i gufi    
di mario biserni (no ©)





La balilla; L’orangotango; Il neonato (Mamma, mammina); Non so, non ho visto, se c’ero dormivo; Non spingete scappiamo anche noi; Risotto d’osteria; Il neonato (Mamma, mammina); Sant’Antonio allu desertu; Il gallo è morto; La balilla; Porta romana; El me gatt; La Santa Caterina; Ferriera; L’uselin de la comare; L’orangotango; La sbornia


Sia il periodo di attività, dal 1964 al 1969, sia la formula, un quartetto, e sia il nome, che insieme ai vari Bisonti, Camaleonti, Corvi, Delfini, Gabbiani e giaguari (Jaguars), e sull’onda degli inglesi scarafaggi, andava a popolare un universo faunistico abbastanza tipico in quegli anni, possono far pensare ai milanesi Gufi come a esponenti del cosiddetto beat italiano. In realtà si tratta di un gruppo cabarettistico che non aveva nulla a che fare con il beat (anche se, come vedremo, questa affermazione non è del tutto veritiera).
L’humus nel quale si calarono era la Milano vivacizzata dal Piccolo Teatro diretto da Giorgio Strehler, e quali compagni di viaggio ebbero personaggi come Giorgio Gaber, Enzo Jannacci, Maria Monti e Dario Fo (con i quali condivisero anche buona parte del repertorio). Il terreno della loro azione era rappresentato dal famoso club Derby, nel quale si formarono poi numerosi altri personaggi della comicità meneghina.
Il cabaret è una forma espressiva mista che mescola teatro, varietà, rivista, avanspettacolo, canzone, danza, poesia e altre forme espressive, e così le influenze rintracciabili nell’arte dei Gufi sono plurime, e comprendono il cinema-teatro di Charlie Chaplin, il teatro-commedia di Ettore Petrolini e la commedia-canzone di Fred Buscaglione.
Parallelismi si possono invece trovare con gruppi a loro contemporanei come i Brutos, il Quartetto Cetra e i Giganti, e questi ultimi possono essere proprio considerati come il trait d’union fra il cabaret dei Gufi e il mondo dei gruppi beat.

Il loro influsso invece si estende per tutti gli anni successivi al loro scioglimento, dal teatro canzone di Giorgio Gaber alla comicità di Paolo Villaggio e Cochi e Renato, dalla canzone demenziale di Squallor e Skiantos al teatrino di Musica per Bambini.
Ma chi erano i quattro Gufi? Loro stessi si definivano come il cantamimo (Gianni Magni), il cantastorie (Nanni Svampa), il canta macabro (Roberto Brivio) e il canta musico (Lino Patruno).
È intorno a un nucleo originario formato dalla coppia Nanni Svampa e Lino Patruno chi si compattò poi il quartetto definitivo. Il primo era un appassionato della canzone popolare milanese e della chanson francese, e in particolare di Georges Brassens le cui canzoni cantò in versione dialettale e italiana raccogliendole in più dischi. Il secondo era uno strumentista jazz, particolarmente attivo in band legate soprattutto agli stili primordiali della musica afroamericana. Ai due si unì poi Roberto Brivio, appassionato ricercatore della canzone tradizionale di tipo anarco-sindacalista e autore di testi a carattere noir (Quando sarò morto, Bare Bare, Giù col morale, Il cimitero è meraviglioso, A Contentely Bechin Story, 1600 peste ti colga, Funeral Show ...). Tutti e tre avevano alle spalle esperienze teatrali ed erano anche buoni strumentisti, in particolare Patruno che suonava chitarra, contrabbasso, pianoforte, mandole, basso tuba e banjo. Svampa si destreggiava invece alla chitarra e al pianoforte e Brivio alla chitarra e alla fisarmonica. L’ultimo ad aggiungersi fu Gianni Magni, attore, ballerino, mimo e comico che si era formato al Piccolo Teatro. Dotato di notevoli qualità canore e sceniche diventò presto, seppure non suonasse nessuno strumento, sia il vero trascinatore del gruppo sia il catalizzatore del pubblico.
Dal punto di vista strumentale i Gufi non ebbero comunque mai problemi, in quanto si avvalsero spesso della collaborazione di valenti strumentisti, fra i quali il noto pianista Jazz Giorgio Gaslini che collaborò con i quattro anche in veste di arrangiatore.
Il loro repertorio musicale era piuttosto vasto e andava dalla tradizione folk – non quella dei trovatori e delle corti ma quella goliardica delle osterie – alla canzone popolare con caratteri sociali e anticlericali. A queste si aggiungeva l'interpretazione di canzoni d’autore contemporanee sia composte da loro stessi sia composte da altri. Le esecuzioni erano comunque disturbate da una teatralità quasi sempre grottesca e dall'impostazione dada, con stonature ed errori creati ad arte. Indicativa era la ripresa di un classico strappalacrime degli anni ’30 come Ferriera, nella quale il pathos originario era ridicolizzato sia dalle gag sia dai commenti di Nanni Svampa.
Su tutto, oltre all’aspetto mimico-teatrale, emergeva la raffinatezza e la precisione delle armonie vocali, pur nascosta dietro un'apparenza di caos e casualità.
Penso sia comunque logico se i loro dischi, pur pregevoli, risultano mozzi di un elemento fondamentale qual’era la parte visiva. È per tale motivo che all’inizio ho riportato i link per visualizzare alcuni dei numerosi video presenti su you tube (quelli in bianco e nero risalgono agli anni Sessanta mentre quelli a colori sono relativi alla breve riunione del 1981). So bene che questi video vengono continuamente cancellati e riproposti sotto nuovi link, quindi qualora non fossero più validi invito i lettori a entrare comunque su you tube digitando poi «i gufi + il titolo della canzone cerata». È indispensabile, credetemi!
La discografia dei Gufi è incentrata soprattutto su tre serie, tutte pubblicate dalla Columbia, marchio sul quale pubblicavano anche i primi Pink Floyd (la Columbia Graphophone Company era una storica etichetta britannica, poi diventata EMI, da non confondere con l’omonima etichetta americana).
La più importante di tali serie è forse “Milano Canta” in tre volumi (1965, 1966 e 1968). Oltre ad alcune canzoni firmate da Svampa (da solo o con Patruno) contiene molti tradizionali, in buona parte arrangiati da Gaslini, e alcuni famosi pezzi d’autore. Fra i primi: Canicossa e Balduchelli, La bella Gigogin, Pellegrin che vien da Roma, De tant piscinin che l’era, La balilla, Porta Romana e E mi la dona bionda. Fra i secondi: Quand g’avevi sedes ann e El me’ gatt di Ivan Della Mea, Ma mi … di Giorgio Strelher e Fiorenzo Carpi, e E l’era tardi di Enzo Jannacci.
Altri tre volumi (1965, 1967 e 1968) vanno a comporre la serie “Il cabaret de i Gufi”. Pur essendoci ancora dei brani firmati da Svampa e Patruno, da quest’ultimo soprattutto in relazione alle musiche, la parte del leone è qui fatta da Brivio, sue sono la notevole canzone antimilitarista Il ponte, accompagnata dallo splendido pianoforte di Gaslini, Lady Lucrezia, in stile cortigiano, e Festival della canzone rurale, cantata in più lingue (naturalmente inventate a imitazione di russo, inglese, francese e tedesco). Fra i brani tradizionali c’è una nuova versione di Porta Romana oltre a ottime versioni di, apertura sul folclore non propriamente milanese, Maremma e Il neonato (Mamma Mammina). Fra i brani da altri autori spicca La ballata dell’ex firmata da Sergio Endrigo e Sergio Bardotti.
La trilogia è completata dai due volumi de “Il teatrino dei gufi” (1966 e 1967). È ancora Brivio a firmare buona parte degli originali mentre fra i tradizionali spiccano gli anticlericali Sant’Antonio allu desertu e La Santa Caterina. Inoltre ci sono altre riprese da Ivan Della Mea (El navili e La cansun del desperaa) e Sergio Endrigo (La guerra). In realtà esiste anche un terzo volume intitolato “Il teatrino dei Gufi in TV” (1967) con Ferriera, Orango Tango e La prima tosa (quest’ultimo è un lungo brano che miscela testi di Brassens tradotti da Svampa con dialoghi di Brivio e Magni).
Fa storia a se stante “I Gufi cantano due secoli di resistenza” del 1965, un disco probabilmente voluto da Brivio nel quale i quattro rivisitano in maniera meno scanzonata del solito alcuni capisaldi della canzone socio-politica (Inno a Oberdan, Addio a Lugano, O Gorizia tu sei maledetta, Bella ciao, Fischia il vento …).
E fa storia a se stante “I Gufi” del 1966, unico disco non pubblicato su Columbia ma su Combo Records (e poi ristampato su Intensity nel 1981). Si tratta di un disco contenente solo brani originali del gruppo, in parte pubblicati anche sugli altri dischi o su singolo, fra i quali spicca il geniale Orango Tango, parodia animalesca della classica storia dell’innamorato povero che non può sposare la sua amata perché ricca. Il tocco di genialità sta nella tipologia della canzone, un tango, che fa gioco con il nome del protagonista.
A termine carriera ci sono stati infine i due spettacoli “Non so Non ho visto Se c’ero dormivo” (1967) e “Non spingete scappiamo anche noi” (1969) in collaborazione con Gigi Lunari del Piccolo Teatro, solo parzialmente riprodotti nei due dischi eponimi. I due spettacoli si avvicinavano molto a quelli che erano i temi del beat in Italia e della musica di protesta in generale. Il primo era diviso in due parti, nella prima c’era una celebrazione della resistenza e dei suoi valori mentre nella seconda appariva evidente la disillusione di fronte alle pecche della repubblica e della zoppicante democrazia. “Non spingete scappiamo anche noi” si distingueva invece per i forti contenuti antimilitaristi. A caratterizzare entrambi i vinili sono i due patchwork Tutti all’osteria (noto anche come Risotto d’osteria) e Risotto militare. Nel primo dei due dischi spicca anche una versione della Badoglieide (che irride Pietro Badoglio quale classico esempio di trasformismo italiano).
Quindi, in riferimento alla mia affermazione iniziale secondo la quale non è vero che non esistono legami fra I Gufi e il germogliare del beat italiano, direi che i quattro milanesi si mossero parallelamente al beat, condividendone i contenuti e cercando di riagganciare questi contenuti al patrimonio della canzone popolare italiana.
Negli ultimi singoli del gruppo - Parlerà o non parlerà (1967), Evviva il mondo beat (1967), Soldati a me (1967) e La sbornia (1969) - il legame si fece ancora più stretto, e anche dal punto di vista strettamente musicale quelle canzoni possono essere tranquillamente inserite in quel filone. La sbornia, in particolare, era la versione italiana di Lily The Pink, rifacimento del tradizionale The Ballad Of Lydia Pinkham portato al successo dagli Scaffold, e i legami di questi ultimi con il beat sono inequivocabili, se non altro perché erano di Liverpool e fra i loro componenti c’era il fratello di Paul McCartney.
Dopo lo scioglimento del gruppo i quattro Gufi hanno continuato a lavorare sia nel teatro sia nella musica; Gianni Magni è morto il 16 luglio del 1992.
Fra i 7 pollici pubblicati dai Gufi ce n'è anche uno diretto ai bambini contenente una interpretazione de Il gatto con gli stivali
In tempi recenti "Milano Canta N. 1", "N. 2" e "N. 3", "Il Cabaret dei gufi N.1", "N. 2" e "N. 3", "Il teatrino dei gufi N. 1" e "N. 2" e "I Gufi cantano due secoli di resistenza" sono stati ripubblicati nel cofanetto "I Gufi in raccolta".



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