Terminal (con intervista a Luca Pakarov)    
di sergio eletto





In un mare immenso di libri che vedono la luce per la prima volta, abbiamo deciso di approfondire lo sguardo verso un nuovo panorama letterario bruscamente indipendente.
Non intendo usare simili aggettivi per indicare esclusivamente la relativa produzione, avvenuta fuori dai canoni del big mainstream editoriale, ma (di)segnare – e rimarcare con evidenza – con termini quali aspro, realista e nichilista, il mondo contemporaneo narrato da Luca Pakarov in “Terminal”.
Indipendente come sinonimo di un pensiero libero, sguinzagliato dalla morsa di un educato perbenismo, da quel finto e patinato alito politically correct che conduce, quasi sempre, a mascherare manifestazioni di pura sincerità e innocenza; siano esse fondate su attimi di felicità, oppure intrise da eventi drammatici, cariche di spiriti fiochi e rassegnati. Figure e situazioni che popolano con preponderanza l’immaginario di Pakarov, ma che si possono benissimo incontrare quotidianamente, nella vita reale: in un semplice sconosciuto, nel vicino di casa, nell’amore perduto di un tempo, nel migliore amico di sempre, nella propria famiglia e, persino, in se stessi.
Personaggi, luoghi, racconti che segnano parallelamente nel DNA dello scrittore l’interesse nutrito da tempo per la letteratura moderna (dal cinismo-pessimismo anarco-realista di Céline, alle ‘pulpeggianti’ avventure di Edward Bunker) e per gli input rilasciati direttamente dalle esperienze personali, tatuate indelebilmente sulla propria pelle.
Un debutto ‘ufficiale’, quindi, che ci fa conoscere da vicino un talent scout della scrittura nostrana, narratore di storie al vetriolo nelle quali, attraverso la stesura di racconti mordaci e cinici, si descrivono realtà border-line, velenose, ove danzano ‘drogati dalla vita’ (e da ettolitri di alcool e sostanze varie) loschi individui, uomini disintegrati dalla solitudine, ‘marchettari’ alle prese con il proprio lavoro, assassini per gelosia, ragazzi alle prese con il folto bagaglio di delusioni sentimentali, sassofonisti eroinomani e pusher dall’alto tasso filosofico.
La vita, i mille rivoli che la ornano, vissuta e vista dall’altra parte della barricata, da quella (cospicua) fetta di popolazione che, il più delle volte, ignoriamo, o facciamo finta che non esista. L’ipocrisia schiacciata a colpi di parole irriverenti, sfacciate che, trasposte in musica, diverebbero un perfetto compendio di free-jazz psicopatico alla stregua di Albert Ayler e, un istante dopo, fumosi pensieri cold-jazz à la Chet Baker.
Rabbia e stasi, rabbia e stasi… un costante sali e scendi di tensione che sembra trovare pace (per molti dei ‘galantuomini’, qui raccontati) solo mediante la ricerca forsennata del piacere artificiale e materiale. Un fenomeno complesso, una discesa negli inferi, una soluzione per (s)fuggire dalle ‘tristi verità' della vita che, proprio dalle parole di Pakarov, acquistano le sembianze di un monito: la felicità su questa (maledetta) terra non la compriamo a botta di sopraffini composti chimici o sbronze varie, possiamo solo tentare di sopravvivere, soffrendo il meno possibile, ma sapendo che comunque vada, prima o poi, il conto definitivo delle ‘malefatte’ ci verrà esibito.
E, allora, non potremmo fare altro che sdebitarci… tutti!

Intervista:
(I bozzetti sono di Felipe Almendros, disegnatore spagnolo, illustratore e fumettista della scena di Barcellona)

Cominceresti con il parlare delle origini di “Terminal”, spostando casomai il riflettore sui motivi-base che ti hanno spinto in generale alla scrittura?
“Terminal” è una ‘collezione’ di racconti nata casualmente: scrivo da molto tempo per un piacere prettamente personale.
Scrivere è una buona valvola di sfogo, soprattutto per uno come me che soffre d’insonnia e non si sforza di avere una gran vita sociale.
Un giorno alcuni racconti sono arrivati in mano ad uno dei pochi fortunati che vive scrivendo, il quale subito ha consigliato di prendere contatti con alcune case editrici. Ho inviato il manoscritto completo a tre diverse edizioni, ricevendo altrettante diverse proposte.
E’ stato facile: ho scelto quella più conveniente.
E così, che da Gennaio, sono iniziati i contatti con le Edizioni Clandestine e si è fatto quello che si doveva FARE!
Purtroppo, però, la pubblicazione non l’ho vissuta come avrei voluto: il giorno in cui sono arrivate le prime copie ho perso un caro amico.

Da cosa è tratteggiata, principalmente, la verve di questi racconti… ed entrano a contatto con le tue storie esperienze personali, accenni di vita vissuta in prima persona?
Sono racconti notturni… non c’è dubbio!!!
Forse perché io vivo maggiormente di notte e in questo senso alcuni personaggi raccontati mi somigliano. Allo stesso modo devo dire che non ho mai avuto una vita molto regolare, lineare o sana, per il valore che può avere quest’ultima parola. Insomma di ‘cazzate’ ne ho fatte un bel po’. Non a caso alcuni racconti vengono scritti in prima persona, così che elementi autobiografici s’intrecciano a vicende inventate. Comunque, visto che mi è stato chiesto da più di una persona, paradossalmente, le storie che possono sembrare più assurde sono quelle più vere. In definitiva i suggerimenti per i racconti nascono sempre da qualcosa che ho visto e vissuto in prima persona.

Leggendo il tuo libro, sono rimasto colpito dal crudo realismo presente all’interno. Ti troveresti d’accordo se si usassero termini come realista e cinico per descrivere la tua scrittura?
La letteratura non è mai realista al 100%. La letteratura prende spunto dalla realtà ma la realtà non prende spunto dalla letteratura. Non li si può sovrapporre.
Come scrivo nel libro:
‘Certo la letteratura è divertente, ha i suoi buoni momenti, ma è come un cane castrato, serve agli uomini e non alla vita. La realtà è un’altra cosa, altri numeri, altre vibrazioni, ha poco a che vedere con la carta e l’inchiostro.'
Si è realisti certo, ma fino ad un certo punto.
Più che di cinismo, parlerei di ironia: l’ironia è l’arma suprema contro la mediocrità e contro l’imbarazzante senso d’inutilità con cui molte volte l’uomo è costretto a fare i conti. Credo, ho la presunzione, di essere dotato di un buon senso d’ironia.

La struttura, l’humus di “Terminal” può evocare, a tratti, echi del Bukowski di “Storie di Ordinaria Follia” ma anche altri frangenti della letteratura beat e americana in generale. Cosa ne pensi in merito, visto che la stessa quarta di copertina del libro, cita una sensibile vicinanza tra te e lo scrittore americano?
Ci tengo a precisare che questa è una scelta della casa editrice e, seppur sono un grande ammiratore di Bukowski, provo una certa insofferenza quando mi viene fatto notare. Pare che ogni qual volta si scriva di un certo tipo di umanità, si venga subito catalogati sotto la voce ‘bukowskiano’. Se devo proprio prendere alcuni punti di riferimento letterari, metto prima di tutti Cèline, Herry Miller, Ferdinando Pessoa, Mario Benedetti e Carver, solo per citarne qualcuno.

Risulta decisamente inconsueta la suddivisione che doni ai racconti: ognuno di esso forma un ‘quadro’ e viene preceduto dalla presenza di micro-storie fulminee, scattanti. Puoi schiarirci la mente in merito a questa scelta?
Ci sono 16 di quelli che io chiamo quadri, prima di ogni racconto. Sono micro racconti di poche righe, minimalisti, ispirati all'opera di Augusto Monterosso o al minimalismo americano; insomma dovrebbero essere dei flash, un'immagine forte o una sensazione istantanea che rompe con lo schema del prima / dopo del normale racconto. Si condensa una vicenda, la si riduce al minimo indispensabile con più particolari possibili. Sono storie che quando comincio a scrivere magari vengono lunghe una pagina ma, poi, taglio e taglio, limo e le smonto il tutto, finché non rimane quello che leggerete (speriamo!).
In verità, nell'idea originale, dovevano essere a pagina pulita, cioè dovevano dare respiro al lettore prima di cominciare la storia successiva, non come sono ora sopra ai racconti ‘lunghi’, ma per delle scelte editoriali precise si è deciso di accorparli. Va bèh, non si può ottenere tutto...

Mi accennavi poc’anzi che diverse persone, leggendo il libro, sono rimaste colpite dalla caratteristica di alcuni personaggi, prossima alla misoginia. Come ti ‘difenderesti’ in tal caso visto che proprio diverse storie focalizzano burrascosi o –oramai – spezzati rapporti a due?
Questi racconti non si possono sintetizzare nel solo rapporto maschio-femmina, pure se molte volte sono vicende ‘a due’. In particolare qualche mia amica ha storto la bocca leggendo “Über alles” ma devo dire che in quel racconto, come in altri, ci vedo più che altro un senso di rivincita 'dell’uomo/donna della strada' su chi, al contrario, ha sempre viaggiato in corsia preferenziale. Nei racconti si può vedere chiaramente come la donna molte volte prenda per mano il destino dell’uomo; come sempre è la donna l’elemento messianico che permette all’uomo di comprendersi, di svelarsi, per dirla in termini filosofici e, quindi, di farlo sbagliare!

Arriviamo alla scelta di adoperare uno pseudonimo. Nello scegliere quello di Pakarov ti sei ispirato a qualche nome in particolare, oppure hai lasciato alla sola fantasia il compito di scovarne uno adatto?
Con Pakarov ho firmato alcuni articoli su riviste anarchiche, soprattutto spagnole; sai… ho vissuto diversi anni a Barcellona. Quindi, ho tenuto in vita lo stesso pseudonimo che poi è quasi l’anagramma del mio vero cognome.
E’ un nome di fantasia… non so… mi suonava bene così…

Mi sembra di capire, quindi, che il fenomeno (storiografico e politico) della ANARCHIA t’interresi molto e da lungo tempo. Cosa puoi raccontarci riguardo questa passione?
Mi sono occupato molto dell’anarchismo spagnolo, soprattutto da quando ho scoperto che è praticamente nato grazie ad un italiano, Fanelli, mandato da Bakunin. Anni fa, ho anche dato una mano nel lavoro di archiviazione dell’Ateneu Enciclopedic Popular di Barcellona: una biblioteca fantastica, con del materiale incredibile dove ho potuto, grazie all’accesso ai documenti, approfondire il discorso sull’’educazionismo’ anarchico, in particolar modo nella figura di Francisco Ferrer.
Per quanto mi riguarda non credo nei governi, non vado a votare e sono anarchico da sempre. Anche se ho smesso di credere negli uomini, penso ugualmente che l’utopia anarchica può, oggi, essere l’unico orizzonte capace di svelarci gli errori commessi e, di conseguenza, indicare il cammino in direzione di una società nuova, svuotata dai valori imposti dal potere e dalla concorrenza... scusa, sembra uno slogan di un volantino...

Visto che prima si è parlato di coppie e di storie esplose, saresti d’accordo se allargassimo la panoramica all’aspetto più vasto e complicato dell’amore?
Sono una persona molto malinconica e forse un po’ tetra, come qualche mia ex mi rinfacciava. L’amore quando diventa abitudine ci interessa meno, ma d’altronde è impossibile pensare un rapporto amoroso in termini di continua creazione, di un continuo coinvolgimento. Alla fine rimane ben poco. Allora capita che si pianifica e si pontifica verso un futuro che ci allontani il più possibile dall’oggi, dalla quotidianità: un mare di parole dette per sopportare la routine ed accedere in tutta sicurezza al piano ‘formale’ dell’amore, quello cioè che non ricerca più niente. Nei racconti si vuole abbattere le illusioni, sfatando, per quanto possibile, le ambizioni dell’amore eterno e solido (o del sesso che sia) in favore di una più fugace e forse più brutale aspettativa, quella consumata ora, qui.
Per quanto riguarda invece il mio rapporto con le donne, beh, come dice Mario Benedetti, non sono fanatico delle donne, o per meglio dire, di una in particolare.
Il mondo è pieno di belle e interessanti donne…

Avendo assaporato nella lettura un ritmo descrittivo dal taglio fumoso e jazz ed essendo Sands-Zine una rivista dedicata con attenzione ai nuovi fermenti sonori, mi parleresti delle musiche che attraggono – in positivo – le tue orecchie da sempre?
Esiste la buona e la cattiva musica. Ascolto di tutto: dalla classica al rock, dal flamenco alla nostra musica popolare. Non mi fermo facilmente ad un genere musicale ma ciò che generalmente preferisco sono jazz e tango. Questo per dirti che adoro allo stesso modo Osvaldo Pugliese, Chet Baker, Albert Pla, Paolo Conte, Pixies, Charlie Parker, Madredeus e Les Negresses Vertes.
Ecco, sono anche molto affezionato alla musica francese; la lingua francese ha una musicalità eccezionale e le arie francesi, la malinconia e la ribellione per capirci, mi appartengono molto, combaciano fortemente con il mio stato d’animo. I francesi Gainsbourg, Edith Piaf, Juliette Greco o Leo Ferrè sono molto presenti nella mia scrittura.

Cosa pensi, invece, dell’odierna situazione in cui versa la società e l’uomo moderno, del nuovo millennio? M’interessa sapere ciò, perché i tuoi racconti sembrano interessarsi con forza ad un analisi anarchica e selvaggia dei mali di oggigiorno.
Le visioni di Guy Debord si sono realizzate, anzi, sono state superate. Si spettacolarizza ogni stupidaggine e le vite vengono vissute in terza persona. Ma, io, non sono buono per certe spiegazioni. Sono fuori di tutto, non frequento letterati e detesto le accademie. Di scrittori, poi, non ne ho mai conosciuto uno vero (io in primis). Anzi devo dire che in vita mia ho conosciuto un solo vero artista, o per lo meno uno che si possa fregiare realmente di tale titolo. Preferisco la gente che passa ore dentro un bar, che i noiosi che parlano di letteratura.
Tuttavia è buona norma per me stare sempre dalla parte della minoranza (oh, questo non significa che io sia dalla parte della minoranza di governo!!!), essere sempre contro, dall’altra parte, che significa, anche in termini dialettici, essere se stessi il più possibile, adottare l’’anti’ e farlo diventare l’’antimoda’, l’’anticultura’ e così via.
Partecipare a qualcosa, qualsiasi cosa, è una gran fesseria.

Per chiudere, hai progetti particolari per il futuro?
Cercherò un lavoro, il mio contratto scade il 9… magari poi comincio a dipingere…



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