Stefano Giust    
intervista di sergio eletto







Senz’altro non sono sufficienti le 70 registrazioni sigillate da solo, o come co-leader, a decretare la grandezza di Stefano Giust.
La verità ci insegna che né i numeri né le quantità hanno mai camminato di pari passo con qualità e classe.
Non bastano neppure le geniali intuizioni (di forma) che distinguono in grande il criterio personale di sperimentazione portato avanti per vent’anni di onorata gavetta: assimilare solo il meglio dalle avanguardie musicali novecentesche, senza fermarsi ad una secca e generica riproposta di esse e dei loro canovacci, già abbondantemente apprezzati dalla storia.
Niente corsi e ricorsi, dunque, nell’opera di Giust: solamente sana ispirazione e piena individualità. Come è noto il ‘padre spirituale’ di Setola di Maiale è avvezzo parimenti alla scultura di corpi neo-improvvisati, elettro-acustici, acusmatici, apertamente elettronici (sigle, quali MKUltra e Ipersensity sono sature di pulsioni tecnologiche) o primitivamente acustici, configurati mediante spontanee asincronie improvvisate o, viceversa, ligi a rispettare ordini strutturali prefissati all’origine…
Secondo il sottoscritto c’entrano poche cose con gli esiti cosmici di Stefano: capacità naturale e attenzione a non ghettizzarsi nei generi e negli obsoleti diktat accademici. Giust, come si leggerà, tiene testa nello stesso lasso di tempo a più attività, che tradotte in senso pratico significano tranquillamente umori, siano esse di carattere discografico o riguardino performance insieme a diverse formazioni / combinazioni. Il nostro, contrariamente, ha la franchezza del DYS marchiata a sangue nel dna. Penetra nelle stanze dell’avanguardia passando per la porta dei tabù infranti, con il sovversivo industrial dei violenti ottanta. Throbbing Gristle, Einsturzende Neubauten, l’insolenza di No New York, con i vicini, quasi istantanei trip delle geometrie colte di Braxton ‘n’ Cage, tagliano di seguito il nastro al battesimo di fuoco di Opera, primissimo squarcio intimisto avvenuto nell’82.
Da allora ad oggi è semplicemente storia.
Va rammentato che il nostro ospite è già passato per questi lidi, rispondendo ai quesiti di un meticoloso Andrea Ferraris e quindi, per chi ancora ne fosse all’oscuro, consigliamo di recarsi in tutta fretta presso l’archivio di Sands-Zine e ‘tracannarsi’ in un sorso solo entrambe le interviste. Da quel di Pordedone, il percussionista e compositore imbocca un’esauriente via colma di storie in cui la contemporaneità è raccontata e analizzata non solo nei suoi intrallazzi musicali, ove la difficile comunicazione tra arti sperimentali e grande audience viene percepita come una delle tante e tristi fasi di decadimento culturale, a più livelli, riguardante la nostra bella società… occidentale.
Come vedrete, prima di tutto conosceremo una personalità extra-large, mai seccata dal raccontare oculatamente le sue idee e le sue storie, e un soggetto la cui enfasi interna è talmente forte e convinta da rievocare in certi punti il carattere di un inviolato guerrigliero… dei tempi moderni. La nostra chiacchierata telematica, dopo quasi un biennio di gestazione, ha incontrato la fine solo perché maturava, appunto, il desiderio di scoprire all’esterno anche le taglienti tensioni esplose in certi punti: si veda a proposito l’apposita sezione multinazionali e recessioni economiche in odor del ’29.
Prima di lasciarvi naufragar nel dolce verbo giustiano, tramutiamo in sfida lo stupore di Stefano dovuto alla constatazione che il mondo setolare non riceve tutta l’attenzione che merita; ancora oggi non esistono veri e propri saggi che raccontino globalmente la storia, l’evoluzione e il presente di questa realtà del suono intelligente.
Il (finto) sottobosco underground sembra puzzare sempre più di marcio: indie patinato, corrotto dai meccanismi del mainstream più subdolo, lo infettano vistosamente da dentro!!!
Ragion per cui è d’obbligo un non c’è due senza tre, e rimandare ad un altro appuntamento per una storia più approfondita dell’etichetta e con una selezione fondamentale dei works più significanti di Giust mi sembra doveroso.
Ma ora sarà meglio lasciare l’intero spazio alle dirette parole del protagonista.
Buona Lettura!


Apriamo questo viaggio con un’estesa parabola sulle origini della tua carriera. Conoscere i retroscena dei primi lavori prodotti, con le emozioni provate, e se quei primi passi fluttuavano unicamente in dimensioni acustico-percussive jazz e di taglio improvvisato. Cosa ci sveli a riguardo?
Ho iniziato a registrare da solo con il nome Opera, era circa il 1982. Avevo quattordici anni ed ero già interessatissimo alla sperimentazione: avevo scoperto i Throbbing Gristle, Einsturzende Neubauten, Tuxedomoon, i gruppi di No New York, tutta la prima scena industrial ultra sotterranea che autoproduceva cassette (Pacific 231, Le Syndicat, Vox Populi!, De Fabriek, F:A.R., etc); poi ho trovato un disco di Anthony Braxton, che non conoscevo, in duo con Joseph Jarman dal titolo “Together Alone” per la Delmark Records: un album che mi ha letteralmente aperto la testa in due; e poi John Cage, Stockhausen...
Era del tutto naturale per me stare il più tempo possibile in camera mia e trafficare con le cose alla mia portata: avevo una batteria, una chitarra acustica che preparavo e amplificavo / distorcevo attraverso lo stereo, con un microfono infilato dentro, oggetti vari... qualche volta andavo da mio zio e registravo il pianoforte. Tecnicamente non avevo il quattro piste a bobine o a cassette, registravo con due normali registratori portatili: in uno facevo una prima registrazione che poi facevo risuonare, mentre con un altro registratore ri-registravo lì accanto quella prima traccia a cui ne aggiungevo un'altra al volo, e così via... poi avevo scoperto che utilizzando cassette al cromo o al metallo, se non li ri-registravi utilizzando il pulsante per questo tipo di nastri, la traccia originale non veniva cancellata da quella successiva ma si sovrapponeva, così potevo fare ulteriori sovraincisioni... alla fine, e con questi sistemi, ho prodotto in quegli anni cinque cassette, o più propriamente cinque albums in cassetta, di cui gli ultimi tre con il nome Opera, pubblicati dalla Old Europa Cafe, che al tempo produceva cassette di musica sperimentale. In quel periodo ho partecipato a numerose compilation su cassetta per varie etichette dedite a queste musiche, circa dieci brani sono presenti in altrettante compilazioni internazionali di quel periodo, quali "Il Pranzo di Trimalchione" (Acteon, Annecy, Francia), "Never Heal Vol.1" (Harsh Reality Music, Memphis, USA)...
Parallelamente suonavo la batteria in gruppi rock-noise che a quei tempi non si definivano neppure così... mi piacevano i Sonic Youth, gli Swans... poi nel 1987 è arrivato il gruppo con cui mi sono fatto davvero le ossa: Le Bambine che, a dispetto del nome frivolo, era vicino ad una estetica hardcore, poi via-via più incline ad una idea di art rock che ha inglobato in varie fasi elettronica, free jazz, improvvisazione; abbiamo pubblicato tre lp e suonato un sacco di concerti e molte spalle, come il primo tour dei Primus in Italia, poi Fugazi, Fishbones, D.O.A., Verbal Assault, Negazione, Silverfish, Marphy's Low, The Haters... É verso la finire di quella esperienza che è nata Setola di Maiale - era il 1993 - dopodichè ho chiuso con il rock e mi sono interessato, come batterista, totalmente alla musica di improvvisazione, al jazz d'avanguardia, alla musiche contemporanea, etc. Non ne potevo più del rock, delle canzoni strutturate, anche se è pur vero che l'improvvisazione fa parte della mia estetica da sempre, fin dai tempi di Opera.

Concordiamo, quindi, che lo studio globale dei suoni moderni ha immediatamente calamitato il tuo ego-esploratore, grazie all’ampia gamma di linguaggi offerta: improvvisata, contemporanea, elettro-acustica, noise… Concordi?
Sì è vero, sono sempre stato attratto fin da ragazzino dalle idee nuove e dalle musiche innovative. Non c'è un unico linguaggio che mi interessa, se non quello della contemporaneità. Quello che mi è sempre interessato è focalizzare bene la strumentazione da utilizzare in relazione ad un progetto musicale specifico, o i musicisti con cui collaborare, e sulla base di questo vagliare tutte le possibilità. É per questo che la mia produzione è stratificata, ma non eclettica (lo sarebbe se suonassi, che so, reggae, rock'n'roll, blues, jazz, etc. in modo standardizzato), mentre il mio approccio resta fedele alla mia visione musicale, sia essa acustica, elettroacustica, elettronica, acusmatica, improvvisazione radicale, etc. Mi piacciono situazioni e strumentazioni differenti e non mi piace ripetermi; lavoro ad un album che avrà le sue caratteristiche, le sue logiche, sviluppo quello che mi interessa e poi stop, passo ad altro, questo mi eccita terribilmente, mi appassiona. É il motivo per cui i miei dischi 'in solo' sono tutti diversi uno dall'altro, pur avendo un denominatore comune, cioè il mio modo di lavorare e la mia estetica. La stessa cosa vale per i dischi nati dalle collaborazioni che ho avuto con altri musicisti. Certamente ho pagato, pago e pagherò ancora il prezzo di rendermi difficile da catalogare. Pazienza!

Avere valicato il mondo musicale da self-made-man, un autentico autodidatta di razza, facilita il continuo distacco da etichette, stili irremovibili e (ottusi) indottrinamenti accademici?
Credo di sì, nel mio caso mi ha reso un musicista sicuramente libero, ‘open’, svincolato come tu dici da indottrinamenti; per così dire, non ho subito le convinzioni di maestri stressati. Però questa non è una regola, ci sono musicisti che hanno studiato molto duramente al conservatorio - anche italiano - e la loro testa è priva di ottusità, viceversa altri autodidatti si dimostrano chiusi... non c'è una regola, se hai qualcosa da dire lo dici e basta. L'unica esperienza didattica è stato partecipare ad un workshop con Han Bennink, credo intorno al 1994. Poi, moltissimo ho imparato dai musicisti con i quali ho avuto il piacere di collaborare o che semplicemente ho conosciuto.

Man mano che il dialogo procede, un’attraente opportunità sarebbe analizzare al microscopio determinati lavori, per la tua formazione, di basilare importanza. Partiamo dalla dimensione del solitario “Musiche delle Circostanze”. Lo trovo un musical-work ingegnoso, fluido e dove sono percepite frequentemente formule ad incastro connesse alla scuola minimalista americana di Steve Reich e La Monte Young; queste, di seguito, sono messe a rapporto in parallelo con una serie di delicatezze-melodiche à la Satie. Tra l’altro, al compositore francese, dedichi esplicitamente il primo ‘atto’. Cosa puoi dirci riguardo l’intera struttura emotiva e la scelta strumentale, dalla quale spuntano percussioni insolite per te, come xilofono, marimba e vibrafono?
I compositori che citi mi piacciono molto e certamente avranno influenzato la musica di quel disco. Avevo voglia di un lavoro fatto di pochissime note, dalle strutture immediate. Riducendo il numero delle note di un brano - ogni pezzo infatti ha dalle 6 alle 8 note al massimo, che vengono suonate liberamente e spesso sono reiterate in piccoli motivi aperti alle variazioni ritmiche - arrivi quasi per forza vicino a Reich, ancor più se utilizzi quel tipo di sonorità strumentale. Poi quel disco è un mio personale tributo alla musica pianistica di Satie, un musicista di una attualità impressionante che ho sempre amato! Ma le similitudini finiscono qui. Tutta la musica di quell'album è improvvisata, non sono composizioni come quelle di Reich o Satie. Trovate le note che gradivo, attaccavo il registratore e improvvisavo la musica.
In effetti è sempre importantissimo distinguere tra composizione e improvvisazione: sono queste le due grandi famiglie che dividono la musica in una classificazione che è l'unica ad avere realmente senso. Come ascoltatori ci dobbiamo rendere conto che sono due cose diametralmente opposte. Nella prima c'è tutto il tempo di decidere cosa deve avvenire nella musica, nella seconda c'è a disposizione solamente un attimo, quell'istante irripetibile, magico e importante, in cui fare la cosa ‘giusta’.

Passiamo ora ad ambiti più elettro-radicali. Volevo chiederti del duo condiviso con Daniele Pagliero. Il materiale distillato da “Ipersensity” risulta duro, hi-tech… Si legge che tutte le sessioni sono integralmente improvvisate, secondo la logica del real-time, creando così un’incessante connessione tra i sampler con gli electronics di Daniele ed i tuoi pads.
Emotivamente, una pista come Dub Warhead è fonte divina di inquietudine: il soggetto interpretato vibra di passione inconscia per i beeps umanoidi degli Autechre e per il manifesto della nuova techno macinato nei laboratori berlinesi della Basic Channel / Chain Reaction al sorgere dei ’90.
Non resta che sentire un tuo di parere su queste musiche intrise di oscurità.

”Ipersensity” è un progetto nato nel 2000 a cui tengo molto, anche perchè il modo che abbiamo di lavorare è davvero originale nel panorama elettronico contemporaneo: fatto com'è di laptop, sequencers, etc.
Il progetto è organizzato così: Daniele invia tramite collegamenti midi dei suoni suscettibili di variazioni ad otto pads elettronici che io suono utilizzando le bacchette. In questo modo le scelte operate da uno si riflettono sull'operatività dell'altro. In pratica il suono (altezza, timbro, volume, attacco) di ciascun pad può cambiare o solo alterare in qualsiasi momento e analogamente anche la mia percussione di quei suoni può variare, secondo una sensibilità/necessità tipica in un duo di improvvisazione libera. C'è qui uno strettissimo rapporto tra sviluppo sonoro e movimento ritmico: solitamente dipendono da un singolo musicista che può controllare entrambi sul proprio strumento (pensa ad esempio ad un contrabbassista che con il suo strumento decide tutto: quali note fare o quali suoni produrre, la loro intensità, l'attacco, il ritmo, etc.) mentre in questa peculiare circostanza sottostanno a due musicisti distinti (Daniele controlla lo sviluppo sonoro, io sviluppo il movimento ritmico).
Il prossimo disco - il terzo - sarà un ulteriore passo in avanti rispetto a quanto fatto fin'ora: un programma di intelligenza artificiale controllerà quello che faccio sui pads, elaborando in tempo reale le varianti da sottopormi in funzione di quello che sto facendo in quel momento (in pratica, improvviserò con una macchina intelligente) mentre Daniele sarà più libero di lavorare su campionamenti ed aggiunte di materiali anche esterni durante l'improvvisazione; sarà cioè più smarcato dal dovermi seguire passo passo (cosa che per altro riusciva incredibilmente a fare anche prima!). Insomma, mentre io suono, Daniele controlla: intonazione, tempo di attacco del suono, durata del suono, parametri di sintesi, campionare/suonare il campione a diverse velocità, ricampionare lo stesso campionamento più volte, tutto questo in tempo reale con un unico interfaccia! Max/msp è geniale.
La musica che produciamo si inserisce certamente nella famiglia della nuova musica elettronica, per così dire legata anche a certa techno sperimentale evoluta.
Tu dici "musiche con l'animo maledettamente oscuro"... sì è vero, direi anche "no future": è per la gravità dei fatti del mondo, un tema ricorrente nei nostri dischi, cioè la consapevolezza del controllo che il potere economico/politico/militare - gestito da una ristrettissima elite - esercita sugli individui di tutto il mondo, che sono manipolati e resi schiavi da una infinità di reti: mass media, associazioni segrete, chiese e religioni, partiti politici, banche, etc. Non è più paranoia, non è più teoria del complotto: è tutto vero, documentato! Un ristretto numero di bastardi controlla la nostra esistenza su tutti i livelli, e lo ha sempre fatto, prima con i Re, ora con la Nestlè... Solo per fare un esempio, non si può più dire che le ‘scie chimiche’ (chemtrail) sono frutto dell'immaginazione di qualche paranoico in cerca di suggestioni orwelliane: esistono foto, documenti, testimonianze, son fatte con polveri di bario, alluminio, filamenti di silicio... tutte cose tossiche per gli esseri viventi. Se si hanno dei dubbi sulle cose che ci accadono intorno, anche solo un ragionevole dubbio, vale la pena approfondire queste cose - con internet è abbastanza facile. Bisogna liberarci da questa realtà opprimente che nulla ha a che fare con la vita e le aspirazioni di noi esseri umani.

Perché non tentiamo di descrivere la tua notevole posizione critica, sciamata fuori occasionalmente attraverso la discussione su “Ipersensity”. Affermi che: «… un tema ricorrente nei nostri dischi, cioè la consapevolezza del controllo che il potere economico/politico/militare - gestito da una ristrettissima elite - esercita sugli individui di tutto il mondo, che sono manipolati e resi schiavi da una infinità di reti: mass media, associazioni segrete, chiese e religioni, partiti politici, banche, etc. Non è più paranoia, non è più teoria del complotto: è tutto vero, documentato: un ristretto numero di bastardi controlla la nostra esistenza su tutti i livelli…»
Parte spontanea una richiesta di approfondimento. Scavare nel grido aperto poc’anzi, ma anche conoscere altre proteste maggiormente mirate, attuate casomai attraverso forme artistiche o musicali. Più o meno in merito, rimasi attratto dalla impro-action che insieme a Marino Josè Malagnino hai preparato nel contesto de L’Amorth Duo. Merita una riflessione la ‘richiesta d’attenzione’ posta alla base del combo, ossia: «… riporta(re) alle orecchie un mondo che all’apparenza si conosce, ma appena confuso, non si riesce ad individuar più…».

Musica e società... beh, la situazione di estremo disagio che vive il mondo contemporaneo è sotto gli occhi di noi tutti: la politica non ha dato le risposte ai sogni che ha alimentato, l'economia continua a fare i suoi interessi malati come ha sempre fatto, il costo della vita lievita continuamente, gli intrattenimenti culturali sono penosi e di qualità bassissima, l'integrazione razziale un miraggio, l'ignoranza esponenziale calpesta le persone di ‘buon senso’ (non l'ignoranza dovuta alla mancanza di buone letture, ma quella che risulta dalla manipolazione pubblicitaria e dalla televisione che entra nelle case di tutto il mondo).
La domanda che penso sia lecito porsi dovrebbe essere: perchè tutto questo?
Condivido appieno l'opinione secondo la quale c'è qualcosa di profondamente perverso e attentamente orchestrato dietro a tutta questa situazione e, cosa sconvolgente, fin dalla notte dei tempi. Ad esempio chi ha deciso - e sulla base di cosa - chi dovesse diventare aristocratico e padrone delle terre su cui far lavorare il popolo? Chi c'era dietro la rivoluzione francese? Chi c'è dietro la comunità europea? Ecco alcune domande che credo siano importanti, alle quali la scuola o emeriti 'intellettuali del sistema' risponderanno con emerite ‘cazzate’ a cui loro per altro credono ciecamente. Possibile che le religioni più importanti del mondo siano alla base degli attriti sociali e della xenofobia? Se si leggono libri non scolastici, si viene a conoscenza che tutte queste religioni sono state, né più né meno, che delle invenzioni nate per controllare i popoli e tenere a freno quello che è nella natura umana: la vocazione alla libertà, all'amore... mentre quello che fanno è alimentare l'odio, l'intolleranza, la violenza, mascherando il tutto con l'ipocrisia. Ma secondo te le cattedrali ti sembrano ‘posti normali’? ‘Tranquilli’? Manifestazioni della gioia di vivere? Con tutti quei simboli massonici, quella tristezza e quel dolore continuamente espresso?! Qualcuno vuole impossessarsi delle ragioni degli esseri umani, questo è quanto, e personalmente lo trovo palese! I governi lavorano contro gli esseri umani, è tangibile! I mass media, le grandi società industriali, sono controllate da poche persone che si tramandano la gestione all'interno di lobby ben organizzate, e tutto a noi pare democratico, libero... e già... come la libertà d'espressione... ma allora perchè i mass media amplificano sempre i pensieri e le personalità più futili se non imbecilli? Ci rispondono che questo è quello che vuole la gente! Balle! La gente è stata educata ad accettare incondizionatamente queste cose, a non scegliere, a non ricercare, a non essere padrona di sé stessa... Sono cosciente che è pericoloso dire tutte queste cose, i controllori non mancheranno di aggiungere queste note alla mia scheda... e sì, perchè non ci sono solo le telecamere nelle strade a monitorarci come pecore...
La gente si arrabbia perchè i writers imbrattano - secondo loro - le mura delle città o le fiancate dei treni... ma si arrabbiano forse per tutte le insegne pubblicitarie che vengono imposte a tutti noi e che opprimono il nostro orizzonte visivo - e che per giunta consumano in molti casi corrente elettrica - e poi la società che la fornisce ci viene anche a dire di usarne poca nelle nostre case, perchè non è illimitata?! Così - anche se non amo particolarmente questi linguaggi artistici - io difendo i writers, anche i più scarsi, perchè è un pezzo di giovane umanità che si sforza di dire la sua, e a me questo piace in un mondo in cui chi lo fa, è perchè paga una stupida tassa.
Gli avvenimenti di questi giorni, il crollo di Wall Street etc., sembrano fulmini a ciel sereno per tanti cittadini... ma scherziamo?! Sono anni che economisti e studiosi indipendenti pronosticano questi scenari, ma tutti alzavano le spalle, ‘cazzate’ dicevano... ed ora avranno il ben servito! La gente vota individui infami e si beve ogni genere di balla, così hanno contribuito con il loro ignorante menefreghismo al caos che li polverizzerà, perchè è questo quello che temo accadrà.
Mi chiedi se ho un gruppo politicizzato: rifiuto questa parola, è priva di significato, sono solo slogan vecchi ed ereditati, fatti per dividere la gente. La musica ha in sé tutti gli elementi per essere un pensiero critico, la musica è pensiero! Lo è stata l'avanguardia del secondo dopo guerra, lo è la musica creativa... se c'è una cosa che voglio comunicare con la musica che ho suonato fino ad oggi è proprio questa: sgombrare la mente, apertura senza filtri, abbandono al cosmo, comunione... (a scanso di equivoci: non sono seguace della new age!).
L'Amorth Duo è certamente tutto questo: denuncia, rabbia, tenerezza. Una musica che accetta lo stereotipo è condannata alla morte, magari ti arricchisce economicamente, ma è reazionaria per definizione, ed anche molta musica sperimentale oggi lo è, perchè non sperimenta linguaggi diversi ma si incammina in sentieri già tracciati.

Rimanendo ancora presso questi lidi, trasale il ricordo acre e denso di black music inalato da alcuni frangenti dell’improvvisazione in quel dell’Hybrida Space. Personalmente, per via delle percussioni, ho pensato al free-jazz dell’Art Ensemble Of Chicago, a “Compulsion” di Andrew Hill (pianista che apprezzava parecchio Malachi Favors), al pianismo muscolare di Cecil Taylor nella sua integrità; tutti dischi o musicisti che hanno sintonia con il ritmo. É proprio l’alone free, combinato alle manipolazioni, che denota un’improvvisata, a suo modo, legata al gergo-rivoluzionario della post new thing. Sei d’accordo?
É bello che questa affinità, per quanto sottile, traspaia... ovviamente amiamo L'Art Ensemble of Chicago, Cecil Taylor, i tanti i musicisti storici dell'AACM... la nostra musica deve sicuramente moltissimo a loro e in qualche modo ne è figlia certamente, ma anagraficamente siamo diversi e conseguentemente anche le sonorità inglobate sono diverse, perchè le stratificazioni culturali dei nostri giorni sono progredite e tutti i riferimenti che servono come fondamento del fare musica oggi, si sono arricchiti di nuove possibilità rispetto agli anni sessanta/settanta e noi ne teniamo conto naturalmente, perchè non siamo dei nostalgici, non suoniamo jazz ma qualcosa che lo ingloba, questo assolutamente sì.
Quello che ci accomuna ai maestri che citi è l'attitudine alla rivoluzione culturale, la curiosità, la sperimentazione; abbiamo la stessa urgenza espressiva. Marino è giovanissimo, abbiamo età decisamente differenti, ma a dispetto dell'età ha una maturità ed una capacità di introspezione assolutamente fuori dall'ordinario, è una persona brillante e intelligentissima, è stato molto bello condividere il tour che abbiamo fatto a maggio.

Allargando le ali sul jazz, cosa puoi dire di più rispetto a un idioma che, a dispetto delle interpretazioni, sembra affiorare abitualmente in diversi progetti di matrice acustica di tua creazione?
La parola jazz oggi mi interessa poco, quasi mi fa sorridere se rapportata ai giorni nostri... manierismo, clichè, tonnellate di luoghi comuni, noiosissime raffinatezze patinate, fini a se stesse, rappresentano oggi il jazz per i mass media e gli appassionati romantici di questa musica. Penso che il jazz sia un'attitudine, prima ancora di essere genere musicale; è prestare attenzione a quello che si fa con il proprio strumento e la propria musica, è profonda dedizione, e se queste urgenze portano lontano dal pubblico snob, dai promoters o dai giornalisti senza immaginazione, pazienza! Tanto tempo fa Mingus si inventò addirittura un contro-festival per esprimere dissenso verso questa gente qui... Figuriamoci oggi a che punto siamo!
É la musica la sola padrona dei musicisti! Non i promoters, non i soldi o altro.
La musica afro-americana è straordinaria, ha insegnato tantissimo a tutti i musicisti, però, personalmente, penso che riproporla lucidando soltanto le sue lezioni del passato glorioso, mi pare senza senso, triste, un po' come mettere il silicone ad un seno un po' cadente, e a me queste cose qua non interessano, così come non mi interessano i gruppi rock'n'roll.
Non mi importa nulla di ciò che solitamente viene definito ‘jazz italiano’; mi pare che in quelle file il jazz serva soprattutto ad assecondare i gusti della bella gente, e questi sono i risultati (totale immobilismo). Le locandine di tanti festivals italiani stanno lì a rammentarcelo... che fantasia! Che spirito avventuroso! Che coraggio! É la solita vecchia storia di una musica rivoluzionaria, piena di implicazioni intellettuali, sociali e politiche che deve stare al suo posto, deve essere congelata, riconoscibile e rassicurante, scremata dal rumore e dal caos: per carità! É diventata musica codificata per chi non ha più voglia di pensare troppo ed ha paura del confronto. Esattamente come è stato per la musica classica e i suoi conservatori, o per il punk, ma questi sono altri discorsi. Oggi dire jazz è come dire rock, non significa niente!
Come batterista inglobo certamente un linguaggio di derivazione jazzistica, ma non per questo sono un jazzista: sono un musicista. Non ho preconcetti su nulla; una musica può anche utilizzare l'idioma standard jazzistico o rock od anche pop, o propri della musica classica, ma dovrebbe sempre far emergere una intelligenza intrinseca al fatto sonoro che la compone, se poi esprime anche una certa contemporaneità allora la cosa si fa molto più interessante, ma sono mie opinioni, non ho nulla contro chi suona rockabilly, per dire. La musica deve valere per se stessa, non mi curo delle suggestioni che può far nascere, queste sono una fantasia extramusicale che vale solo come fatto secondario, se proprio si vuole. Questo è quello che ricerco nella mia musica, in quella che produco per Setola di Maiale e nei miei ascolti. Per gli antichi greci la musica era una scienza prima ancora d'essere arte, expressione e frutto dell'ingegno.

Passiamo al trio con Lorenzo Commisso (laptop audio) e Alan De Cecco (laptop video), firmato Papiers Collés. Qui ad entrare in gioco con i suoni troviamo le immagini.
La fusione audio-visiva ha quindi inizio...
Parlaci in merito anche di “Live in Villa Manin”: lavoro emozionante, misterioso ed elegante.

Papiers Collés è un progetto artistico nato nel 2004 con l'intento di far convivere estetiche differenti e cronologicamente distanti nel tempo. Musicalmente quello che ci interessa fare è trasformare frammenti di musica classica in composizioni nuove e irriconoscibili, anagrammi musicali che rappresentano un'interessante riflessione sulle potenzialità del suono. Azione (batteria) e staticità (digital sound) si contrappongono nelle nostre performance, come anche le culture da cui provengono, musica di improvvisazione contemporanea ed elettronica. Il progetto usa con estrema libertà elementi estetici differenti, al fine di mettere in discussione le abitudini concettuali del senso comune, giocando su cosa è reale e cosa non lo è, cercando di sottolineare le varie sfumature e possibilità di riflessione, ricevute dalla riproducibilità tecnica che caratterizza il nostro fruire artistico contemporaneo.
Non è per caso che dal vivo ci vestiamo con camicia bianca e cravatta nera, pantaloni e scarpe nere. Lo facciamo per ragioni formali ben precise: quel modo di vestire ci rende irriconoscibili rispetto al tempo storico: nei secoli scorsi gli artisti, gli scrittori, i musicisti, tutti venivano ritratti o fotografati vestiti in questo modo, in bianco e nero, era quella la maniera di presentarsi, la fotografia non era a colori... così vestendoci ci ritagliamo uno spazio a-temporale, perfetto per le citazioni alterate che continuamente includiamo nel nostro lavoro.
La musica di Papiers Collés è molto libera, ma ci sono delle strutture organizzate su cui io improvviso ed alle quali devo prestare sempre molta attenzione. Dal vivo abbiamo suonato soprattutto in gallerie d'arte: una delle ultime date fatte è stata alla Galleria Contemporanea di Venezia Mestre, un progetto curato da Chiara Sartori che si intitolava "Art? - nuove pratiche artistiche interrogano la città", ed è stata una performance incredibile, perchè abbiamo suonato all'esterno della galleria, sulla strada, divisi tra noi da una lunga fontana: eravamo completamente immersi nel traffico delle auto, con la gente che ci passava davanti sul marciapiede - in un soleggiato e caldo venerdì pomeriggio di primavera - e totalmente incurante di quello che stava succedendo intorno a loro; la città era completamente tappezzata da stendardi dallo sfondo bianco e lettering nero, le cui frasi interrogavano sulla funzione dell'arte oggi: “Art - to see things differently”, “Art - do not disappear”, “Art - questions avery answer”, “Art - sounds like experience”, “Art - plays with what surrounds you”, “Art - can be everywhere”, “Art - can break the rules” e “Art - makes life more interesting”. É stato un esperimento molto interessante da cui è stato tratto un bellissimo cortometraggio prodotto dalla galleria, con la regia di Fabrizio Personeni.
Lorenzo è un artista visivo, così come Alan, e sono entrambi bravissimi, con all'attivo diverse mostre e collaborazioni (Lorenzo è ora impegnatissimo con un suo nuovo interessante progetto, Il Moro e il Quasi Biondo); io stesso amo da sempre l'arte visiva. Il lavoro visivo di Alan - tutto materiale da lui filmato o sintetizzato con programmi informatici - tiene conto dei primi esperimenti del cinema surrealista e delle nuove tendenze dell'avanguardia; collabora anche lui in contesti diversi, come ad esempio i dj-set di Stewart Walker.

Perché non apriamo una parentesi sulle ultime fatiche targate Setola di Maiale, magari attorno “Black Taper Taiga”, dove figura l'elemento vocale ‘simboleggiato’ da Shawn Clocchiatti-Oakey, impegnato anche con la chitarra acustica. Purtroppo non ho ancora sentito il cd in questione, ma mi piacerebbe sentire un tua opinione riguardo il mondo del blues.
”Black Taper Taiga” è nato in seguito ai dischi fatti su Setola di Maiale dei Those Lone Vamps. Da questo contatto è nata un'amicizia con molti punti di vista in comune, che è poi sfociata naturalmente in questa collaborazione. Si tratta di musica totalmente improvvisata ed aderente alle estetiche di ciascun musicista del trio, che spaziano dalla musica sperimentale al blues. L'idea è stata infatti quella di registrare in studio del materiale che avesse la parvenza di ‘canzone’ e che riflettesse quelle estetiche, seppur stravolgendole. Chitarra elettrica, batteria, qua e là chitarra acustica, una base techno-blues allucinata e la voce imponente di Shawn... questi gli ingredienti strumentali.
Il mio rispetto per il blues è scontato, anche se non ascolto musica che può definirsi propriamente blues, piuttosto se ne avverte l'eco. Probabilmente le cose più blues che ho ascoltato sono Tom Waits ed i primi albums di Nick Cave, o alcuni musicisti africani o cose molto vecchie, mentre il blues più convenzionale suonato oggi non mi piace per niente: è come il reggae, pare musica chiusa in se stessa, senza possibilità di evolvere in qualcos'altro, interessata a rispolverare idiomi musicali già acquisiti e standardizzati.

Leggevo proprio tempo fa una recensione di un lavoro dei Those Lone Vamps dove il critico (mi pare si trattasse di Music Club) elogiava con entusiasmo l’alchimia di forme, appunto, cantautorali con scampoli di avant-blues nero.
Those Lone Vamps è un ottimo progetto di musica non convenzionale dalla forte personalità, totalmente immersa nella cultura e nell'immaginario del blues. Shawn e Vincent hanno ottime conoscenze musicali a 360 gradi e questo li ha portati ad avere una visione poco ortodossa del fare musica, aperta a suggestioni ‘altre’ e sperimentali; e questa è la ragione per cui sono presenti nel catalogo secolare: hanno spezzato dei cliché. I testi sono molto importanti nel loro progetto, lo stesso Shawn è un poeta che ha pubblicato - con il suo vero nome (credo non voglia sia accostato al suo fare musica) - due libri. In questi giorni è uscito il loro terzo album dal titolo "An embassy to Kokus and Korus".

Altro lavoro Setoliano piuttosto curioso è "Assortimenti N 1-5". Il sottotitolo è da ricordare: «Music For Drums and Sampled Orchestra». Ammetto di trovarmi per la prima volta dinanzi a un simile esperimento costruito - in crescendo - con samples orchestrali sinfonici. Un complesso di sovrapposizioni che potremmo, neanche tanto ironicamente, battezzare come nuova musica classica.
Il progetto nasce dalla collaborazione che ho avuto con Ben Presto, alias Patrizio Pica. Ci siamo conosciuti nel 2000 in occasione dell'Off Festival al Leoncavallo di Milano, ed è da allora che abbozzavamo l'idea di collaborare insieme... Il disco parte da registrazioni in solo di batteria, suonata free e in maniera abbastanza 'piena'; voglio dire portando al minimo le parti di colore e di suoni piccoli, proprio per dare da subito una direzione del tutto particolare al montaggio successivo che Ben Presto avrebbe fatto con i suoi campionamenti di musica classica contemporanea (sinfonica e di piccoli organici orchestrali). Quello che volevamo evitare era l'ennesimo risultato di ricerca pseudo-post-weberniana, tutta incentrata su timbri e silenzi... Ne è uscito un lavoro contemporaneo dai tratti decisi, raffinato e nervoso. Ben Presto ha fatto un lavoro eccellente! Ed è una persona meravigliosa!

Prima, con Black Taper Taiga e Those Lone Vamps, abbiamo sondato il piano delle release di Setola. Potresti spingerti ancora più a fondo con una panoramica su altre produzioni. Il catalogo ospita molte star del bel paese e non. Penso a Joëlle Léandre, al disco di Logoplasm e Punck, ancora a Ben Presto (ed in particolare al recente "Crepa"), al giro delle Puglie dell’AFK di Vito Maria LaForgia & Soci con cui hai un certo feeling.
Ogni disco prodotto è vissuto con passione e gioia: negli ultimi mesi sono usciti molti lavori, come Psycomagic Combination con Joëlle Léandre, Gianni Lenoci, Vittorino Curci e Marcello Magliocchi; il duo Twelve's con il chitarrista tedesco Olaf Rupp e l'italiano Chris Iemulo; il Crash Trio che vede ancora Chris Iemulo, Edoardo Marraffa e me; Il Colombre di Madame P; Kar con Marco Carcasi e Adriano Scerna; “Crepa” con Renato Ciunfrini, Cristiano Luciani e Ben Presto; “Lonius” con Andrea Ferraris, Andrea Romeo e Alessandro Buzzi; l'album dal titolo “Old Red City” con Edoardo Marraffa, Vincenzo Vasi, Marco Tabellini e me; “Low Sun/High Moon”, il disco della newyorkese Ela Orleans; il doppio album del collettivo Gnu; il duo Giorgio Pacorig / Franco Dal Monego; l'album “Glüch Auf” a nome del duo Edoardo Marraffa / Nicola Guazzaloca; “Works” di Massimo Falascone; “Mantis” di IoIoI; “Eight” dell'americano Bob Marsh con la collaborazione di molti altri musicisti; l'album dei napoletani A Spirale, “Gariga”; il doppio album di cui uno dal vivo ed uno in studio dei Lendormin, con ospiti tra gli altri Ken Ueno, Luca Miti e Renato Ciunfrini... e poi ultimissimo altre nuove uscite che per ora sono ancora in fase di preparazione, come il disco di Bogdan Dullsky, “Freedom Reflex – One” e il trio Blistrap “FREEMOTIVE con gli inglesi Mick Beck e Jonny Drury. Tutti questi lavori sono per me entusiasmanti, freschi e davvero stimolanti!
In verità per me, parlare dei dischi prodotti da Setola è sempre un po' complicato: mi piacciono tutti e li vivo tutti sullo stesso piano... tengo poi moltissimo alla veste grafica, alle carte da utilizzare... mi sforzo che risultino degli oggetti interessanti e ben fatti!
Alcuni di questi albums hanno nomi di musicisti consolidatissimi, è vero, ma non è questo che ricerco con questa piccola realtà sotterranea: a me interessa la bontà culturale della musica da produrre, non i nomi altisonanti, e questo è sempre stato un punto importante per me a cui prestare fede, che mi regala chiarezza di giudizio e libertà di movimento.
É ovvio che mi da' grande soddisfazione produrre un disco con certi musicisti, sarei un bugiardo se lo negassi, ma non è questo il punto d'arrivo. Ho sempre avvertito la consapevolezza che le vere novità stanno dietro ai nomi nuovi, o quelli che si muovono nel sottobosco, e dei quali spesso anche i nomi grossi e più intelligenti si nutrono. Quando le realtà sono così ai margini del mercato musicale, ogni lavoro nasce da stima reciproca, da amicizia, dalla condivisione di una comunità di musicisti, dove il fatto elitario o della nicchia non è ricercato per niente, piuttosto è una conseguenza di una cattiva, stantia e grassa circolazione culturale, non solo nel nostro paese.
Non mi stancherò mai di ripetere quanto male facciano quelle testate a scrivere dei soliti nomi, spesso stranieri che già occupano pagine su pagine in tutte le riviste. Non dedicare spazio ai musicisti italiani e snobbarli è non riconoscerne il talento, è render loro vita difficile quando cercano concerti, è abbandonarli a cachet sempre più poveri - addirittura ridicoli! - è suggerire implicitamente al pubblico di disertare i loro concerti, perchè questo è l'effetto che si produce inevitabilmente... e son tutte cose molto spicciole queste che dico, legate alla vita di tutti i giorni, alla sopravvivenza... ne vien fuori una fotografia impietosa della realtà concertistica e discografica italiana. Ad esempio non ho nulla contro i Talibam!, ma certo l'enfasi mostrata per questi americani è maggiore che per altri musicisti italiani che praticano quelle idee da decenni... così la gente và più volentieri a vedere questi nomi piuttosto che gli italiani, ed è questo che realmente accade. La stampa produce questi effetti e se si vuole qualcosa di culturalmente diverso in questo paese, bisogna che tutti coloro che hanno qualche possibilità di muovere le acque lo facciano, e subito! É uno sfascio! Fortunatamente qualcosa si muove in questa direzione, come ad esempio l'ottimo festival romano Scatole Sonore e il network Tempia. Devo anche dire che negli ultimi anni i dischi di Setola di Maiale vengono recensiti con una certa regolarità dalle testate più attente del nostro paese, e questo mi fa davvero molto piacere. Qualche volta accade che qualcuno - che si sia entusiasmato al catalogo setolare - mi scriva per chiedermi del perchè nessuna rivista cartacea ufficiale non abbia mai scritto un solo articolo monografico sulla realtà setolare, che tra pochi mesi compierà 16 anni con le sue 150 produzioni e gli oltre 200 musicisti coinvolti. Gli rispondo che non lo so! Continuerò imperturbabile a fare le mie cose con la mia solita e serena disinvoltura. Il mio problema è che probabilmente ho ancora una visione romantica del fare musica, e così del giornalismo.

Cosa entusiasma Stefano Giust negli ultimi tempi e cosa ci riserva nel cassetto per il prossimo futuro? Enuncia lavori, collaborazioni, produzioni e label che senti attitudinalmente vicini al tuo modo di vedere le cose.
Penso che questo che stiamo vivendo sia un momento molto positivo e fertile per la creatività in Italia e vorrei poter documentare il più possibile tutto questo con Setola di Maiale.
Ci sono anche molte etichette che mi piacciono o che semplicemente stimo per come lavorano e si pongono: Burp di Firenze, Chew-Z Netlabel di Torino, Die Schachtel, Wallace di Mirko Spino, AFK Records, Afe Records, Bar la Muerte, solo per fare dei nomi, sicuramente ne sto dimenticando altre!
Ho molta stima per musicisti come Vincenzo Vasi, Marcello Magliocchi, Gianni Gebbia, Tiziano Milani, Vito Maria Laforgia, il Jealousy Party, Gianni Lenoci, Xabier Iriondo, Lullo Mosso, Dominik Gawara, Cristiano Calcagnile, Daniele Pagliero, Mirko Sabatini e mille mille altri...
Molte energie nuove si ascoltano ad esempio a Bologna, che ha una lunga tradizione di musicisti creativi; c'è il collettivo Gnù che include tra gli altri Dario Fariello, Chris Iemulo, Diego Cofone, Nicola Guazzaloca, Filippo Giuffrè, Antonio D'Intino, Daniele Giannotta, la Bologna Improvisers Orchestra di cui faccio parte; e poi la scena romana con Renato Ciunfrini, Davide Piersanti, Lendormin, Tiziana Lo Conte... e ancora A Spirale, Claudio Parodi, Alessandro Buzzi, Airchamber 3, Anatrofobia, Claudio Rocchetti, IoIoI, Michele Selva, Punck, St.ride, Gianni Mimmo, Enrico Malatesta, Marco Tabellini, Diego Sapignoli, Paolo Angeli ... sono tantissimi, altro che crisi della musica... ti dico un nome e me ne vengono in mente altri dieci... è fantastico!
Ecco perchè penso che è buffo leggere su una rivista: ‘… wow, questo è il disco del mese o la nuova rivelazione dell'anno…’ Se comprassimo tutte le riviste in uno stesso mese troveremmo altrettanti gruppi dell'anno... poi che faccia piacere ai diretti interessati va bene, è altrettanto ovvio - a me ha fatto piacere quando Stefano Pifferi lo ha scritto su SentireAscoltare a proposito di Camusi - però non ci si deve prendere troppo sul serio insomma... davvero i musicisti (ed anche il pubblico in generale) dovrebbero dare meno importanza al giudizio delle riviste, anche se poi è importante per lavorare... purtroppo questo sì... ma chi è davvero onesto sa che non esiste il migliore, ce ne sono tanti di migliori, una marea di migliori, un po' di umiltà non fa male e fa vivere meglio, molto meglio.

Ora parliamo del Collettivo Gnu e del doppio work da te licenziato. Verso quale direzione si dirige e quale motivo ti ha convinto a pubblicarlo con Setola? La domanda può sembrare banale, ma mi attira sempre l’idea di conoscere i pareri dei diretti discografici.
Il doppio album sul lavoro dell'associazione Gnu di Bologna è una compilation assemblata dagli stessi musicisti coinvolti e che documenta i vari incontri e i conseguenti incroci sonori avuti nella sede dell'ottima Scuola Popolare di Musica “Ivan Illich” di Bologna. Si tratta di musica improvvisata che vede confrontarsi personalità diverse e tutte davvero interessanti, coinvolge musicisti ormai consolidati in questi ambiti e musicisti più giovani e brillanti, italiani ed anche stranieri di passaggio nel nostro paese. Penso che un lavoro come questo sia come una fotografia istantanea, una polaroid, un documento importante dello stato dell'arte di queste musiche a Bologna oggi, da sempre vivissima in questi contesti creativi e sperimentali. A dispetto di una situazione italiana di grande degrado e disinteresse culturale, nel nostro paese si muovono musicisti incredibili, di enorme talento; è questo ciò che con Setola mi sforzo di fare: documentare il più possibile questa bellissima e feconda situazione.

“Improvvirusoundexperience” è un altro di quei lavori della nostra scuola free accolto col tappeto rosso da una nutrita fetta di stampa: vedi ad esempio lo spazio tenuto in caldo da testate blasonate, quali Jazzit e All About Jazz...
Improvvirusoundexperience nasce da un idea del musicista e artista Ivan Pilat, già impegnato con un'altra orchestra, la Phophonix Orchestra e che include anch'essa molti jazzisti piuttosto conosciuti, provenienti tutti dal Friuli e del Veneto (penso a Giovanni Maier, Giorgio Pacorig, Massimo De Mattia, U.T. Ghandi). Spetta però a lui dire quali motivazioni l’hanno spinto a formare quest'altro ensemble: io posso solo dire che è davvero stimolante, variegato, fresco, auto-ironico ed anche dal vivo l'orchestra è alquanto scenica e dinamica. Con Ivan ho condiviso moltissimi progetti e dischi, suoniamo insieme ormai da oltre 15 anni, è un musicista ed una persona che stimo moltissimo e a cui sono molto affezionato.

“Old Red City” è cronologicamente l’ultimo progetto discografico che vede coinvolto il tuo nome, senza considerare l’uscita in trio con Vito Maria LaForgia e Giuseppe Mariani nella serata romana di “Scatole Sonore” per la net-label Rudimentale, di cosa si tratta?
“Old Red City” è il titolo dell'ultimo disco setolare in cui sono presente, un quartetto con Edoardo Marraffa, Vincenzo Vasi e Marco Tabellini. Lo abbiamo registrato in concerto, nell'aprile di quest'anno. Con Edoardo abbiamo fatto qualche mese prima il disco "Live at Crash", in trio con il chitarrista Chris Iemulo (Crash Trio).
La net-label Rudimentale ha recentemente pubblicato on-line la registrazione del concerto del 2007 fatta al festival Scatole Sonore: un trio con Vito Maria Laforgia, Giuseppe Mariani e me. Già in passato con questo trio avevo pubblicato dei dischi.
Nuovi dischi che usciranno a breve saranno quello di Camusi, con estratti di concerti fatti in Italia, Francia, Spagna, Portogallo, Inghilterra, Olanda e Belgio.
Sta uscendo in questi giorni uno split condiviso tra Camusi e Moodring per l’etichetta Nillacat Records. Altro nuovo disco sarà quello in trio con Xabier Iriondo e Gianni Gebbia, anch'esso con estratti di concerti fatti durante un tour.
Sulla recente attività concertistica, ho suonato in tour come ospite del Kongrosian Quartet di Ivan Pilat, che è un quartetto di fiati che include musicisti della Improvvirusoundexperience. Poi ho suonato con Cristiano Luciani e Marco Maurizi dei Lendormin insieme a Luca Miti, Renato Ciunfrini e Tiziana Lo Conte; ho preso parte ad un concerto benefit, in favore del sassofonista americano Andrew D'Angelo (malato di tumore e senza assicurazione sanitaria) con la Bologna Improvisers Orchestra che vede riuniti 13 musicisti; ho sonorizzato in solo dal vivo un cortometraggio sperimentale... ho anche sonorizzato dei video sperimentali di Tuia Cherici/Manucinema; ho poi suonato in duo con il sassofonista Bruno Romani; ho fatto un breve tour con Renato Ciunfrini, Enrico Malatesta e Marco Tabellini in un nuovo quartetto che si chiama Ògun. Sempre con Renato Ciunfrini suonerò a Milano in quartetto con Bob Marsh e Massimo Falascone.
Con Camusi abbiamo aperto quest'anno la stagione invernale del sempre interessante festival romano Scatole Sonore e abbiamo fatto altre date qua e là, mentre a metà Ottobre saremo a Bruxelles per partecipare ad un festival di musica improvvisata chiamato Festival Sons Libérés, che si svolgerà al Petit Théâtre Mercelis. Poi, sempre a Bruxelles, suoneremo all'EX-I-T Loft del musicista Marco Loprieno.
A dicembre andrò in Inghilterra per un tour in giro per le maggiori città, in cui suonerò con un progetto che si chiama Blistrap, in trio con il chitarrista Jonny Drury ed il sassofonista Mick Beck, che sono del giro di Chris Corsano.
Questa estate ho preso parte alla registrazione di “Chimera”, il nuovo interessantissimo lavoro del compositore romano Vincenzo Ramaglia, che si basa su partiture piuttosto complesse per contrabbasso e loop-station - suonati da Massimo Ceccarelli - e un duo di improvvisazione libera, formato da Renato Ciunfrini ai sassofoni e da me alla batteria. É appena uscito il cd e a breve cominceremo a portare in concerto questo suo splendido lavoro.
Poi ho in programma per il prossimo anno, ma non so ancora quando, alcuni concerti a New York.
Suonare dal vivo un certo tipo di musica è davvero difficile oggi. Occasioni di un cachet dignitoso e di una discreta pubblicità son cose rare. É questo un tema di discussione continua tra i musicisti. Personalmente penso ci siano due problemi a riguardo, uno forse è sormontabile col passare del tempo, l'altro è addirittura drammatico.
L'idea che mi sono fatto in tutti questi anni è che chi organizza un concerto dovrebbe cercare di raccogliere informazioni su chi ha invitato - o accettato di far suonare nei propri spazi - in maniera da poter in seguito gestire al meglio la comunicazione: scrivere 'bene' su locandine e flyer di cosa si tratta! Per 'bene' intendo anche quattro righe di bio, visto che di musicisti in giro ce ne sono davvero tanti e non tutti si chiamano Zucchero, Zu o Zorn! In altri termini, tutte le informazioni che possono rendere più appetibile al pubblico l'idea di andarci, dovrebbero emergere, perchè alle volte non si conosce chi suona, ma una sua collaborazione invece sì: questo per esempio potrebbe esser di per sé già uno stimolo a prendere in considerazione il concerto da parte del pubblico potenziale. Ma anche scrivere qualcosa sulla discografia prodotta se possibile; o i paesi o i posti dove lo hanno visto suonare; o un rigo di citazione pertinente estrapolato da un articolo o una recensione... Insomma tutto ciò che può far brillare quel concerto. A tutto vantaggio dell'organizzatore, dei musicisti e non ultima della cultura, che vedrà meglio diffusa la musica fuori dal regime, per una offerta culturale meno monotematica e conformista!
Purtroppo alcuni operatori minimizzano queste cose, o peggio sanno che gli accordi con i musicisti sono cena/vitto/rimborso e/o soldi alla porta, e questo sembra legittimarli a non investire abbastanza energia per la buona riuscita del concerto che loro stessi hanno organizzato, a scapito naturalmente di chi suona e di chi forse avrebbe avuto piacere di assistere al concerto, ma non gli è giunta notizia. Tutto questo mi pare non porti da nessuna parte, ed è anche privo di un po' di comprensione per chi fa le cose con dedizione e professionalità: alle volte viene da pensare che basti avere uno spazio per fare delle attività culturali, tanto se non funziona ci rimettono gli artisti! Il rischio è davvero virtù di pochi.
Queste cose accadono regolarmente in Italia, e capitano a tutti i musicisti radicali, e spessissimo nemmeno gli artisti stranieri ne sono risparmiati... Sforzarsi di fare andar bene un evento culturale, è davvero importante, perchè ha anche altri risvolti. Ha a che fare con una salvaguardia molto più ampia della cultura piuttosto che la buona riuscita di un pugno di concerti; pensando all'Italia, a quello che circola solitamente nei cartelloni delle città... gli stessi nomi, gli stessi richiami populisti... bisogna che chi ne ha i mezzi o le energie si ostini a cambiare lo stato delle cose, con coraggio, con un po' di folle spregiudicatezza e personalità, mentre sembra invece che tutti facciano le cose che fanno i vicini di casa! Soldi Soldi Soldi... Già questo paese è tagliato fuori da innumerevoli proposte culturali internazionali, tantissimi talenti di qua emigrano... cosa resterà in questa Italia sfocata? Vedo un deserto davanti a noi... e tanti televisori accesi. Guai dimenticare che la cultura (l'arte) serve anche ad arginare cose come la xenofobia e l'intolleranza. Sono convinto che con più cultura in questo paese, ci saremmo risparmiati tutti questi governi di merda.
Comunque sia, credo che in futuro il luogo delle performance di molta musica sperimentale si trasferirà, come già è accaduto e sta accadendo, nelle case private, negli appartamenti... ed ecco la nicchia, i luoghi elitari... ancora più nicchia e ancora più elitarietà... come dire 'resti lontana l'arte dalle strade'. Ma tant'è, se ai mass media e alla gente non interessano queste cose... io lo accetto anche.
E difatti qui entra in gioco l'altro aspetto, drammatico, che è la quasi totale assenza di interesse verso la musica sperimentale in ogni sua forma. E questa non è proprio una novità. Qualcuno potrebbe anche dire sia giunto il momento che si estingua! Io certo non la penso così, se si blocca il processo di ricerca e sviluppo culturale in una società vuol dire che questa è decaduta. É drammatico che la capacità di concentrazione sia difficile da trovare nel pubblico di oggi, soprattutto tra i più giovani. Non si riesce a prestare attenzione se non per una dozzina di minuti; forse bisognerebbe intendere un concerto impegnativo un po' come si intende il cinema e la sua fruizione nelle sale: mica si esce dalla sala continuamente per bere e fumare durante la proiezione! Si sta' seduti e si segue la trama del film. Perchè questo non dovrebbe accadere anche ai concerti di musica sperimentale?
Per fortuna non mancano i veri appassionati ed i bravi organizzatori, ma certo l'interesse, la curiosità, lo stimolo ad ascoltare musiche a cui non si è abituati, è veramente cosa rara. Se mancano gli stereotipi, le idee alla moda, resta la clandestinità. Non so proprio come ne usciremo, ma credo annientati fin da ora... mia nonna diceva sempre 'poveri noi mal visti'. E me la rido pure.

Ho notato che tutte le grafiche dei dischi di Setola sono seguite passo-passo da te in prima persona. Fantasia e stile figurativo ti impegnano con coerenza e costanza in un percorso-parallelo che lambisce ugualmente la sfera creativa. Molte etichette storiche dell’Avanguardia (Blue Note, Esp disk…) si proiettarono all’esterno con un peculiarità grafica, che negli anni divenne fattore identitario irrinunciabile e significativo per chiarire in pochi segni i principi della loro produzione. Tra parentesi, esiste un preciso nickname con cui firmi i tuoi schizzi: Giustappunto. Svelaci l’intera metodologia di lavoro?
Come ti dicevo prima, per me è importantissima la veste grafica dei dischi, ed anche la scelta delle carte da utilizzare. Ogni disco ha il suo progetto grafico che curo personalmente (sono stato per quasi dieci anni AD in una agenzia di grafica e tutt'oggi arrotondo il lunario come free-lance; in questo ambito utilizzo il nome Giustappunto). In passato per Setola realizzavo le cose con grafica accurata, sì, ma utilizzando fotocopiatrici vecchie e imprecise, carta grezza riciclata, con un risultato ruvido e povero. Oggi, invece, anche la stampa è molto accurata.
Il graphic design è un’espressione importante, un'arte applicata, una questione anch'essa legata alla cultura contemporanea. Purtroppo, ancora non c'è molta attenzione per questi linguaggi della comunicazione, non c'è moltissima cultura visiva, nonostante sia trascorso parecchio dalla Bauhaus, dalla storica grafica svizzera, olandese, e gente come Munari, A.G. Fronzoni, David Carson ed anche The Designers Republic...

In generale, dico spesso che la cultura di una città, quando la si visita, si vede dalla grafica appiccicata sulle sue mura, non solo dai suoi contenuti. Accade un po' quello che succede per la musica elettronica: l'uso dei computers sembra permettere a chiunque di improvvisarsi musicista o grafico, ma le cose sono un po' più complicate e a farne le spese è l'abbassamento qualitativo delle produzioni... il fai-da-te non sempre porta buoni risultati in questo senso.
Per i formati setolari ho due opzioni: il digipak in cartoncino, che assomiglia alle copertine dei doppi lp salvo essere ovviamente più piccolo, ed un altro formato in cartoncino (il formato aperto ha lunghezza 27,5 cm - con copertina, retro, e patella) al quale il disco rimane attaccato per mezzo di un clip porta-cd di plastica rigida nera, il tutto inserito in una bella busta trasparente un po' spessa e antigraffio.
Anche la scelta dei cdr è importantissima: utilizzo dischi di alta qualità, ultimamente amo usare i silver/black e white/black, che sono i cdr di ultima generazione: sono bellissimi, hanno la parte registrata completamente nera e non silver, mentre la parte superiore è silver oppure bianca con stampata la grafica coordinata ovviamente alla copertina. Non ho mai utilizzato dischi con scritti i loghi delle multinazionali!
Il mio lavoro con Setola di Maiale finisce qua, nel senso che prodotte le copie nel numero desiderato e inserite nel catalogo on line, la promozione viene poi fatta dai singoli musicisti coinvolti nella produzione. Setola è sempre stata una realtà DIY senza margini di guadagno.

Spulciando per la rete:
www.myspace.com/stefanogiust
www.myspace.com/camusi
www.myspace.com/crashtrio
www.myspace.com/ogunimprov
www.myspace.com/amorthduo
www.myspace.com/ipersensity
www.myspace.com/freegbur
www.myspace.com/papierscolles
www.myspace.com/setoladimaiale
www.setoladimaiale.net


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 Archivio dell'anno 2011 ...

Gianluca Becuzzi e Fabio Orsi (intervista)  

Zeitkratzer  

Françoise Hardy & Sandie Shaw  

the Dead C  

Extreme (intervista a Roger Richards)  

ALTER@!  

Mark Hamn (intervista)  

ricercare la parola  

EAQuartett / EASilence / EAOrchestra / Grim  

Satan is my Brother / Yellow Capra: intervista a Luca Freddi  

Liu Fang  

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Paul Lemos (Controlled Bleeding)  

tim buckley  

John Butcher (intervista)  

le rose (intervista)  

gravida  

eugenio sanna (intervista)  

Daniele Brusaschetto (intervista)