esempio: se io mi iscrivo alla SIAE lo faccio per tutelare la mia produzione, affinché altri non lucrino alle mie spalle, ma in realtà come mi iscrivo alla SIAE perdo ogni diritto sulle mie musiche, e non sono più libero di eseguirle, gratuitamente o no, senza versare una percentuale alla Società. Non pensi che anche solo alcune elementari modifiche delle regole, molte delle quali sono veramente assurde, aprirebbero comunque innumerevoli possibilità per chi si occupa di cultura e per chi vuole organizzare eventi culturali? Io e alcuni miei amici organizzavamo dei piccoli concerti, abbiamo dovuto smettere perché la percentuale da versare alla SIAE era addirittura più alta del cachet chiesto dal musicista stesso!!!
Ovviamente sono d’accordo.
Quando dico che non mi interessano i sovvenzionamenti ed un intervento pubblico va da sé che come minimo andrebbero eliminati gli ostacoli.
Il pagamento della SIAE per i concerti nei piccoli club è assurdo, anche perché queste spese vanno a svantaggio delle band, che vendono ridotto drasticamente il loro compenso per la serata.
Se poi ci aggiungi che dovrebbero essere iscritti ENPALS è chiaro che il gioco non sta in piedi, diventa un deterrente ben progettato.
Se non sbaglio, ma su questo non sono ferrato, l’anno scorso è passata una legge che eliminava alcune richieste per live di dimensione contenuta, non è una cosa su cui mi sono informato ma mi sembra un passo in avanti.
Certo è che organizzare concerti in piccoli club è una faccenda da temerari, conosco un bel po’ di persone che investono di tasca loro e riescono a perderci soldi pur pagando 150 euro i gruppi, che a loro volta devono pagare l’iscrizione SIAE e compilare il loro bordereau. Per fortuna ci sono i centri sociali, se no non avremmo da scegliere.

«… la mia posizione è quella di mantenere un profilo altamente specializzato, per capirci una cosa come quegli stronzoni di Boomkat in UK, ed altamente professionale, per capirci NON una cosa come quegli stronzoni di Boomkat.»
Parto da queste parole di Onga, dette in una recente intervista rilasciata a sands-zine, per introdurre la domanda.
Avevo erroneamente pensato che per le net-label ci sarebbe stata un’autentica esplosione, mentre in realtà le cose hanno preso tutt’altra piega. Il digitale non si sta imponendo tanto come alternativa quanto come elemento accessorio alla distribuzione su supporto fisico. Le net-label hanno avuto una diffusione circoscritta mentre si sono formati questi grandi sistemi di promozione e distribuzione, sistemi che secondo me rappresentano l’embrione del nuovo controllo multinazionale sulla diffusione dei prodotti musicali. Rispetto alle vecchie major non interferiscono sulla produzione artistica e sulla confezione del prodotto (questo almeno per il momento) ma vanno comunque a lucrare sul lavoro del musicista, degli appassionati e sul quadro della produzione indipendente. Come ti muovi e come hai intenzione di muoverti in questo nuovo panorama che si va delineando?

Quasi tutti miei dischi sono distribuiti digitalmente sulle maggiori piattaforme, e non rappresentano un canale di vendita, ma immagino che per i prodotti musicali di fama mondiale lo siano.
Per quanto mi riguarda è come dici tu, il download è un accessorio alla distribuzione fisica, ma non solo, è anche un canale promozionale: ti ascolti il disco, se ti piace vai al concerto e lo acquisti.
Siccome molte delle pubblicazioni recenti sono in vinile, è comodo per chi acquista avere una versione trasportabile.
Sono arrivato alla decisione di pubblicare gli album sulle piattaforme digitali per aiutare le band a suonare dal vivo: una volta spedivi il disco al locale per proporre un tuo live, oggi ti dicono che ti ascoltando su Spotify e così se non ci sei le tue possibilità diminuiscono.
Ma mentre riesco a concepire un disco senza download version, il contrario non esiste.
Anche perché io mi vedo più come un artigiano che aiuta le band a realizzare un prodotto fisico da avere tra le mani che un non editore puro come invece è la net label.
Credo che le net label non abbiano avuto successo, almeno in ambito indipendente, perché spariscono alcune delle peculiarità dei dischi indipendenti: la territorialità, la distribuzione in canali specializzati, il packaging curato.
Se vai in un negozio perché hanno i dischi Thrill Jockey è più facile che tu tenda ad acquistarne altri della stessa etichetta, perché non ce ne sono 20000 e perché tendi a guardare la copertina e a riconoscere il logo.
Questo sul web non accade, quindi l’attenzione si concentra maggiormente sull’hype che sta intorno al musicista, fatto di click e di post rimbalzati. Ne consegue che la net label deve avere sempre gruppi di successo mediatico.
Se parlo da ascoltatore comunque.. non ho mai acquistato dischi digitali, non ascolto su Spotify e continuo a seguire etichette che seguivo 15 anni fa, ed altre nuove che hanno metodi old-style di pubblicare dischi. E non credo di essere il solo.


Quelle che invece mi sembrano essere in netto aumento sono le autoproduzioni, favorite dall’abbattimento dei costi di registrazione-produzione e dalle nuove possibilità di vendita apertesi con internet, tanto che sono ormai molti i musicisti che aprono una propria etichetta discografica e, addirittura, stampano in via privata i propri dischi … recentemente poi si sono aggiunti sistemi di pre-finanziamento come il crowdfunding, che viene comunque utilizzato anche da qualche etichetta. Non pensi che in futuro l’autoproduzione può diventare il vero fulcro della musica indipendente? E come Wallace non sei interessato a questi sistemi di pre-finanziamento collettivo?
In qualche modo è quello che faccio ora, aiuto le autoproduzioni.
Come dicevo più sopra ormai non pubblico dischi da solo, non me lo posso permettere.
Una coproduzione con nove etichette (si veda l'ultimo Makhno ) cos'è se non un crowdfunding?
Questo sistema mi piace molto di più del crowdfunding classico, anche se poi un tentativo simile, ante litteram, lo feci insieme ai Tasaday nel 2003 a nome Kaspar Project.
Ma il crowdfunding tipo kickstarter non mi interessa… forse potrei usarlo per un progetto come un cofanetto di ristampe di un gruppo che ha un suo pubblico storico, ma per le band contemporanee che pubblico non avrebbe senso, suppongo pure che sarebbe un fallimento.
Comunque sì: la logica che mi piace è quella delle autoproduzioni, il mio ruolo è quello di facilitare le band ad entrare nella catena della pubblicazione.
Il mio contributo editoriale in questo ruolo è quello di decidere chi facilitare e chi no, e questo aspetto (quello di avere un marchio in cui identificarsi) è comunque non indifferente per le band.
Penso questo perché spesso mi scrivono band che hanno il CD già pubblicato ed autoprodotto, e lo inviano a me proponendomi di ristamparlo e di mettere il logo Wallace.
Quindi alla fine l’autoproduzione non è ancora sufficiente per un gruppo.

Sopra dici «non mi piace vedere la mia etichetta identificata come “musica sperimentale d’avanguardia”», però se guardo al catalogo dei dischi che hai pubblicato trovo che ce n’è di roba sperimentale, tanta che non riesco a qualificarti tanto come un’etichetta di musica pop quanto come un’etichetta di frontiera …. Quei dischi più sperimentali che ha pubblicato sono da intendere come incidenti di percorso oppure con il passare degli anni hai corretto l’impostazione inizialmente data alla Wallace?
Sì, non mi piace che venga identificata come etichetta di genere e men che meno come musica sperimentale d’avanguardia, meno ancora pop.
Sicuramente ho dischi in catalogo che possono essere catalogati così, e sono tutt’altro che incidenti percorso. Considera che il secondo A Short Apnea, un disco sicuramente non adatto a tutte le orecchie, è probabilmente il disco di cui vado più orgoglioso. Ma ci sono anche tanti titoli di rock più immediati, seppur mai banali.
Penso sempre ai R.u.n.i. che nel mio mondo ideale sono un gruppo pop. O a tanti altri che non sto ad elencarti, ma che possono conquistare un pubblico abituato anche a un rock più classico.
Ma penso anche alla Fuzz Orchestra che può piacere ad un pubblico sabbathiano (non ortodosso).
Comunque etichetta di frontiera mi piace….
L’unico tiro che ho corretto con gli anni è che ora pubblico più volentieri dischi ad artisti che li portano in giro dal vivo e meno progetti da studio.

Dov’è che vengono più venduti i tuoi dischi: in rete, ai concerti o nei negozi di tipo tradizionale?
Sicuramente non la terza opzione. Nonostante io abbia da 15 anni un ottimo distributore, Audioglobe, in Italia le vendite nei negozi sono davvero ridotte all’osso, e questo avviene sia per il calo del mercato che per via della vendita diretta in rete, che non è certo a livelli esaltanti ma è sicuramente superiore a quella tradizionale. Quindi rimangono i concerti, che sono un canale discreto.
Io personalmente ho smesso da tempo di portare il banchetto ai concerti, a dire il vero l’ho sempre fatto distrattamente.
Per mia fortuna ci sono i gruppi che invece sono più ligi e quindi portano in giro i loro dischi, a volte alcuni portano in giro anche un estratto del catalogo.
Poi ci sono differenze incredibili riguardo ai dischi: I Camillas e gli X-Mary sono due gruppi che dal vivo impressionano sempre il pubblico, e questo sicuramente favorisce l’acquisto dei dischi al banchetto. Sono tra i gruppi che vendono più copie tra il catalogo Wallace, tuttavia la distribuzione e gli ordini online sono quasi a zero. Discorso diverso invece per esempio per l’ultimo disco di Giovanni Succi: il primo weekend di vendita l’ho passato in casa a fare pacchi, molti di questi in preorder. Altro caso emblematico sono i Gerda: ho pubblicato cinque loro dischi, penso di averli venduti al 99% all’estero, in particolare in Francia. Eppure sono un gruppo che suona abbastanza dal vivo e fa la sua porca figura.
Uno serio si metterebbe ad analizzare questi dati e ci farebbe qualche strategia...

Alcune piccole etichette si sono trovate in difficoltà per non aver mai riscosso dei materiali dati ai negozi in conto vendita …. Hai mai avuto questo tipo di problemi?
Sì certo, mi è capitato svariate volte in 15 anni, ed è anche grazie a questi soggetti che poi le maglie si stringono. Ora preferisco dare i dischi ad un prezzo basso ma averli pagati subito.
L’altro svantaggio del conto vendita è che alcuni titoli mi finiscono e quindi non posso venderli al mailorder, e magari dopo tre anni ti tornano zozzi, senza cellophane, con un adesivo sopra, e se si tratta di una bella confezione in cartone… non la puoi vendere comunque.
Quando è possibile comunque preferisco che i negozi acquistino da Audioglobe, sanno fare bene il loro lavoro.

Qual è il disco Wallace che ha venduto di più?
Si trovano tutti nelle prime decine del catalogo.
Sicuramente “Sentimento Westernato” di Bugo è quello che ha venduto di più e più velocemente grazie ad un’esposizione insolita (TV, riviste da grandi tirature..) ed io mi sono fermato a 2000 copie, oltre non so com’è andata.
Ma anche “illu Ogod Ellat Rhagedia (Ustrainhustri)” di A Short Apnea alla fine ha venduto 1500 copie, i Madrigali Magri, il primo RUNI si attestano sulle 1000, i vinili di ZU e One Dimensional Man sono spariti in 500 copie in poco tempo.
Per il resto ho un po’ di titoli che hanno esaurito bene le tirature da 500 copie e per i quali ricevuto ancora delle richieste (Anatrofobia, Enfance Rouge).
In tempi recenti il gruppo che se la cava meglio in termini di tiratura sono Fuzz Orchestra, in particolare con il vinile, già ristampato due volte.

Ci sono alcuni musicisti del tuo catalogo che hanno raggiunto una certa visibilità internazionale; penso, quale esempio appropriato, a un Belfi che suona con Grubbs, Watt e Carla Bozulich, oltreché negli Hobocombo che, anche se italiani, si sono fatti un buon nome anche all’estero … vorrei capire se questo successo su più larga scala ha portato anche a una riscoperta dei Rosolina Mar?
Purtroppo no….
Con Andrea Belfi ho pubblicato tre dischi dei Rosolina Mar ed un suo ottimo duo con Alessandro Asso Stefana - i Fluorescent Pigs - ma nonostante i dischi siano andati bene, l’attenzione è calata dopo che i Rosolina Mar si sono sciolti, oggi sono dischi che non mi chiede quasi più nessuno. Anzi, l’ultimo dei Rosolina Mar è un bel 7” suonato con Larkin Grimm, che è ancora attiva e ben esposta, ma l'EP ha girato poco. Devo dire che la chiacchierata riscoperta del vinile si è dimenticata del piccolo formato, che invece a me piace molto.
Non so se questa “disattenzione” rispetto alle produzioni passate di artisti piuttosto affermati sia uno standard odierno, ma ricordo che anni fa, quando compravo un disco, mi appuntavo i nomi ed andavo a ricercare le discografie complete, sia dei musicisti che dei produttori. Quindi, per rimanere su Grubbs, dopo aver ascoltato i Bastro cercavo tutto, dagli Squirrel Bait fino agli improbabili duetti con Gustaffson etc.. era anche più difficile perché non tutto si trovava in rete, ricordo pure alcune telefonate notturne ad etichette statunitensi per ordinare i dischi. Più difficile ma anche più sfidante, forse è per quello che ora non c’è più tanto questo gusto di ricerca.

Anch’io facevo, e faccio, come te …. La domanda è venuta proprio perché tento di capire come funzionano oggi ‘ste cose ….
Recentemente sei stato molto al di fuori dell’Italia, anche per lunghi periodi, quindi sei la persona più adatta per monitorare come cambiano le cose nel Bel Paese, che mi dici in proposito?

É vero che stando fuori si percepiscono le cose più chiaramente, ma ė anche vero che la comunicazione si muove in rete quindi è più facile stare a contatto con quello che succede anche se sei geograficamente lontano. Infatti anche dall'altro emisfero ho sempre mandato avanti la Wallace.
Il cambiamento che più ho notato, ed è arrivato senza che me ne accorgessi, ė la questione generazionale: non vedo molti gruppi, ascoltatori ed acquirenti che siano troppo più giovani di me, che di anni ne ho 41, quindi io sono il vecchiume, almeno stando a quello che pensavo quando avevo 20 anni nei confronti delle generazioni di ascoltatori precedenti.
Mi sono chiesto molte volte se non fosse la mia incapacità di percepire la forza innovativa nelle musiche recenti, e resto ancora possibilista che sia così, ma non trovo innovazione nell'hip hop né nel cosiddetto nuovo indie (gli hipster quando fanno le canzoni dammmore), che sono due filoni imperanti tra i 25-30enni alternativi o pseudo tali.
Ancora più che la mancanza di innovazione, modernità e ricerca, mi stupisce come queste musiche siano totalmente slegate dall'antagonismo sociale: tipicamente il rock è stata la colonna sonora della ribellione, che è uno status che tutti vivono individualmente e collettivamente soprattutto tra i 15 ed i 25 anni: ribellione contro la famiglia, le istituzioni, la generazione precedente… le generazioni rock si confrontavano su cosa fosse più o meno antagonista e sovversivo, ricordo che disprezzavo i dinosauri del rock solo in quanto vecchi (ovviamente adoro Sabbath, Hendrix, Zeppelin e compagnia bella) contrapponendo l’antagonismo più sincero, coerente ed efficace dei gruppi Dischord. Oggi sarei felicissimo di trovare qualcuno con 20 anni meno di me che mi dica che quella è roba da vecchi, che è un cliché, che quello che ascoltano loro è più radicale culturalmente. Ma finora non li ho incontrati, anche se per forza di cose ci saranno dei 20enni ribelli ed antagonisti, solo che forse non usano la musica come canale di espressione.

Com’era la situazione in Perù? I ragazzi guardano soltanto el condor pasare o hanno orecchie anche per altre cose?
Io ho vissuto soprattutto a Lima. Diciamo che per essere una città di quasi 10 milioni di abitanti la densità di musiche interessanti non è altissima, ma qualcosa c’è.
Sono entrato in contatto con Luis Alvardo della Buh Records che è un grande appassionato di industrial ed ha un buon occhio sulla scena in generale. Ho conosciuto alcune buone band ma ho anche visto che il giro non è estesissimo, e loro lo compensano con contatti all’estero, in generale in Sud America. Comunque i riferimenti per loro non sono sicuramente El condor pasa o i suonatori di cumbia ma le stesse musiche che ascoltiamo noi.
Diverso il discorso per le musiche “violente” che hanno un buon seguito. Nel centro di Lima ci sono alcuni squat dediti all’hardcore metal ma non è scontato uscirne vivi, quindi per sentire una chitarra distorta sono dovuto ad andare a vedere gli Slayer (che al di la di tutto amo molto) allo stadio, che era pure bello pieno.
Negli ultimi anni c’è stato anche un ritorno all’orgoglio del vitale garage rock degli anni ’60, su tutti Los Saicos, che si fanno ascoltare molto volentieri.
Tutto questo vale per Lima oggi, il resto del paese, non solo per la musica, è un bel po’ più indietro.

Veniamo ai punti dolens … una buona recensione fa ancora vendere?
Ahimé no, da un bel po’ di tempo ormai.
Forse porta dei like alla pagina del gruppo, che comunque è un bene.
Forse farà conoscere di più il gruppo a livello di popolarità, ma le vendite no.
L’ equazione bella recensione=vendite è inesistente, e non solo se parliamo di riviste specializzate, che non se la cavano bene nemmeno loro, ma anche in casi di esposizione ben più ampia.
Ti faccio un esempio: in questi giorni c’è un bel po' di chiacchiericcio sui Camillas che sono andati in TV e radio ripetutamente per via della loro partecipazione ad italia's got talent su Sky.
Sono seguiti molti messaggi ironici di miei amici con "adesso diventi ricco” (sebbene il mio accordo con loro e qualunque altra band escluda questa possibilità) ma magari mi aspettavo di terminare le quattro copie che ho in casa dei loro dischi.
Ordini: 1, incasso 12 euro.

Ma perché, secondo te, non funzionano?
Perché ce ne sono troppe o perché la gente non legge più?

Non è che non si legge più, si legge in maniera diversa ed ovviamente su canali diversi.
Vorrei smontare il mito per il quale una volta 20mila lettori di una rivista di musica erano tutti lettori interessati, curiosi ed appassionati di musica.
Anche in quella situazione c’erano lettori superficiali che si limitavano a cercare il disco del mese o capire qual era il genere di tendenza.
Ecco, quelli oggi non comprano più i giornali di settore (che soffrono almeno quanto il mercato dei dischi) perché le cose “di cui si parla” vengono esposte anche altrove, con più efficacia nella creazione e nella diffusione delle mode.
Lo zoccolo duro continua a leggere le riviste di settore, ma numericamente sono un quarto di dieci anni fa.
Le recensioni non sono troppe, sono tante perché i dischi in circolazione sono tanti.
Molti addetti al settore discografico dicono che escono troppi dischi, ma non sono d’accordo.
Sono troppi per coloro che si trovano quintuplicato il loro lavoro: recensori, distributori, etichette, locali… sento spesso dire che c’è troppa musica e che bisognerebbe mettere un limite.
E chi lo deve mettere questo limite? Lo stato?
Capisco il loro spaesamento e le difficoltà nel gestire tutto quello che gli viene proposto ma la possibilità è quella di scegliere, focalizzarsi, crearsi un identità.
Questo è il ruolo dei Giornalisti, Operatori Culturali ed Editori, contrapposto a quello di bollettini di uffici promozionali, bottegai ed operai della distribuzione (massimo rispetto per l’operaio, se sta leggendo e se esiste ancora).
Ritengo più allarmante che a dispetto di questa presunta quantità mostruosa di materiale, alla fine copertine e dischi del mese siano sempre gli stessi.
A monte di questo c’è il rapporto della musica nella vita delle persone: nella musica ci si identifica, come nell’abbigliamento, nella scelta del telefono o dell’auto.
Trattandosi di lifestyle, è più facile cercarlo in chi aggrega i nostri interessi piuttosto che nella settorializzazione: si vedano i fenomeni di successo di birrerie che vendono libri, dischi e abbigliamento.
Poi ci siamo noi quattro sfigati che andiamo a cercare le rarità, le collaborazioni etc… ed abbiamo un’insaziabile sete di musica, ma siamo amanti dei dischi, e non è una cosa molto popolare.
Non lo è mai stata.

Quello che dici mi sembra vero a metà … anche di libri se ne vendono molti meno. Mi sembra che stia cambiando la gestione del proprio tempo libero, all’interno del quale libri, musica e cinema trovano sempre meno spazio, non ti pare?
Non mi sembra che abbiano meno spazio, ma che venga utilizzato in maniera diversa, meno “dedicata”.
Sui mezzi pubblici tutti hanno le cuffie attaccate al telefono, quindi vuole dire che ascoltano molta più musica di prima.
Per non parlare di quando vanno a correre, che tutto sommato è un uso sano del tempo libero.
Poi ascoltano gli 883 (esempio mutuato oggi in metropolitana milanese), ma non credo che la persona in questione trent'anni fa sarebbe stata in salotto a godersi un vinile dei Chrome.
Molte persone usano il kindle, dove è facile fare proliferare files senza che si conoscano i numeri di diffusione. Idem per i film.
È più una crisi di mercato dove le persone sono più veloci dell’industria nell’adeguarsi (qualche anno fa di più rispetto ad oggi).
Noi siamo persone da giradischi, libro di carta in poltrona, e cinema con le seggiole vuote.
È sicuramente più tradizionale, evocativo e ci da un senso di “dedizione” verso l’opera, ma c’è da chiedersi se questa ostinazione non sia una battaglia contro i mulini a vento, e se piuttosto non possiamo sfruttare le opportunità fornite dalla tecnologia per godere meglio del nostro interesse e godere meglio il nostro tempo libero.
Io la soluzione non la immagino nemmeno, spero solo non sia Apple a fornirmela.

Beh, non credo sia facile ascoltare un vinile di 180 grammi o leggere “I demoni” mentre vai a correre … e non dimenticare che “Pawn Hearts” dei Van Der Graaf, quando uscì, in Italia volò al vertice delle classifiche di vendita … oggi di un disco simile se ne potrebbero pubblicare sì e no 300 copie … a proposito, che mi dici di questo ritorno al vinile che a me sembra più una cosa dedicata ai collezionisti che agli appassionati di musica?
Non è solo per collezionisti, molti dischi underground escono in vinile e non in edizioni limitate o speciali, hanno prezzi abbordabili e tirature adatte alla distribuzione.
Le major fanno edizioni per collezionisti e fanatici dei loro dischi, ma anche qui si tratta di un’altra cosa rispetto al circuito indipendente.
Se è vero che la musica si ascolta principalmente in formato non fisico, è vero anche che chi identifica parte della propria personalità con la musica (leggasi l’appassionato di musica), con la musica digitale non ha modo di avere l’oggetto da mostrare.
Avere i vinili in casa è come avere un quadro, un poster, i libri di carta o altri suppellettili che hanno perso la loro funzione originale, servono a mostrare una parte di noi a coloro che possono entrare nella nostra casa, a noi stessi per rassicurarci avendo intorno le cose che riteniamo importanti.
Questo vale anche per chi si sarà comprato - se esiste, immagino di si - un LP di Ligabue da porre a fianco del poster, del biglietto del concerto e delle biografie di Ligabue, e anche per me e per te che abbiamo le migliaia di vinili, ed il cui volume totale è pure importante per mostrare che non siamo degli hipster che comprano vinile da quando è diventato l’ennesimo oggetto vintage di tendenza.
Oltre a questo aspetto di possesso e di identificazione, e a differenza di chi ha acquistato quello di Ligabue, per l’appassionato di musica il vinile ha anche il vantaggio che lo puoi ascoltare, che suona meglio del digitale, e soprattutto quando lo ascolti ti stai dedicando a quell’ascolto come dicevo qualche riga fa, rendendo omaggio a quello che consideri uno dei Piaceri più grandi.

Forse quella non è l'intenzione di musicisti e discografici, ma il risultato mi sembra lo stesso ...
mi capita di vedere vinili stampati in 2-300 copie che in brevissimo tempo vanno esauriti e poi riappaiono dopo un mese o due a prezzi triplicati o più ....

Non so, non lo metto in dubbio ma non mi succede mai.
Sicuramente anche io e te non acquistiamo esattamente gli stessi dischi, si tratta di un piccolo mercato ma molto frastagliato, sia nelle musiche che nei comportamenti delle etichette.
Io ho in catalogo alcuni dischi rari, alcuni li trovo in vendita a prezzi alti, ma se potessi li ristamperei e li metterei in vendita al loro prezzo naturale.
Certo è che io un disco oggi non lo pago più di 30 euro nel peggiore dei casi.

A un certo punto tu osservi che «tipicamente il rock è stata la colonna sonora della ribellione».
Io, in un articolo / intervista ai Blue Willa scrivevo: «L’unico neo in questa percorso scevro da compromessi, a voler essere eccessivamente severi, sta nell’aver accettato il sinistro sistema dei concorsi assoggettandosi alla logica del rock contest.
La strada è l’unico vero test, il bagno di sudore con il proprio pubblico, la fatica accumulata nei tour, altroché giurie e giurie, meglio lasciare che gli esami e i voti restino materia scolastica e i concorsi materia impiegatizia….
».
Cosa pensi dei vari concorsi, contest e premi vari che sembrano rappresentare proprio una istituzionalizzazione del rock?

Sono assolutamente contrario.
Le competizioni sono per lo sport, dove c’è un obiettivo oggettivo da raggiungere.
Anzi, gli sport che basano la vittoria sull’opinione dei giudici già non li capisco, ed infatti uno di questi si chiama ginnastica “artistica”.
E nemmeno le condivido per il cinema. Queste forme espressive non possono essere valutate con un punteggio perché non ci sono parametri oggettivi da misurare, dato che il loro fine è suscitare un’emozione, per la quale non esiste unità di misura.
Forse può esistere individualmente, ma non collettivamente.
Oltre a questo, la vittoria dei contest si basa sul plauso popolare, e non ho molta fiducia nella capacità del popolo odierno di giudicare un prodotto artistico.

Ti sei già espresso in proposito, ma per concludere vuoi riassumere qual è oggi il ruolo della Wallace e quali i programmi per l’immediato futuro?
Immagino che per una band pubblicare un disco con Wallace oggi sia un motivo per identificarsi in una storia ed un’attitudine diy punk. Per la Wallace decidere di pubblicare una band vuol dire continuare ad alimentare questa storia e questa attitudine. Le prossime uscite saranno limitate ad alcune ristampe, per il futuro più a lungo termine non ho nessun programma, come del resto non ne ho mai avuti in sedici anni.