Angelo Petrella    di sergio eletto





«A quello stronzo che ha inventato il Kit Kat dovrebbero farlo baronetto. Io me ne mangio un fottio. Sa il cazzo perché non ingrasso come un maiale. Avrò il metabolismo veloce.» (Irvine Welsh)

Occorrerebbe un’attenta psico-analisi della suddetta frase per accendere l’attenzione sulla penna di Angelo Petrella: autore partenopeo i cui personaggi cinici, violenti e menefreghisti potrebbero far subito incanalare nel filone pulp, alla stregua di emozioni attigue al trapianto-cartaceo del ‘Cattivo Tenente’ di Ferrara, oppure ad anziani maestri del noir d’oltreoceano come James Ellroy; figura, quest’ultima, comunque presente e rispettata nel blog dello stesso scrittore.
Ma c’è molto di più nel mondo corrotto di Petrella, nei personaggi creati vige un tale senso di nichilismo e di disprezzo, di sé quanto e soprattutto del prossimo, che in un certo senso traspare e modella una visione allucinata, post-moderna e tragica del mondo contemporaneo, con le regole ciniche ed egoisticamente formulate che lo adornano. Tutto secondo una metrica personale, che si concede non poche licenze poetiche e di linguaggio. La scrittura a lama-tagliente di Petrella, insomma, affonda le sue radici più lontano, lambisce la verve disintegrante e pessimista di Céline, e la infonde di seguito ai caratteri dei protagonisti, i quali, a loro volta, si trovano ad agire in scenari metropolitani moderni e metropolitani, figli ancor più voraci e sanguinari di quel Welsh anni ’90 e della generazione happy-Trainspotting.
Classe ’78, residente poliglotta tra Napoli, Parigi e Roma, il Petrella ha pubblicato in ordine cronologico una collezione di racconti per la Guida Editori, “Una Festa Di Paese”, e due fugaci noir per la padovana Meridiano Zero, “Cane Rabbioso”(’06) e il neo-nato “Nazi Paradise”. Gli interessi per la scrittura, però, non vertono attorno la sola e nuda narrativa, visto che anche mediante il proprio blog (canerabbioso.typepad.com) è possibile sfogliare alcuni saggi critici elaborati nel tempo e indirizzati all’approfondimento critico di letteratura, poesia, avanguardia post moderna e gruppi di ricerca letteraria e poetica come il Gruppo 93 o la scuola del maestro genovese Edoardo Sanguineti.
Un tipo tosto, creativo, eletto alla ricerca e circondato da un denso e compatto alone di laboriosa complessità che non può, quindi, esser recintato nella stretta e materiale morsa del pulp style; e lo confermano proprio le due narrazioni più recenti che andiamo a esaminare.

Cane Rabbioso
(2006 Meridiano Zero)

«Il Vero Mostro è a Roma»
(Pacciani)

In partenza abbiamo citato il personaggio pensato dalla mente di Abel Ferrara per il poliziotto politicamente scorretto, interpretato da Hervey Keitel ne “Il Cattivo Tenente”. Gli humus comportamentali di questo uomo-istituzionale cocainomane, corrotto e iracondo si trovano in diversi punti affini al general-pensiero-della-vita adottato e mostrato con incensurata sfrontatezza dal protagonista iper-violento e dissacrante di “Cane Rabbioso”.
Il nostro anti eroe è un rodato poliziotto, impuro sino al midollo, abilissimo nel districarsi tra la fitta rete di piaceri proibiti e scorrettezze che l’irrequieta Napoli gli riesce ad offrire. Il nostro protagonista è un uomo solo, sregolato, erotomane, con poca gentilezza per l’altro sesso, tossicodipendente esasperato di qualsivoglia sostanza psicotropa, che si cimenta ad affiancare all’attività d’investigatore, anche quella di scrittore di gialli e – nientemeno che – politico (per esattezza, segretario di sezione di partito, presumibilmente prossimo ad ambienti di sinistra). Petrella articola un personaggio-contro, fuori dagli schemi dell’ortodossia, che nel peregrinare estremo della proprie, terribili, giornate di lavoro trasmette una filosofia di vita, sovrabbondante di violenza e irrispettosa.

«… Mi fa incazzare che quello stronzo non ha capito che è gia morto. La troia è molto più intelligente, almeno prega. Non otterrà un cazzo di niente ma almeno prega. Lui no. La sua dignità e altre stronzate simili gli hanno proprio fuso il cervello. Rido. Gli rido in faccia mentre ormai anche il giallo della luna che sta tramontando scompare e il freddo aumenta, io sono quasi sobrio (…) e mi sono davvero rotto i coglioni di sta storia… »

La realtà è estremizzata a tal punto da confondere il lettore sull’anima di determinati atteggiamenti: se considerarli come sconfinamenti in lande di acre ironia, oppure prenderli come realisticamente seri, riflettenti una capillare metafora del circuito istituzionale moderno. Non credo sia solo un caso od un vezzo provocatorio la citazione del buon-vecchietto-mostro Pacciani sistemata al varco del libro. Il mostro è l’intero sistema: il fulcro principale che aziona i pulsanti di comando, ed al quale, se ci si vuol adattare, occorre far tesoro di uno dei più vecchi moti popolari napoletani: ‘Arrangiarsi e vivere alla giornata’. Anche seguendo il versante più illecito e sudicio. D’altronde, il nostro uomo durante la scansione dei propri giorni non fa altro che schivare gli attacchi alle spalle ed i trabocchetti, predisposti e perpetrati con diabolica astuzia, nei suoi confronti dai pezzi forti. Il questore di Napoli non poteva essere meglio indicato se non come il Grande Fratello, colui che è ombra dietro tutto e sopra tutto, colui che sfoggia un abito di rigogliosa impeccabilità in pubblico, ma che – come triste prassi c’insegna - nasconde nell’armadio una ammiccante cifra di scheletri ammuffiti: quali potrebbero essere benissimo una figlia tossicodipendente, implicata nell’omicidio di un altro ‘sbirro’ e sexy-lady di un ufficiale dell’arma, altrettanto impelagato.
Una vita, in fin dei conti, che non si fa invidiare, tutt’altro, caotica e disordinata, come il cervello spappolato dalle nutrite scorpacciate di droghe, dagli ettolitri di rhum e dal colorato campionario di psicofarmaci che il nostro protagonista ingerisce a gran quantità, sin dai primi respiri della giornata:

«… Il telefono di casa inizia a squillare alle 6:55. (…) Mi sveglio, tiro una striscia di coca prima di andare al cesso verso le 7:13. Sara è uscita col cane. Mi faccio una prima doccia alle 7:22 e tiro una seconda striscia di coca. Prendo il caffè e mi accendo una gauloise alle 7:35, mi faccio una seconda doccia e sono indeciso se tirare o no una terza striscia, poi ci ripenso, mi vesto e ingoio un Valium con un sorso di Rhum… »

In campo di licenza linguistica, o più chiaramente, nella forma di scrittura adottata dal talent-scout campano si riconoscono echi espressivi sicuramente personali, mai esercitati prima e presenti, più o meno similmente, in entrambi i libercoli. Angelo opta per un linguaggio veloce, continuo, spoglio quasi sempre dall’uso classico della punteggiatura; ma anche carico di ripetizioni minimali –ironiche e allo stesso tempo ossessive – che vedono alcuni termini (ab)usati sino alla nausea. Una specie di flusso-di-coscienza metropolitano, a metà tra la cattiveria rivelatrice di Antonio Moresco e la prolungata recitazione senza pause di Gertrude Stein (con ciò, secondo termini puramente ‘tecnici’ di forma e struttura sintattica).

«… Sulle scale un tizio mi chiede se voglio un orologio. Dico No e gi chiedo un po’ di Coca. Dice ma sei un poliziotto. Dico No. Dice allora Vaffanculo. Fingo indifferenza ed entro nell’autogrill. Al bancone chiedo tre pacchetti di Gauloises. Il tizio dice non abbiamo Gauloises. Dico che cazzo di tabaccheria siete. Dice non è una tabaccheria siamo un autogrill e poi non ti incazzare prendi le Marlboro che è lo stesso. Dico ma che dici stronzo quelli della Marlboro fanno lavorare i bambini nigeriani a tre centesimi di euro l’ora. Dice guarda che in America non si usano gli euro... »

Nazi Paradise
(2007 Meridiano Zero)

Ve la sareste mai immaginata una Napoli che accoglie tra le sue mura circoli di neo nazisti futuristi ed hacker incalliti, poliziotti (come da tradizione) traffichini e indaffarati con pratiche finanziarie non convenzionali, incontri illegali nella remota provincia campana di (poveri&sfortunati!) Pit-Bull, incattiviti da colazioni a base di anfetamina, anarchici e compagni – marchiati per antonomasia come ’Pestoni’ - di estrazione tutt’altro che operaia, alle volte contro, ma in altre fautrici di strambe alleanze con il nemico nero nel contrastare il comune avversario: gli sbirri, la questura, l’istituzione…
“Nazi Paradise” a suo modo archivia tutta una serie di simili avventure, piazzando come storia centrale quella di un convinto skinhead partenopeo, dal ‘pollice verde’ per il mondo dell’informatica, e le sue disavventure cagionate unicamente dal ricatto che due agenti della polizia gli impongono, dopo averlo incastrato per bene.
E come si direbbe, un servizietto ben fatto e pensato, quello che la ‘coppia di stato’ prepara al giovane, ponendolo senza troppe scelte davanti ad un improvviso bivio: optare per la (mortificante) resa e successiva collaborazione con il nemico storico – evitando, quindi, spiacevoli e maggiori conseguenze postume -, oppure ostinarsi come i 300 guerrieri spartani delle remote Termopoli greche a non firmare mai l’indegno armistizio?
Lascio chiaramente a voi il gusto e la sorpresa di conoscere quale sia la decisione-della-vita presa da - il nick name con cui il protagonista si lancia in convulse chat erotiche - e dai suoi amichetti-di-brigata Attack, Teschio, Jago, Thor, Thordue, Thortre, ovvero i docili cagnolini a ‘rota di anfetamine…
La verve di Petrella nel linguaggio è più o meno inalterata, i neologismi che usa con preponderanza alla bisogna, si rifanno con originalità e con costanza al mondo ‘hi-tech’ del computer:

«… Attack continua a dondolare la catena e uno che non conosco, uno skin di Palermo credo, che sta a Napoli crittato perché ha fatto casini allo stadio (…) Mi viene da ridere, Faccio SIEGHEIL, e Attack sfonda la porta. Quando si tratta di sfondare Attack è bravo ma a volte esagera. E’ uno di quei tipi che compilano un programma senza debug e poi non sano come ritrovare il sorgente. Come dire, un coglione, anche se secondo me non sa cosa significa né debug, né coglione…»

Quel discreto-senso-di-disgusto per gli ambienti patinati, auto-compiacenti e artificiali della borghesia si respira come in “Cane Rabbioso” a pieni polmoni. La differenza sta ove, lì, il punto di scontro si elargiva con le dirette istituzioni in senso stretto (la Questura e tutto il resto), qui, invece, il demone del pestone-borghese prende corpo nei nuovi rivoluzionari:

«… La tizia mi fissa e sbuffa con il fumo. Si capisce che non vuole rispondermi. Si chiama Leda. Da come veste e dalle idee che c’ha in testa è una pestona del cazzo è questa cosa mi fa strano, perché mi chiedo come fa una pestona a fare l’informatrice agli sbirri… »

Di sicuro, questi due volumetti non faranno sudare neanche il lettore più pigro; vuoi per la sfacciate scioltezza dello ‘slang’ usufruito, vuoi per la concreta sinteticità di scrittura. La dicitura – a mio avviso stra-cult – su di “Nazi Paradie” recante il classico avvertimento ‘Parental Advisory Explicit Writing’, rende ancor più tangibile e conforme la forma mentis di tali prodotti-artigianali-noir con l’estetica aggressiva e underground di un buon full lenght hard-core (penso in primis ai Germs), oppure di qualche incazzatissima produzione di orgoglioso-rap-da-strada (Wu Tang Clan, ma anche i Dalek più imperativi).

Per maggiori Informazioni:

meridianozero.it
canerabbioso.typepad.com



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