sincope records (intervista a massimo truculentboy onza)    
di e. g. (no ©)




«Ciao Mario, come stai?
Avvistata la recensione, in splendida compagnia tra l'altro...grazie mille!
Saluti
Vasco
»

Questo lapidario commento mi giunse per e-mail dopo una recensione, pubblicata logicamente su sands-zine, nella quale una cassetta della Old Bicycle di Vasco Viviani veniva associata con un CD della Sincope Records di Massimo ‘Truculentboy’ Onza. Poche parole che, al pari di queste mie interviste (invero abbastanza prolisse), suonano piuttosto chiare e determinate: nell’ambito delle etichette indipendenti – mi sto riferendo alle etichette indipendenti reali e non a quelle che lo sono per pro-forma – esistono una forte consapevolezza e un forte senso di appartenenza. Chiaramente ognuno ha le sue strategie, le sue idee, il suo modus operandi e, soprattutto, ognuno si prende cura di settori musicali ben definiti; se così non fosse sarebbe insensata l’esistenza di tanti marchi, ma tutti finiscono per ritrovarsi in quei quattro principi di fondo che stanno alla base del diy, muovendosi con i piedi ben piantati per terra e senza farne una religione ma utilizzandoli come un’arma ben appuntita per lottare contro i nemici comuni e, ancor più, come una zattera di salvataggio e di sopravvivenza.
“Sound AND Silence” è orgogliosa di appartenere a questo piccolo mondo, un mondo che altro non è se non una goccia minoritaria ai margini della grande distribuzione e dei mass media dominatori, asserviti ai grandi gruppi finanziari e paladini di quella dittatura culturale che ci assoggetta, comunque ben vivo nel rappresentare una pur minima speranza di vita contro la massificazione.
Sì, siamo una piccolissima minoranza ma, alla luce di quanto riescono a fare le maggioranze, è davvero il caso di esserne compiaciuti.
Passo ora alla lunga intervista a ‘Truculentboy’ di Sincope Records, con la speranza che non venga letta solo dai già convertiti ma pure da qualche ‘scontento’ frequentatore dell’altro mondo. Chissà che queste parole non possano essergli utili?




Com’è che hai pensato di dare vita a un’etichetta discografica?
Più che un’idea che mi è venuta è stato un percorso ed una necessità espressiva.
Tutto è cominciato con il punk hardcore e con il cercare di mettere in pratica alcuni argomenti che trovavo fondamentali, sia dal punto di vista politico che espressivo, e che avevo avuto modo di conoscere e approfondire attraverso quella scena. Il primo passo è stato appunto cercare di dare spazio ad alcuni discorsi che meritavano di essere conosciuti perché importanti, e non solo dal punto di vista prettamente musicale. Quindi ho cominciato a collaborare con delle fanzine e a farne in prima persona. Dopo qualche anno ho cominciato a coprodurre dischi con Mastro Titta Produzioni, che era un po’ il braccio armato della mia fanzine Mammamiaquantosangue.
Successivamente ho sentito sempre di più la necessità di esprimere con maggiore responsabilità e con maggiore precisione la mia visione, così ho creato Sincope, con le stesse basi concettuali politiche e diy di MTP, con l’intento di dare spazio sia ad alcune derive del punk hardcore che mi stanno a cuore, quanto più di prima a suoni trasversali che apprezzo molto, passione che è aumentata nel corso degli anni praticando sempre di più determinati generi in prima persona; e in ultimo anche per dare spazio ad alcuni miei progetti che mi vedono coinvolto come “non-musicista”. È strano e molto interessante per me rispondere alle tue domande in questo periodo, in più di 5 anni di Sincope ho attraversato diverse fasi e credo che proprio in questo momento una se ne stia per esaurire e sto ragionando sul come mettere in pratica nuove esigenze e nuove idee che ho in testa.

Che interesse c’è da parte delle nuove generazioni in quello che stai facendo?
Sicuramente è una cosa difficile da valutare. Credo che le nuove generazioni siano un po’ sganciate da questi discorsi, vuoi per il mondo diverso e più sfumato di quello che potevamo vivere noi nella nostra adolescenza, vuoi anche per responsabilità di chi fa cose come quelle che faccio io. Credo molto che i giovani dovrebbero farsi più avanti e che sia una precisa responsabilità di tutti quelli che si occupano di produzione culturale cercare di tramandare e spiegare loro dei valori che ci hanno mosso. Sono contentissimo quando qualcuno decisamente molto più giovane di me si avvicina al banchetto di Sincope e mi chiede informazioni su un disco. Cerco di fargli capire cosa è quel disco e cosa può significare. Cerco sempre di diffondere nei limiti delle mie possibilità alcuni valori che credo siano importanti, soprattutto in un periodo storico dove tra lo scegliere se ascoltare musica o andare ad un rave a drogarsi, molto spesso vince il rave party e un sano fraintendimento dell’espansione delle percezioni sensoriali! Anche perché se non siamo capaci di trasmettere valori etici e politici che dovrebbero essere fondanti nel prendersi l’impegno di occuparsi di cultura, che credo sia quello di cui mi occupo, non posso addossare tutta la colpa ai “famigerati gggiovani”! In questo momento vedo che spesso diversi musicisti sono per lo più rinchiusi su loro stessi e sulla loro “arte” e che alcune etichette rincorrono di più un guadagno monetario e un riscontro mediatico. Sono scelte che rispetto, ma non le condivido. Logicamente non tutto è così nel mondo, ma credo che alcuni valori che dovrebbero far parte di altri aspetti dell’esistenza siano entrati prepotentemente nel mondo “dell’indipendenza”, e non la vedo una cosa positiva.
Se dobbiamo trasmettere solo concetti di successo personale e competizione feroce, ci sono persone e istituzioni che sanno farlo meglio di noi e promettendo anche un effettivo guadagno monetario ed edonistico con cui non si può competere. E detto tra noi, con cui mi rifiuto di competere e che cerco di combattere. La mia soddisfazione non si risolve tanto nel vendere un disco o nell’organizzare un concerto, quanto nel vedere se con quel concerto o quel disco, oltre alla mia idea di bellezza, posso trasmettere un modo di agire e di intendere la realtà che considero sani.
Dei giovani ci sono, sono pochi e sempre meno in questo tipo di scena, se non sappiamo trasmettere loro il perché abbiamo fatto alcune scelte meno facili e faticose, rischiamo di passare per poveri coglioni e disattendiamo una delle dinamiche fondamentali del processo culturale antropologico.
Una delle soddisfazioni più grandi l’ho ricevuta molti anni fa, quando mi scrisse una ragazza che aveva letto mammamiquantosangue dicendomi che era stata talmente presa dal discorso che anche lei voleva fare una fanzine. Una cosa del genere a casa mia si chiama un gran bel risultato!

Non pensi che stare nelle grandi piattaforme di internet rappresenti, non dico un tradimento ma comunque un inquinamento dei valori che stavano dietro al diy?
È difficile rispondere ad una domanda del genere, perché ho paura non ci sia un argomento definitivo per chiudere il discorso, quanto più un approccio all’argomento, visto il costante cambiamento della rete e delle sue implicazioni sociali, e visto come le due cose si influenzino incessantemente. Penso che il rischio di inquinare qualcosa ci sia sempre e mi pongo spesso una domanda del genere. È evidente che la contraddizione base sia quella di avere la possibilità di fare comunicazione e diffondere valori dal basso in modo autogestito e inserirsi tuttavia in un contesto controllato da politiche che spingono per valori opposti. Non credo però che i rischi di queste piattaforme siano maggiori di quelli che si corrono nella vita reale, qualora si cerchi almeno di interpretarle nei giusti termini. Il continuo vedere in modo dialettico il rapporto tra reale e rete è fondamentale e non deve essere assolutamente trascurato.
Di base ho un approccio verso le nuove tecnologie né ottimista, non le vedo un mezzo di liberazione pazzesco come si professava anni fa, e la cosa mi pare si sia risolta da se, né eccessivamente pessimista, anche se il pericolo è evidente e non trascurabile. Penso che il discorso si risolva in parte in un semplice contesto di usabilità. Vedere la rete come un elettrodomestico, né più e né meno: dipende molto dall’uso che se ne fa e quindi molto dai valori che vi trasponi dentro. Le implicazioni comunicative possono sia rendere ostaggi le persone, sia possono servire come emancipazione nell’imparare a “leggere”, come avrebbe potuto dire Barthes, la rete per farne un mezzo efficace di diffusione e raccordo di esperienze eticamente utili. La parte comunicativa può essere molto interessante anche dal punto di vista creativo, e può essere una piccola compensazione di alcuni aspetti del reale che non funzionano come dovrebbero, come la difficoltà a trovare spazi espressivi, che comunque anche nel contesto “reale” sono spesso mossi da prerogative puramente merceologiche e di moda. La questione a questo punto dovrebbe molto responsabilizzare l’utente: l’importante è quali concetti di base metti in campo nelle scelte personali che poi trasponi su queste piattaforme. Sono quindi molto più preoccupato dei valori effettivi che sono alla base dell’esistenza che affronti tutti i giorni a viso aperto. Ho la sensazione che anche la rete possa servire ad affrontare questi argomenti, ma sempre come mezzo ovviamente. Il problema preponderante è quando la rete diventa un fine. Una piattaforma dovrebbe essere sempre una trasposizione di concetti vissuti nel reale che dovrebbero a loro volta ricadere nel reale, dopo il passaggio in un tale contesto comunicativo. Usarlo come fine è evidente che penalizza le possibilità esperienziali e influisce sui riflessi percettivi, e logicamente può dare spazio a risvolti puramente commerciali e a prassi antisociali. E qui possiamo riallacciarci al discorso sugli aspetti valoriali che ho cercato di fare precedentemente, che devono essere una base con cui affrontare anche problematiche di questo tipo. Entra in ballo la pratica di allenare e diffondere consapevolezza per cercare di non essere delle semplici vittime del gioco. Se nessuno è innocente, come vorrebbe una tale contraddizione, non per questo bisogna vendere l’anima al diavolo e si può anche continuare a cercare soluzioni per essere meno colpevoli. In finale credo che si dovrebbe cercare di rendere palesi alcuni valori, cercare di avere sottocontrollo il più possibile un “proprio” linguaggio e senso, e di contestualizzare la propria visione in modo da creare uno scarto da un contesto che spesso non è esaltante. Cercare di trovare un compromesso per gestire la propria comunicazione dal basso tentando di non svendere la propria integrità. Cosa che ovviamente succede tutti i giorni anche nella vita reale e che poi è uno degli scopi fondamentali del diy.

È solo per motivi economici che pubblichi essenzialmente su cassetta?
Assolutamente no! Credo questo faccia parte di uno dei fraintendimenti che girano intorno ai formati in generale. Diciamo come prima cosa che trovare un tipo di musica dove hanno ricominciato a circolare le cassette in modo massiccio come è successo nella prima metà dei 2000, nella scena sperimentale, per me è stata una boccata d’aria. Faccio parte di quella generazione che si portava i dischi in cassetta nel walkman, che normalmente appunto uscivano anche su nastro, e dove c’erano i demo che si potevano fare solo in questo formato; solo successivamente è arrivato il cd, ma la storia la sappiamo. C’è tutta una serie di ricordi e di pratiche, pre e adolescenziali, che mi legano sentimentalmente ai nastri, che ho usato tanto e verso cui ho un approccio prossimo alla normalità, c’era solo quello! Ma c’è anche una questione di giustezza e di vantaggio nell’utilizzarla. Il primo è sicuramente che la cassetta è un formato versatile, puoi metterci sopra un ep quanto un disco, come tante situazioni intermedie, graficamente molto personalizzabile, e credo sia una scelta dignitosissima, anche perché parlando di piccole etichette, indipendenti e “politiche”, non si tratta di migliaia di copie per il Mercato, ma lo si fa per dialogare con un ascoltare interessato e un po’ più raro, almeno questo è il mio preciso intento. Secondo, per alcuni generi è molto efficace l’uso della cassetta, soprattutto nella sperimentazione dove la necessità che imperava negli anni passati, e non solo nelle musiche altre comunque, è diventata virtù per creare una propria proposta significativa. Comunque se vuoi spendere molti soldi per fare una cassetta puoi tranquillamente farlo e può costare verosimilmente come altri formati. L’importante è che la questione oltre una certa soglia non diventi una discriminante per giudicare la bontà del discorso complessivo.
C’è una cosa poi che bisogna assolutamente dire: ogni uscita ha bisogno di un suo formato per motivi di giustezza e lavorare sui formati permette pratiche fantasticamente creative. Oggi, potendo scegliere tra diverse declinazioni, si possono fare davvero delle scelte interessanti a livello di gestione continuativa di un discorso complessivo. Bisogna sempre trovare il modo giusto per proporre ogni singola uscita, a seconda di diverse variabili, ognuno ha le proprie. Grazie all’esperienza ovviamente qualche scelta diventa più automatica, ma mi dispiace molto come a volte non si considerino le potenzialità dei formati. Poi c’è da considerare anche la personalizzazione e la creazione grafica giusta, per me una delle fasi molto interessanti del fare un’uscita. Il formato se scelto con cura, e gestito in modo efficace, nobilita sempre l’uscita. Si dovrebbe molto collaborare con il “produttore” di un’etichetta in questo senso, la questione diventa molto più appassionante attraverso la dialettica creativa. Anche perché mi interessa poco se un musicista in un anno fa un doppio vinile o 10 cd o una cassetta, dipende da quello che mi dice ogni singola uscita. Certo, la cosa ricade in parte nel campo del gusto personale, ma può piacermi tantissimo una singola cassetta tanto da ascoltarla fino allo sfinimento, e può farmi schifo 10 volte, per ogni singolo cd pubblicato in un anno, o il doppio, se si tratta di un doppio lp, il lavoro di un musicista di cui non apprezzo la musica. Allo stesso tempo non amo nemmeno vedere la cassetta come formato alla moda, che “se non fai tutto in cassetta sei out!” Che tristezza!
Purtroppo mi sembra che oggi ci sia la tendenza a un approccio al formato come affermazione della dignità artistica che invece dovrebbe essere espressa nel processo creativo e/o collaborativo, e trovo la cosa a volte un poco ingenua, se non effettivamente controproducente. Spesso ci si distrae e ci si concentra su altre variabili che non sono la musica, anche se dovrebbe essere una componente essenziale quando si parla di musica, appunto. Si rischia di proporre scelte poco efficaci e di appiattire il discorso su pochi argomenti, e mi sembra davvero un paradosso per qualcosa che di base punta alla creatività come ispirazione cardine. Si rischia di rendere molto più complicato il discorso continuativo con un musicista, come rende difficile la costruzione dell’omologia dell’etichetta stessa, e purtroppo sono argomenti molto poco presi in considerazione. Quando accadono, ecco, questa è parte della noia che devi beccarti svolgendo il tuo sporco “lavoro”, ahimé! Mi viene anche un po’ il dubbio a volte se si possa davvero parlare di necessità espressiva, momenti creativi e discorsi “alternativi” (uso la parola nel senso buono) quando vengono troppo prese in considerazioni variabili come il mercato, la moda o l’ego eccessivo. Comunque ci sono anche problemi più grandi con cui oggi si deve avere a che fare e che, se posso permettermi, sfasciano davvero i coglioni!

Prima della ‘cidiizzazione’, però, quasi tutti gli appassionati avevano la famosa ‘piastra’ per cassette, anche solo per riversarci dentro il vinile e ascoltarlo poi in auto, o anche solo preservarlo dall’usura … oggi la ‘piastra’ o il ‘mangiacassette’ per auto mi sembrano un po’ in disuso, non è che producendo cassette ti bruci troppi possibili acquirenti?
C’è una soluzione praticissima, ovvero il download code, così si può sentire sia la cassetta, quando gli si può dedicare del tempo, sia ascoltare i files su qualche altro supporto, per praticità.
Logicamente è lo stesso mio problema quando compro un vinile o una cassetta e voglio ascoltarmeli in macchina o nel lettore. Non è una scelta di mercato, quanto un’esigenza che sento io stesso in prima persona quando acquisto formati del genere, tutto qui. Non riesco a ragionare troppo sulle esigenze degli acquirenti, preferisco concentrarmi su quello che ho da dire, se la cosa poi può interessare a qualcuno tanto meglio, altrimenti finché si potrà si faranno uscite, oppure smetterò, sapendo comunque di aver voluto dire qualcosa che volevo fortemente dire e di esserci almeno in parte riuscito. Questo mi fa stare bene. Il discorso sull’acquirente è molto complicato, e non amo molto ragionare in questi termini. Mi piacerebbe di più che chi comprasse i dischi di Sincope lo facesse perché, oltre ad apprezzare le uscite in sé, condivide anche un certo discorso complessivo che cerco di far passare e vede nel gesto di acquistare un modo per sostenere la cosa. Del resto se volessi solo vendere dischi ci sarebbero altri modi di comportarsi, e in parte molto più semplici dei ragionamenti che cerco di mettere in campo.

Molte etichette simili alla tua si associano a volte per fare delle coproduzioni, forse mi sbaglio ma mi sembra di non aver mai visto il nome della Sincope imbarcato in imprese simili; la cosa non ti interessa o semplicemente aspetti l’occasione giusta?
Ne ho fatte tante e anche molto allargate quando facevo Mastro Titta Produzioni e ne ho fatta qualcuna anche con Sincope. Credo che le coproduzioni allargate siano state una buona cosa per spingere alcuni discorsi di diy in modo efficace. Ovviamente non la vedo come una pratica estensiva che può durare per sempre. Per un certo periodo è stata una cosa molto interessante, ha permesso di fare molto con poco. Tuttavia ho sentito l’esigenza di lavorare su meno cose e con più responsabilità nella gestione totale del processo di produzione di un disco. È utile per esprimere più facilmente il punto di vista dell’etichetta in generale, spesso puoi riuscire meglio nella frontalità del discorso. Logicamente ho rispetto per chi continua a portare avanti questo tipo di pratiche e riesce ad essere efficace. Ho paura però che a volte coinvolgere troppe etichette non faccia avere ad un singolo disco la giusta attenzione che dovrebbe avere, che tante volte si perde in molti rivoli, associando situazioni anche troppo diverse tra loro come visione editoriale e politica. Poi dipende sempre dai concetti che si vogliono mettere in pratica. In questo momento, e da un po’ a dire il vero, preferisco seguire più da vicino ogni singolo disco, la cosa per me è molto più stimolante e mi permette di dire delle cose più in prima persona. Credo sia anche più interessante per costruire un certo rapporto collaborativo con i musicisti, che altrimenti tende ad essere più estemporaneo. Mi interessa molto la socialità che viene a crearsi intorno ad ogni singolo discorso e cerco di fare in modo che abbia sempre la sua importanza, anche al di là della mediazione che a volte viene a crearsi per le varie distanze geografiche. In una coproduzione molto allargata a volte questo aspetto soffre un po’ troppo, spesso si finisce per non conoscere mai le presone con cui avevi coprodotto il disco, oppure non hai più nulla a che farci dopo quella singola esperienza, e per me non è una cosa interessante. Credo che quello che si fa debba anche essere utile per costruire una socialità in base a dei valori che si condividono. Quindi preferisco o fare da solo, o al massimo unire le forze con due o tre etichette di cui ho stima e rispetto, e di cui condivido l’approccio, in modo da concentrare e gestire al meglio la situazione, e anche questa eventualità è già capitata su Sincope. Ovviamente dipende dal disco ed è anche molto bello che ogni tanto ci si trovi a fare una cosa assieme. Preferisco una scena fatta di etichette ognuna con la sua visione e pratica piuttosto che una scena dove tutti condividono gli stessi dischi, non mi sembrerebbe né sano per un discorso vivace e creativo, né realistico come ipotesi di lunga durata. È la mia visione da appassionato, visto che amo non solo fare i dischi ma anche comprarne e vedere visioni e scelte diverse dalle mie su cui ragionare e con cui confrontarmi. Trovo la cosa molto più interessante. Vorrei aggiungere anche che l’autoproduzione fatta con volontà e scelta politica, non esclusivamente per necessità, è una cosa che deve essere apprezzata e praticata come discorso a fianco e al di là delle etichette, è una pratica che a volte è fraintesa o presa poco in considerazione dai musicisti. Del resto di autogestione parliamo quando parliamo di realtà come Sincope nello specifico, cosa molto più evidente quando faccio uscire una mia produzione con il “marchio” Sincope.

Un’altra pratica molto diffusa in ambito di produzioni indipendenti e autoproduzioni è oggi quella del crowfunding … e se un signore quasi anonimo lo ha utilizzato per diventare presidente degli USA vuol dire che probabilmente funziona! Tu cosa ne pensi?
È un metodo che rispetto, può essere interessante in alcuni ambiti sociali e politici. Nel mio ambito di riferimento non sono interessato a metterlo in pratica, credo sia meglio utilizzare altri metodi di cui abbiamo parlato e che preferisco molto di più, ma ognuno ha le sue strade, una propria etica e deve fare le proprie scelte.

A cosa serve oggi una recensione?
Mi sento un poco in imbarazzo a rispondere a questa domanda o non capisco bene come interpretarla.
Le recensioni sono sempre servite a costruire il discorso culturale musicale. È importante per gli appassionati di musica poter confrontarsi, dibattere, conoscere e approfondire determinati argomenti.
Come sempre una recensione serve anche a far conoscere meglio il discorso attorno ad un disco, ad avere punti di vista altri rispetto a quello del produttore, letture, consigli, interpretazioni, demistificazioni a riguardo. Del resto la musica, come tutti i linguaggi complessi, ne ha bisogno.
A diffondere.
Non credi? Te perché oggi scrivi recensioni?

Dato che a tua volta fai una domanda devo allargarmi per dare una risposta. Posso dire che iniziai a scrivere recensioni quasi per caso, e anche perché ero insoddisfatto di quelle che leggevo, e poi ho proseguito per inerzia, ma anche perché mi piace la musica e mi piace anche scrivere. Se però dovessi dire a cosa servono le mie recensioni sarei in difficoltà, e spesso mi viene da pensare che sono inutili e non servono a niente e a nessuno tranne che a me stesso.
Ma adesso vengo al nocciolo: è innegabile che è aumentato sia il numero dei dischi pubblicati sia il numero di chi li recensisce, e allo stesso tempo è diminuito il numero di copie stampate per disco.
Onga di Boring Machines, in un’intervista che gli ho fatto diceva:
«C’è una crociata in corso contro l’invio del digitale che colpisce a caso senza valutare chi e come lo manda. Ci sono dei personaggioni, in Italia ma anche all’estero (uno di questi è quel simpaticone di Frans De Waard che ho provveduto a mandare cortesemente a quel paese) che insistono per recensire solo “the real thing” perché degli mp3 non sanno che farsene. Bravi, padroni a casa vostra, ma avete mai considerato che io stampo un LP in 300 copie, e non perché me la tiro con le edizioni limitate, perché non so nemmeno se le vendo tutte. Cioè posso io mandare in giro a quasi mille contatti stampa vari che ho il promo, imbustato e spedito via posta, spendendo più soldi di quelli che spendo per produrre il disco? Eh ma una volta si faceva così. Eh ma una volta 300 copie le vendevi nel tuo quartiere».
Matteo Uggeri, che è un musicista e discografico, e a suo tempo faceva recensioni per sands-zine, scriveva invece: «Da tempo non recensisco dischi. Non ricevo neppure più i demo. Me li mandano in digitale, e mi passa la voglia».
È un bel problema e rispetto entrambe le posizioni, da una parte uno che pubblica 300 copie di un disco non si può svenare per inviare promo ma, dall’altra, un povero cristo che perde del tempo per fare una recensione un minimo originale, cioè che non sia un copia e incolla dai comunicati stampa o da qualche recensione altrui, non può sentirsi appagato da un semplice download.
Tu come risolvi la questione?

Bene! Essendo pur sempre un fanzinaro ogni tanto mi scappa di fare qualche domanda. E poi ora riesco a capire meglio il senso della domanda precedente.
Riferendomi alla mia risposta sulle recensioni, credo che siti come questo siano molto utili al dibattito culturale musicale. Logicamente parlo sia da appassionato di musica, ruolo che rivendico, che ama conoscere non solo quello che produce e che preferisce leggere cose scritte bene, che sia come produttore, avendo interesse a stare dove il discorso è più competente e con cui ho una certa affinità concettuale. Personalmente sono uno di quei tipi che dice di no alle situazioni che non gli piacciono e di si a quello che apprezza, sempre motivando la cosa, non perché credo di essere chissà chi, non sono né meglio né peggio del rappresentante medio del genere umano, ma semplicemente perché rivendico la mia autonomia di scelta come essere pensante, cosa normale e in cui credo molto.
Sinceramente condivido sia la posizione di Onga, sia quella di Uggeri. E tutto questo è un sintomo di una situazione che sta arrivando al collasso e ho paura che invece di avvicinare persone a questo tipo di mondi culturali, stia sempre più allontanando le nuove generazioni da un discorso musicale profondo, e oltretutto rischiando di rompere seriamente le palle anche a gente adulta come me.
Prima di tutto è vero, escono troppi dischi, me lo sono detto anche io, è assurdo escano tutti questi dischi, e ho deciso di farne meno e restringere di più la mia visione in modo ancora più selettivo di prima.
Secondo, si vendono pochi dischi, soprattutto in Italia, e la cosa fa abbassare le tirature, non un è aspetto troppo problematico per me, che, come dicevo precedentemente, preferisco un ascoltare appassionato a un compratore distratto. Se posso permettermi comunque di darti un dato, se ricevessi ordini quanto proposte di uscite avrei un fatturato prossimo a quello della Subpop! Un argomento con cui prima o poi bisognerà fare i conti.
Poi c’è da dire che molti siti e riviste hanno cambiato visione cercando di diventare per lo più generalisti, cosa secondo me inutile visto che non ce n'é bisogno e non aiuta nessuna scena in particolare, e per lo più accentuando un approccio mainstream, tagliando fuori o riducendo molto lo spazio a realtà secondo me interessanti. Qualche anno fa la cosa sarebbe stata molto diversa; in una situazione in cui anche la televisione si organizza da anni per settori tematici, alcune pubblicazioni musicali, che avevano un target affezionato e di tutto rispetto, cercano ardentemente di essere generaliste, e la cosa non so fino a che punto abbia senso. Oltre a latitare, la critica in certe occasioni lascia anche un po’ perplessi come tipo di spiegazioni e di letture che propone, e spesso mi sembra sia deficitaria di quella componente di “scoperta” che trovo sia importante per qualsiasi tipo di giornalismo, preferendo in alcuni casi adagiarsi ad assecondare una corrente maggioritaria con poca discrezionalità.
A tutto questo va aggiunto che la pubblicazione di fanzine cartacee si è contratta molto, fino a sparire quasi completamente, e la cosa ha evidentemente accentuato un certo vuoto nel discorso culturale legato alla musica e non solo.
E poi è vero che le persone che scrivono sono aumentate tantissimo e non sempre è aumentata la competenza di lettura e spiegazione. La democraticità della rete è un grande mezzo per dare possibilità di potersi proporre e per diffondere, ma dipende dal produttore/musicista discernere valutando in base a quel che gli piace come proposta, come attitudine, come competenza che ricerca, anche in base al fatto che non si può mandare tutto a tutti per questioni fisiologiche ed etiche. Non amo si parli impropriamente del mio impegno.
Sincope, come molte altre cose che faccio, non ha mai avuto una vocazione generalista, anzi, per il contenuto concettuale che cerco di mettere in campo, è un po’ il contrario del generalismo, che si muove in parte su valori e coordinate che non contemplo, vuoi per mio poco interesse, vuoi per una mia scelta programmatica dettata dalla mia visione politica. Solitamente quindi ho sempre fatto promozione inviando dischi in modo selettivo, cercando di fare arrivare le copie alle situazioni che apprezzo di più ed evitandone per scelta altre, che sinceramente sono agli antipodi del mio modo di “sentire”. Poi ogni tanto sperimento qualche situazione diversa per conoscere e approfondire alcuni contesti.
Anche l’inviare dischi analogicamente comunque non funziona sempre, spesso non escono recensioni, anche questo è un bel problema, e la cosa mi spinge a non mandare più a determinati siti, anche se mi piacciono. Forse in alcuni casi hanno semplicemente poco interesse per quello che faccio, cosa che rispetto e che trovo del tutto sacrosanta. E comunque si deve accettare di non riuscire a trovarsi, quando succede.
Credo che la selettività sia un concetto chiave fondamentale qui come in altre fasi della produzione musicale. Musicisti ed etichette dovrebbero premiare la serietà e competenza di situazioni in cui si riconoscono di più e che riconoscono più efficaci per un discorso stimolante. E rischiare di più in generale. La cosa farebbe smuovere un po’ la situazione e sono persuaso che sarebbe più sana. Almeno è quello che provo a fare in prima persona.
Per alcune cose in futuro sperimenterò maggiormente la promozione digitale, un po’ costretto, trattandosi di costi insostenibili a causa del formato e della tiratura, un po’ per il gusto di sperimentare un altro approccio, e sono davvero curioso di capire come andrà. Certo preferirò evitare contesti che in quel caso non vogliono gli mp3, per me non è un problema, porterò avanti la mia linea in ogni caso.
Comunque la promozione selettiva resterà una componente fondamentale in quello che faccio.

Ecco che tiri fuori un altro punto dolens, quello dei troppi dischi pubblicati … sono d’accordo con te me non riesco a immaginare, seppur lontanamente, nessun sistema in grado di risolvere il problema. Mirko Spino della Wallace, sempre in una mia intervista, si esprimeva così: «… sento spesso dire che c’è troppa musica e che bisognerebbe mettere un limite. E chi lo deve mettere questo limite? Lo stato?». Tu riesci a vedere una soluzione?
Non credo si debba mettere mai un limite alla pubblicazione di dischi, anche se è palese che siano cambiati degli aspetti effettivi e percettivi legati alla produzione, a volte un po’ troppo spasmodica rispetto ad alcune qualità medie di uscita. Mentre una volta ci si interrogava del senso de “l’opera d’arte nell’era nella sua riproducibilità tecnica” e se l’opera rischiasse di perdere la sua “aurea” e lo status di opera nel senso pieno del termine nell’incessante moltiplicazioni degli esemplari, oggi siamo arrivati a produrre milioni di “opere” in serie. È un problema che prima o poi bisognerà far finta di non vedere, e non esclusivamente dal punto di vista produttivo ma anche dal lato squisitamente sociale, politico ed etico per capire anche in che direzione si vuole andare. Mi pongo personalmente il problema se tutto questo abbia un senso o se il tutto si diluisca semplicemente in un’estetica del consumo che si adatta molto bene al tempo in cui viviamo, citando Bauman, un tempo liquido, dai valori fluttuanti e dalle posizioni sempre ritrattabili dal punto di vista personale e sociale. Diciamo che logicamente tutto questo ha delle conseguenze sociali con cui non mi trovo a mio agio ed è una cosa che cerco di combattere nelle mie scelte, partendo da quelle personali che ovviamente riguardano molto i miei discorsi musicali, essendo componenti importanti della mia esistenza e mezzi con cui espressamente veicolo alcune delle mie idee.
Credo che la ricerca di indipendenza parta dal non integrarsi in dinamiche del genere, anche perché sono interessato ad altri tipi di socialità.
Non so se ci sarà mai una soluzione al problema, e non credo debba esserci una censura o un’istituzione a scegliere i dischi da far uscire, sarebbe una coercizione della libertà personale che non potrei mai accettare, nemmeno per i dischi che non mi piacciono. La cosa che spero, essendo una mia precisa necessità, è un ritorno di un senso critico maggiormente diffuso, soprattutto in base ad una soddisfazione di valori un po’ più duraturi e meno estemporanei di quelli proposti da queste dinamiche. Cerco di andare in questa direzione con quello che faccio e rifletto molto su questi argomenti, lo stavo appunto facendo poco prima che mi mandassi la prima domanda…

Quali sono per te le caratteristiche che rendono un’etichetta discografica realmente indipendente? È sufficiente non avere legami con le multinazionali del disco, e di conseguenza con il potere politico-economico, o serve qualcos’altro?
L’indipendenza non deve essere una casualità contingente quanto una scelta voluta. Una scelta di veicolare alcuni valori e alcune visioni diverse perché non ci si riconosce nel “potere politico-economico” che dici e si crede che questo dal punto vista concettuale sia qualcosa che diffonda valori con cui non si va d’accordo. Non credo basti il fatto del metodo, la cosa fondamentale è la volontà di usare la propria scelta di autonomia per esprimere una visione che sia di scarto valoriale rispetto a ciò che non si condivide e a quello che si vuole combattere. Un’attitudine e una visione a prescindere dal genere musicale di riferimento o da semplici rapporti di mercato.
Credo possano essere buone caratteristiche per definire un’etichetta indipendente. Del resto grazie a queste per me lo è ancora e lo è sempre stata la Touch And Go con le sue scelte. Si può ricordare la mitica Sarah Records, fieramente indie pop nel suono quanto tenacemente diy nell’approccio e nell’attitudine. Oppure si può leggere una visione molto meno indipendente per quanto riguarda piccole etichette che rincorrono visioni di mercato assecondando gusti momentanei del pubblico, nonostante trattino generi estremi. Sono vocazioni e intenzioni diverse a prescindere dal metodo che si usa in un determinato momento. Rispetto chi non è interessato a una visione “combattente” e ci sono delle cose che possono interessarmi anche in quagli ambiti, credo solo che la situazione vada puntualizzata. Una cosa che va messa bene in risalto è l’approccio “politico” alla questione, che, a scapito dei ragionamenti più disparati, esiste sempre in qualsiasi scelta si faccia.

Quali sono gli ostacoli maggiori che incontri nello svolgere la tua attività?
A livello pratico sicuramente trovare concerti può essere una cosa molto complicata in Italia. Anche il rialzo delle spese di spedizione non è cosa da poco, soprattutto quando si ha a che fare con l’estero. Oppure alcuni distributori indipendenti stranieri fanno difficoltà a prendere cose a causa delle basse vendite, preferiscono solo certi formati, che variano a seconda del distributore, e preferiscono rischiare di meno. Ultimamente di tanto in tanto capita di avere qualche difficoltà a lavorare con i musicisti, non sempre è facile far quadrare le visioni e qualche comportamento mi lascia un po’ perplesso. Diciamo che c’è sempre materiale su cui riflettere. Per il resto si fa quel che si può e si cerca di essere combattivi.

Qual è il canale migliore per le vendite: tramite i contatti diretti, tramite altri distributori e/o rivenditori o ai concerti?
Non so dirti di preciso, tutto questi metodi sono utili alla diffusione e una persona può procurarsi un’uscita di Sincope in diversi modi. La cosa più divertente per me rimangono i concerti, dove posso parlare di un disco, dare informazioni, discutere con chi è interessato alla cosa.

Fai anche scambio di materiali con altre etichette?
Si, scambio ogni volta che si può fare, poi dipende dall’etichetta e dai costi postali. Si va dallo scambio personale tra musicisti ed etichette amiche, che sono quasi istantanei, fino a scambi medi e grandi con etichette europee o intercontinentali. Quando si può fare lo faccio volentieri a seconda dei soldi che posso investire negli scambi, visto il rincaro delle spese di spedizione.

Una domanda che si ripete nelle mie interviste riguarda il digitale … qualche anno fa ci fu un’esplosione delle net label, ma poi mi sembra che la proliferazione sia rallentata e oggi mi sembra che le etichette digitali siano spesso delle dependance di marchi che stampano comunque i vecchi formati fisici. Pensi che nelle nuove generazioni i vari formati digitali finiranno per sostituire dischi e cassette o pensi che il gusto di maneggiare l’oggetto riuscirà comunque a sopravvivere?
Sinceramente credo che il lato esperienziale della fisicità della musica non sarà un aspetto così facilmente soppiantabile. Mi riferisco all’esperienza totale di insieme del discorso musicale, la parte sonora assieme a quella visiva, ma anche alle esperienze tattili e spazio-temporali che riguardano l’oggetto stesso e l’essere umano in rapporto con l’oggetto.
Non credo che le net label siano un male per i formati fisici, anzi se hanno un taglio giusto e un concept programmatico efficace, che le differenzia dal formato fisico vero e proprio, possono essere situazioni molto interessanti, casomai credo che questo sia potuto mancare a volte.
Tuttavia non vedo il passaggio dal disco all’mp3 così automatico, se il movimento andrà in questa direzione comporterà un cambiamento del concetto di musica e di pratica dell’ascolto come la conosciamo adesso, non è una cosa che riesco a prevedere possa succedere in poco tempo, e non so se mai effettivamente si realizzerà.
Come tutti i nuovi mezzi di diffusione anche l’mp3 mi sembra abbia avuto lo stesso percorso di quelli che si sono succeduti nella storia della comunicazione dell’umanità, ovvero una dirompente diffusione iniziale del nuovo mezzo che ha fatto temere la morte dei suoi predecessori e poi un conseguente ridimensionamento e collocamento al fianco dei suoi predecessori. È successo ai giornali, alla radio e alla tv e sono ancora mezzi di comunicazione molto attivi, in evoluzione ma ci sono ancora tutti. È successo con le cassette, con il vinile e con il cd. È successo con l’mp3 e la cosa mi sembra del tutto normale. Diciamo che poi l’mp3 ha la controindicazione di dover gestire una quantità di informazioni troppo grandi: avere la possibilità di ascoltare tutto in modo più indifferenziato, annullandosi le altre dimensioni fisiche, non è una cosa propriamente a portata di cervello.
Credo che anche per le nuove generazioni un approccio profondo e appassionato alla musica si accompagnerà al piacere di maneggiare l’oggetto, almeno in parte. Ho l’impressione, del tutto personale per carità, che l’utilizzare solamente formati come l’mp3 sia relegato a un’esperienza per forza di cose generalmente diversa e meno profonda rispetto a quella dell’appassionato tradizionale; credo serva soprattutto a chi ama un ascolto più veloce e quindi più estemporaneo, in favore di altre esperienze esistenziali. La cosa che mi preoccupa di più quindi è l’allontanamento delle nuove generazioni da questo mondo in generale come esperienza appagante. Come ogni buon appassionato di musica mi preoccupa la morte della musica e la sua svalutazione dal punto di vista culturale e sociale. Mi preoccupa che la cosa possa essere presa sempre meno sul serio e che si appiattisca il tutto su dinamiche puramente commerciali.

Ma non pensi, soprattutto per quanto riguarda il ritorno in auge del vinile, che oggi l’aspetto collezionistico, e quindi la cura dedicata alla confezione dell’oggetto, abbiano sopravanzato in importanza l’aspetto puramente musicale?
Beh ... non credo sia questione di formati in particolare, nell’hardcore punk il vinile non ha effettivamente mai smesso di circolare che io ricordi. Penso in parte di avere già risposto quando parlavamo di cassette e mi sono un attimo dilungato sui formati. La scelta del formato deve essere centrato e contestuale al contenuto e non dovrebbe succedere che ci si distragga concentrandosi eccessivamente su altre variabili che non sono la musica, ovvero è la componente essenziale. Credo che molte volte ci sia un po’ il rischio di quello che dici, che prevalga il discorso estetico esteriore come sostitutivo della dignità artistica dell’intera opera, e quando avviene non è un’operazione sensata, nel senso proprio di ricchezza di senso complessivo.

Tornando a te, e ai rapporti con i musicisti, sei tu che chiedi cose da pubblicare ai musicisti che ti interessano o sono loro a contattarti e a proporti dei lavori?
Di base sono io a chiedere a musicisti che mi piacciono molto se hanno voglia di fare qualcosa su Sincope, almeno per la maggior parte delle uscite è funzionato così, anche se ho sempre preso in considerazione diversi demo e qualcuno è diventato un’uscita dell’etichetta. La pratica di fondo è fare cose che vorrei decisamente avere in casa da ascoltare e che comprerei non le avessi fatte uscire io stesso. Poi a volte succede che si inizi un discorso intorno a un percorso che si potrebbe fare assieme e alla fine si concretizza in modo molto interessante con un po’ di tempo. Ci sono diverse situazioni poi in cui non si riesce a sintetizzare in un discorso unico le diverse esigenze di tutti e allora la cosa finisce là, oppure altre in cui fila talmente tutto liscio che è davvero un piacere farle.
Da un po’ comunque ho preferito chiudere ai demo, avendo meno tempo il rischio è davvero di essere subissati e di non riuscire nemmeno a sentire la maggior parte delle cose che ti inviano. È un’esigenza che avrò di più in visione del tipo di ricerca che intendo proseguire e del tipo di suoni a cui cercherò di dare attenzione. Anche perché mi piace dedicare molto lavoro ad ogni singola uscita per curare tutti gli aspetti, mi impegno tanto per avere la cosa giusta per me, non è un percorso facile e molto spesso non è un processo rapido. Tutto è estremamente meditato e frutto di collaborazione e continuo scambio tra musicista ed etichetta, e di base per me si parte dalle persone e non dal prodotto. Per questo già da diverso tempo ho preferito rallentare un poco per dedicare il tempo necessario che posso permettermi per gestire al meglio ogni singolo discorso, in modo da lavorare e prendermi cura esclusivamente di situazioni in cui si instaura un certo tipo di rapporto che considero positivo. Mi piace che ci siano esclusivamente un certo tipo di uscite su Sincope, che abbiano una certa riconoscibilità di suono, concetti e metodi, e che siano comunque frutto di un certo tipo di collaborazione.

Hai accennato anche a delle difficoltà che a volte turbano il rapporto con i musicisti … si tratta sempre di disaccordi a proposito dell’iter produttivo o vengono a crearsi anche dei disaccordi di tipo economico?
Disaccordi di tipo economico non ne ho mai avuti, le condizioni sono condivise e trasparenti, e le rendo molto chiare fin da subito. È la base da cui partire per iniziare a discutere. Più che altro a volte possono esserci disaccordi sul punto di vista produttivo, non sempre ci si può trovare sulle proposte grafiche, sul formato, sui tempi o su altre cose di questo tipo. Trovo anche normale che succeda ogni tanto. Delle volte differenze di vedute su questi argomenti possono far saltare il discorso quando non si riesce proprio a trovare la quadratura tra il mio approccio e la mia politica editoriale e la visione del musicista. In alcuni casi estremi mi dispiace molto quando qualcuno si approccia a Sincope pensando, invece di avere a che fare con un discorso complessivo che riguarda una visione politica, di poter sfangare un’uscita come meglio si crede, al di là delle visioni etiche delle parti in gioco. È un bene per tutti che in queste circostanze salti il discorso, così ognuno può soddisfare le proprie esigenze in altre situazioni e anche in maniera più efficace secondo me, e nel pieno rispetto di tutti. Alcune volte ho avuto l’impressione che le persone cerchino semplicemente qualcuno che lavori per loro come investitori e/o ufficio stampa. Io non la vedo in questo modo e devo avere dei buoni motivi per lavorare con qualcuno, visto che la situazione non ha vantaggi monetari per nessuno, né tantomeno per me. Devo credere nel suo lavoro e devo vedere i buoni motivi per muovermi. Il senso sarebbe quello di crescere assieme durante il percorso, soprattutto dal punto di vista collaborativo, condizione per me fondamentale. Come ho già detto occuparmi di musica è una questione politica che cerco di mettere in pratica attraverso ricerca nel suono, approccio grafico, esposizione di concetti, e il tutto con un certo tipo di etica hardcore punk. Normale quindi debba esserci una condivisione di base di alcuni concetti e pratiche, sempre rispettandosi nelle proprie differenze individuali, ma alcuni aspetti fondamentali vanno condivisi, altrimenti è un po’ difficile affrontare un discorso assieme. Fortunatamente c’è da dire che per quasi tutto quello che trovi su Sincope le cose sono andate lisce come l’olio, o al massimo dopo qualche confronto ci si è capiti meglio. Visti i tempi credo che la parte etica e concettuale sarà messa ancora maggiormente in risalto, tanto per evitare fraintendimenti.

Concretamente, quali sono i parametri che ti orientano nella scelta del formato da utilizzare? Stai anche pensando, per il futuro, di fare delle pubblicazioni in vinile?
Ho coprodotto già in passato due 7’’ e un lp con Mastro Titta Produzioni, e su Sincope ho coprodotto qualche anno fa lo Split LP tra Sumo ed Affranti, disco a cui sono molto legato tra l’altro. E sarà su Sincope un vinile dei Rotorvator. Ho deciso di usare il vinile in questa occasione per determinate caratteristiche dell’uscita, tra cui il tipo di pezzi e il percorso del gruppo, e sarà un one side proposto con copertina serigrafata, tutto molto in linea con le direttive che sono alla base di Sincope. Tra l’altro avrà la particolarità di avere tre tracce e in più una traccia bonus esclusivamente in download code per chi vorrà il vinile.
Ogni uscita comunque è un caso particolare e a se, sempre con il suono giusto per il tipo di formato, e comunque poi ogni singola situazione va valutata per bene e discussa di volta in volta costruendo un percorso con i musicisti. Di base continuerò sempre così, dando spazio a tutti i formati che mi interessano a seconda dello specifico caso preso in considerazione.
I parametri che mi orientano di massima sono lo spessore dell’uscita, il suono, il genere, il concetto che sottende il tutto, il percorso del gruppo, il tipo di approccio che ha il gruppo verso il proprio lavoro e verso quell’uscita in particolare. Di base sono queste le componenti che mi fanno scegliere.

A più riprese hai accennato a quella che ho inteso essere come una revisione e un rinnovamento della tua attività, cosa ci riservi per il futuro?
Non parlavo essenzialmente di revisione o rinnovamento. Se guardo tutto quello che ho fatto, ogni uscita è fondamentale per me, e in ognuna c’è parte della mia visione ed è proprio quello che deve essere. Fino ad ora sono davvero soddisfatto del lavoro che sono riuscito a fare, penso di essere riuscito a dire realmente delle cose che volevo esprimere, e anche al di là delle mie aspettative. Più che altro soffro di qualche fraintendimento che gira sulla visione della musica in generale negli ultimi anni. La cosa che mi interessa è il proseguimento del discorso ponendo l’accento in modo ancora più evidente su alcuni argomenti. Confrontandomi con molti approcci e con molte persone, ho compreso che sicuramente un argomento da mettere ancora meglio in risalto sia l’aspetto politico e impegnato, che attualmente in diverse situazioni che mi capita di vedere mi pare una componente un po’ trascurata del discorso musicale. Continuerò su una certa linea di espressione che ho costruito negli anni, perché si tratta di una mia necessità, tuttavia cercherò ancora meglio di far capire e dare maggiore spazio a delle prerogative politiche che sono alla base delle cose che porto avanti. Mi sento molto un figlioccio dei Kina e dei Fugazi, nel senso che credo che visioni di questo tipo siano davvero fondamentali nel modo di fare musica, di produrla, di farla girare e di costruire un discorso culturale e sociale. Credo anche che lo siano visioni come quella di Derek Bailey che considerava l’improvvisazione un mezzo di presa di posizione nei confronti del presente, ovvero come una pura e sana forma di espressione politica, conclusione che trovo necessaria e facilmente estendibile a tutta la musica in generale e non solo per quanto riguarda la sperimentazione. Potrei farti tanti altri esempi e tanti nomi con cui molti di noi sono cresciuti e che hanno cambiato il mio modo di osservare la realtà e di voler agire. Sono principi in cui credo e base fondante della mia visione personale. Penso fortemente che la musica debba occuparsi di queste istanze e porre meglio l’accento su delle prese di posizione nei confronti dello stato delle cose. Non amo che si rischi di ridurre il tutto a pura ricerca estetica e di affermazione personale in un contesto dove la volontà di successo rischia di essere un movente fondamentale del “fare”.
Sono molto più interessato a situazioni che pongono l’espressione personale in un contesto sia di necessità politica che di visione impegnata verso il presente. Ho sempre cercato punti di vista forti che riescano a leggere il presente in modo critico, e non una semplice integrazione acritica in un sistema, che sarebbe noioso e disappassionante per quanto mi riguarda. In senso stretto quindi sto riflettendo su come meglio soddisfare queste esigenze, di accentuare ancora meglio il discorso su alcuni argomenti di cui abbiamo fin qui parlato.
Sicuramente un passo in questa direzione sarà quello di far uscire il nuovo numero cartaceo di Mammamiaquantosangue come uscita vera e propria dell’etichetta, trattandosi di una fanzine decisamente impegnata e con un taglio incentrato su alcuni concetti che mi stanno a cuore, rappresenterà ancora più efficacemente il punto di vista che sottende Sincope nel suo insieme. Rifletto anche sullo spettro di suoni da mettere in campo o sul tipo di uscite da fare, la carta potrebbe essere un argomento interessante da approfondire, e forse qualche suono latita da un po’ troppo tempo su Sincope.
Comunque cercherò discorsi che siano sempre meglio esplicativi di tali questioni, a volte che siano persino frontali su alcuni temi. Sfuggire dall’autocompiacimento, colpire il presente e porre argomenti attuali e impegnati sono cose che penso debbano essere perseguite, tutto qua. Vediamo quello che riesco a fare.
E comunque c’è una cosa che deve assolutamente essere chiara, e che spero lo sia quando uso le parole diy o avantcore per definire quello che faccio: Sincope è un’etichetta hardcore punk.