`Tropico Romagnolo´ // `Another Advanced Useless Machine´

Autore disco:

Il Lungo Addio // Uomoman

Etichetta:

Wallace (I)

Link:

www.wallacerecords.com/it

Formato:

CD

Anno di Pubblicazione:

2022

Titoli:

1) Pizza in albergo 2) Lido di classe 3) Nel pomeriggio 4) Naufrago 5) Porto Canale 6) Tropico romagnolo // 1) Porco Devo 2) Help Me 3) Le Cure 4) Not Good 5) Nothing To Say 6) CCPF 7) Looking For It 8) Tomama

Durata:

27:26 // 26:40

Con:

Fabrizio Testa, Fabrizio Carriero, Luca Ciffo, Luca Olivieri, Sergio Montemagno, Xabier Iriondo // Giammarcello,Gianstefano, Gianmattia, Gianomar

in attesa di tempi peggiori

x mario biserni (no ©)

Se dico che la Wallace e Mirko Spino hanno rappresentato un esempio e una guida nel mondo delle etichette indipendenti italiane rischio di scoprire l’acqua calda. Se dico che oggidì la stessa Wallace è relegata in un angolino ben nascosto di quello stesso mondo dal quale Mirko «ogni tanto riemerge» (parole sue) rischio di attirarmi l’antipatia di buona parte dei nostri lettori per i quali il caro Mirko rimane comunque un mito. Però è inutile girarci intorno: il ruolo della Wallace come quello di altre realtà simili (Snowdonia in primis) è oggi ridotto a quello di piccole curiosità. Specie in lenta estinzione come i draghi di Komodo (laddove i Draghi nostrani continuano invece a stare sulla cresta dell’onda in barba alla miseria di molti). Il fatto è che il mondo che ruota intorno alla musica e alla sua distribuzione è sensibilmente cambiato. Non per colpa mia, non per colpa di Mirko e neppure per colpa vostra, ma è indubbiamente cambiato (e non è che questo mi faccia piacere, tutt’altro). Ricordo che una volta ne abbiamo discusso con Mirko (in occasione di un concerto di Paolo Cantù): per lui internet e i social erano un bel lago nel quale anche i pesci piccoli (le etichette indipendenti e la stampa che le sosteneva) erano liberi di nuotare e districarsi, se non con gioia comunque con la sagacia tipica delle menti libere e intelligenti. Nella realtà internet e i social sono una nassa nella quale i suddetti pesci piccoli si sono trovati intrappolati. Le piccole etichette oggi sono ne più ne meno che sussidiarie di grandi piattaforme come Bandcamp, e non siamo che agli inizi. La situazione che si è andata creando ha cambiato le carte in tavola anche per gli appassionati e per la stampa. Una volta i primi aspettavano l’uscita delle riviste specializzate per leggere le recensioni e andare poi a comprare quei dischi consigliati dal critico di fiducia. Oggi attendere la recensione per comprare un disco vuol dire non trovare più disponibile nessuna delle poche copie che vengono stampate e che vanno in esaurimento già con il pre-ordine, con il risultato di doverlo poi pagare una cifra spropositata ad uno dei tanti speculatori che lo hanno comprato al solo scopo di rivenderlo a prezzo maggiorato. Bisogna stare costantemente sul pezzo e comprare già in fase di prevendita. Non venite a raccontarmi che per gli appassionati di musica c’è sempre la possibilità di acquistare una copia digitale, perché la musica non è affatto il disco ed esisteva da ben prima che i dischi venissero stampati. Sono d’accordo, la musica non è il disco e il possesso di quest’ultimo è una questione di collezionismo e, in quanto tale, nelle sue forme più passionali può essere considerata una malattia (facente parte di quello che più in generale viene definito accumulo compulsivo). Una vera e propria malattia, non si può spiegare in altro modo il perché le quotazioni del primo singolo dei Nirvana, un sette pollici con due canzoni, oscillino oggi fra i 7.000 (settemila) e i 25.000 (venticinquemila) Euro. Cosiccome non si riesce a spiegare il prezzo di certi francobolli, monete, quadri, oggetti d’arte o d’antiquariato. Sono d’accordo con chi sostiene che tutta questa roba non è come il pane e non è indispensabile per vivere. Ma il discorso, a tal proposito, è stato già chiuso senza remissione dalla signora Rose Schneiderman quando in un famoso discorso tenuto all’incirca nel 1911 disse che «l’operaia deve avere il pane, ma deve avere anche le rose». Quindi d’accordo sul fatto che il collezionismo può essere una malattia, però farei il distinguo fra malattie che fanno stare male e malattie che fanno stare bene, e il collezionismo fa parte senza alcun dubbio delle seconde. L’appassionato che acquisterà il singolo dei Nirvana, indipendentemente dalla cifra scucita, sarà estremamente soddisfatto e felice. Non lo saranno altrettanto coloro a cui verrà diagnosticato un cancro o un infarto, malattie che a differenza dell’accumulo compulsivo fanno stare male. Le nuove generazioni non sono interessate, o lo sono di meno, a collezionare i dischi e accettano di buon grado la fruizione della musica tramite un download. Questo non vuol dire che non si ammalano, lo fanno semplicemente in modo diverso e per mercanzie diverse, per esempio rincorrendo l’ultimo modello di telefonino. O l’ultimo modello di scarpe alla moda. Tutti prodotti più effimeri di un disco. Preferisco tenermi stretta la mia, di malattie.
Tutto questo non vuol dire che la produzione della Wallace sia oggi scadente. È semplicemente misera, nel senso che è limitata a quei pochi dischi che Mirko sente di dover produrre. Tutt’altro che scadente, quindi, poiché essendo dettata dal cuore è mediamente addirittura superiore a quella del passato.
Arrivo così, dopo un lungo peregrinare, a “Tropico Romagnolo” e “Another Advanced Useless Machine” che sono gli oggetti di questa recensione. Fabrizio Testa, in arte Il Lungo Addio, ha un’attitudine prettamente cantautorale, tanto che in alcuni frangenti del brano che da il titolo al CD si scorge il pessimistico incedere di un Claudio Lolli. I testi sono però pigri e minimali, talvolta poche parole, come haiku alla Quasimodo (Naufrago: «Io sono naufrago / nell’Adriatico / a Cesenatico / a nuoto arriverò»). Questa attitudine cantautorale di forgia un po’ naïf cozza con arrangiamenti musicali più ricercati e, a tratti, perfino pimpanti e con la presenza di strumentisti di lusso (Luca Ciffo e Xabier Iriondo hanno fatto parte dell’artiglieria pesante che a suo tempo ha reso invincibile l’esercito guidato da Mirko Spino). Consideratelo come un the dark side della Romagna di Secondo Casadei oppure come l’anello di congiunzione fra i Camillas e Giacomo Toni.
Gli Uomoman sono qui alla seconda paginetta del loro viaggio nell’outer space. Il misterioso progetto formato da membri di altri noti gruppi, membri dei quali non è dato conoscere la reale identità, si definisce come una ‘concept band’ nella quale tutto ruota intorno alla monomania, «ovvero quando ti svegli un mattino, decidi che tutto quello che hai fatto fino a lì è inutile, e decidi di dedicarti interamente a qualcos’altro». Attitudine che mi fa pensare a grandi linee a quell’immensità chiamata Devo. Ma ci sono altri elementi che mi riportano alla fine degli anni Settanta / primi anni Ottanta come ad esempio la patina di mistero alla Residents o una veemenza, sostenuta da una voce importante, alla Dead Kennedys. Anche la strumentazione, chitarra, chitarra basso, synth e batteria, rimanda a quegli anni. Ma se gli Uomoman si ispirano alla musica di quel periodo non sono affatto un gruppo catalogabile in quel periodo (come spiegare altrimenti, ad esempio, certi funkirigogoli alla Primus). La loro musica sghemba, mal definibile, che non è garage, non è punk, non è hard rock, non è funk e non è elettronica è temporalmente mal collocabile. Non è destinata a fare scuola ma non appartiene comunque a nessuna scuola. Meritevole almeno di un ascolto.
La Wallace (non) è morta. Viva la Wallace.


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Data Recensione: 11/2/2024
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