`Ys´ // `A Wolf In Sheep’s Clothing´ // `Melody Mountain´ // `Ephemeral´

Autore disco:

Joanna Newsom // Josephine Foster // Susanna and the Magical Orchestra // Piana

Etichetta:

Drag City (USA) // Locust (USA) // Rune Grammofon (N) // Happy (USA)

Link:

www.dragcity.com
www.locustmusic.com
www.runegrammofon.com

Formato:

CD

Anno di Pubblicazione:

06 // 06 // 06 // 05

Titoli:

1) Emily 2) Monkey & Bear 3) Sawdust & Diamonds 4) Only Skin 5) Cosmia // 1) An Die Musik 2) Der König in Thule 3) Verschwiegene Liebe 4) Die Schwestern 5) Wehmut 6) Auf Einer Burg 7) Näne Des Geliebten // 1) Hallelujah 2) It´s A Long Way To The Top 3) These Days 4) Condition Of The Heart 5) Love Will Tear Us Apart 6) Crazy, Crazy Nights 7) Don´t Think Twice, It´s All Right 8) It´s Raining Today 9) Enjoy The Silence 10) Fotheringay // 1) なくしたもの 2) 初夏 3) 僕のとなりで 4) 風色 5) 小さな女の子の詩 6) 空想の響 7) 母性愛 8) 月とチェロ 9) 始まり

Durata:

55:44 // 42:21 // 42:42 // 40:26

Con:

Joanna Newsom, Lee Sklar, Grant Geissman, Don Heffington, Matt Cartsonis, Van Dyke Parks, Terry Schonig, Bill Callahan, Emily Newson, Peter Kent, Francine Walsh, Shari Zippert, Sharon Jackson, Julie Rogers, Gina Kronstadt, John Wittenberg, Cameron Patrick, Larry Greenfield, Adrianna Zoppo, Vladimir Polimatidi, Edmund Stein, David Stenske, Briana Bandy, Caroline Buckman, Jessica Van Velzen, Marda Todd, Karen Elaine, Miriam Mayer, Erika Duke-Kirkpatrick, Giovna Clayton, David Stone, Bart Samolis, Peter Doubrovsky, Peter Nevin, Jeff Driskill, Susan Greenberg, Patricia Cloud, Phillip Feather, John Mitchell, Robert O’Donnell, Steven Durnin // Josephine Foster, Brian Goodman, Plastic Crimewave // Susanna Wallumrød, Morten Qvenild // Naoko Sasaki, Seigen Tokuzawa, Gen Saito, Sayaka Kuwabara, Yuichiro Iwashita

donne alla
ribalt(in)a

x e. g. (no ©)

Natale 2006.
Quattro donne. Quattro voci. Quattro dischi.
Propongo un gioco.
Pensate ad una vecchia ribaltina e cercate di associare le quattro muse ad altrettanti utilizzi che si possono fare di quel mobile.
● Joanna Newsom, dopo un buon primo disco, giunge con “Ys” alla ‘sperata’ conferma. Il CD è stato presentato con una campagna promozionale eccessiva, con copertine ‘ottenute’ a destra e a manca e con immagini patinate e artificiose più indicate per riviste di moda che per riviste musicali. La stessa copertina, invero orrenda, si adatterebbe più ad una confezione di caramelle Sperlari o di panforte Sapori che ad un CD, e la 'coincidenza' di una pubblicazione prenatalizia ci fa pensare che l’idea del ‘pacco’ regalo ha come minimo sfiorato la mente di chi ha gestito tutta l’operazione. Personalmente non sopporto i regali natalizi, le foto troppo artefatte, le facce dei musicisti nelle copertine dei giornali, le riviste di moda, le caramelle Sperlari, il panforte Sapori (preferisco gli ottimi panforti artigianali che ormai si trovano anche al di fuori del senese) e quindi il primo impulso è stato quello di gettare il disco in un angolo ben nascosto.
Ma potrebbe trattarsi di un disco fondamentale, viste le buone accoglienze che ha ricevuto, quindi una recensione s'impone e credo che sia sempre estremamente ‘scorretto’, sia nei confronti del suo autore sia nei confronti del lettore, giudicare un 'prodotto' musicale senza averlo prima attentamente ascoltato. E poi non sarebbe la prima volta che orribili confezioni e campagne promozionali prive di gusto nascondono delle realizzazioni sonore estremamente interessanti. Ma purtroppo non è il nostro caso e l’ascolto prolungato conferma che “Ys” è un ‘pacco’ tout court.
La cantautrice, o chi per lei, azzarda l’operazione a suo tempo fallita da Joni Mitchell in “Don Juan’s Reckless Daughter” del 1977 (uno dei suoi dischi peggiori), e la Mitchell del 1977 (se non altro per esperienza dal momento che all’epoca aveva già pubblicato ben 8 dischi) mi sembra essere un personaggio di ben altro spessore rispetto all’immatura Joanna Newsom. Ma ecco che così ho già svelato l’arcano che ne cela le sostanza: “Ys” è un disco per arpa, voce e pesanti arrangiamenti orchestrali, con tanto di orribili e gratuiti svolazzi barocchi; ridicolo a tratti, quasi sempre noioso e sempre pretenzioso.
Ridicolo quando, per esempio, in Sawdust & Diamonds (e anche altrove) viene scimmiottata palesemente Björk.
Pretenzioso negli arrangiamenti e nelle sue pretese letterarie (con testi chilometrici): possono esistere una musica dalle caratteristiche narrative ed una letteratura con un ritmo musicale, ma il confondere musica e letteratura (due discipline estremamente diverse e che rispondo a leggi diverse) equivale al confondere gli sport sciistici con il gioco degli scacchi. Esiste, certo, anche il reading poetico, ma è apprezzabile dal punto di vista sonoro soprattutto quando la voce ha spiccate, particolari e personali caratteristiche espressive e, in tal caso, non abbisogna certo di essere caricata con passatisti arrangiamenti orchestrali. Perché, quindi, non lasciare libero il fluire delle parole? Quale ruolo rivestono le fioriture orchestrali? Non hanno magari la funzione di mascherare le lacune della voce nel caso fosse lasciata a se stessa? Tutte domande senza risposta ma comunque legittime.
Noioso, di conseguenza, per tutti i motivi già descritti e per una dinosauresca prosopopea più che manifesta. E anche per la voce, che un tempo sarebbe potuta sembrare sgraziata mentre oggi, dopo 30 anni di nefandezze beefheartiane, suona perfettamente 'patinata' e 'impostata'.
Ma c’è dell’altro, e come nel caso dell’ultimo Current 93 (un altro disco piuttosto bruttarello) le note di copertina si dilungano in un’autentica parata di stelle (giochetto ben congegnato per accalappiare quanti più polli è possibile): Van Dyke Parks co-produce il disco e si occupa degli arrangiamenti orchestrali, Steve Albini registra arpa e voce, Jim O’Rourke mixa il tutto e Nick Webb effettua la masterizzazione finale ai mitici studi Abbey Road di Londra, …azzo!?!!
A questo punto mi sembra evidente che c’è uno scollamento all’interno della produzione musicale indipendente, da una parte valori quali produzioni a basso costo e spontaneità dei protagonisti e dall’altra produzioni sempre più ‘eccessive’ con atteggiamenti divistici da parte dei musicisti, e personalmente consiglierei ad alcuni di essi di tornare con i piedi per terra. L’ultima domanda che mi/vi pongo è se ha senso recensire dischi simili, che in tutto e per tutto sono lavori major, in una rivista come sands-zine dedicata alla produzione indipendente (anche perché, detto fra noi, si tratta di roba da rotocalco e non da rivista musicale, un po’ come ‘era’ successo per le Cocorosie e altri fenomeni simili del ‘passa e va’).
La memoria è cosa breve e gli orrori della storia, come potete ben vedere, tendono a ripetersi. Tutte le notti, dopo aver ascoltato “Ys”, sogno un nuovo ’77 che porti scompiglio in questo ‘degrado ambientale’. Ce n’è davvero bisogno.
E veniamo alla nostra ribaltina dove la Newsom, ben consapevole del suo charme così appariscente, cercherebbe di accaparrarsi il ripiano superiore, quello ben in vista, dove si mettono quei ritratti e quegli oggetti che devono dare nell'occhio, e lo userebbe per disporre ben in ordine i suoi dischi e alcune sue foto, magari con cornici laccate in argento. Si tratta comunque della sistemazione più soggetta all'azione offuscante della polvere, a quella impertinente degli insetti e a quella deturpante del tempo, mentre dovrebbe avere più d'un motivo per riguardarsi dal logorio di tali calamità.
● Josephine Foster è un’appassionata e una studiosa di folk, di quello progressive come del vecchio folk acustico dei monti Appalachi, le cui strade si diletta a ripercorrere con cognizione di causa, e con visione romantica, avvalendosi di una bella voce (nel senso classico del termine), che pure ha la pecca di assomigliare troppo a quella di Shirley Collins.
Questa volta la Foster si è spinta ben oltre gli anni ’60 e gli anni ’30 del ‘900 e, di romanticismo in romanticismo, è arretrata addirittura di deu secoli andando a parare nel primo ‘800 degli Schubert e Schumann e in quello tardo dei Brahams. Non voglio entrare nella trita polemica, pure legittima, per cui se ho voglia di ascoltare Schubert non ho che da scegliere fra le centinaia di interpretazioni che già esistono o sul senso che c’è nel voler dare una interpretazione semi-modernista di questi lieder (e seguendo questa logica potremmo giungere a rivalutare opere rifiutate dal buongusto comune quali “Pictures At An Exhibition” di Emerson, Lake & Palmer o il Beehtoven rifritto dai Vanilla Fudge). Voglio invece restare ancorato alla qualità del disco che è decisamente buona, soprattutto per quanto riguarda gli arrangiamenti e le esecuzioni chitarristiche di Brian Goodman, mentre la voce della Foster indulge troppo in quel falsetto ottocentesco che, pur straniante, puzza di 'vecchio' più che profumare di 'antico', e in ogni caso le cose migliorano quanto più le atmosfere sono dilatate, visionarie e psichedelizzate (Auf Einer Burg in particolare). Quindi okkay, anche se preferisco la Josephine Foster che affila la voce, come in alcune canzoni del precedente “All The Leaves Are Gone”, fino a ricordare il rantolo straziato di Chris Dejardins.
La immagino seduta alla nostra ribaltina, con il pianale aperto, che studia testi più o meno antichi cercando poi di darne un’interpretazione, o un sunto, personalizzato; a volte ci riesce e altre non va oltre un mero lavoro di copisteria. Apprezzabile, se non altro per l’impegno, anche se penso che un po’ d’aria aperta ogni tanto non potrebbe farle altro che bene.
● La norvegese Susanna Karolina Wallumrød si presenta con un disco di sole cover, dopo l’apprezzato esordio “List of Lights And Bioys”, e ad accompagnarla c’è sempre la fedele e magica orchestra, in pratica il tastierista Morten Qvenild che ha pure un suo passato come Jaga Jazzist. Le atmosfere rarefatte e confidenziali ricordano il ‘cover album’ dei Cat Power o la Sweet Jane dei Cowboy Junkies, ma il materiale utilizzato è qui molto più eterogeneo e comprende, nell’ordine, canzoni di Leonard Cohen, AC/DC, Matt Burt, Prince, Joy Division, Kiss, Bob Dylan, Scott Walker, Depeche Mode e Fairport Convention. Tutto questo ben di Dio è talmente plasmato dalla voce della Wallumrød e dagli arrangiamenti strumentali di Qvenild da sembrare farina di un unico sacco setacciata appositamente per questo disco. Ed è straordinario il modo in cui la cantante piega alle proprie esigenze, e senza una spigolatura, canzoni dal mood primitivo così differenziato. Se un’accusa si può fare riguarda l’eccessiva eleganza, ma dev’essere per forza un difetto, che pone l’area d’azione di questa chanteuse ben distante dall’ignoranza dissacrante di una Lydia Lunch. Può essere che questo ne limi il gruppo dei possibili acquirenti, ma è certamente in grado di soddisfare in pieno chi nella musica cerca qualcosa di più del semplice oggetto da consumare velocemente e gettare poi nel dimenticatoio.
Io la vedo frugare dentro ai cassetti della nostra ribaltina, e non solo dentro a quello delle ‘coperte’, mentre cerca capi di vestiario di vario tipo, foggia e misura. Roba appartenente al ‘suo’ passato, alla quale è rimasta affezionata e dalla quale, con qualche ritocco, riesce a ricavare un completo nuovo di zecca, e per giunta anche dotato di un suo ‘classico’ stile. Un lavoro d’alta sartoria.
● Naoko Sasaki, aka Piana, è una giapponese che offre momenti di infinita tenerezza attraverso una musica fragile e delicata. Sottili trattamenti glitch, qualche suono concreto, pochi tocchi di violino, violoncello, chitarra, piano e organo a sostegno di una voce flebile e velata da maliziosa ingenuità. È una musica infantile, ‘femminea’ stando al titolo, e a suo modo giocosa, come spuntata fuori dal meccanismo di un carillon o da qualchessia 'lampada di aladino'. “Ephemeral” è il suo secondo disco a conferma di un talento autentico e ‘genuino’, dopo l’altrettanto riuscito “Snow Bird”, e solo un’imperdonabile disattenzione ha impedito che me ne accorgessi a tempo debito e mi ha costretto a questo tardivo recupero. Entrambi i CD sono stati pubblicati da una delle etichette ‘sorelle’ della 12k (www.happy.12k.com) dopo che il primo era uscito in Giappone per la Cubic Music dei Minamo.
Quasi tutte le ribaltine hanno un cassettino segreto nel quale riporre le cose più preziose: letterine d’amore adolescenziali legate con nastrini di raso rosa, piccole conchiglie raccolte in spiaggia durante una serata romantica da ricordare, violette lasciate essiccare fra le pagine di un romanzo d’amore…. Forse è lì che Naoko Sasaki tiene nascosti i suoi segreti, e forse è per questo che la mia discrezione mi ha fatto tardare così tanto nello scoprirne l'esistenza.


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Data Recensione: 12/3/2007

`La bottega del suono (Mario Bertoncini. Maestri e allievi.´  

`Depth Sounding´ // `quando ero un bambino farò l’astronauta´  

`Soufifex´  

`Live At Nikodemus Church´  

`Songs from The Eternal Dump´  

`Cosa potrebbe accadere´  

`Avrei Dovuto Odiarti´  

`The Night Of The 13th’ Moon´  

`10, A Brokken Records Special Edition´  

`OAK´  

`Octo´  

`fourtyfour fiftythree´  

`Antinodal´  

`IMAfiction: Portrait # 01 - # 10´  

`Placid´  

`Music For Cat Movies´  

`Air Skin Digger´ // `Sidereal Deconposition Activity´  

`Milano´ // `Sinking Into A Miracle´  

`Light From Another Light´  

`Drift´  

`Repeat Please!´  

`Sum And Subtraction´ // `2. Akt´ // `Utopia´  

`Metaphysics Of Entropy´  

`Chambery´  

`Flares´  

`OPS…!´  

`W´  

`Live At Kühlspot´  

`22:22 Free Radiohead´  

`Dance Mystique´  

`Diciotto´ // `Em Portugal!´ // `A Pearl In Dirty Hands´  

`Livebatts!´  

`Doublethink´  

`Explicit´ // `Clairvoyance´  

`Gratitude´  

`Kalvingrad´  

`Damn! Freistil-Samplerinnen 4 + 5´  

`L’inottenibile´  

`Four Waves´  

`Beats´  

`Vostra Signora Del Rumore Rosa´  

`777+2 Per Aspera Ad Astra´  

`Emblema´  

`Tajaliyat´  

`Moondrive´  

`Collected Wreckages´ // `Shallow Nothingness In Molten Skies´ // `Blind Tarots´  

`Selected Works For Piano And/Or Sound-Producing Media´  

`Triad´ // `Mokita´  

`Syria´  

`Humyth´  

`La spensieratezza´  

`Come tutti gli altri dei´  

`The Cold Plan´  

`Jukebox all’idroscalo´  

`Beautifully Astray´