`eXcavations´ // `Red Blue´

Autore disco:

Thea Farhadian & Klaus Kürvers // Dean Santomieri & Thea Farhadian

Etichetta:

Black Copper Editions (USA)

Link:

theafarhadian.com
www.kk-berlin.com
deansantomieri.com
blackcopper.com

Formato:

CD

Anno di Pubblicazione:

2015

Titoli:

1) Chapter I 2) Chapter II 3) Chapter III 4) Chapter IV 5) Chapter V 6) Chapter VI 7) Chapter VII 8) Chapter VIII 9) Chapter IX 10) Chapter X 11) Chapter XI 12) Chapter XII // 1) Pollock 2) Danza One 3) Foil 4) Ricochet 5) Pencil Sketch 6) House Of Colors 7) Saltare 8) Big Clip 9) Picture Frame 10) Büroklammer 11) Six-Seven 12) Toy Structure

Durata:

36:15 // 38:36

Con:

Thea Farhadian, Klaus Kürvers // Dean Santomieri, Thea Farhadian

buone nuove dalla California

x Carolina Argento (no ©)

Violinista, performer, sound designer, insegnante… la californiana Thea Farhadian vanta una tabella di marcia densa e importante che adempie facendo spola fra Stati Uniti ed Europa, con campi base impiantati essenzialmente a San Francisco e a Berlino. Se ormai da tempo Berlino rappresenta il centro nevralgico della musica improvvisata europea, è più recente l’impressione di una Frisco che, nel settore, sta pian piano soppiantando le oggi più compassate New York e Chicago.
San Francisco uguale a Berlino, quindi, con la differenza che sia la Farhadian, sia altri improvvisatori californiani di cui s'è recentemente parlato, contrappongono alle fredde geometrie degli europei quel calore concesso ad un clima perennemente primaverile.
La violinista americana, in sintonia con i 'tempi moderni', si è creata ora un suo marchio discografico sul quale pubblicare i propri materiali. Nascono così questi due CD, molto interessanti, che costituiscono uno scheletro di concretezza per le nostre parole e che, per motivi diversi, meritano entrambi di essere ascoltati.
Innanzi tutto perché rappresentano un ottimo spaccato sulle due scene e indicano le possibili connessioni, non solo a livello di collaborazione musicale dal momento che un attore fondamentale nell’attuale scena berlinese, qual è Nicolas Wiese, ha disegnato entrambe le confezioni. In secondo luogo perché si tratta di due ottimi dischi.
In "eXcavations" il violino della Farhadian si confronta con il contrabbasso del tedesco Klaus Kürvers, musicista ben radicato nella tradizione dei Kowald e degli Schlippenbach, in una serie di improvvisazioni torbide e leonine (proprio Kowald e Schlippenbach, in epoca ormai storica, avevano dato il via alla collaborazione fra la nuova scena tedesca e l’allora predominante impro chicagoana, il primo ospitando Anthony Braxton nella sua Globe Unity e il secondo attraverso il trio con Günter Sommer e Leo Smith).
Il titolo è pertinente, dal momento che i due, più che suonare, paiono scavare negli strumenti per trarne fuori grumi di note. Il violino della Farhadian, in qualche passaggio, riesce appena a incrinare l'imperscrutabilità teutonica con qualche sprazzo di luce.
All'opposto il duo Santomieri - Farhadian, tutto californiano, è autore di una musica più ariosa e solare. Diverso già nelle premesse, qui la libera improvvisazione è inserita in un contesto comunque compositivo, fin dal primo brano il tandem ribadisce il legame fra la 'free action' sonora e la pittura di Jackson Pollock (la cui “The White Light”, ricordo, veniva utilizzata nella copertina del “Free Jazz” di Ornette Coleman), che però va a sposare con la successiva citazione di Satisfaction (ai 2:11 di Foil, ma in tal senso il trio Brötzmann / Van Hove / Bennink aveva già tracciato la strada in "Outspan No 2" citando Back Street Girl). Legame con la tradizione ‘free’, quindi, e contemporanea apertura verso gli universi circostanti. Barriere che si sgretolano come il muro di Berlino.
I due dischi hanno quindi connessioni orizzontali e verticali, storiche e di attualità e, a loro modo, tracciano anche possibili linee future.
C’era una volta un critico, o presunto tale, e forse c’è ancora, chissà, comunque era uno di quelli che ci credono, che si sentono importanti, di quelli che vanno ai concerti per spippolare con il proprio telefonino, tanto la musica non è quella che suonano i musicisti, la musica è quella che passa dalle sue dita per fermarsi dentro al corpo del mouse, un critico in attesa che il mondo si accorga di lui ed esclami: «tizio l’aveva già scritto !». Ecco, quel critico amava terminare le proprie recensioni con un bel: «… ricordatevi dove l’avete letto per la prima volta!». Patetico, direi.
Io penso: chi se ne frega dove avete letto per la prima volta il nome di Thea Farhadian, l’importante è che vi ricordiate di lei e che la curiosità vi spinga ad ascoltare la sua musica.
Ma fatelo, cazzo di Buddha


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Data Recensione: 11/11/2016

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