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`When The Rains Come´ // `Live at Cox 18, 17-10-2009´
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Autore disco: |
And Also The Trees |
Etichetta: |
autoprodotto (GB) |
Link: |
www.andalsothetrees.co.uk cox18.noblogs.org |
Formato: |
CD |
Anno di Pubblicazione: |
2009 |
Titoli: |
1) Virus Meadow 2) Dialogue 3) Fighting In A Lighthouse 4) Mary Of The Woods 5) Jacob Fleet 6) Candance 7) Mermen Of The Lea 8) The Dust Sailor 9) The Street Organ 10) Vincent Craine 11) Stay Away From The Accordion Girl 12) There Was A Man Of Double Deed 13) A Room Lives In Lucy 14) When The Rains Come // gli stessi brani, in ordine differente. |
Durata: |
58:32 // circa un`ora |
Con: |
Ian Jenkins, Justin Jones, Simon Huv Jones, Emer Brizzolara |
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Troppo folk per i darkettoni, troppo oscuri per tutti gli altri: semplicemente impeccabili |
x Matteo Uggeri |
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Gli And Also the Trees fanno parte di quel novero poco fortunato di gruppi difficilmente ascrivibili ad uno specifico genere musicale o forse, ancora peggio, etichettati in quello sbagliato. Partiti sotto l`ala protettrice di Lol Tolhurst dei Cure (forse una referenza poco rassicurante, visti gli eccessi alcolici del paffuto batterista cotonato), sono rimasti controvoglia invischiati nella schiera dei darkettoni, e senza una vera ragione di carattere musicale nè estetico. Vero è che il mood è quello gotico, e che le tristi storie raccontate nelle loro canzoni han più facilmente conquistato il cuore di ragazzine nerovestite e fan di Dance Society e Bauhaus, ma a differenza di questi ultimi sia l`immaginario che il look si son sempre discostati da certe nefandezze, aderendo più sensatamente alla tradizione folk inglese, alla quale i quattro sono indelebilmente legati. Lo conferma “When the Rains Come”, ritorno a due anni di distanza dal loro ultimo lavoro, il non molto fortunato “The Rag and Bone Man”, che a sua volta li riportava nei territori cupi dai quali s`erano del tutto allontanati con le pessime prove da “Klaxon” in poi (mosci tentativi di rockabilly aggiornato).
I quattro del Worchestershire oggi riprendono dunque quattordici pezzi della loro lunga carriera e li denudano fino all`osso, proponendoli in versione acustica e profondamente rivista. L`effetto che ne sortisce sui fan di vecchia data cui il sottoscritto, si sarà capito, nostalgicamente si ascrive, è quello che si potrebbe avere nel rincontrare un vecchio amico e trovarlo profondamente cambiato, forse anche invecchiato, ma in fondo il solito vecchio caro compagnone di sempre. Magari anche più saggio e maturo. Quindi ci vuole più di un ascolto per abituarsi anche a classiconi come Virus Meadow o Jacob Fleet privati della verve new wave di allora e - soprattutto - della produzione pesante di Mark Tibenham, che caricò gli album della fase post-Tolhurst di arrangiamenti orchestrali a base di tastiere. In fondo erano quelle le caratteristiche che all`ascolto odierno rispediscono album come “Green is the Sea” negli anni `80, ma resta il fatto che quella degli AATT era una musica che faceva degli arrangiamenti densi una delle sue note di forza. Ma non c`è modo migliore di invecchiare che quello di capire a cosa è meglio rinunciare, e quindi oggi va più che bene che gli orpelli siano scomparsi, sebbene forse un violino avrebbe potuto sopperire alla mancanza di quelle onnipresenti note distese e della pesante effettistica usata sulla chitarra da Justin Jones.
Ad ogni modo non è difficile mettere da parte i difetti del disco quando si ha l`opportunità di vedere il gruppo live, nel nostro caso al Cox 18 di Milano, dove si sono presentati con la formazione del suddetto disco: il bassista Steven Burrows, ora riciclatosi contrabbassista, accanto ai fratelli Jones (tutti del nucleo originario) con in più la brava polistrumentista Emer Brizzolara, che con melodica, dulcimer e occasionale chitarra contribuisce a compensare alcuni dei vuoti di cui sopra. L`assenza della batteria resta evidente, sebbene contribuisca a preservare una certa leggerezza nei brani, soavemente sorretti dalle note acute della chitarra e quelle infrasoniche del contrabbasso. In mezzo, immensa, costante, limitata nel registro ma sempre estremamente espressiva, la voce di Simon Huv Jones, istrionico nelle sue mosse da attore Shakesperiano e sorretto da una presenza scenica non indifferente (parecchie le ragazze presenti sedotte dal suo fascino). Così come il disco, lo show scorre liscio e costante come un racconto vittoriano, senza grossi sbalzi, e con i momenti più eccitanti legati a pezzi relativamente recenti come Fighting in A Lighthouse ma anche a vecchie glorie come Street Organ, facendo lentamente crescere una malinconia quasi solida, sincera, penetrante e impeccabile come i vestiti da lord inglesi che i nostri indossano.
Ancora una volta, difficile capire a chi possano piacere dei personaggi come loro, anche se la musica non credo spiacerebbe a fan di Beirut o Sparklehorse. A risultare ostici sono forse le loro storie “rurali” (così le definisco loro stessi), racconti di miserie di paesini sperduti nella piovosa campagna inglese, o gli scenari da fiaba. Non so dare una risposta. So solo che storie così, raccontate in una chiave di moderno acustico splendore, ci hanno conquistati.
PS: Il grande Cox 18 si conferma uno dei locali più interessanti di Milano e dintorni, alla faccia di chi aveva tentato di farlo chiudere qualche mese fa.
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Data Recensione: 15/3/2010 |
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