Elegia del Super 8    di Hue































...ricordo il film di Wim Wenders, Fino alla fine del mondo, in cui alcuni personaggi scoprono l'esistenza di una macchinetta per registrare e rivedere i propri sogni.

Osservo il film di Manuele Cecconello "Elegia del Super 8", ed è come se mi fosse permesso di fare la stessa cosa, ma con i ricordi. E questi ricordi non sono miei, ma di qualcun altro. Non solo, ma appartengono ad almeno una generazione passata.
Potrebbero essere quelli di mio padre, mia madre, di qualcuno della mia famiglia, ma non lo sono.
Non so di chi siano, e neppure forse è importante saperlo.

Forse, quando si scrive di un opera, non si dovrebbe fare riferimento alle parole dell'autore, quando esso è un amico ed ha informalmente spiegato a quattr'occhi il proprio lavoro, ma questa non ha la pretesa d'essere un commento critico né tanto meno un giudizio, è solo, per me, in questo momento, quanto Elegia suscita in me. Ebbene, se non ricordo male, Manuele mi diceva che non appartengono neppure a lui questi ricordi.

Paradossalmente, mentre tutto ciò dovrebbe portare ad un quasi oggettivo distacco da ciò che è mostrato, al contrario per quel che mi riguarda mi sembra che quanto vedo quasi mi appartenga. Mentre guardo, è come se ricordassi cose che non ho mai visto. Per un mio errore, la prima volta che ho guardato il DVD, non avevo attivato l'audio, e senza di esso le immagini, comunque mai aride, mi sembravano pesanti, invasive, come la lettura di un libro scritto in un linguaggio troppo complesso per me. Invece, con i suoni, e le pochissime 'musiche', osservo con occhio diverso.
I suoni sono come vicinissimi, dentro i timpani, nel mio stesso sistema nervoso, come fossero prodotti dai meccanismi atti a riportare questi ignoti ricordi nel mio nervo ottico.

Sempre fonte parziale ed addirittura 'partecipe' dell'opera, in quanto alcuni dei brani provengono da dischi miei, mi trovo ancor di più in difficoltà a commentare questo lato, ma d'altra parte mi sconvolge l'accostamento operato da Manuele con immagini lontane da quelle che io avevo in mente mentre registravo i miei suoni. L'accostamento funziona e quasi mi commuove per come a tratti si formano quelle sincronie tra i piani dell'udito e della vista che caratterizzato quasi tutta l'opera di Manuele.
Suoni e immagini si sfiorano, si toccano appena. Ancora una volta, il modello di comparazione è l'opposto, ossia il classico video musicale, dove le cadenze si agganciano al ritmo come costrette e inquadrate in una logica già completa, autosufficiente, che quasi mai necessita di un coinvolgimento attivo dello spettatore.
Qui il (mio) filo conduttore è un filo fatto di dubbio, di assenze, dove l'autore (stavo per dire il regista, ma si può parlare di regista in questo caso?) non ci conduce, ma ci lascia andare quasi soli, come qualcuno che ci permette di entrare in una casa altrui, neppure sua, convinto che possiamo farcela da soli.

Solitudine, del resto, è forse la prima parola, dopo il ricordo, che la vista dell'Elegia porta a coscienza. A tratti addirittura, forse sarà una deformazione mia, ma è perfino la paura della solitudine a brillare nella mente, in particolare nel frammento "Uno Sposalizio", dove quelle che un tempo erano immagini girate come 'semplice' documento di un importante momento della vita, diventano altro, e non sono più quel matrimonio, ma una sorta di esempio del matrimonio, un'idea del matrimonio, ed è per questo che diventa, mentre lo guardo, anche il mio matrimonio, quello che non ho mai avuto, quello dei miei genitori, quello che forse vivrò o non vivrò mai. Per questo parlo di paura.
Bambini, bellissimi, possono sembrare vecchi. Ed a pensarci, vista l'età dei filmati, forse ad oggi lo sono davvero, ma preferisco non pensarci.
Manuele stesso, se non sbaglio, mi disse che non avrebbe potuto usare filmati propri, ed ora capisco perché.

Più di tutto, per concludere, mi colpisce la durata del film, 45 minuti, che a prima vista mi erano sembrati decisamente troppi, ed il tutto troppo prolisso, troppo prolungato, ma davvero temo di essere figlio della mia di generazione, e davvero disabituato ad attendere, ad osservare forse perfino a sentire.
Per fortuna, ogni tanto, cose come queste mi spingono di nuovo a farlo.



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