`Tacet´

Autore disco:

Luca Formentini

Etichetta:

Extreme Records (Aus)

Link:

www.xtr.com
www.unguitar.com
www.myspace.com/lucaformentini
www.myspace.com/xtr
it.youtube.com/watch?v=B3Tlr-fG1yc
it.youtube.com/watch?v=7nNFvP7O4u0
it.youtube.com/watch?v=zlGSvuTd6Nk

Email:

Formato:

CD

Anno di Pubblicazione:

2007

Titoli:

1) Thou 2) Layer (First) 3) Deep Test 4) Frame 5) Sensing The Mirror 6) The Fragile Second 7) Misha 8) July 9) Skin For The Angel 10) Tacet 11) Coastlight 12) Jealous 13) Layer (Resonance)

Durata:

67:10

Con:

Luca Formentini, Debora Walzer, Markus Stockhausen, Steve Jansen, Giovanna Gabusi, Steve Lawson, Frank Moreno, Paolo Costola, Cristian Piccinelli

Una chitarra artefice di escursioni ambient, improv, minimali e sottilmente neo-funk.

x sergio eletto

Tredici progressioni atmosferiche serpeggianti e sensuali guarniscono il nuovo cd del chitarrista bresciano Luca Formentini. “Tacet” è il fratello minore di “Subterraneans” (2003), cronologicamente, la proposta più recente in ambito solista, uscita per i tipi della Auditorium. L’approdo ad una label come la Extreme, esperta in sonorità ascetiche (illustrate prevalentemente attraverso manierismi ambient, minimalisti e impro-industrial), sembra conferire alla sostanza generale del disco una particolare inclinazione per le flessuosità dell’ambient music.
L’idea di solo per Formentini è sicuramente originale: essa si sviluppa mediante il rapporto collaborativo ininterrotto con un manipolo di musicisti, conformi all’autore per diletto compositivo e predisposti ad improvvisare, secondo un’attenta metrica intuitiva. Anche alla bisogna, quindi, si incontrano i nomi di Markus Stockhausen (tromba), Debora Walker (‘cello), Steve Jansen (electronic drums), Giovanna Gabusi (voce), Steve Lawson (basso elettrico e ‘intimo’ collaboratore di Luca) e Frank Moreno (batteria). Ognuno di questi artisti compare (e scompare) nei meandri di “Tacet”; Luca si cimenta minuziosamente ad alternare brani, composti e suonati in completa solitudine, magari intervallandosi alla manipolazione di più strumenti, con altre piste che consegnano formazioni doppie, o al massimo triple, come per Sensing The Mirror e Coastlight.
Che dire, stiamo parlando di autentica classe e raffinatezza. Snodata, eclettica: la verve del nostro, da un humus di base pro-relax, tocca contemporaneamente le longitudini della minimal-ambient - niblockiana e magmatica – e le latitudini esotiche di una complessa (para) world-music. Rivoli, gocce sottilissime di un offuscato ritmo downtempo si mescolano a misteriose formule algebriche, composte da unità di neo-funk furutista (Frame) e da crescenti balzi dell’elettronica; questi ultimi, a loro volta, impastati con micro-spazi di scaltra improvvisazione, intesa tradizionalmente in senso jazzistico, oppure con furtive comparse di micro-rumori, elaborati e trattati in differenti guise. Le corde s-n-e-r-v-a-t-e da qualsivoglia agitazione rumorista, determinati stati d’indole slow-etno-mood, il concedersi senza preclusioni agli impalpabili piaceri della melodia, possono indurre a fantasticare (inutili) ragguagli con lo spettro (iniquo) della new age. (Pre)concetto da scansare a tutti i costi, per godere a pieno titolo di perle del calibro minimal-drone di Thou; della meraviglia sprigionata dai pochi secondi di Layer (First); delle forme liquide di Deep Test; delle analitiche geometrie ritmiche elettro-notturne e dei languidi affondi di basso-funk in Frame; dei complicati intarsi di free-form inoculati dai soffi infastiditi della tromba in Sensing The Mirror (tra le più belle e sature composizioni di “Tacet”). In The Fragile Second, un’avviluppata registrazione live, il solo basso elettrico di Steve Lawson e l’elettrica di Luca mutano, metaforicamente, in una fantomatica bilancia sonora, soppesata tra linee guida della chitarra, virtuose e felpate, e scenografie sottostanti invocate mediante delicati delay – e altri effetti – generati con grazia dal basso. Se, invece, vi conterrete dal darmi del pazzo, le astrazioni soliste, oblique, irregolari, che la chitarra fomenta con Misha hanno fatto pensare, ed è proprio il caso di dirlo, intuitivamente, alle ‘variazioni per tre piste’ di Nuno Cannavaro. Gli scenari del compositore iberico si avvicendano ad altri sketch in solitaria di derivazione improv: più ferruginosa e acustica, nel caso di July, con brandelli di noise più ostico, nell’intro di Skin For The Angel. Non si può chiudere senza aver menzionato la title track, costruzione a due coadiuvata insieme ai solchi – lontanamente – mediorentaleggianti della cornetta di Stockhausen ed alle cavillose manipolazioni chitarristiche (probabilmente, giochi di pick up e delay in uggiosa ripetizione), all’orecchio, grinzose e crepuscolari.
Inoltre, è importante inserire a tal punto, l’idea di fondo che, suppongo, non animi solo quest’occasione, ma tutta l’opera del chitarrista di Brescia: il silenzio e la sua manifestazione, la sua ricchezza, la sua profondità, il suo camaleontico modo di apparire e interagire con il tempo e lo spazio circostante…
Sia direttamente sul sito di Unguitar, sia nell’info-press di supporto al cd, spicca un’importante parentesi aperta da Formentini sull’assenza di suono… di materia:
«Abbiamo perso la facoltà del silenzio. Il rumore di fondo dell'essere ci distrae dall'ascolto. Riempire gli spazi con suono, musica può ridare la sensazione del nulla. Tornare quindi ad ascoltare, sentire quella ricchezza di sensazioni che è nell'anima del silenzio. Con il suono offro il silenzio.»
Effettivamente, rimane leggermente ostile il tentativo di unire anche simbolicamente un’opinione di questa portata, ad esempio, con le profusioni ‘armolodiche’ di un brano come Coastlight che, data la ricchezza timbrica, sembra sbucare dalle migliori prove avant-jazz dei Chicago Underground; ma, d’altronde, l’astrazione, la voglia di non schematizzare il disco entro rigide categorie, marcia di pari passo con un innato rigore compositivo. Il silenzio non si ricorda, si omaggia e si musica, esclusivamente, alla maniera dello storico “4:33” di Cage, ma anche passando per situazioni apparentemente contrapposte.
Tutt’altro che supposizione, “Tacet” e il suo deus ex machina saranno ospiti prediletti della futura playlist di fine anno, sorpassando a pieno merito le prove, più o meno simili, che altri chitarristi del ‘giro’ hanno di recente forgiato; vedi, tanto per citarne uno, Oren Ambarchi ed il suo ultimissimo “In Pendulum’s Embrace”.


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Data Recensione: 27/2/2008

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