`Helping Hand´

Autore disco:

Man

Etichetta:

Sub Rosa (B)

Link:

www.myspace.com/man_music
www.subrosa.net

Formato:

CD

Anno di Pubblicazione:

2006

Titoli:

1) You’re In For It 2) Strange Feeling 3) Helping Hand 4) Drifting 5) Maiomie 6) Separation 7) Dirty Some Paper To Clear Out My Brain 8) Farewell 9) Revenir 10) 8mm

Durata:

52:30

Con:

François Rasim Biyikli, Charles-Eric Charrier

L’eleganza della disperazione

x Alberto Carozzi

Interessante il punto di partenza. You’re in for it. Un brano che s’interpone fra l’ascoltatore ed il mondo circostante per mediare l’accesso alla nuova dimensione. Dopo due dischi strumentali ecco che, pronti via, compare una voce, lamentosa ed ingannevole, a rotolarsi fra le oscillazioni di una base dalla ritmica sconnessa e ad accompagnare un crescendo via via sempre più nervoso che riesce a liberarsi in cinque secondi di techno in overdrive, un’interiezione enigmatica fra due momenti (il prima e il dopo) sofferti. Subito infatti la caduta verticale. E siamo dentro “Helping Hand”, terza fatica dei Man. Un disco a suo modo parecchio ambizioso, complesso e problematico, che mi lascia un po’ disorientato sia nell’ascolto che nelle considerazioni che l’ascolto mi suggerisce.
Cinquanta minuti non facili, durante i quali svariate suggestioni trovano posto all’interno di un percorso peraltro molto coerente. L’ambizione sta proprio nel tentativo di fondere queste diversità senza abbandonare la propria veste oscura e decadente già esibita con estrema efficacia nei precedenti due dischi. A conti fatti l’operazione è perfettamente riuscita, col valore aggiunto di riuscire a non ripetersi pur restando perfettamente riconoscibili. Se da un lato è dunque la consacrazione di uno stile, in cui classicismo e tradizione si contaminano di influssi e disadattamenti contemporanei, dall’altro si aprono sempre nuovi orizzonti possibili e per il momento incontenibili.
La varietà dei suoni e degli impulsi intercettati è elemento che discosta “Helping Hand” da “Arthur” e da “Main Gauche”, suoi predecessori, ma ne conserva l’anima sia nel connubio fra sperimentazione e melodia, sia nelle lunghe e riflessive parti di pianoforte lasciato in sostanziale solitudine, ma più spesso prologo od epilogo di schizofreniche e drammatiche progressioni. Si prenda Separatio, dove un Satie nottambulo, dopo aver vagato alla cieca per la boulevard si ritrova a tu per tu con la disperazione, e manifesta la metamorfosi in un urlo che la chitarra fa suo fino al crollo esanime. Lo stesso schema, più figlio dell’improvvisazione, è seguito in Farewell, accostandosi al post-jazz rumorista dei Kammerflimmer Kollektief, con la medesima eleganza, ed un’esperienza compositiva più sofferente.
Momenti di maggior quiete nella title track, influenzata dall’ambient e costantemente superiore alla media nell’intuizione, a restituire un po’ di speranza, qualche tinta più morbida e fantasie di un cielo sereno.
Le incursioni in ambito elettronico sono molto frequenti e definiscono man mano una funzione diversa, un diverso livello di desertificazione, sia quando sono in prima linea come base e tutto il resto (oltre al brano d’apertura di cui s’è già detto, si prenda ad esempio Maiomie, un breve ed interlocutorio intermezzo, e Revenir, dai toni più sommessi nonostante si regga su una struttura ritmica molto presente alleviata da un diradato basso acustico) sia quando sul pavimento di un terreno incerto, rumori e fields recordings si srotolano con discrezione ed instabilità ossessiva, evocativi come non mai in Dirty Some Paper.. e nella conclusiva 8mm tutta sorretta nella sua prima parte dallo scorrere di una pellicola, forse rimando alle loro esperienze a confronto con le arti visive.
Poi la visione si offusca, le sensazioni si sovrappongono, ed il viaggio lo concludiamo di nuovo a bordo del pianoforte di Rasym, di nuovo in fuga lontano dalla luce, lontano dagli spettri del passato, incapaci di non guardare indietro così come di non andare avanti.


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Data Recensione: 16/7/2006
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