Scatti in Movimento     di s. e.

A distanza di 5 anni dalle stampe del catalogo che archiviava i primi materiali tirati su per la mostra “77 Spazi Occupati / Spazi Liberati” Silvia Casilio e Marco Paolucci si rimettono a lavoro, e portano in libreria il corposo tomo-fotografico “Scatti in Movimento” dove estendono ulteriormente le maglie della propria ricerca.
Scatti chè il flusso narrante è consegnato quasi unicamente alla viva successione di foto, immagini, poster, manifesti, ritagli di giornale smorzati a ritmo irregolare da testimonianze e partecipazioni scritte, fatte recapitare da testimoni oculari delle storie ritratte.
(Si concedono alle parole un seminale Walter Pagliero, pilastro dell’underground milanese pro “Mondo Beat”, Oscar Brontesi, fra i fondatori della libera comune di Ovada, l’artista Pablo Echaurren, il fotografo on the road Enrico Scuro, lo scrittore e poeta Nanni Balestrini…).
Facile dedurre che l’iscrizione In movimento stia lì a definire la via maestra, ovvero proporre una panoramica parallela dei movimenti di protesta, animati da un’altra coscienza a cavallo tra la seconda metà degli anni 60 e il biennio 77/78.
Come?
Buttando l’occhio ricercatore al di fuori dei consueti cliché storiografici: il congegno fisico della violenza politica, che l’Italia ha comunque avuto il triste onore di conoscere bene, inculcato a dosi da rischio overdose attraverso un mucchio selvaggio di pubblicazioni-fotocopia, attecchisce queste pagine di vissuto bianco e nero, ma non le domina tout cour col suo gelido bagaglio di tonta violenza. Il terreno ostile dei settanta al termine fa presa, come nella parte finale, attraverso mossi fotogrammi immortalanti gli scontri bolognesi (invero molto 77), le proteste creative alfine d’impedire la chiusura di Radio Alice, l’uccisione del militante Francesco Lorusso durante una manifestazione; ma questo corridoio di plumbee memorie generazionali è aperto e in larga parte vissuto da un lungo, allargato, poliedrico prologo abitato da scapigliati e beat, comuni agricole e prime diaspore psichedeliche, orde di capelloni in pellegrinaggio verso Oriente, cantagiri itineranti, libertà amore e Peppino Di Capri, emancipazione femminile e facoltà (sempre più) occupate, arruffi improvvisati nella terra di San Francesco (il primo Umbria Jazz) e John Cage in transfert(a) a Bo, Parco Lambro & dibattiti (contro)generazionali, indiani metropolitani, Skiantos e chili di fanzine dys.
L’ispido clima ‘epico’ delle p38 si fa quindi da parte, spezzando la lancia a f a v o r e di un’indagine coloratamente socio-creativa.

Intervista:


Accogliendo l’act di “Scatti in Movimento” sembra quasi di urtare il discepolo ampliato di “77/ Spazi Occupati Spazi Liberati”, mostra con annesso catalogo che vi notava già immersi nella ricerca di uno spettro collaterale dei movimenti di protesta e underground, nati dalla generazione dell’after boom economico. Lavoro / «laboratorio» tuttora in progress quindi?
Marco: Si, questa esperienza è iniziata anche prima della mostra, quando Silvia Casilio, nel 2004, propose alla riunione del collettivo di gestione del Centro Sociale “Sisma” l’idea di una mostra sugli anni sessanta e settanta. Da lì siamo partiti per arrivare dopo un anno di ricerche e di raccolta materiale alla mostra “77/Spazi Occupati Spazi Liberati” e relativo catalogo; tappa intermedia di questo che giustamente chiami laboratorio aperto, connotazione che abbiamo voluto dare al progetto. Progetto che ci ha portato nel corso del tempo a non finire con la mostra ma a continuare la ricerca di nuovo materiale, di nuovi contatti e di nuove e vecchie storie da cui attingere per riuscire a creare ‘Scatti in movimento, ulteriore tappa di questo percorso che non vorremmo far finire qui, ma concludere idealmente con un documentario. È ancora un’idea allo stato embrionale ma io e Silvia ci stiamo pensando su; per adesso lavoriamo indefessamente alla promozione del libro poi si vedrà.
Silvia: non credo che Scatti in movimento sia un discepolo, direi piuttosto che ‘77/Spazi Occupati Spazi Liberati’ sia il suo antenato. Il libro è frutto di un’analisi più attenta, di una riflessione più ampia: si potrebbe quasi dire – sperando di non sembrare presuntosi – che “Scatti in movimento” sia un prodotto maturo con cui Marco ed io abbiamo cercato di fare il punto della ricerca avviata ormai nel lontano 2004.

Si nota una riflessione più attenta all’archetipo creatività, catalizzatore principale della formazione d’importanti esperienze collettive fra 60 e 77. Ciò vuole escludere l’abituale cliché blood und P38 di cui si ciba il 99 % delle produzioni storiografiche da 30 anni a questa parte?
Marco: La scelta che abbiamo fatto è stata e continua ad essere chiara, almeno per noi; il percorso di questo laboratorio aperto che ci ha portato a ‘Scatti in movimento’ è stato quello di evitare se possibile inutili sovrapposizioni ai tantissimi testi che sono usciti e continuano ad uscire sulle stragi degli anni settanta, cercando di mostrare chiaramente che quegli anni sono stati anni importantissimi per i movimenti che hanno provato in maniera diversa, creativa, altra a portare una ventata di novità, di trasformazioni nella società italiana di allora che stentava a comprendere i segnali di cambiamento e non riusciva ad adattarvisi. Con le foto inedite delle prime comuni beat, con le foto dei grandi raduni musicali come Parco Lambro e Umbria Jazz, abbiamo cercato di far vedere che c’era chi si metteva in gioco, a proprio rischio e pericolo, per portare la creatività nelle grandi lotte sociali; c’era anche chi usava la creatività per veicolare i grandi messaggi di cambiamento, scegliendo un’altra strada, diversa, creativa, e secondo noi le loro storie non erano state adeguatamente raccontate per cui con questo libro abbiamo provato a colmare questo vuoto.
Silvia: Come storica mi occupo degli anni Settanta fin dai tempi della mia laurea e anche io, come molti giovani studiosi o appassionati di storia, ho iniziato concentrandomi sullo studio delle ragioni e delle origini della violenza politica in Italia. Leggendo i moltissimi libri usciti sull’argomento, studiando i documenti prodotti dai movimenti, dai partiti, mi sono resa conto che c’era una contraddizione: sebbene nelle ricostruzioni generali della storia dell’Italia Repubblicana si parlasse delle grandi conquiste civili, sociali e politiche e dell’incredibile vivacità culturale degli anni Settanta, nei testi dedicati alla stagione dei movimenti o alla violenza politica si finiva per ricondurre sempre tutto sotto l’etichetta di “anni di piombo”. Con il procedere delle mie ricerche, hanno iniziato a fare capolino dalle pieghe dei documenti, dalle carte di polizia una miriade di soggetti altri che in quegli anni di scontri di piazza, di violenza diffusa, di vite spezzate in nome di questo o di quell’estremismo politico, si mossero a volte in modo contraddittorio, spesso in bilico tra la militanza e la clandestinità, modificando le modalità dell’agire politico e il linguaggio stesso della politica e della cultura. Marco ed io abbiamo deciso quindi di cercare di riscoprire e di raccontare, avendo sempre presenti la lotta armata e la violenza politica che infuriarono in quegli anni, anche la storia di questa generazione “dimenticata” dai libri di storia, considerata minore dalla maggior parte degli accademici che non perdono occasione per sottolineare quanto terribili siano stati quegli anni – venendo spesso meno al loro compito di ricostruzione della complessità dei fenomeni e cedendo alle lusinghe del mercato editoriale e delle convenienze politiche – e volutamente ignorata dai politici che pure in quegli anni ebbero la propria palestra di formazione. Penso, ad esempio, a Walter Veltroni che con i suoi ultimi romanzi sembra voler non solo costruirsi un improbabile passato da anticomunista ma anche contribuire a riscrivere la memoria che questo paese ha del proprio passato. Ultimamente in occasione dell’uscita di “Noi”, intervenendo a “Che Tempo che fa”, Veltroni ha affermato che gli anni più difficili che la Repubblica abbia dovuto affrontare sono stati sicuramente gli anni Settanta a causa del terrorismo sostenendo di non ricordare un solo giorno di sole durante gli “anni di piombo”, il cielo era costantemente “plumbeo” – che fantasia, eh!!!. Paradossale che Veltroni nel ’91 ripercorresse l’epopea degli anni ’60 e del mitico ’68 con la sua musica e la sua cultura e che del decennio successivo non ricordi altro che il terrorismo dimenticando la strategia della tensione, i colpi di stato pianificati a volte tentati e non riusciti, lo Statuto dei lavoratori, il referendum sul divorzio, la legge Basaglia, le lotte per l’aborto ecc.
Ecco “Scatti in movimento”, con molta umiltà, si propone di raccontare anche le zone d’ombra di quel periodo, quelle zone d’ombra in cui si muovevano beat, capelloni, freak, attori, intellettuali, donne e giovani che come ebbe a dire Marco Grispigni furono comunque protagonisti di quegli anni e dei suoi conflitti e che lottarono e si impegnarono politicamente e culturalmente convinti che la costruzione di un mondo migliore e più giusto non passasse nell’attendere sotto casa al mattino un poliziotto o un politico, una guardia carceraria, un magistrato o chiunque altro per sparargli in faccia. Parafrasando sempre Grispigni, “Scatti in movimento” si pone l’obiettivo – certo ambizioso – di fare storia per «sconfiggere un senso comune che tutto mescola in un orrido calderone all’insegna della violenza» e di «sconfiggere una assurda mitizzazione di un’“esperienza drammatica”».

Dalla visione del volume si evidenzia il ripetuto cambio di scenografia: scene di lotta e ribellione creativa metropolitana s’incrociano con un viluppo di memorie recapitate dalla piccola grande provincia italiana.
Marco: Si, come abbiamo detto prima in questo lavoro ci premeva anche far vedere come le lotte e le proposte/richieste di cambiamento maturate dai movimenti nelle metropoli arrivavano nella piccola provincia, nel nostro caso come noti tu Macerata, Grottammare e San Benedetto, dove istanze di “liberazione capellone” si scontravano spesso, anche in maniera divertente e surreale, con incomprensione, dubbio, diffidenza ed in alcuni casi vera e propria prevenzione faziosa. Come esplicita bene il titolo del libro abbiamo cercato di far vedere attraverso le immagini ed i testi questo passaggio dal macroscopico, identificato nella metropoli, al microscopico, identificato nella città di provincia.
Silvia: Un altro elemento interessante di quegli anni, oltre al passaggio continuo di idee dalla metropoli alla provincia anche grazie alla dimensione del viaggio in autostop di cui parla Marco, che abbiamo cercato di raccontare è l’irruzione della quotidianità nella politica. La grande rottura che i movimenti nati prima durante e dopo il ‘68 provocarono fu l’aver permesso che il quotidiano influenzasse l’agire collettivo. In questo modo la vita quotidiana finì in quegli anni per sovrapporsi ad una “politica” che prima era stata soltanto ideologia, pratica parlamentare, routine sindacale e che diventò poi “mangiare insieme, vivere insieme” in una quasi permanente “dimensione collettiva di militanza”. Infatti, e dalle foto che abbiamo pubblicato questo emerge assai chiaramente sia per quanto riguarda la metropoli che la provincia, fare parte del movimento non voleva dire solo condivisione di obiettivi politici o di tessere di partito ma far parte di uno spazio fisico in cui praticare quotidianamente esperienze di gruppo. Centrale per i giovani che vissero quegli anni fu infatti la volontà di creare ambiti di vita comunitaria separata da una società che si riteneva alienante e retta dalla condivisione di principi e bisogni tra simili.

Quanto tempo avete impiegato per archiviare la vistosa mole di materiale raccolta?
Marco: Per arrivare a vedere il libro in libreria ci abbiamo messo due anni, ripartiti in ricerche per mezza Italia, da Roma a Milano e nella nostra provincia, mail, contatti, lavoro di raccolta, smistamento, assemblamento di tutto il materiale, controllo, correzione delle bozze e tutto il resto. Logicamente non abbiamo potuto dedicarci esclusivamente al libro, ma siamo comunque riusciti ad integrare la creazione di quest’opera con gli obblighi lavorativi e quotidiani. Alla fine però te lo dico con sincerità siamo soddisfatti di tutto questo tempo investito, ma logicamente questo è un giudizio totalmente di parte, quindi prendilo così come viene.
Silvia: Sì, è vero, siamo molto soddisfatti nonostante tutte le difficoltà che ci siamo trovati a dover affrontare in questi due anni di lavoro. Pubblicare un libro come il nostro in Italia non è così facile come si possa pensare: i costi sono alti e le case editrici pensano che non ci sia mercato per libri che affrontino queste tematiche a meno che a firmarli non siano i grandi nomi del giornalismo o della politica. Noi dobbiamo ringraziare l’assessorato alla cultura comunale e provinciale perché senza il loro contributo non avremmo neanche potuto pensare di proporlo ad una casa editrice ed ora dobbiamo moltissimo alla Bottega del libro di Macerata senza la quale il libro non avrebbe neanche potuto essere distribuito.
. Però, nonostante alcuni problemi dovuti alle difficoltà di distribuzione che, oggi come oggi, tutte le piccole case editrici hanno, e grazie al grande entusiasmo e alla pazienza di Marco il libro sta comunque girando per la penisola e dovunque arrivi sembra che i riscontri siano buoni. Certo il tempo che abbiamo dedicato alle ricerche, alla redazione del libro e quello che ora stiamo dedicando alla promozione che è tutta sulle nostre spalle è stato ed è molto: un impegno quasi quotidiano per fare il punto della situazione, cercare di organizzare presentazioni fuori dai confini maceratesi, prendere contatti laddove sembra che ci sia interesse per il libro… Insomma, Marco all’inizio ha parlato di un documentario per chiudere il laboratorio apertosi ormai 5 anni fa… io credo che prima di pensare alla prossima avventura avremo bisogno di tempo e riposo!

Scatti in Movimento - Dalla metropoli alla provincia: l'Italia e le Marche negli anni sessanta e settanta
Silvia Casilio - Marco Paolucci (a cura di)
www.unimc.it/ceum//eum.htm

Per qualsiasi informazione:
Marco Paolucci – uccio12@hotmail.com

ANGOLI MUSICALI 2016  

Manuele Cecconello (intervista)  

le ricette creative della centenaria nonna rosa  

marco becker (intervista)  

i bassotti  

Czech tour  

Terminal (con intervista a Luca Pakarov)  

Angelo Petrella  

The Didgeridoo Discovery  

Polvere - Memorie del tour giapponese  

Elegia del Super 8  

Scatti in Movimento  

tepuy – el mundo perdido  

L'albero che Canta (recensione)  

Ecologia della musica - Saggi sul paesaggio sonoro ( recensione)