Ecologia della musica - Saggi sul paesaggio sonoro ( recensione)    di Giuseppe Verticchio




Curato da Antonello Colimberti, laureato in Discipline della musica e in Antropologia culturale, nonché musicista e studioso particolarmente attento all'incontro tra tradizioni etniche e forme di sperimentazione contemporanea, questo libro raccoglie una serie di saggi di diversi autori, tra i quali troviamo compositori, musicisti, ricercatori, professori universitari, incentrati fondamentalmente sui complessi rapporti che intercorrono tra gli esseri viventi, e in particolare l'uomo considerato nei contesti ambientali e culturali in cui vive, e le profonde influenze che il paesaggio sonoro circostante ha e ha avuto storicamente nella sua stessa esistenza, nella sua evoluzione, nelle sue azioni quotidiane, nelle sue capacità di percepire e decifrare tutto ciò che ha attorno, nelle sua capacità di rapportarsi, interagire, ed integrarsi con l'ambiente esterno, non solo a livello di singolo individuo ma anche, e soprattutto, a livello di gruppo sociale, più o meno ampio, analizzato nei relativi contesti geografici e storici di appartenenza.
I saggi raccolti da Antonello Colimberti, che ha curato anche la stesura di una lunga introduzione all'opera, includono interventi di Marcel Jousse, R. Murray Schafer, Marius Schneider, Steven Feld, Priscilla Ermel, Maria Anna Harley, Roberto Barbanti, Gernot Böhme, David Rothenberg, Arne Naess, Gregg Wagstaff, Bernie Krause, Albert Mayr.
Unitamente ad alcuni interventi dallo spiccato contenuto teorico e concettuale, a mio parere sicuramente meno interessanti, il libro propone altresì molti altri scritti che, attraverso approcci iniziali piuttosto diversificati, si ricollegano all'argomento centrale fornendo informazioni, risultati di studi e ricerche, esempi, pensieri e teorie di grande interesse.
Affascinante ad esempio l'ipotesi della ‘nicchia’ avanzata da Bernie Krause, il quale, dopo aver impiegato migliaia e migliaia di ore ad effettuare registrazioni ambientali in varie parti del mondo, ci illustra attraverso un esempio concreto come i canti degli uccelli si siano sviluppati nel tempo in forme assolutamente interconnesse e quindi funzionali all'ambiente sonoro di appartenenza, evidenziando, anche attraverso un' illustrazione che mostra lo spettro sonoro di un frammento di registrazione effettuata in Borneo, come ad esempio le vocalizzazioni del Pigliamosche del Paradiso (Terpsiphone paradisi) consista in tre componenti armoniche che si inseriscono perfettamente, in modo preciso e specifico, sia a livello di frequenza che di collocazione temporale, laddove, nell'ambiente sonoro, sia presente poca o nessuna energia vocale.
Ci spiega così come, per questa ragione che vede una forte interconnessione tra la vita di un essere vivente e l'ambiente sonoro circostante, attraverso un profondo processo di integrazione con esso, alcuni uccelli canori migratori dell'America orientale, che nella loro vita sono in grado di imparare un solo canto e un solo richiamo, si mostrano incapaci di adattarsi ai cambiamenti dell'ambiente sonoro quando volano nei loro territori invernali di nidificazione, nei Caraibi e in America Latina, ormai in via di distruzione...
Arne Naess invece, in un capitolo nel quale si concentra principalmente sull'impatto dell'ambiente sonoro nelle civiltà industriali, si sofferma anche sulla questione dell'inquinamento acustico, evidenziando come in tali modelli di società sembra sia addirittura diminuita la tolleranza verso il silenzio, a causa dell'accresciuta richiesta per ‘cose che succedono’, per flussi di suono continui, e portando, secondo l'autore, ad esperienze di varietà, intensità, ma non di profondità... ‘Ciò ciò che viene ascoltato ha minore possibilità di penetrare in tutta la nostra persona. Non veniamo davvero coinvolti emotivamente, o solo per un attimo. Ciò che ci emoziona non ha la possibilità di incidere su di noi. Questo è in linea con un' irrequietezza generale, un livello distruttivo di mobilità e un bisogno di divertimento’. Molto interessante il contributo di Priscilla Ermel, ricercatrice di Antropologia presso il Laboratorio di Immagine e Suono dell'Università di San Paolo del Brasile, che in un capitolo dedicato alle sue esperienze di studio degli Indios Cinta-Larga descrive con grande efficacia lo stretto rapporto che tale gruppo etnico ha stabilito con la propria terra, con il proprio ambiente inteso nella complessità di tutti i suoi elementi, inclusi quindi i suoni e i rumori della natura, le loro voci, i canti, la loro musica, definendo quest'ultima ‘il liquido amniotico nelle relazioni degli Indios con la madre terra’.
‘Nel cuore della foresta, negli squarci di luce e nella densità, gli Indios, per così dire, concepiscono una relazione oggettiva con la musica. Ogni cinguettio di uccello, ogni scorrer d'acqua, ogni grido, ogni scoppio di risata sono realtà di un dialogo, di uno scambio di messaggi. I suoni non vengono ignorati nè invadono i loro corpi senza chiedere permesso’.
Approfondendo l'analisi sulla musica degli Indios Priscilla Ermel evidenzia anche la limitatezza e l'inefficacia del metodo di notazione tradizionale forgiato nell'ambito della storia della musica occidentale europea popolare ed erudita, diffusasi anche nel continente americano, raggiungendo ora anche alcune culture tradizionali dell' Oriente. ’Solo che questa notazione non ha sviluppato esattamente i parametri più significativi della musica che pretendeva registrare in partiture, ossia altezza, intensità, andamento, ritmo e durata delle note. Ma non specifica sfumature di timbro, espressione e intenzione; nè riesce a registrare chiaramente un disegno melodico che sfugga alla scala cromatica. Così non vi è barra di diapason che resista alla libertà della durata, del tempo e del ritmo della musica vocale degli Indios, tutta fondata sulla sonorità della parole.
Ancora particolarmente interessante, sempre sul tema del rapporto delle popolazioni indigene con l'ambiente naturale e quindi il relativo paesaggio sonoro, la testimonianza di Steven Feld, che racconta, tra le altre cose, elementi della propria esperienza di vita tra il 1976 e il 1977 a contatto con il popolo dei Kaluli di Bosavi nella Nuova Guinea-Papuasia, periodo durante il quale l'autore ha anche raccolto registrazioni successivamente pubblicate su CD dalla Rykodisc ("Voices of the Rainforest").
Gernot Böhme, in un capitolo dedicato alle atmosfere acustiche, osserva tra le altre cose l'impatto delle nuove tecnologie sul concetto di ‘musica’, e analizza il fenomeno che definisce ‘conquista estetica dello spazio acustico’. La musica in quanto teoria artistica si basava, sin dai greci, sulla conoscenza della note, e le note erano definite da distanze armoniche da una fondamentale, dagli intervalli. Questo concetto di musica oggi ci appare incredibilmente limitativo. Il XX secolo ci ha consegnato invece un enorme ampliamento del materiale musicale che si è esteso in numerose direzioni. Potremmo parlara di una conquista dello spazio acustico. Dalla tonalità, passando per il cromatismo, la strada ci ha portato ad un graduale ampliamento del materiale acustico ammesso a fini musicali, fino al rumore. All'inizio c'erano gli stadi intermedi tra gli intervalli cromatici e la genesi stessa del suono, la sua vita interiore, l'attacco nei fiati e negli archi, poi crebbe l'interesse verso l'individualità degli strumenti, la loro voce, aumentò l'importanza del 'sound'. Poi, con l'uso improprio degli strumenti che potevano essere percossi o grattati, con l'avvento di sempre nuovi strumenti a percussione, fu ammessa nella musica un'infinità di rumori. Infine, grazie alla registrazione magnetofonica, furono integrati suoni della vita quotidiana, scene urbane, suoni della natura e il mondo acustico della fabbrica. La tecnica del campionamento rende ora disponibile per la composizione qualsiasi tipo di materiale acustico. Accanto a quest'ampliamento del materiale musicale possiamo rilevare un cambiamento fondamentale, o meglio un ampliamento dell'essenza della musica.’

Nel tentativo di illustrare i contenuti di quest'opera, ho voluto segnalare soltanto alcuni dei molteplici aspetti trattati, attingendo soltanto a parti di alcuni tra i saggi che ho trovato maggiormente interessanti, ma i temi dell' Ecologia della Musica e dei Paesaggi Sonori sono in realtà trattati in modo molto più ampio e variegato nelle 174 pagine che costituiscono questo libro.
Una lettura che, pur richiedendo a tratti una particolare attenzione, non trattandosi certo di una opera troppo ‘leggera’ e ‘disimpegnata’, mi sento sicuramente di consigliare a chiunque sia curioso di approfondire le sue conoscenze su questo tema decisamente affascinante e sicuramente molto attuale.


* Illustrazioni:

(1) - Esempio di mappa spazio-temporale dei suoni in rapporto al percorso di un individuo nelle 24 ore (schema semplificato); da "Il paesaggio sonoro tra musica sperimentale e Time Geography" di Albert Mayr.

(2) - Schema grafico di registrazione ambientale sul Pic Paradis, St. Marteen; da "L'ipotesi della nicchia" di Bernie Krause.


* Altre pubblicazioni di volumi antologici a cura di Antonello Colimberti:

- "L'ascolto del tempo. Musiche inudibili e ambiente ritmico", con A. Mayr e G. Montagnano, Firenze 1985.

- "Musiche e sciamani", L'Aquila 2000.


* Questa recensione è stata pubblicata anche sulla rivista della associazione culturale 21st Century Music


ECOLOGIA DELLA MUSICA - Saggi sul paesaggio sonoro
a cura di Antonello Colimberti
DONZELLI EDITORE (2004)
www.donzelli.it

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