`Non Dweller´ // `Erosion´

Autore disco:

Gabby Fluke-Mogul, Jacob Felix Heule & Kanoko Nishi-Smith // Kevin Corcoran & Jacob Felix Heule

Etichetta:

Humbler (USA) // Notice Recordings (USA)

Link:

www.heule.us/non-dweller/
humbler.bandcamp.com/album/non-dweller
noticerecordings.bandcamp.com

Formato:

CD // MC

Anno di Pubblicazione:

2021

Titoli:

1) I 2) II // 1) Eskers 2) Intertidal

Durata:

61:55 // 81:01

Con:

Gabby Fluke-Mogul, Jacob Felix Heule, Kanoko Nishi-Smith // Kevin Corcoran, Jacob Felix Heule

la democrazia non è un’utopia

x mario biserni (no ©)

cartoline dal 2021 - 1:
Di top in top un altro anno è passato e, parafrasando il vecchio scarpone, possiamo già rivolgere lo sguardo al 2021 cantando «quanti ricordi fai rivivere tu». Fra di essi c'è sicuramente la consapevolezza che la musica per strumenti a percussione è ormai totalmente sdoganata anche presso il pubblico del cosiddetto mondo occidentale (ma occidentale rispetto a chi e a cosa?, non è meglio dire presso la cultura eurocentrica?). Riprendete in mano il mio articolo “La New Wave Of Jazz” e leggetelo, o andate a spulciare fra le recensioni degli ultimi 12 mesi, per capire appieno quanto mi periplo intorno a quest’idea. Il che non vuol dire che la maggior parte del pubblico eurocentrico non preferisca subire l’asportazione di una gamba all’ascolto di dischi come questi che ora vado a proporvi. L’ostilità maggiore sarà rivolta in particolare verso “Erosion”, dove ad essere utilizzate sono unicamente due grancasse suonate con tecniche non convenzionali e con l’ausilio di vari oggetti. Il risultato delle sessioni – 12 Febbraio 2020 e 18 Dicembre 2019 - sono due lunghi brani in cui il suono si sviluppa in modo continuo, con tonalità acide che vanno dall’etereo in sospensione al metallico stridulo e ruggente. Protagonisti del disco – in realtà una cassetta - sono la nostra vecchia conoscenza Jacob Felix Heule e l’altro percussionista californiano Kevin Corcoran. La collaborazione fra i due si è sviluppata anche in altri contesti, tra l’altro in un sestetto di percussioni allargato a Tatsuya Nakatani, Robert Lopez, Karen Stackpole e Marshall Trammell (vari documenti su you tube).
“Non Dweller” potrà mettere gli ascoltatori più a proprio agio, in tal caso alla grancassa del solito Heule si accompagnano il violino di Fluke-Mogul e il koto di Nishi-Smith. Anche in questo caso dalla cucina escono due lunghi brani, entrambi registrati il 29 Novembre 2019, nella sostanza di cicli di suoni in libertà che si aggregano – disgregano in un continuo cangiare di forme e colori. Davvero un bel quadro, sia nel risultato d’insieme sia andando a spulciare la consistenza dei singoli contributi. La democrazia, almeno nel settore dei suoni, non sembra affatto essere un’utopia e ha le stesse sembianze dell’anarchia e della libertà.
Ma in fin dei conti la differenza essenziale fra i due dischi è ben rappresentata dalle confezioni: a colori l'una e in bianco e nero l'altra.

Prossimi top: “Pulsioni Oblique Vol. 2” // “Hardboiled” di Vari Autori // Paul Beauchamp & Luca Sigurtà; “Blues Pour Boris” di Mario Mariotti; “Kora” di Giacomo Zanus; “Nut” di Fie Schouten; “Elements” di Günter “Baby” Sommer & Fabrizio Puglisi ...


cartoline dal 2021... e oltre - 2:
Le varie classifiche dei migliori dischi dell’anno sono un autentico ossimoro. I migliori dell’anno e le classifiche stilate da chicchesia sono infatti due cose inconciliabili, perché il concetto di migliori esprime un valore assoluto e non esiste al mondo nessuno in grado di esprimere un valore assoluto. Cioè non esiste rivista, o essere umano, che ha ascoltato tutti i dischi, e le cassette e le pubblicazioni in rete, tanto da poter essere in grado di esprimere un giudizio che abbia un valore assoluto. Ho sempre creduto che una classifica del genere andasse fatta non a Gennaio, o addirittura a Novembre come molti fanno, ma ad Aprile, in modo da poter ascoltare più pubblicazioni possibili relativamente a quell’anno. Oggi sono convinto che non basterebbe e che classifiche del genere non hanno senso, neppure dopo anni di meditazioni. Eventualmente si possono fare delle considerazioni personali limitate già nelle premesse.
E a dimostrazione di quello che vado sostenendo vi confido che il miglior disco che ho ascoltato nel corso del 2021 è stato pubblicato addirittura nel 2001, senza che ricevesse nessun riscontro critico. Si tratta di “Any Other City” degli scozzesi Life Without Buildings. C’è voluta una baggianata come Tik Tok per farlo uscire dall’anonimato: qualcuno ha utilizzato la prima strofa di The Leanover per uno sketch che in breve tempo è diventato virale e così il disco è stato disseppellito. È proprio vero, le vie del signore sono infinite. I Life Without Builing mi ricordano musicalmente i Feelies, però in versione molto velocizzata (ma Il commento più bello l’ho avuto da Alez: «suonano come dei Velvet più vispi»). La loro caratteristica principale è però la cantante Sue Tompkins, una pulce salterina, che ha poi proseguito l’attività come poetessa, le cui performance vocali materiche mi hanno ricordato quelle straordinarie, benché più astratte e dada, della cantante jazz Rose Murphy.
Com’è andata che ho scoperto i Life Without Buildings? Non preoccupatevi per me, non sono diventato un tiktokkato, e probabilmente non lo diventerò mai (anche perché non sono una ragazzina desiderosa di mettere in mostra poppe e culo), li ho scoperti semplicemente leggendo una recensione ad “Astro Tough” degli inglesi Audiobooks, disco che per inciso ho apprezzato molto. Gli Audiobooks, con “Astro Tough” al loro secondo LP, sono un duo formato dal tecnico-produttore David Wrench (che tra gli altri ha lavorato con Brain Donor, David Byrne, Goldfrapp, Erasure, The XX, FKA Twigs, Marika Hackman …) e dalla poetessa-pittrice Evangeline Ling. Per quanto riguarda l’aspetto musicale Wrench mette in gioco la sua notevole esperienza e bravura senza però produrre nulla di particolarmente identificativo o innovativo. Le performance vocali, userei anche in questo caso il termine materico, mi sembrano invece ottimamente strutturate nel loro dare significanza concreta agli sviluppi della musica e finendo col ricordare, in alcuni momenti, lo straordinario e indimenticabile Mark E. Smith. Pensavo di ritrovare “Astro Tough” in molte playlist di fine anno, e invece nada, non v’è traccia di esso (nemmeno in quella del modaiolo pitchfork) e questo fatto mi ha rafforzato nell’idea che si tratta di un gran bel disco. Se decidete di comprarlo, e lo trovate, prendete quello con allegato l’albun con i dipinti della Ling. Una curiosità: mentre molti puntano all’altissima qualità del 180 grammi, “Astro Tough” è stato pressato in vinile riciclato (sarà un semplice espediente da ecologicamente corretto o rappresenta invece una indicazione ben precisa per il futuro?).
Altro lavoro impressionante, nel vero senso del termine, è “Kamana” di Carlos Casas, un’opera monumentale che sembra apporre il sigillo definitivo a quello che a suo tempo definimmo come reportage sonoro. Registrato presso una popolazione che vive nella foresta delle Filippine, gli Aeta, è composto, nella sua edizione più completa, da un LP, un CD, un 7” e ulteriori registrazioni in digitale per oltre tre ore di suoni. Parte del materiale è proposto in composizioni musicali vere e proprie, parte è lasciato grezzo nella sua veste di registrazioni d’ambiente o d’intervista. “Kamana” è parte di un lavoro più complesso a proposito dell’habitat che circonda il vulcano Pinatubo (situato nell’isola Luzon che si trova nell’area settentrionale dell’arcipelago filippino). Il lavoro di Casas è minuzioso sia nella fase delle registrazioni sia a livello di composizione/ricomposizione dei materiali sia a livello di editing.
Come dice il proverbio, aridaje, non c’è due senza tre, e il tre arriva tale e quale con il triplo LP (o doppio CD) “IRA” firmato Iosonouncane. Un’altra opera monumentale. Avevo apprezzato molto il musicista sardo all’epoca del suo primo disco mentre m’aveva convinto meno la sua uscita successiva. Non si trattava certo di un brutto lavoro, l’avevo anche ben recensito, ma rappresentava in un certo senso un piccolo passo falso dal punto di vista della ricerca. Niente di tutto ciò in “IRA”, dove a impressionare è soprattutto la bestiale opera, svolta su vocabolari di lingue diverse, volta alla scoperta di parole da utilizzare per il loro suono e non per il loro significato. Nulla di nuovo, mi direte, dato che ormai da tempo soprattutto i testi delle canzoni rock non hanno alcun senso se non nel suono delle parole che vengono utilizzate. D’accordo, ma Incani assume qui l’aspetto del demone vendicatore che porta giustizia nel caos di una bolgia babelica seguita a una ingiusta vendetta divina contro l’utopia dell’emancipazione umana (ps: i manifesti che intendevano celebrare il duecentesimo anniversario del Viva Maria recitavano: Il Viva Maria contro l’Utopia). “IRA” pone le sue radici nella musica progressive senza per questo essere un disco passatista, peccato che la sua conoscenza resterà probabilmente circoscritta al pubblico del suolo italico.
Se non c’è due senza tre chiaramente non c’è neppure tre senza quattro seppure, in questo caso, il proverbio non sia ancora entrato in vigore. Quindi vado a dirvi di un altro disco bellissimo che è “Vulture Prince” della pakistana Arooj Aftab. Si tratta di canzoni funebri che mettono insieme Billie Holiday e Nusrat Fateh Aki Khan, le musiche minimaliste e quelle devozionali dei Sufi, e molto altro. Veramente magistrale e commovente.
E poi non c’è quattro senza cinque, non c’è cinque senza sei e così via, come suol dirsi la fame vien mangiando, e allora aggiungo “Una Rosa” di Xenia Rubinos (suggestioni latine e moderna elettronica, con la benedizione di Tom Waits); “A Secret Code” di Pamela Z (della stessa è stata ristampata in vinile anche la prima cassetta “Echolocation”), un’artista che sposta in avanti l’opera di ricerca effettuata da Meredith Monk; “Postcard From A Trauma” di Roberto Fega (il folletto romano ai massimi livelli, vedi la nostra recentissima recensione); “Reverse Drift / Reverse Charge” dei Mosquitoes (viaggio nel dub da parte del trio londinese); “Beyond The Traceries” e “Kranenburg Tree” di Florian Wittenburg (splendida accoppiata minimal-riduzionista, il primo dei due risale però al 2020); “Notturno” di Roberto Dani (un batterista dalla teatralità molto accentuata); “Éclipse Des Ocelles” (LP) e “Paroles Cavernicoles” (CD) di Roxane Métayer (psichedelia avveniristica con il suono di un violino, chiaramente suonato con tecniche estese, che si ubriaca in un fiume di suoni, rumori e voci, anche quest’artista si dichiara influenzata da Meredith Monk, e soprattutto nel CD dove la voce è più presente ciò pare innegabile); per il settore new wave of jazz ci sono fra gli altri “Made Out Of Sound” di Bill Orcutt & Chris Corsano, “Solo Acoustic Guitar Improvisations” di Dirk Serries, “Monólogos A Dois” di Gonçalo Almeida e “12 Comp (ZIM) 2017” di un precursore qual è Anthony Braxton (quest’ultimo è un Blu-ray ad alto costo ma contiene i codici per tutti i download possibili e, soprattutto, contiene oltre 10 ore di musica - Nb: tra gli strumentisti ci sono Dan Peck dei Gate e Tomeka Reid); infine è stata portata a termine la colossale opera “MMXX” (20 dodici pollici trasparenti incisi su un lato e graffiti sull’altro che vedono coinvolti alcuni dei maestri della scena elettroacustica, un solluchero per i collezionisti). Per le ristampe veramente importanti c’è il cofanetto con tre LP o due CD “Rhythm and Paranoia: The Best of Bush Tetras” delle Bush Tetras (gruppo basilare della no wave con Pat Place in formazione).
Ho lasciato in fondo due segnalazioni che mi attireranno gli strali dei lettori (se le avessi messe in apertura probabilmente avreste smesso tutti di leggere):
1 - “Unica” di Ornella Vanoni (alla veneranda età di 87 anni questa signora è riuscita a fare quello che non aveva mai fatto, un long-playing che è tale, cioè che ha una sua coesione e una sua coerenza, e non è una bislacca raccolta di canzoni raccattate qua e là. Chiaramente si tratta di musica leggera italiana, non possiamo certo pretendere i Coil o Joni Mitchell e neppure Nada, ma la voce è particolare e decisamente bella, le doti interpretative ci sono e le canzoni sono inedite e sono state scritte appositamente per lei…. Sono fermamente convinto che la chirurgia estetica è il male più grave della nostra epoca, ben più del Covid, ma evitate di pensarci e troverete che il disco è molto godibile e ben fatto).
2 - “Bingo” di Margherita Vicario (l’autrice contamina la tradizione della musica leggera con tanta modernità e con un attitudine teatrale che già ascoltando il suo primo disco “Minimal Musical” mi aveva fatto pensare a Giorgio Gaber, chiaramente con minor sagacia e minor senso critico e autocritico).
Alla fin fine l’ha fatta pure tu, direte, la classifica dei migliori dell’anno appena trascorso. No! Vi assicuro che lo spirito con il quale ho scritto queste quattro righe non è quello, per cui se le avete lette (e se state leggendo questo finale presumo che abbiate già letto il resto) cercate di catturarne lo spirito. Sicuramente ci sono sparsi per il pianeta altri dischi in attesa di essere scoperti. Aguzzate la vista e, nel caso vi imbattiate in cose sensazionali, fatemelo sapere. Il solito Alez l’ha già fatto e ci consiglia i Fell Runner (come vedete a tramagliare seriamente nel calderone dei dischi usciti nel 2021 si finisce inghiottiti in un oceano senza fondo).



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Data Recensione: 14/2/2022

`Aterraterr´  

`Katacombe Vol. 3´  

`In Vivo´  

`Eight Pieces For The Buchla 100 Series´  

`Cabrioles cérébrale et accidents psychotiques´  

`2013 – 2021 dal diario di Luigi La Rocca, Cittadino´  

`A Secret Code´ // `Echolocation´  

`Avvolgistanti´  

`Elements´  

`Blues Pour Boris´  

`The Other Lies´  

`Kora´  

`Over The Ridge´  

`Nut´  

`Medusa Dreaming´  

`Melancholia´ // `Cure And Mound´  

`Justinian Intonations´  

`Transmitter´  

`Fernweh´  

`Totale!´  

`Post Jazz Chamber Music´  

`Pulsioni Oblique Vol. 2´ // `Hardboiled´  

`Cirrus´  

`Saca Los Cuernos al Sol´  

`Approximately Grids With A Plan´  

`Eris I Dysnomia´ // Ixtlahuaca´ // ‘Box Of Black´  

`Beats The Plague´  

`Parallelism´  

`Mother Afrika´  

`Non Dweller´ // `Erosion´  

`Music For A Different Room´  

`Thrīe Thrēo Drī ´  

`Reverse Drift / Reverse Charge´  

`An Established Color And Cunning´  

`Postcard From A Trauma´  

`Notturno´  

‘Nova esperanto (l’album perduto del 2006)´  

`Duo Sutera Novali´  

`Absum´  

`Convex Mirrors´  

`Township Nocturne´  

`Let It Fall´// `Does The Moon Not Dream´  

`Special Adaptations Volume 1´  

`Kranenburg Tree´  

`Nothing´  

`Subtle Matters´  

`WE3´  

`Solos And More At Studio 304´  

`Bureau´  

`Dawn Ceremony For Dreadful Days´  

`Der Verboten´  

`Two Sing Too Swing´ // `Two Creams Too Scream´  

`Monólogos a Dois´ // `Solo Acoustic Guitar Improvisations I´  

`Jar’a´  

`Altbüron´