Anzichè addentrarmi in una contorta descrizione del disco farei forse meglio a ricopiare le note in calce ai sei brani che lo compongono: basti dire che si tratta degli elenchi con i nomi degli oggetti i cui suoni sono stati registrati e poi mixati assieme nelle relative tracce. Un approccio ai field recordings ed al suono concreto che preferisce essere didascalico piuttosto che puntare su elementi evocativi, mantenuto poi fedelmente anche nella fase di mixaggio, dove i suoni sono miscelati tra loro ma senza aggiunta alcuna di trattamenti, filtri o effetti di sorta. Un disco radicale dunque, di ascolto non immediato, forse adatto ai fan di Murmur o del solito Lopez, ma a differenza di questi Ruhlmann preferisce manipolare il meno possibile le proprie registrazioni (che peraltro hanno anche tutta l`aria d`esser state registrate in analogico).
Non un capolavoro forse, ma un disco i cui dettagli potrebbero sollazzare il gusto dei puristi e di chiunque non ricerchi una componente melodica nè emozionale in un disco.
E` anche vero che gli oggetto sembrano, ascolto dopo ascolto, cantare ognuno con la propria voce, fino a raggiungere una forma di dialogo simile a un sommesso e minimale canto, come gracchianti sirene meccaniche. E quando una voce umana arriva davvero, come nella coda di Aanden, sembra una tra le tante.
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