L’Enfance Rouge (articolo e intervista a François R. Cambuzat)    di e. g. (no ©)




«Essere un artista è una questione di scelta che si pone innanzitutto a livello esistenziale:
o si esprimono le strutture conservatrici della società
e ci si accontenta di essere un robot nelle mani del potere,
oppure ci si rivolge verso le componenti progressiste di questa società
per tentare di stabilire un rapporto rivoluzionario fra l'arte e la vita
»
Gian Maria Volonté




Era nell’aria. Come quei temporali estivi che avverti quando il cielo è ancora sereno… dal volo impazzito degli uccelli, dall’elettricità che c’è nell’aria, dall’afa che si fa più pressante, e infine dal rombo lontano di qualche tuono. Così si sapeva già che il nuovo disco dell’Enfance Rouge sarebbe stato davvero speciale e, a suo modo, epocale. Lo si era capito seguendo un percorso che, seppur sghembo e non sempre intelligibile, è comunque contrassegnato da alcune tappe ben riconoscibili. In “Trapani ~ Halq Al Waady”, pubblicato in primavera per Wallace (in Italia) e T-rec (in Francia) vengono definitivamente corretti quei piccoli difetti che da sempre si frapponevano fra la loro musica e quella passione senza riserve che da sempre avrei voluto dedicargli, piccoli difetti che fin dall’inizio avevo individuato nell’ostinazione di François R. Cambuzat a cantare in italiano (non avendo una completa padronanza della lingua italiana e del nostro vocabolario non sempre riesce ad utilizzare le parole giuste e, soprattutto, non sempre riesce a renderle musicali quando le canta) e nel poco spazio lasciato alla voce di Chiara Locardi. Ho cercato di riflettere a lungo per capire se potevano essere quelli i motivi che mi spingevano a considerarlo un disco speciale. La risposta è: solo in parte. E negativa è pure la risposta riguardo al fatto che il disco è stato in buona fetta registrato a Tunisi, con la partecipazione di alcuni strumentisti tunisini e con gli arrangiamenti affidati ad uno di questi (Mohamed Abid), dal momento che in mezzo secolo di rock ne abbiamo viste di tutti i colori, in quanto a contaminazioni, e il contagio fra culture diverse è l’anima stessa del rock, che appunto nasce dal matrimonio fra le tradizioni nera e bianca degli Stati Uniti. C’è quindi dell’altro in “Trapani ~ Halq Al Waady”, e le undici canzoni trasudano veramente ‘sangue, sudore e lacrime’.
Il CD, se non un punto d’arrivo, rappresenta una meta ambita ed inseguita con puntiglio dai tre Enfance Rouge, una meta che può rimanere tale o rappresentare il trampolino di lancio per ancor più luminescenti avventure, staremo a vedere, ma oggi è importante che tale meta sia stata raggiunta. La cultura araba è per il trio, e soprattutto per Cambuzat, qualcosa che travalica la semplice curiosità e riflette motivi più profondi della banale constatazione che ‘ci affacciamo tutti nel mediterraneo’. Va compreso anche che la società francese è ormai da tempo insaporita con le forti spezie provenienti dalla ex-colonie del Nord Africa, spezie che sono arrivate insieme a quegli emigranti che notoriamente preferiscono approdare negli ex-paesi colonizzatori. Vi basterà leggere l’intervista - e avendo a che fare con Cambuzat si tratta di un’intervista speciale che a tratti sfocia nel dibattito e/o nel dialogo dove intervistato e intervistatore finiscono per confondersi – per capire in pieno quello che sto scrivendo. E nonostante tutto “Trapani ~ Halq Al Waady” è indubbiamente un disco imperfetto (e questo riflette in primo luogo una caratteristica della produzione realmente indipendente), dove la tara maggiore sta soprattutto in quelle canzoni in cui la fucina non è stata portata alla giusta temperatura e la fusione risulta leggermente difettata, tanto che è possibile sentire al loro interno le due diverse anime, quella rock e quella araba.Halq_al_Waady Ma L’Enfance Rouge è una realtà in continuo movimento ed è praticamente utopistico pretendere da loro il disco interamente compiuto e definitivo, anche perché sono sicuro che ancor prima di finirlo ci sono già nuove idee che balenano per le loro menti. Gli 11 pezzi non presentano comunque cadute di tono e l’incanto è assicurato, a partire da quelli che erano già conosciuti in una versione diversa. Le riprese di Otranto e Hurricane Lily, che già originariamente presentavano motivi arabeggianti, sono notevoli, ma è Tombeau pour New York, con il suo incedere da marcia funebre industrial, ad entusiasmare nel suo rievocare suggestioni No Wave. E i brani composti espressamente per questo disco sono ancor più eccellenti, con strumenti come ‘oud (liuto arabo), qanûn (cetra araba), nây e kawala (flauti di legno), violino e numerosi strumenti a percussione che vanno ad aggiungersi al trio di base. I miei preferiti sono il drammatico Azizati cantato da Hanen Meslmeni nelle giuste intonazioni del canto arabo, la danza quasi spensierata di Lame de Fond e la conclusiva Petite-Mort, con l’affascinante motivo suonato dal violino poco dopo l’attacco e lo stratosferico bordone noise che si sviluppa in crescendo. Doverosa citazione per tutti i musicisti extra-enfance coinvolti che sono: Mohamed, Jamel, Meriem, Nouha e Yosra Abid, Nabil Abdel Mouleh, Mohamed Gharbi, Lotfi Soua, Hanen Meslmeni, Claudia Cancellotti e Emiliano De Vito (arrangiamenti in Petite-Mort).
Video de L’Enfance Rouge con i musicisti tunisini: Azizati Terre d'election



  Il vostro ultimo disco, alla cui realizzazione avete lavorato a lungo ed al quale avete dedicato non poche energie, è stato registrato in Tunisia insieme ad alcuni musicisti locali. Lo intendete come un traguardo, come un nuovo inizio oppure si tratta semplicemente di un episodio speciale da inserire nel vostro percorso?
Nessuna di tali opzioni. Credo che ogni nostro disco è diverso dagli altri, a parte “Reus-Ljubljana” e “Taurisano-Cajarc” che sono usciti dalla stessa lunga session di registrazioni. foto_di_Wallendorff_©_(www.po_l.com)Ma forse ci saranno altre pubblicazioni con musicisti orientali, solamente perché questo nuovo album è in particolar modo contaminato soprattutto dalla musica tunisina. Adesso stiamo valutando di orientarci verso quella egiziana, con arrangiamenti di strumenti a corda più esuberanti. Innanzitutto perché credo che sono in primis i violini a potersi fondere con la nostra quasi atonalità rumorosa. Secondo per l’interazione che quel tipo di arrangiamento egiziano fa/risponde con la voce, o le melodie/riff. Terzo perché è una parte del mondo che ci attira moltissimo, e per varie ragioni. Siamo un combo di curiosi. La Tunisia è a due passi dall’Europa, ed il mondo per noi comincia lì, non a New York, Berlino o Barcellona, che sempre occidente è. Rimanendo nel nostro campo d’attività, già il modo che hanno lì di vivere la cultura in generale è stupefacente. Il pubblico tunisino assiste ad un concerto di musica classica orientale con lo stesso gusto, entusiasmo ed energia con il quale assiste ad un show di Madonna o Amina Fakhet. Sembra che non ci siano chiese musicali, quello che conta è soltanto l’anima che ci mettono dentro i musicisti. Un anno fa, assistevo all’esame fatto da un nuovo violinista per essere ammesso all’interno dell’Orchestra della Rashidia. Passano vari pezzi, poi giunge il momento del solo del nuovo arrivato. Alla fine del solo, il mio vicino si gira verso di me, il viso paonazzo «Hai sentito? Che cuore! Che anima!!!». Nella musica classica araba l’improvvisazione è più che contemplata, ed è proprio per questo che nel suo contestol'aspetto emotivo riveste una notevole importanza.

“Trapani – Halq Al Waady” è come lo avevi pensato inizialmente oppure lo avevi immaginato in modo diverso e, comunque, sei soddisfatto del risultato finale?
Sono innamorato di questo disco, e molto soddisfatto. Non so se piacerà, se sarà capito, ma di questi 'problemi' ce ne siamo sempre fregati altamente. Sono fierissimo di averlo fatto.Hanen_Meslmeni Abbiamo imparato tantissime cose. Non vorrei però che L’Enfance Rouge si specializzasse in operazioni del genere, come non vorrei che venissimo considerati dei semplici esperti di collaborazioni africane/orientali. È un disco rock, non ethno-minchia. Ci sono dei musicisti in Tunisia con cui ci piaceva lavorare, e basta. Si chiamano Mohamed Abid, Mohamed Garbi, Lotfi Soua, Nabil Abdel Mouleh e Jamel Abid, come avrebbero potuto chiamarsi Haino Keiji o Andrijan Zovko. Come si capisce dal titolo, questa volta il viaggio è corto, dal porto di Trapani a quello Ifrikyyano (Halq Al Waady = la Goulette, il porto di Tunisi), il che significa anche che la sperimentazione poteva andare ancora più lontano. Penso che potrebbe rappresentare l’inizio di altri incontri con la musica araba. Come dicevo, vorrei provare con degli arrangiamenti egiziani, più massicci sulle corde, per esempio. Ma sono ancora di più innamorato del trio, essere sul palco o in studio di registrazione con Chiara e Jacopo è la seconda cosa più bella della mia vita. È una droga, ne ho bisogno. Per di più, i nostri centri d’interesse sono liberi di cambiare. Infine, nessuno dei nostri album è stato come l'avevamo pensato, siamo sempre rimasti sorpresi noi stessi dal risultato finale. E quando questo non ci piaceva, buttavamo tutto e non pubblicavamo niente... abbiamo già cestinato in questo modo tre album interi.

E quale sarebbe, scusa la curiosità, la prima cosa più bella della tua vita?
Con grande stupore e paura quando è nata: Zaï [La figlia di François R. Cambuzat e Chiara Locardi, NdA].partitura_turca
Per non cadere in una vita banale, appena l'ho vista mi sono sforzato di pensare che poteva sparire o morire in quell'istante. In caso d'astinenza o di lontananza, lei mi manca quanto la musica.
La scommessa rimane di fare QUEL genere di vita che faccio, senza concessioni, e CON lei.

Ci sono state delle difficoltà, e di quale tipo, nel registrare con musicisti che sicuramente vivono la musica in modo diverso da come la viviamo noi?
In Tunisia, per la rifinitura degli arrangiamenti  e le registrazioni definitive di "Trapani-Halq al Waady" ci vollero più di quattro mesi. Fu un periodo epico, difficile ed eccitante. Uno shock culturale, come previsto. La scrittura musicale orientale si rivelò essere soprattutto orizzontale (ritmi e tempi) e raramente verticale (armonie), quasi il contrario della musica occidentale. Un ulteriore problema fu posto dalle minime escursioni dinamiche tipiche della musica maghrebina, mentre L'Enfance Rouge ama i silenzi, i pianissimo, i fortissimo. I musicisti tunisini, dal canto loro, si trovarono a dover familiarizzare con le specificità del linguaggio del rock'n'roll, con tutti i suoi 'stop & go', 'breaks', 'clusters', 'agogismi' [Cambuzat intende l'arte di liberarsi dalle costrizioni ritmiche rispettando comunque il ritmo, dal francese Agogismes, NdA], etc. e, non ultimo, con il volume sonoro e le dissonanze Rouges.
Ulteriori difficoltà furono burocratiche, quando dovevamo partire in tour con loro, in aprile e maggio 2008. Direi che la fortezza europea è veramente ben difesa, dalle destre come dalle sinistre.

Che tipo di difficoltà burocratiche e come le avete risolte?
Gli ostacoli hanno interessato soprattutto i permessi di lavoro e il pagamento dei diritti sociali ai musicisti di nazionalità tunisina (una nuova normativa franco-tunisina per cui il musicista non ha nessuna copertura - come più o meno avviene in Italia - e dunque tali diritti sociali non gli vengono versati).Wassim_Derbel,_Hend_Zouari_&_Zied_Zouari Questa situazione avrebbe raddoppiato i cachet rendendo i concerti invendibili, nel nostro caso assolutamente fallimentari visto che erano già venduti. Ci siamo dunque ritrovati a dovere annullare un’intera tournée fissata da mesi.... o in alternativa a trovare musicisti tunisini residenti in Francia. A questo punto la "Sfax-Connection" si è data da fare e ci ha indirizzati verso il giovanissimo e grandissimo violinista Zied Zouari che studia alla Sorbonne, sua sorella e qanunista Hend Zouari (che ha anche registrato la colonna sonora di “Azur e Asmar” e lavora con Souad Massi) e il loro amico e percussionista Wassime Derbel, tutti sfaxiani come Mohamed Abid. La cosa strana - ed ovviamente normale - è che quest'ultimo scoglio prima del palco ha reso il progetto ancora più forte e saldato. L'urgenza ha ulteriormente consolidato l'amicizia e l’estro creativo. Infine, ci siamo ritrovati con una macchina da guerra molto più facilmente muovibile.
Nella primavera 2009 però saremo in Octet, riuscendo a girare con Mohamed Abid o Achref Chargui al liuto e Nabil Abd El Mouleh al nai. Insh'allah.

Il disco mi piace veramente molto anche se trovo che c’è qualcosa che ‘non funziona come dovrebbe’…. Cerco di spiegarmi: ho l’impressione che fra L’Enfance Rouge ed i musicisti tunisini non sempre ci sia una vera e propria commistione… Mohamed_Abidcioè mi sembra di sentire che a tratti le due realtà sono state miscelate ma non hanno reagito chimicamente e rimangono ben distinte e scindibili… l’opposto di quanto era accaduto, ad esempio, in “Constitution de la République du Sauvage”, dove le due componenti apparivano totalmente amalgamate… vorrei chiederti se anche tu hai la stessa sensazione?
No, ma è vero che questa prima esperienza ci ha dato la voglia di andare ancora oltre. Forse questa impressione ti viene perché gli arrangiamenti sono stati scritti 'a tavolino', su spartiti, e non in sala prove come per la “République du Sauvage”. Ma è questo che volevamo: lavorare con Mohamed Abid, e lasciare per questa volta gli arrangiamenti sotto la sua direzione. Anche perché penso che nessun occidentale sarebbe capace di lavorare dignitosamente la musica orientale. Avevamo bisogno di questo. Adesso, con la valanga di concerti con i nostri amici tunisini, l’impasto è sicuramente più deciso. Ma non so se in futuro ci affideremo alla creatività di gruppo, o se lavoreremo di nuovo con Abid. Per esempio, e come ho già detto, mi piacerebbe molto orientarmi in una direzione più egiziana, con violini più ritmici, e questo è di nuovo lavoro per un arrangiatore. Ma vedremo tutto questo a Novembre, periodo della prossima sessione di creazione in comune.

Stando a quanto mi avete detto una delle ultime volte che ci siamo visti, avreste anche intenzione di trasferirvi in Tunisia. Se questo si verificasse come cambierebbero le vostre prospettive di vita? Quali sono le possibilità di sopravvivere facendo musica rock all’interno di un paese arabo?
La_République_du_Sauvage:_Raphael_Dawed_François_Foto_di_Moufida_Fdhela La Tunisia è un paese progressista. Le leggi sull’aborto o l’uguaglianza tra uomo e donna sono del 1953. Lo stato ha sempre investito moltissimo nell’educazione e la cultura. A Tunisi, ci sono più festivals e eventi che a Roma o Milano, dalla musica orientale all’elettronica. La cultura è aiutata, mentre in Italia assolutamente no, anzi è ostacolata. C’è una palese volontà politica, di destra e di sinistra, di rendere il popolo italiano molto ignorante. Ormai, tra una pizza ed un concerto, si sa cosa sceglierà l’italiano. Tornando all’Ifrikyya [Il nome dell’antica Tunisia dal quale è poi derivato Africa, NdA], non ci sono tanti clubs. Ma in ogni caso quali sono le possibilità di sopravvivere facendo musica (rock o altra) in Italia, o in Francia ? Nessuna. Un artista non può vivere concentrando i suoi sforzi in un paese solo (ed è una noia mortale, in ogni caso), salvo casi particolarmente fortunati commercialmente.
Forse andremo a vivere in Tunisia. Forse non ci andremo. Siamo felici di potere ancora decidere. Non ci sembra una cosa straordinaria. Fra 30 anni mangeremo tutti l’insalata dalla radice: è sempre ora di vivere i tuoi sogni, decisamente e in fretta.

I tuoi interessi nei confronti del mondo arabo si limitano alla musica o si allargano anche ad altri aspetti di quella cultura?
Ho cominciato ad amare il mondo musulmano in senso generale prima di scoprire il suo aspetto musicale. I miei familiari sono dei 'pieds-noirs' [così venivano chiamati i francesi rimpatriati dalle colonie nordafricane dopo la loro indipendenza, NdA], ovvero degli sporchi francesi che vivevano nella colonie da generazioni. Il Marocco è parte del mio sangue, è anche un luogo della mia infanzia. Ora è vero che l’umanità che mi piace sembra essere sempre più a Sud. È l’Europa, questa schifosa comunità europea delle banche che si è allargata. Siamo scesi in Salento anche per questo, ma la CEE va più veloce di noi, la penisola sta per diventare una vergogna. Non sono credente, ma mi piace l’Islam. Mi piace la pace delle mosche di Ouarzazate come di Sarajevo. Preferisco l’appello del muezzin alla violenza impersonale delle campane, come preferisco la tolleranza musulmana a quella cristiana. Mi piacciono molto due dei 5 obblighi (pilastri o fard) di ogni musulmano, che provo anche a seguire (zakât e siyâm) [L’elemosina legale ed il digiuno durante il mese di Ramadan, NdA]. Preferisco la loro lingua, cosi precisa e matematica, alla perversità dell’inglese mondiale. Mi meravigliano Adonis e Mahmud Darwish, alla stessa maniera di Pasolini o Blaise Cendrars. Preferisco la loro cucina a tutte le altre, e anche le loro bevande, dal caffé al tè fino al Buga tunisino. Mi fa impazzire la loro architettura, anche quella moderna. La medina di Tunisi è mia, tanto la amo e ne sono geloso. Trovo conveniente e molto più intelligente il loro modo di proteggersi dal freddo e dal caldo. Il mondo arabo mi fa impazzire, fino all'odore corporale del mio vicino di autobus. Sopporto la Francia perché ci sono milioni di maghrebini e cosi Parigi è bellissima solamente a Barbès. Quando incontro una delle migliaia di parole arabe che ora fanno parte delle nostre lingue, il mio cuore sorride come davanti ad un amico. Nel Dār al-Islām sono in pace. Lì, mi manca solo il rock’n’roll: malgrado tutto quello che potrei fare, sono comunque figlio dello zio Sam e Derek Bailey mi sbalordisce quanto Lutfi Bushnak. E la mia ignoranza è infinita, quanto la mia curiosità è internazionale.

Nella tua ultima frase torna ad esplodere questa contraddizione… alla fine dei concerti tu vendi una maglietta con scritto in arabo «io non sono americano»... è forze da interpretare come una ‘giustificazione’ al fatto che suoni rock’n’roll, uno degli elementi fondamentali (al pari dei jeans e della coca-cola) in quel processo che ha visto la cultura degli Stati Uniti espandersi nel mondo? Oppure pensi che è possibile, come fecero ‘los barbudos’ a Cuba, combattere lo strapotere statunitense utilizzando le sue stesse armi?
Non sono andato a Cuba, non so che pensarne. Ma è vero. Siamo colonizzati. Tutti i nostri amici americani ci hanno però sempre detto che non facevamo musica americana, che le nostre radici del vecchio continente erano evidenti. Sottolineo che i nostri testi non sono nella lingua del colonizzatore e, per me, anche questo fa una differenza. Non ci nascondiamo dietro il 'yogurt' (è cosi che in Francia chiamano l’inglese approssimativo del 99% dei gruppi non di madre-lingua inglese). E sono solo balle che l’italiano, il francese o lo swahili non sono lingue groovy e rock: è la testa e lo spirito di chi lo fa che non lo sono. Il rock è un modo di essere, di vivere, non una moda o un periodo della propria vita dopo il quale ci si sposa, si fanno figli, si mette la testa a posto e si va a farsi inculare per una brutta paga al mese fino alla morte. È come per la parola 'alternativo'. Per la FNAC, PJ Harvey è alternativa, ma di fatto Polly sarà sempre e solamente una buona cantante di pop-music. Ora abbiamo cominciato a pensare che essere alternativo vuole dire solamente avere idee e fare azioni indirizzate a cambiare il mondo, e non c’entra con la musica.
È però ovvio che mi sento colpevole: per me, la chitarra che preferisco è americana, non posso farne a meno. Posso però fare a meno di cose come MySpace che appartiene a quell’assassino di estrema destra chiamato Rupert Murdoch, per esempio con www.virb.com/enfancerouge, che è la stessa cosa, in più bello e funzionale, che appartiene sicuramente a una volpe che fa denaro con i nostri click, ma che non è Murdoch (senza dimenticare il fatto che quella dove vanno tutti indiscriminatamente è sicuramente una direzione sbagliata). Per me l’unico modo – oltre le bombe e la rivoluzione - di combattere non soltanto lo strapotere statunitense (è veramente riduttivo e potrebbe sbolognare delle merde pari ai nostri governi) ma il capitalismo stesso, è il boicottaggio (vedi la nostra lista non esaustiva su Boycott nel nostro “Rostock-Namur”, scaricabile gratuitamente su www.enfancerouge.org). Con il boicottaggio credo che si possono fare crepare gli holdings internazionali. Ma è come per lo sciopero e la rivoluzione: deve essere generale, dovremmo essere uniti tutt’insieme, preferibilmente non sotto la bandiera comunista o qualsiasi altra. Nero e rosso, checché se ne dica. Il popolo non deve essere educato, ma è il popolo che dovrebbe governare.

La tua risposta mi inviterebbe a mille altre domande, ma cercherò di contenermi. Chiarisco subito che non avevo citato Cuba come esempio da imitare, ma semplicemente perché Castro e i suoi compagni fecero una rivoluzione che andava contro gli interessi degli Stati Uniti utilizzando armi che gli erano state date proprio dagli americani! Allo stesso modo cito gli Stati Uniti solo perché la tua maglietta porta scritto ‘non sono americano’ e non perché non ritenga riduttivo combattere lo strapotere statunitense (seppure questa cultura sia oggi quella che detta legge e quindi mi sembra che combatterla rivesta una priorità). Ma vengo alle domande:
foto_di_Cédric_Chort 1) Idealmente sono d'accordo con te al 100%, ma nella pratica comincio ad avere qualche dubbio… pensi veramente che l’anarchia non sia un’utopia ma qualcosa di attuabile (così come il comunismo, mi riferisco a quello vero, che in pratica dovrebbe essere un sinonimo dell’anarchia, e non alle varie forme di statalismo nelle quali di comunismo non c’è neppure l’ombra)? Come pensi che potrebbe funzionare un mondo senza Stato in un’economia globale e industrializzata qual è quella odierna? L’unica possibilità sarebbe il ritorno a piccole comunità agricole artigianali indipendenti, ma pensi che questo sia possibile? Posso dirti che personalmente concepisco l’essere anarchico più che altro come un’attitudine, come un modo d’essere, cercando di comportarmi da anarchico per quello che la pura sopravvivenza mi consente, penso che l’unico ruolo degli anarchici possa oggi essere quello di coscienza critica all’interno di una società che si sta dirigendo in tutt’altre direzioni….
2) Vorrei chiederti cosa vuol dire per te la definizione ‘musica alternativa’? Innanzi tutto ‘alternativa’ a cosa: alternativa a parole al sistema politico dominante? alternativa alle multinazionali? alternativa ai gusti estetici comuni? Sicuramente PJ non è alternativa ad una minchia, ma Manu Chao che fa canzoni politiche e partecipa ai social forum pubblicando dischi per una multinazionale è alternativo? E i numerosi musicisti che si autoproducono i dischi ma poi se ne fregano di tutto quello che accade loro intorno sono alternativi? E i tanti musicisti che fanno musiche non commerciabili possono essere sempre definiti alternativi? Per me il termine ha poco senso, anche perché tutti facciamo delle concessioni al sistema. Anche tu, dal momento che suoni in un locale e riscuoti in quella che è la moneta corrente, poi metti benzina dando soldi a qualcuno che non ha certo le mani pulite e la gente che viene al tuo concerto magari ne approfitta per consumare prodotti che non sono affatto alternativi. Penso che si tratta di un circolo vizioso, lo stesso boicottaggio mi sembra essere più un aspetto dimostrativo, critico e di denuncia, che un sistema realmente efficace, nel senso che puoi boicottare un prodotto od un’istituzione, ma in ogni caso i soldi ritornano sempre allo stesso punto. Se vai ben a vedere non esistono prodotti o istituzioni totalmente ‘puri’… è un po’ come per i cibi biologici: compri un prodotto nella cui coltivazione non sono state utilizzate sostanze chimiche e poi magari quel prodotto ha assorbito quelli utilizzati in qualche coltivazione vicina o portati dalle piogge….
3) Pensi davvero che un discorso politico e sociale fatto attraverso la musica possa essere recepito? Alla fin fine, lo dici tu stesso, è solo rock’n’roll… Le canzoni di Fabrizio De André trasudano anarchia da ogni parola, vorrei contare quante persone hanno ascoltato quelle canzoni riflettendoci e assorbendone veramente il significato…

1) Diciamo che se il ruolo dello Stato è quello di compensare le ingiustizie generate dalla logica di mercato l’obiettivo è fallito. Il modello più semplice che possiamo immaginare dell’anarchia applicata è una frammentazione autonoma dell’intero territorio, con dei directoires controllati direttamente dai cittadini e revocabili in ogni momento.Barcellona_1936_miliziana_foto_di_Gerda_Taro È ovviamente più facile gestire una comunità medio-piccola, e vigilare pubblicamente questa gestione. Un esempio storico che a noi piace molto è l’esperienza delle collectividades spagnole del ’36. Quello che oggi si chiama 'autogestione'. Con un governo centrale e dei governi autonomi tipo Generalitat de Catalunya. A quel punto potremmo dunque parlare di 'contratto sociale'. Ma è ovvio che per questo ci vorrebbe un'autodisciplina ferrea e uno spiccato senso della 'cosa pubblica', una mentalità che non esiste assolutamente in Italia. D’altronde pensiamo che l’anarchia risiede nel credere nell’essere umano.
A forza di guardarci dai nemici non finiremo per dimenticarci di inventare qualcosa di meglio. Eppure fa schifo che il cachet dei concerti dipenda dall’alcool venduto ma non smettiamo di suonare. Pensiamo che saremo sempre più schiavi se la vista degli orrori di cui finiamo per essere complici ci paralizzerà al punto di abdicare e di spendere male la nostra vita.
Niente fiducia nel vicinato? Allora via alle armi, o alla corda per suicidarsi di tristezza. Ed è vero che l’anarchia è un ideale, è proprio per questo che siamo belli. Pensiamo che quello che conta e conterà è un sentimento civile di appartenenza alla comunità. Città, provincia o regione che sia, e vedi che non abbiamo detto 'nazione'. Finché i bambini di cinque anni dovranno imparare l’inno di Mameli per cantarlo sotto la statua al morto italico tutti i 4 Novembre con la benedizione di una chiesa totalitarista e guerrafondaia saremo nella merda più selvaggia.Barcellona_1936_miliziane_foto_di_Gerda_Taro Più logisticamente, la frammentazione dovrebbe essere definita dal numero di abitanti di un luogo. Semplicemente perché è più facile individuare e soprattutto fermare uno stronzo criminale fra 20.000 persone che tra 60 milioni. E cosi sarà sempre più difficile per uno stronzo criminale fare man bassa sul potere - e sulla mente - di 20.000 persone che di 50 milioni. Senza dimenticare quello che diceva Nicola Bonfiglio: «la democrazia è la dittatura del 51 %», ammettendo che il 100 % dei cittadini votino. Una delle belle idee anarchiche è quella del 'libero contratto'. Tra singoli come tra comunità.
Ma questa 'frammentazione autonoma del territorio' è solo un idea cha abbiamo lanciato lì per lì. Ad un livello molto generale, credo che Bakunin avesse ragione nel pensare che i fatti del futuro si debbano costruire all'interno della società esistente, e che i fatti che si costruiscono determinano il futuro, in caso di successo. Se le organizzazioni presenti sono gerarchiche, autoritarie, con un flusso decisionale dall'alto verso il basso, la società che ne emergerà sarà dello stesso tipo. Se sono partecipative e libere, caratterizzate dall'auto-gestione con responsabilità delegate al più temporaneamente, allora quello può (può, non deve) essere il prodotto di un loro eventuale successo. Si può assumere una posizione molto umana: voglio lavorare, oggi, per costruire una società migliore domani - la classica posizione anarchica. Lo 'stato sociale' è giustissimo e conduce direttamente al sostegno per le persone che stanno male oggi: all'applicazione delle norme per la sicurezza, al sistema sanitario nazionale, a sistemi di aiuto per le persone che ne hanno bisogno, l’educazione, ecc. Questa non è condizione sufficiente per organizzare un futuro diverso, ma è una condizione necessaria. I socialdemocratici e gli anarchici sono sempre stati d'accordo, in generale, sulle cosiddette 'misure di stato sociale'. Ma sono sempre stati in disaccordo sul dove andare da lì. A questo punto, chiamiamo in causa Noam Chomsky: «Questo è quanto ho sempre inteso essere l'essenza dell'anarchia: la convinzione che l'onere della prova debba essere attribuito all'autorità, e che questa dovrebbe essere smantellata se la prova non può essere data. A volte è possibile. Se porto i miei nipotini a passeggio e quelli si lanciano in una strada trafficata, non userò soltanto l'autorità ma anche la forza fisica per bloccarli. L'azione dovrebbe essere messa in discussione, ma in questo caso credo che supererebbe la prova facilmente. E vi sono altri casi, la vita è una cosa complicata, comprendiamo molto poco degli uomini e della società e i grandi pronunciamenti sono generalmente più una fonte di guai che di vantaggi. Ma la prospettiva resta valida, credo, e ci può portare lontano … Le tendenze dell'anarchia che ho trovato sempre più convincenti perseguono una società altamente organizzata, che integri molti tipi diversi di strutture (luoghi di lavoro, comunità e molte altre associazioni volontarie), ma sotto il controllo dei partecipanti, non di quelli in condizione di dare ordini (eccetto, di nuovo, i casi in cui l'autorità è giustificata, come accade a volte, in situazioni specifiche)». E ancora: «L'anarchia è utopistica e destrutturata, ma considero più severamente, perché senza sostanza, le dottrine neoliberiste, quelle marxiste-leniniste e tutte le ideologie che negli anni, per ragioni del tutte ovvie, sono ricorse o si sono avvalse del Potere assoluto e della compiacenza degli intellettuali. La ragione della destrutturazione e delle lacune generali (spesso descritte con parole roboanti dagli intellettuali) è che noi anarchici non sappiamo molto dei sistemi complessi e delle società umane; abbiamo solo intuizioni, peraltro di valore limitato, su come potrebbero essere ricostruite e modellate le società future. L'anarchia, a mio modo di vedere, esprime l'idea che la ‘prova di validità’ debba ricadere sempre su quelli che argomentano che il dominio e l'autorità sono necessari. Debbono dimostrare, con argomenti reali, solidi e consistenti, che la loro affermazione è corretta. Se non possono farlo, allora vuol dire che le istituzioni che difendono debbono essere considerate illegittime. Dipende poi dalle circostanze e dalle condizioni la reazione all'autorità illegittima: non ci sono formule. Nella nostra epoca i temi di discussione attraversano uno spettro molto ampio: dalle relazioni personali, in famiglia ed altrove, fino all'ordine politico-economico internazionale. E le idee anarchiche, sfidare l'autorità e provocarla perché sia costretta a giustificare se stessa in quanto tale, valgono per tutti i livelli».
2) Sicuramente con un avvocato, Manu Chao ha firmato un contratto con una multinazionale, non si è fatto inculare come qualsiasi pivello. Ma tutto questo ha poca importanza: non mi piace la musica di Manu, ma mi piace molto quello che fa con il suo denaro, senza dirlo, senza farne un ulteriore argomento di vendita per un pubblico di sinistra-caviale, finanziando ATTAC, per esempio. La musica non può essere alternativa, perché come dici tu, qualsiasi imbecille si dichiara alternativo perché il suo disco non viene pubblicato dalla V2 e se lo autoproduce con risentimento o perché non riesce a vendere il suo prodotto, commerciale o non. Ripeto che penso che essere alternativo vuole dire solamente avere idee ed azioni per cambiare il mondo, e c’entra poco con la musica. Poi non sono d’accordo quando dici che i soldi tornano sempre allo stesso punto. Se boicotti MySpace, i soldi non tornano all’ultra-conservatore Rupert Murdoch, ma al piccolo squalo che si è inventata la concorrenza. Fa già la differenza.
3) Penso che un discorso politico e sociale non si dovrebbe fare attraverso la musica. Penso che è giusto farlo. Penso che predicare è da idiota presuntuoso. Penso che sia urgente farlo. La vita come ci è imposta ci morde, purtroppo non posso non parlarne. Non siamo assolutamente un gruppo politico, ma siamo degli anarchici. E non vorrei che non si dica né che si sappia, ma non voglio nemmeno nasconderlo.foto_di_Marco_Giannantonio Ci riguarda, e basta, ed è fuori dalla musica. Di nuovo, trovo vile farne un argomento di vendita. È solo rock’n’roll, ma il rock è stato forse prima di tutto un’etica. E seriamente, molto seriamente, il rock mi ha salvato la vita. Forse, in realtà, a una certa parte del nostro pubblico non gli importa niente della nostra musica, è forse più interessata all’immagine che possiamo dare: liberi, senza padroni, senza frontiere, etc… Forse stiamo dando l’idea che è possibile. E tutto questo è stato sicuramente possibile a lungo grazie ad un lavoro non solo musicale e ad un organizzazione – anarchica - ferrea di divisione delle responsabilità, tra booking, in quale paese, driving, fino nelle composizioni, tra noi tre. Con dolore e felicità.

Ripeto che idealmente sono d’accordo con te, ma ciò non toglie che la ritengo soltanto una magnifica utopia…. Soprattutto mi sembra che tu idealizzi un ‘popolo’ che non esiste…
Rispetto alla tematica 'my space' mi sembri molto ottimista… tu ragioni come se esistessero tanti capolinea e quindi avessi la possibilità di indirizzare le tue risorse verso quello più pulito… in realtà non esistono dei capolinea, ma delle stazioni di passaggio e il denaro (indipendentemente dalla stazione in cui passa) finisce per andare a ingrassare gli stessi ingranaggi… non so se riesco a spiegarmi… e poi non è sempre detto che uno squalo piccolo abbia la bocca meno insanguinata di uno squalo grosso… Idem rispetto a Manu Chao, lui finanzia ATTAC ma contemporaneamente contribuisce a portare soldi nelle tasche di una di quelle multinazionali che magari finanzia qualche guerra….

Il popolo se non c’è (non c’è coesione sociale, è vero), esisterà. Nel frattempo, se vuoi, chiamalo umanità. Hai ragione di parlare di 'stazioni di passaggio', l’importante per noi è dunque rimanere mobili. E oggi sono sicuro che Matt Rubin (Virb) ha la bocca meno insanguinata di Rupert Murdoch (MySpace). È vero, non so per domani. Quanto a Manu, non so abbastanza delle sue azioni, è molto discreto. Dunque sì, non è un buon esempio.

Non solo manca la coesione, mancano anche la solidarietà, la sincerità e ognuno pensa solo a far prevalere se stesso a scapito degli altri… Come pensi che nell’epoca del controllo globale, del razzismo imperante, dell’arrivismo più sfrenato, quando non esiste più nemmeno l’idea di sinistra istituzionale così com’era storicamente intesa… come pensi che la voce di quattro gatti possa giungere ad una moltitudine di esseri umani che sembra impazzita… come pensi che questa moltitudine possa riuscire a prendere coscienza?
Non grazie a L’Enfance Rouge. Dimostriamo solamente di (volere) essere liberi e felici. La battaglia si fa nel campo dell’informazione. Abbiamo spento i televisori da anni. Accendiamo ogni tanto il satellite per la rete Arte. E leggiamo "Il Mondo Diplomatico", uno dei rarissimi giornali veramente indipendenti (e per quanto mi riguarda non apro nemmeno Il Manifesto o Libération, li trovo blandi e di sinistra-caviale). Siamo scesi, scendiamo e scenderemo in piazza, ma non per una fiaccolata del cazzo della minchia del porcoddio di un fottuto movimentino banalmente borghese di una sinistra parlamentare di merda. E quella discesa non potrà/dovrà essere solamente nazionale, bianca, cristiana e buonista.

Il pubblico più giovane ti conosce essenzialmente per L’Enfance Rouge, ma prima c’erano stati altri progetti. Ti va di fare un riesame storico del tuo percorso di musicista? All’inizio, se non sbaglio, c’erano The Kim Squad? Non li ho mai ascoltati ma, stando a quanto ho letto, si trattava di un gruppo Punk, puoi parlarcene?
Oltre alla musica, nei primi anni 80 avevo cominciato una carriera di giornalista, a Londra e poi a New York. Ero free-lance, e pubblicavo su Libération, Actuel, City, Façade e altre riviste. Avevo proposto due articoli, su Roma e Napoli, che erano stati accettati. A Roma, ho incontrato Angelo Pinna, giornalista e batterista. Abbiamo iniziato i Kim Squad per scherzo e rabbia. Quasi subito, abbiamo vinto un qualunque concorso nazionale, e abbiamo poi inciso il primo album con la distribuzione Virgin. Punk’n’roll psyche. L’overdose di concerti e di chilometri in tour ha ucciso il gruppo, malgrado un bel successo di vendite. Non ho mai avuto l’istinto carrieristico (ahimè ?) e dunque ho approfittato della stanchezza di tutti per sperimentare altro e altrove.
Negli anni 90, tutti i gruppi cominciavano a suonare in direzione di quello che sarebbe diventato il grunge; io decisi di fare esattamente il contrario: suonare assolutamente senza elettricità né microfoni, ma di essere veramente violento e abrasivo, sia armonicamente che dal vivo. Da lì nasce Il Gran Teatro Amaro: musicalmente, eravamo molto interessati alla classica contemporanea (Ligeti, Kagel, Boulez, Nono…), ma anche ad altre musiche, come la rembetica o il tango. Ma dal vivo eravamo dei terroristi, capaci di ferire concretamente, ovvero fisicamente, il pubblico.
Il Gran Teatro Amaro è stata un’esperienza molto forte, e dura. In poco tempo, abbiamo lavorato con Daniel Waldner e la RecRec in Svizzera (tre album sono stati pubblicati da quella Rolls) e siamo stati amatissimi dalla stampa tedesca. Il quarto anno abbiamo fatto più di 200 concerti in soli 12 mesi. Siamo stati invitati da festival prestigiosi come il Dokumenta di Kassel. Il Gran Teatro Amaro sperimentava con la musica e con l’emotività del suo pubblico.
Dopo 6 anni con il Gran Teatro Amaro, volevo sperimentare di nuovo altre soluzioni. Il gruppo aveva un tale successo che presto diventai stanco di predicare ai convertiti. Sono tornato così all’elettricità, ma soprattutto alla trance, ed è nata L’Enfance Rouge. Di nuovo, l’attività on tour ha ucciso ben 5 batteristi – ci siamo anche ritrovati in due, Chiara ed io, per anni di favolosi concerti improvvisati con vari macchinari, e poi Jacopo Andreini è entrato nel gruppo. È una persona aperta e che sa viaggiare. Ed il gruppo è anche suo, totalmente.
Prima ho vissuto ad Amsterdam. Poi mi sono spostato a Berlino Est, quindici giorni dopo il crollo del muro. Tunisi_Rue_Al_AndalousQuando gli adolescenti turisti in male di alternatività sono arrivati lì, ho cambiato per Hamburg, poi Tunisi, poi il Belgio, poi il Salento, e ora non so ancora dove.

Ma non c'è il rischio che anche L'Enfance Rouge finisca con il predicare ai convertiti? O pensi che i continui cambiamenti di formazione e la differenza sostanziale l'uno dall'altro dei dischi che avete realizzato fin qui possa mettervi al riparo da questo rischio?
Credo che non c’è pericolo – se questo è un pericolo (L’ Enfance Rouge potrebbe disfarsi domani, e non sarebbe un dramma per nessuno – almeno spero).
È vero però che stavolta con L’Enfance Rouge ho voglia di andare molto più lontano, sia musicalmente sia geograficamente parlando. Questo rappresenta un’enormità di lavoro, e dunque non ci sarà tempo (e non c’è nemmeno la voglia) per convertire a Nuakshott e Sanaa.
Non sono i cambiamenti di formazione (che da 8 anni è comunque la stessa) o la differenza sostanziale l'uno dall'altro dei nostri dischi che ci fa andare avanti, ma i sogni che possiamo avere a proposito di questo bello strumento chiamato L’Enfance Rouge.

Nel frattempo hai pubblicato anche un tuo album solista?
“Notre-Dame des Naufragés”, Virgin Italy, Stile Libero, 1988. Doveva essere un viaggio-registrazioni attorno ai porti europei che amo. Sono partito con un amico e ho cominciato ad improvvisare registrando su uno studio portabile a Napoli, Genova, Marsiglia, Barcellona, Valencia, Bilbao e Santander. A Donostia avevo già abbastanza materiale per stampare un triplo album, con ricordi di bettole, marinai o posti incredibilmente selvaggi. Erano registrazioni molto grezze e avventure con altri musicisti conosciuti e non. Dovevamo andare fino a Tallin passando da Dublino, Gdansk e Kaliningrad, ma in Bretagna abbiamo naufragato e tutto il materiale è andato perso. Sono tornato a Roma, ancora fradicio dall’alta marea che ci aveva abbattuti a Saint Malo, mi sono comprato 3 bottiglie di vodka ed ho fatto/improvvisato il disco in 4 ore in un piccolo studio capitolino. Le foto che sono sul vinile sono prima e dopo la marea. Ho sempre odiato gli studi di registrazione. Mi piaceva sperimentare con i microfoni e la loro posizione, in tutta franca ignoranza. Fino all'incontro con Fabio Magistrali. E lì ho giurato che non avrei prodotto mai più nessuno: non posso arrivare nemmeno alla sua caviglia.

Mai arrendersi!?!! E se non sbaglio tu ti eri occupato anche di qualche 'produzione artistica' (ricordo con certezza "Lische", splendido esordio dei Madrigali Magri)... non sei più interessato neanche a questo tipo di attività?
Abbiamo prodotto tanti gruppi, tra cui il primo Madrigali Magri. Ma, appunto, questo era prima di conoscere Fabio Magistrali. Dopo di che ho capito la mia ignoranza in materia, e questa mia attività mi è sembrata una truffa. Mi piace sempre produrre, ma artisticamente, e non più tecnicamente. Fabio è un mostro e va rispettato.

Non vorrei sembrare morbosamente interessato alla tua vita privata, ma si tratta di un fatto che ha sicuramente influenzato in modo determinante gli sviluppi della tua musica…. quando hai conosciuto Chiara Locardi?
Ho conosciuto Chiara quando siamo andati a fare da scudo umano a Sarajevo nel 92. Ci siamo incontrati nei dintorni di Snipper Alley, provando a rimanere in vita. Il disgusto era totale, soprattutto contro la Francia e l’Europa che avevano abbandonato il paese in mano alla violenza più becera (Ci credi? Tanto meglio…).
Quanto alla musica, un gruppo è un'associazione di gente. L’Enfance Rouge non sarebbe com’è ora senza Chiara o Jacopo, tutti gli elementi sono determinanti. Si può solamente dire che Chiara è molto istintiva e dura. Oltre alla musica, c’è anche l’organizzazione del gruppo, ed ognuno di noi a le sue responsabilità.

E Chiara aveva fatto altre esperienze di tipo musicale anche prima dell'Enfance Rouge?
No, prima de L' Enfance Rouge Chiara era una superstar della ricerca in biologia: (jvi.asm.org/cgi/reprint/65/5/2245, vir.sgmjournals.org/cgi/reprint/75/10/2789.pdf)


«La liberté ne se manifeste que dans la création ou dans la lutte,
qui ont au fond le même but: la réalisation de notre vie
»
(La libertà si manifesta solo nella creazione o nella lotta,
che infine hanno lo stesso scopo: la realizzazione della nostra vita
)
Cobra#4



foto_di_Cédric_Chort
È innegabile che L'Enfance Rouge costituisce oggi una leggenda del rock indipendente, ed è uno dei pochi gruppi a potersi fregiare di questo appellativo conquistato attraverso centinaia di concerti ed un’attitudine nomade che ha portato i suoi componenti a spostare continuamente il loro campo base (l’ultima segnalazione li dà in Catalunya del Nord, nel Rossellò, nel quartiere gitano di Perpinyà); ma è altrettanto innegabile che i primi passi della sua esistenza sono stati quantomai incerti. O, almeno a me, sembrarono tali. Quella che da parte mia non è mai venuta meno è la stima per l'integrità e la levatura morale di Cambuzat - che almeno all'inizio rappresentava il gruppo quasi al 100%; uno spessore veramente ammirevole e degno di considerazione, seppure anche lui abbia subito il fascino di qualche piccola tentazione (come si può capire dall'intervista). Ma anche Cristo ebbe le sue tentazioni… chiedete un po’ a Martin Scorsese!?!!
La prima pietra posata da L’Enfance Rouge rappresentava un proseguimento diretto del Gran Teatro Amaro (dal cui repertorio veniva ripreso almeno un pezzo: Fratel Coltello) e risentiva dell’influenza marcata di quello che era stato il rock in opposition. Il maggior difetto del disco (che venne autoprodotto) sta nella frammentarietà derivata dal raccogliere materiale composto in un largo lasso di tempo (1988-1995) e in una formazione inesistente che fa capo al solo Cambuzat (il lavoro, come i due successivi, uscì a nome François R. Cambuzat et les Enfants Rouges). Lo strumentista di spicco è Giulio Caruso al contrabbasso (sicuramente determinante nel disegnare le atmosfere melanconiche ed un po’ decadenti), al quale fanno da contraltare l’oboe di Silvia Sini, la batteria di Michel Grall (ma nessuno dei musicisti compare in tutti i brani) e le corde (‘oud e chitarra) dello stesso Cambuzat. Importante, soprattutto per quello che verrà in seguito, è la presenza di Chiara Locardi come voce solista in due brani, oltre che impegnata ai cori e, in un terzo brano, alla batteria. A proposito del suo modo di cantare è logico osservare che non ha voce, in quanto a volume, ma a dispetto di ciò il suo timbro è estremamente sensuale e suggestivamente mitteleuropeo; e siano benedetti i microfoni e le amplificazioni che ci permettono di gustare appieno simili delizie. I testi e le musiche sono dello stesso Cambuzat, tranne Weihnacht che è su testo di F. Dürrematt ed è mirabilmente cantata dalla Locardi in perfetto stile cabarettistico. Solo con il senno del poi è possibile cogliere in questo disco tutto ciò che sarà poi L’Enfance Rouge, dalla forma libera delle canzoni, alle secche esplosioni di furia rock, al breve recitato in arabo di ‘isma:, alle vellutate influenze di Soeur Violance e Pieds d’argile. Emozionante è 17 Ottobre 1961, dove Cambuzat stigmatizza in poche parole uno dei fatti più raccapriccianti avvenuti nella democratica Francia (se non nell’intera Europa), quando una manifestazione pacifica di algerini venne repressa nel sangue con centinaia di morti… una vera mattanza, mentre la tesi ufficiale (accettata pressoché da tutta la stampa) parlava di due-tre morti (se volete saperne di più collegativi qui: www.monde-diplomatique.it/LeMonde-archivio/Febbraio-1999 e/o aquiestoy.noblogs.org). Soprattutto, volendo cercare in quegli inizi un collegamento con il loro disco più recente, bisogna soffermarsi sui titoli dei due album: “Świnoujścíe – Tunis” e “Trapani ~ Halq Al Waady”, dove Halq Al Waady è il nome autoctono del porto di Tunisi. Entrambi stigmatizzano un viaggio che porta alla stessa spiaggia.

"Taurisano - Cajarc" e "Reus - Ljubljana" sono stati registrati nello stesso periodo e presentano quindi una certa similitudine. La formazione è ridotta al duo Cambuzat (chitarra e voce) e Locardi (basso e voce); alla batteria compare invece il fantasma di Gerda Taro, una leggendaria fotografa morta nel 1937 durante la guerra civile di Spagna (che in questa specie di reincarnazione assomiglia comunque incredibilmente a Chiara Locardi). Unica altra presenta è quella di Yves Balbin che suona il basso in un pezzo di Taurisano-Cajarc. Nei due dischi appare chiara l’influenza diretta o indiretta di gruppi come Slint, June Of ’44 e Fugazi; espressamente nelle progressioni indolenti o nervose, in questo caso derivate chiaramente dal post-punk, che sono a tratti spazzate da improvvise folate di violenza noise (tranne Holdings e i tre strumentali Eine gelbe Schwalbe im Demeusel, su "Taurisano", e Biarritz-Donostia e Rdeĉi Atroci, su "Reus", che sono più lineari e soffusamente ciclici). Su "Taurisano" spiccano almeno tre grandi pezzi: una versione di Sunday Morning cantata da Chiara Locardi e con il basso di Balbin, Aurelia (quante volte su di te) e Holdings. Il brano dei Velvet è reso con voce tremula, nicotinosa e febbricitante, con il basso flebile ma ossessivo e poche linee di chitarra, in una versione che supera per morbosità e tenebrosità quella dello stesso Lou Reed. Aurelia inizia e termina con secche sfuriate alla Haino Keiji, ma nella parte centrale la voce dialoga con una chitarra onomatopeica, un po' come avveniva in certi vecchi dischi di Charles Mingus. Holdings è uno dei loro masterpiece, sul tappeto creato dal tom-tom e dal charleston la voce di Cambuzat ci ragguaglia sulle malefatte delle multinazionali e sull’apatia di coloro che dovrebbero opporvisi, cita le azioni dell’organizzazione antirazzista olandese Rara e fa un elenco delle multinazionali e/o istituzioni più maledettamente compromesse, nel frattempo è entrato il gioco delle corde arpeggiate e la voce di Chiara Locardi si impunta nella ripetizione di una deliziosa e infantile nenia melodica in netta antitesi con la pregnante durezza delle parole recitate da Cambuzat. La struttura del pezzo - allo stesso tempo nervosa, minimale e leggiadra - ne fanno uno di quei pochi gioielli che i Velvet Undergroun si sono dimenticati di scrivere.
"Reus" è un disco più compatto, ma al di là di ciò appare più debole dell’altro sia per la mancanza di pezzi realmente trainanti e tipicizzanti, sia per l’assenza della voce di Chiara Locardi, sia per la quasi totale tendenza di Cambuzat a cantare in italiano. Fra i brani è da segnalare Colazione sull’erba perché fa ancora pensare ad Haino Keiji, che rappresenta uno dei punti fermi negli ascolti dei due. Importantissima, per quella che sarà l’evoluzione del gruppo, è la comparsa del nome di Pierpaolo Leo, seppure per il momento sia soltanto riportato come tecnico del suono nei concerti.
L’impressione è che i due abbiano preferito dare il materiale migliore ad un Consorzio Produttori Indipendenti - è per il CPI che esce "Taurisano", mentre “Reus” è ancora autoprodotto - che non soddisferà affatto le loro aspettative. In questo ci vedo anche un errore di valutazione da parte della coppia Cambuzat - Locardi (personalmente avrei mangiato le registrazioni prima di darle al CPI) e la scelta li porta a rinunciare ai propri simboli ed alla propria immagine per finire in una collana, i Taccuini, che magari era anche esteticamente bella ma è estremamente impersonale e dove, soprattutto, sono accostati a nomi che poco hanno a che fare con il loro approccio, con le loro idee e con la loro estetica (Andrea Chimenti, Marco Parente…). Non so di preciso cosa sia successo con il CPI, Cambuzat è restio a parlarne, ma come minimo credo che il disco abbia avuto una scarsa promozione. Recentemente, quando la Real World s’era dimostrata interessata all’ultimo loro disco, stavano per ripetere lo stesso errore. Fortunatamente, in tale occasione, il matrimonio non è andato in porto.

“Davos – Leros” è il loro disco più estremo e strano, il tipico lavoro di passaggio che ogni artista che si rispetti dovrebbe avere nel proprio catalogo. Ed è anche molto estremo, ad iniziare da una settima traccia non segnalata in copertina e consistente in 30 minuti di silenzio alla fine dei quali Chiara Locardi recita: «Erano 30 minuti di silenzio digitale / per ricordare la sofferenza e la morte / causate dal liberalismo internazionale / dagli Stati Uniti d’America / e dai loro schiavi…». Il breve testo recitato termina con l'elenco di alcune letture sull’argomento che vengono consigliate e con l'invito al boicottaggio delle grandi multinazionali, un tema che fa pendant con quello affrontato in Holdings e che verrà poi ripreso anche nel disco successivo; fa seguito infine una breve coda consistente in una versione unplugged di Davos Bei Nacht, il miglior brano del disco. “Davos”, uscito per Audioglobe, rappresenta il primo atto nel passaggio fra l’entità accompagnatrice ‘Les Enfants Rouge’ ed il gruppo ‘L’Enfance Rouge’, essendo accreditato a François R. Cambuzat & Chiara Locardi / L’Enfance Rouge. Fra i pochi accompagnatori ci sono Frank Lantignac e Giuseppe Turla alle batterie (il secondo in un solo brano) e il solito fantasma che per il momento continua a seguirli e si occupa di violini, fiati e campane. Sorreggere il pensiero è il brano più prossimo al mood generale dei due dischi precedenti, mentre Amour & Résistance e Zeebrugge riprendono il tema del diario di viaggio e ricordano la struttura free di Aurelia. I punti più interessanti sono comunque rappresentati da quei brani che hanno una struttura ancora free, ma scossa dall’uso di campioni e registrazioni concrete e nei quali confluiscono nuove influenze mutuate dal suono grumoso di gruppi come gli US Maple (con i quali gli Enfance condividono anche un atteggiamento un po’ glam, però senza ripeterne le loffie esibizioni sul palco). E così nascono Davos Bei Nacht (cantata dalla Locardi), Festa Te Lo Mieru e Etre Heureux En Hiver (l’unico strumentale del disco). Fra le novità c’è da segnalare l’acquisizione della ‘spada araba’ nella simbologia che orna le copertine, la stessa spada che si vedrà poi nella celebre maglietta con la scritta (in arabo) «non sono americano…». Per quanto riguarda l’atteggiamento glam (e spero che Cambuzat non legga mai questo articolo...) mi riferisco a una certa cura dell’immagine, da una parte, ma anche agli atteggiamenti sul palco e ad alcune soluzioni musicali; e poi fra i loro beniamini ci sono artisti che a un certo punto della loro carriera sono passati da quelle parti (del glam intendo): Iggy, Lou Reed… lo stesso Haino Keiji ha un’immagine molto glamour… provate infine ad immaginare Cambuzat nei panni di un fascinoso Brian Ferry e la Locardi in quelli di una tenebrosa Amanda Lear e vedrete che non sarebbero affatto fuori posto. Chiaramente nel loro caso si tratta di un 'glam povero, zingaro e battagliero'….



Basandomi sia sull’ascolto sia su quanto abbiamo detto fin qui, mi sembra che “Świnoujście-Tunis” possa quasi essere considerato un tuo disco solista… ad iniziare dai fatti che è accreditato a François R. Cambuzat et les Enfants Rouges e che i musicisti coinvolti non formano un vero e proprio gruppo…Foto_Moufida_F'dhela Quali erano le tue intenzioni quando lo registrasti? Avevi già in testa l’idea di trasformare il progetto in un vero e proprio gruppo rock?
Era durante il periodo finale del Gran Teatro Amaro. Volevo tornare all’elettricità, ad un linguaggio più viscerale ed immediato. Più importante, Chiara era entrata nella mia vita, e volevo viaggiare con lei. Lasciai Berlino per passare un breve periodo a Roma, poi siamo andati a vivere in un castello sul Lot. All’inizio, L’Enfance Rouge doveva dunque essere il lato elettrico della bestia. L’attività del Gran Teatro Amaro mi lasciava poco spazio per prove, etc…, dunque scrissi tutte le parti dell’album, scelsi musicisti amici ed andò direttamente in registrazione. Detesto lavorare sotto il mio nome, ma finché non trovammo un compagno sicuro di viaggio, il progetto rimase come “François R. Cambuzat & les Enfants Rouges”. Poi è arrivato Jacopo Andreini, e siamo diventati un gruppo rock. E cosi abbiamo potuto cambiare nome in L’Enfance Rouge.

Comunque sia, tutta questa elettricità in quel primo disco non viene fuori, trovo invece che vi sia una confluenza paritaria di quelli che erano il tuo retroterra ed alcuni dei tuoi interessi musicali: lied mitteleuropeo, chanson francese, cantautorato italiano e musiche mediterranee. Questa elettricità (e l’idea di gruppo rock) emergono invece senza equivoci nei successivi “Reus-Ljubljana” e “Taurisano-Cajarc”. Quali erano, se c’erano, i tuoi riferimenti musicali ed i tuoi ascolti all’epoca di quei due dischi? A quali gruppi rock ti sentivi più vicino?
Mi piaceva soprattutto il lavoro di produttore di Jim O’Rourke, la sua creatività in fase di registrazione e dietro un banco di missaggio (cf “Rien” dei Faust). Lo stesso pensiero lo abbiamo ritrovato nei lavori di Fabio Magistrali (A Short Apnea, p.e.). Lo schiaffo Slint, l’ho anche preso in piena faccia. Mentre Haino Keiji era già un ascolto dai tempi del Gran Teatro Amaro, ma è rimasto (e anche tutt’ora) un ascolto regolare in casa Rouge. Ora non mi ricordo più quali erano gli altri ascolti, ho la memoria corta e poco celebrativa. June of 44 (Sharks & Sailors), Gastr del Sol, ??? Gli Starfuckers sono stati una cosa a parte: scoprivo un gruppo con un linguaggio proprio ed unico, irripetibile se non copiandolo volgarmente. All’epoca Blow Up, Spex e The Wire ci guidavano bene. Ed è vero che comunque non ascolto tanto rock, ma mi piace suonarlo. Mi piace molto anche comporlo, riflettendo sul posto di ogni singolo colpo, creando spazi per la voce, stando attento a non accavallare le frequenze, etc…
“Reus-Ljubljana” e “Taurisano-Cajarc” sono stati registrati da noi nella nostra casa umbra del periodo, a Preggio. Sono stati due anni di sperimentazioni.

Sto riascoltando "Davos Leros"... è un disco strano che mi riesce difficile catalogare all'interno del vostro percorso.... Dove l'avete registrato? Perché quegli scarti che costringono ad alzare / abbassare la manopola del volume?
Sono improvvisazioni. Lo abbiamo registrato in una casa nelle Ardenne belghe. La dinamica è una scelta (forse drastica, è vero).
Gerda_Taro_fotografata_da_Robert_Capa
A quanto mi risulta Gerda Taro è morta nel 1937... chi si nasconde dietro il suo nome in quei vostri primi dischi?
Non te lo diremo mai, neanche sotto tortura.

Come e perché siete arrivati ad Audioglobe dopo l'esperienza autoproduttiva di “Świnoujście-Tunis” e “Reus-Ljubljana”?
Come: sai che non me lo ricordo più. Credo che ci hanno contattati.
Perché: eravamo totalmente squattrinati per proseguire l'autoproduzione totale (che era inizialmente prevista per tutti i lavori rouge).

E adesso una domanda sibillina… io vi ho sempre associato (per attitudine) a gruppi come gli Ex e i Fugazi… Sia gli Ex sia i Fugazi hanno costruito dei piccoli imperi economici indipendenti, con tanto di etichette discografiche sulle quali registrare la propria musica e quella degli artisti a loro simili… e vengo alla domanda: perché gli Enfance Rouge continuano invece a barcamenarsi nell’incertezza, si è trattato di una scelta o qualcosa non ha funzionato?
C’è una bella differenza: parli di gruppi sedentari, mentre L’ Enfance Rouge ha cambiato paese ogni quattro anni. Dunque tutto il costruito non veniva sviluppato. Poi abbiamo spesso scelto paesi ultra-conservatori, come l’Italia, dove la musica indipendente è una guerra tra poveri a causa dell’ignoranza nella quale è tenuto gran parte del popolo (di nuovo: tra una pizza ed un concerto fantastico ed irripetibile, l’italiano medio sceglie la mozzarella). Paesi in cui le parole 'sovvenzioni', 'aiuto' o 'sussidio di disoccupazione' sono riservate a pochissimi eletti. Paesi in cui non esistono sale da concerto degne di questo nome. Paesi in cui si vendono meno dischi che nel Burkina Faso. Ed è soprattutto vero che ci siamo interessati sempre poco alla critica della stampa e al carrierismo.Tunisi_Bab_Mnara Infine, abbiamo pochi partners ed abbiamo per anni fatto tutto da soli e, come puoi ben pensare, il tempo ci mancava. Ora le cose sono cambiate. Ma non in Italia: qui, prima della rivoluzione, non cambierà mai.

Fin dall'inizio i vostri dischi trasmettono attraverso i titoli l'idea del nomadismo... e canzoni come Aurelia (quante volte su di te) la stigmatizzano ulteriormente. Cosa rappresenta per voi il nomadismo: una scelta o una necessità?
'Libertà' è la parola. Esistono troppi posti, luoghi e lingue che vogliamo conoscere ed imparare. E la vita è cosi corta. Proviamo a vivere i sogni ora e adesso. Dunque si, il nomadismo sarebbe una necessità. Ma preferisco la parola 'curiosità'. Dall’inizio, L’Enfance Rouge ha sempre scelto i nomi di due città attraversate come titolo per i suoi album. Facciamo una media di 80 concerti all’anno, per lo più fuori dall'Italia. Da dieci anni, registriamo e pubblichiamo anche pochi dischi, per scelta.
Il Mediterraneo è sempre stato una zona che ci ha attratti, per questa formidabile mescolanza e questo largo scambio di idee. Abbiamo anche vissuto a Parigi, Londra, Berlino, Amburgo, Amsterdam, New York, Bruxelles, Roma, Barcellona e Tunisi. E forse dimentico altre città: abbiamo sempre cambiato casa e lingua ogni 3 anni. Né Chiara, né Jacopo, né io stesso abbiamo delle radici ben definite, o una famiglia che ci aspetta in un posto preciso se mai volessimo ripararci dai guai.
Ora stiamo finendo il booking della nostra tournée promozionale in Europa: più di 90 date in buone condizioni (logistica + cachet) dalla Spagna alla Svezia, fino al Dicembre prossimo. Poi stiamo lavorando sull’Africa del Nord, il Medio-Oriente e i paesi del Golfo per gennaio e febbraio 2009. Viaggi che ci siamo sempre sognati, ora e adesso, subito.

Siete appunto famosi anche per l'intensa attività concertistica... sai, più o meno, quante date avete fatto dagli inizi ad oggi?
Abbiamo perso il conto. Più di 1200, forse 1800 dall'inizio.

Sopra tu dici: «Poi è arrivato Jacopo Andreini, e siamo diventati un gruppo rock». Non è buffo che siate diventati un gruppo rock proprio con l’ingresso di Andreini che è tutto fuorché un batterista rock?
Hai ragione: dovevo dire solamente 'un gruppo'. Di gente responsabile e con legami affettivi. Ma poi Andreini è tutto: anche un batterista rock.


«A partire dagli anni '30, sentiamo parlare di un altro tipo di impegno.
Da troppo tempo, ci dicono, l'arte non é stata che un ornamento o una diversione;
il tempo é venuto per l'artista di accettare le sue responsabilità di adulto e di fare dell'arte un'arma.
L'arte che non concorre al combattimento ne svia l'attenzione
»
Norbert Lyton (storico d'arte inglese)




Il disco successivo rappresenta la fine della lunga metamorfosi e la trasformazione del bruco in farfalla, magari notturna e comunque destinata a trasferirsi continuamente di fiore in fiore. "Rostock-Namur", pubblicato da Audioglobe come mp3 e scaricabile gratuitamente, è infatti il primo disco ad essere firmato semplicemente L’Enfance Rouge. I suoi elementi caratteristici stanno in un riequilibrio fra le parti cantate da Cambuzat e dalla Locardi, in una limitazione dei testi in italiano e nella presenza di Pierpaolo Leo (nel ruolo di terzo Enfance) che caratterizza l’opera con massicce dosi di elettronica e di campioni. Accanto ai tre ci sono poche altre comparse: Teobaldo Scardino al flauto traverso e Tonino Messere che, se ho ben compreso, dovrebbe azionare una macchina ritmica costituita dai macchinari di una tipografia [Cambuzat nell'intervista conferma che avevo compreso abbastanza bene, NdA]. Il solito fantasma è confinato al catering ma alla voce in Calle De Los Desamparados appare anche un altro fantasma, nella fattispecie quello di Blaise Cendrars [pseudonimo delle scrittore, reporter, poeta e viaggiatore svizzero, ma naturalizzato francese, Frédéric-Louis Sauser morto nel 1961, NdA]. "Rostock-Namur" è un disco nero come la pece, e in alcune parti lambisce persino territori industrial (Tombeau Pour New York, che potrebbe appartenere ai Cop Shoot Cop, o Heidelberg). Dopo un inizio in stile elettronico contemporaneo (non dimentichiamoci che il nome di Berio appare sempre fra quelli ringraziati nei dischi del gruppo) c’è una delicata versione de L’age dor di Leo Ferré.foto_di_jean_cerezal-callizo_©_2006 Poi Tombeau Pour New York, il cui testo è tratto da una poesia del siriano Adonis (pseudonimo di Alī Ahmad Sa'īd Isbir). I due titoli seguenti (Ajustement Structurel e Italienische Tanzkrankheit) sono praticamente un unico brano, cioè il secondo è una coda del primo. La parte centrale del disco è occupata dalla lista delle multinazionali che L’Enfant Rouge invita a boicottare, dando così seguito al tema 'politico' centrale dei dischi precedenti, e il formato mp3 permette la pubblicazione, scaricabile insieme a tutte le altre informazioni ed alla copertina, della documentazione raccolta a proposito di tali multinazionali. I nove brani che compongono la seconda parte del disco sono mixati in modo tale da apparire come segmenti di un'unica suite. Fra di essi spiccano Gaio e Giallo, Otranto e La Fille Aux Jambes Rayées, che verranno riproposti in versione differente anche nei dischi successivi e/o diventeranno cavalli di battaglia nei concerti, e una versione di (I Wanna) Be Your Dog degli Stooges. Fra le note compare il nome di Jacopo Andreini, destinato a diventare in breve tempo il terzo elemento del gruppo, ma per il momento relegato nell’elenco riguardante i ‘samples & thanks’. Splendida è la copertina, con una panciuta Chiara Locardi in attesa di Zaï e armata di fucile; e ricordo che un’altra foto della stessa serie è finita in un celebre manifesto diffuso per promuovere e pubblicizzare i concerti di quel periodo.

E poi… Jacopo Andreini entra inaspettatamente nel gruppo in pianta stabile, una di quelle notizie che in ambito di musica indipendente fanno sicuramente scalpore.foto_di_Cédric_Chort L'Enfance Rouge, lasciato per strada Pierpaolo Leo, raggiunge così quello status di gruppo rock garantito al 100%, in quella formula a tre – o power trio – che in passato a fatto la fortuna di Cream, Taste, Blue Cheer, Jimi Hendrix Experience… ma anche Shellac, Fushitsusha e numerosi altri. La collisione Enfance Rouge – Andreini non mancò di ricevere critiche, non tanto perché si ritenesse che il toscano non era un batterista all’altezza del gruppo ma, viceversa, perché sembrava di vedere poche affinità fra la sua folle esuberanza ed il rock asciutto di Cambuzat & Co. Ma se Andreini è un batterista eccessivo, e non privo di un certo narcisismo, all'atto pratico pure Cambuzat soffre delle stesse caratteristiche (ho già accennato ad una certa vena glam) e quindi, alla distanza, la mesticanza risulta essere compiuta in piena regola. Ma soprattutto il batterista si è saputo adeguare, ma forse era già adeguato in partenza, allo spirito nomade e zingaro del tandem storico ed alla loro tendenza al meticciato. In concomitanza con l'ingresso di Andreini avviene anche l’incontro con la Wallace (l’unica etichetta, almeno per quanto riguarda l’Italia, in grado di promuovere adeguatamente i loro dischi) e con Fabio Magistrali (un produttore tecnico che, a detta dello stesso Cambuzat, è competente e perfettamente in grado di capire quelle che sono le esigenze del trio). Non potrebbe andare meglio di così.
Nonostante una front-line così definita e pugnace (soprattutto per quanto riguarda i concerti), nei dischi il trio ci tiene a rimanere un'entità comunque aperta, e in “Krško – Valencia” (questo il titolo del nuovo disco) compaiono Antonio Traldi ed Emiliano De Vito (rispettivamente tastiere e chitarra in alcuni brani). Il disco è una bomba rock, sia per quanto riguarda i brani più trascinanti (Iparalde, Palais Bourbon, Gaio e Giallo…) sia per quanto riguarda quelli più lenti e notturni (Kérosène, Chapelle du sauvage, La fille aux Jambes Rayées…). I brani più singolari sono senz’altro Noir Orange, un breve strumentale jazzy con il piano di Traldi e Andreini al sax, e Caracas, Lusaka, Berlin, con Cambuzat che lascia venire a galla una sua vena da crooner ed un finale corale da bettola per avvinazzati. Nel campo dei proclami politico-concettuali fa la sua apparizione il primo episodio dei ‘colloqui risolutivi sull’Europa sociale’ (che si risolvono in un tempo che va dai 10 secondi al minuto di silenzio), e nell’occasione il dialogo è tra il presidente Romano Prodi e il primo ministro cavaliere Silvio Berlusconi (gli altri episodi della serie li trovate nella versione francese di “Krško – Valencia” e nel disco in collaborazione con Les Hurlements d’Leo, e si svolgono fra Nicolas Sarkozy e, rispettivamente, François Hollande e Ségolène Royal).
Il disco, nel quale c’è anche una massiccia presenza di brani ripresi dai lavori precedenti (almeno 4 da “Rostock – Namur” e Davos Bei Nacht da “Davos – Leros”), si conclude sulle note della splendida Hurricane Lily, che sarà uno dei punti di forza del successivo “Trapani ~ Halq Al Waady” e che qui viene proposta con un piglio leggermente più mitteleuropeo. Come già detto è la Wallace che nel 2005 si occupa della pubblicazione, e l’anno successivo la T-Rec ne cura una ristampa in versione leggermente diversa per il mercato francese. La fregatura, per gli appassionati che avevano già la versione Wallace, consiste in una splendida versione di Aux sombrers hèros de l’amer dei Noir Desir, cantata divinamente dalla Locardi e destinata a diventare un punto fermo nei loro concerti (il pezzo fa perfettamente il paio con la Sunday Morning di cui s’è già detto).



A un certo punto L’Enfance Rouge ha pubblicato un disco in versione mp3… Puoi spiegarci il perché di quella scelta e se si è trattato di un esperimento soddisfacente?
Nel 2000 abbiamo messo gratuitamente “ Rostock-Namur” in linea, con le copertine (ed è ancora lì, www.enfancerouge.org). All’epoca, eravamo stanchi dei rapporti con le etichette, soprattutto dopo l’orrendo episodio con il Consorzio Suonatori Indipendenti. Volevamo anche un massimo di fruitori, ed infatti l’album è stato scaricato 11.000 volte. L’idea era anche di allargare il booking a paesi lontani. Non guadagnavamo niente, ma non perdevamo nemmeno denaro, ed i contatti erano più facili e veloci. L’esperienza fu più che soddisfacente, il gruppo andò oltre i confini europei con più facilità, il pubblico aumentò. L’Enfance Rouge non è (ancora) un gruppo che vive grazie alle sue vendite di plastica, ma grazie ai concerti. Ed è anche il suo più grande interesse e la sua massima gioia.

Ci puoi spiegare in cosa consiste concretamente il contributo di Tonino Messere («Rythm section on the Hidelberg Machine») su quel disco?
Tonino Messere era il nostro tipografo, di Roma. Ero innamorato del suono della sua stampatrice, una "Heidelberg", appunto. L'ho registrata sulle 8 tracce del nostro ADAT, e da li è venuta la ritmica. E Tonino ha veramente suonato, con volumi, rumori diversi, accelerazioni, etc......

Cosa era successo con il Consorzio Suonatori Indipendenti?
Sono morti.
Non voglio parlarne in un'intervista, non se lo meritano.

Un'altra grande delusione te l'hanno data le autorità pugliesi a proposito del festival "Trasporti Marittimi", preferisci non parlare nemmeno di questo?
La Regione Puglia si è comportata splendidamente, giusta e leale. La Provincia di Lecce invece no, con promesse e bugie: comportamento normale da piccoli politici in carriera. Anche loro li ho già dimenticati, mentre proseguono a male-amministrare. Mi dispiace solamente tantissimo per i salentini.

Che tipo di rapporto hai con l'elettronica in generale e con internet in particolare?
All’inizio della divulgazione di massa dell’elettronica, circa quindici anni fa, mi piaceva tantissimo la purezza del suono, in confronto all’analogico. Ovviamente, anche il lato creativo. Ne abbiamo utilizzato parecchia, abbiamo anche registrato un disco intero con Pier Paolo Leo.Tunisi_Cimetière_Mahdia Di conseguenza, siamo andati a vedere parecchi concerti di musica elettronica, e siamo quasi sempre rimasti perplessi: vedere Jim O’Rourke fumarsi delle belle e lunghe sigarette dietro un computer non è stato un'esperienza particolarmente esaltante. Sembrava un invito ad andare al bar e parlare con gli amici incontrati lì. Mi mancava il sangue, il sudore, l’esitazione e lo sbaglio. Rimane il fatto che su cd ci sono ancora dischi che mi emozionano, ma accade sempre più raramente. Vale lo stesso per a musica registrata con il computer. Qualsiasi musicista o gruppo farà il suo album perfetto, pulitissimo, aggiusterà ogni battuta, intonazione, arrangiamento. I dischi sono per lo più ormai chirurgicamente perfetti. Mi manca  l’umanità. Quanto ad Internet, per me vuole dire lavoro. Non apro il computer con grande piacere. È solo un mezzo veloce ed economico per comunicare con il pianeta, fare per esempio del booking dall’altra parte del mondo.

Ma qual è il tuo stato d’animo nei confronti dei cambiamenti che l’informatizzazione sta portando… sembra che si prospetti davvero un nuovo modo di vivere… sei fra quelli che vedono tutte queste novità come qualcosa in grado di liberare l’uomo (dal lavoro, innanzi tutto, ma anche dal potere…) o pensi invece che si tratta di qualcosa che darà al potere strumenti di controllo ancora più sofisticati e potenti?
foto_di_Aurore_Gangloff_(nadja_marigold@hotmail.com).jpg Non penso che niente libererà l’uomo dal lavoro, come nessuno – salvo lui stesso - lo aiuterà a non essere dominato dal suo datore di lavoro. Per quanto mi riguarda, il computer mi prende giornate intere, è una maledetta benedizione. L’enorme mondo sembra raggiungibile, un vero specchio per le allodole che siamo.
Ed è ovviamente uno strumento di controllo. Come il telefono. Proseguiamo a nasconderci, allora. Ed a fare quel che vogliamo.

"Krško - Valencia" è stato il primo disco registrato con Andreini, quindi con questa definitiva formazione rock... è per questo che ci avete messo dentro tutti quei brani ripresi dai dischi vecchi?
Prima di Andreini, abbiamo registrato pezzi che aspettavano un batterista degno di questo nome. E non eravamo così contenti dei risultati precedenti. Un altro fatto è che i nostri pezzi ci mettono anni a concludersi veramente, e in quel periodo pre-andreinesco c'era tanto work in progress. Prendi per esempio il caso di Otranto: è un pezzo del 1998, iniziato a Tunisi, proseguito in Belgio e nel Salento prima di concludersi a Tunisi. Ed anche con l'Andreini abbiamo cambiato la sua ritmica almeno dieci volte, registrando, registrando, registrando... e pubblicando 3 versioni di passaggio.

Ho perso il conto... una è su "Rostock - Namur", dove sono le altre due?
Anch'io ho perso il conto: una è su una compilation spagnola (£G£ Records), l'altra su una compilation francese ("Cosmonaute").

Com’è il vostro pubblico? Si rinnova o sta invecchiando con voi?
Non invecchiamo. Siamo sempre illusi ed adolescentemente bombaroli.

Ti voglio credere, anche se mi costa un certo sforzo mentale.... ma io non intendevo affatto chiederti notizie sul vostro stato fisico o sul vostro spirito; quello che chiedevo si riferiva allo stato del vostro pubblico: si sta rinnovando o è sempre lo stesso di qualche anno fa? E, soprattutto, i ragazzi della nuova generazione (quelli che si nutrono di i-pod e my space) vengono ai vostri concerti e comprano i vostri dischi?
Non sforzarti. Il pubblico si rinnova, anche perché – e soprattutto in Italia - la combattività e l’interesse per la cultura della gente scema con l’età, il matrimonio, la precarietà (o la carriera) sul posto di lavoro, etc… 'Mettere la testa a posto', si dice, no ? È come se una buona parte della gente pensasse che dopo i 30 anni non ci sono più alternative, e che la musica e l’arte in generale non aiutasse a vivere. All’estero, il pubblico sembra non avere un'età media. Sessantenni ultra rock’n’roll e adolescenti rivoluzionari, mescolati.  Ed è anche per questo che trovo l’Italia molto triste, è 'il paese senza speranza'. La gente si chiude, fa gli affari suoi, preferisce la pizza e le comitive ad un concerto od a una mostra, rimane a casa davanti all’oblò, non legge né s’informa  più e non pensa più ad una società diversa, né a come si potrebbe rifare il mondo o far crollare i potenti.

Eppure fino a qualche anno fa l'Italia era un paese culturalmente molto attivo... tu che hai vissuto a lungo in Italia, e quindi conosci bene la situazione italiana, hai una spiegazione logica al perché c'è stata questa involuzione?
Credo che per prima cosa, tutti i governi e i governanti hanno un palese interesse a regnare con l’ignoranza. Ovvero rendere la gente sempre più ignorante e disinformata. Direi che in Italia, visto che la gente ha poco o niente senso civico o volontà di aggregazione (scendere per strada, organizzare un sciopero generale degno di questo nome…) e che il governo non teme assolutamente il popolo, questa non-politica culturale, questo sistema è andato molto oltre. Infine, secondo me, la sinistra ha una grande colpa in questo misfatto.Léo_Ferré Loro hanno sempre voluto essere i padroncini della cultura, una volta antagonista o progressista. Ma ormai anche loro pensano alla ‘cultura’ come a un sinonimo di ‘intrattenimento’, basta vedere le programmazioni culturali delle varie Regioni, Province o Comuni e cosa finanziano: quasi sempre progetti popolari ad ingresso garantito. «Mettez les arts dans la main du peuple, ils deviendront l’épouvantail des tyrans.» Jules Michelet /// 1848

In una canzone (mi sembra Holdings) citate Piero Ciampi e altrove reinterpretate L’Âge d’Or di Léo Ferré, mostrando così di avere una certa attenzione anche per un certo tipo di cantautori… Conosci anche Fabrizio De André? E cosa ne pensi?
Ciampi è citato in Aurelia, a causa del cimitero monumentale di Livorno. È forse il cantautore italiano che mi piace di più: désabusé, cinico a volte. E mi piace molto la leggenda che corre sul suo conto (essere scappato con l’anticipo della sua casa discografica major per darlo all’IRA – se è vero o falso non m’importa niente: lo credo capace di averlo fatto). Mi piace tanto anche la Milly, molto piu raramente la Milva. E devo ammettere che De André non mi piace per niente, e altrettanto quello che si è suicidato a San Remo [Cambuzat si riferisce naturalmente a Luigi Tenco, NdA]. Li trovo sciapi, quasi falsi, non mi fanno sognare. Per di più, penso che se sono popolari è ben perché non dovevano fare né un gran male né paura a nessuno.Tunisi_Rue_Al_Andalous Ma è solo un opinione, bien sûr.
In generale, diffido tantissimo dei cantanti apertamente e dichiaratamente 'engagés'. Ferré è l’eccezione. Le sue parole sono incredibili, vera e pura gioielleria, quanto i tre libri di Jules Vallès. Nel suo caso, la musica non m'importa quanto il suono della sua dichiarazione e il rumore del suo cervello.

Per quanto sono riuscito a capire ognuno canta i suoi testi.... È accaduto o può accadere che Chiara canta un testo scritto da te?
No, tutti i testi sono miei, salvo per i pochi estratti di autori che amo e per i due testi di Jacopo (che non voglio cantare: sono quasi incapace di cantare testi altrui). Dunque sì, Chiara canta testi miei.

Queste tue parole sono sempre autobiografiche o può succedere che nello scrivere giochi anche di fantasia?
Detesto spiegare i miei testi, anche in sala prove. Dietro ognuno c'è un significato, spesso sotto strani giochi di parole o di costruzioni. Quelli francesi sono anche poco traducibili. Ma non è fantasia, non ne sono capace.

Perché L'Enfance Rouge? Qual'è il significato del nome nelle vostre intenzioni?
Rock’n’roll, pure rock’n’roll.


«Si disonora chiunque muore scortato dalle speranze che l’hanno fatto vivere»
E.M. Cioran




Resta poco da dire (ovvero: ci sarebbe ancora tanto da dire e da chiedere ma la storia rischia di diventare infinita), giusto qualche parola sul disco "Constitution de la République du Sauvage" (pubblicato nel 2007 da fromSCRATCH e IRFAN (le label) realizzato con una grande formazione che unisce L'Enfance Rouge e Les Hurlements d’Leo, uno di quei gruppi-comune (tipo Les Négresses Vertes) che operano una contaminazione fra musiche africane, arabe, latine e dell'est europeo. La musica del CD è molto meno 'selvaggia' di quanto il titolo possa far pensare, e si basa su ritmiche presenti ed esuberanti e su un gran dispendio di strumenti a fiato, mentre le parti cantate hanno spesso le caratteristiche dell'inno corale. Notevole la ripresa di Ordine Pubblico degli Starfuckers, con il testo cantato in italiano da Cambuzat e simultaneamente tradotto in francese da una voce megafonata. Due titoli sono ripresi dal repertorio de L'Enfance Rouge: Caracas, Lusaka, Berlin e Catalunya '936 (rispettivamente da "Krško – Valencia” e da "Reus - Ljubljana"), la prima è resa in una versione ancor più corale mentre la seconda è interpretata in modo da tirarne fuori l'anima zingara. Gli altri brani sono comunque tutti ottimi e portano firme che dovrebbero far capo a Les Hurlements d’Leo, o almeno così credo. L'acquisto, almeno per i fan dei tre Enfance, è chiaramente un dovere.
Ci sarebbe anche il progetto Putan Club, una specie di Tutto-Cambuzat che conosco solo attraverso il racconto di amici che hanno assistito allo show, e quindi è meglio sentire cosa ha da dire in proposito il diretto protagonista. Chiara Locardi non credo abbia altri progetti collaterali mentre per Andreini è il caso di soprassedere, altrimenti servirebbe un articolo ancor più lungo di quello che state leggendo.
La_République_du_Sauvage_Jacopo_Chiara_Dawed_Laurent_foto_Moufida_F'dhela Quindi stop. Spero che riusciate a cavar fuori qualcosa dalle mie parole ché, dato il rispetto, la considerazione e l'affetto che provo per i componenti del gruppo, mi resta difficile parlare della loro musica e scindere il valore di questa dalle qualità umane dei suoi autori (avrete notato come ho sempre evitato di recensire i loro dischi). Comunque sia, sono riuscito in qualche modo a finire l'articolo seppur nell'incertezza... quel che invece sembra certo è che l'avventura de L'Enfance Rouge sembra destinata a proseguire ancora per lungo tempo, attraverso e ben oltre le porte azzurre di Rue Al Andalous. In bocca al lupo.



All’inizio ho accennato alla collaborazione con Les Hurlements d’Leo, si tratta di un capitolo ormai chiuso o il progetto sta ancora continuando?
La République du Sauvage non è stata sciolta, ma è un progetto costoso: sono 11 persone sulla strada. Vale a dire che certi paesi sono quasi impossibili da raggiungere… come l’Italia, per esempio. Poco dopo la sua creazione nel 2007 abbiamo fatto una quarantina di date, poi una tournèe quest'inverno. Per il momento, tutti i suoi cittadini sono anche occupati in azioni diplomatiche diverse.
E puoi parlarci anche dell’altro tuo progetto parallelo, il “Putan Club”, alle cui performance non ho mai assistito… Di cosa si tratta?
Il PUTAN CLUB porta bene il suo nome: sono tutte le cose che volevo fare e che non c’entravano con L’Enfance Rouge, e questo senza vergogna. Dal jazz alla techno, dall'umorismo concettuale all’ethno. Ultimamente, con Paolo Bonfiglio (un artista video: il mio invitato più che frequente in tour), il Putan Club è un concerto + video proiezzioni, musica + instant-art-movie, DJ+VJing, Art + Action. Il Putan Club è stato ideato come una cellula di resistenza, caratterizzata da un modo di agire ispirato ai primi complotti dei partigiani europei durante l'ultima guerra mondiale (azioni di forza in luoghi diversi e vari) e dei partigiani irakeni, afgani o ceceni odierni. La resistenza è organizzata con i mezzi più arcaici ed immediati del nostro secolo: dal pianoforte alla chitarra, dal respiro al rumore elettrico/elettronico come dal verso scritto alla parola urlata, come dire dalle pitture rupestri al concettualismo più arduo, o dal'avant-rock alla musica classica contemporanea alla techno/house più becera, dal bacio in bocca al calcio in culo, etc... È questa sinergia che da forza alla resistenza: musica + testi + immagini. E così i luoghi dell'azione sono volutamente infiniti: dalla galleria d'arte newyorkese allo squat bosniaco, dal museo tedesco al club giapponese, dal teatro francese al bar andaluso. Il Putan Club rivendica un'azione debordiana di agit-prop. L’indirizzo del suo sito è virb.com/putanclub.

Per finire potresti farmi un elenco di dischi il cui ascolto ritieni indispensabile?
Derek Bailey - "Ballads"
Forse il mio chitarrista preferito. Rimpiango non averlo visto dal vivo.
4Walls - “And The World Aint Square”
Magistrale Veryan Weston (che forse è così riuscito a rimpiazzare, senza rimpianti da parte mia, l’amatissimo Tom Cora del progetto precedente The Roof). Non sono un grande fan di Phil Minton, ma questo sì che è un disco rock, al 100 % e con tutti gli ingredienti che amo.
US Maple – "Talker"
Per me sono eredi del Capitano Cuore-di-Bue. Ri-organizzare il rock, tenendone il nocciolo principale. Chitarre e voce magnifiche. Fu uno schiaffo.
The Magnetix
Nessun disco. Ma qualsiasi concerto. Combo più potente e gaio non esiste.
Gyorgi Ligeti – String quartet # 1
Cattivo, pressante ed intelligente. Che chiede di più il popolo ?
Olivier Messiaen – Quatuor pour la fin des temps
Il genere di armonie e melodie che mi scuotono fin da piccolo, sopratutto l’ultimo movimento.
Come le Trois petites liturgies de la présence divine / Antienne de la conversation intérieure.
Sono cresciuto con mia madre che ascoltava France Culture (l’equivalente di Rai 3). Di estrazione popolare, ma comunque per lei Luciano Berio o Ligeti non erano degli sconosciuti. Non avevamo tv, ma la radio è stata sempre accesa.
Amina Fakhet – tutto
La grande diva tunisina. Musica scritta da dio ed anche estremamente popolare. È il lato quasi punk, fuori norma, di Amina.
Munir Bachir – tutto
Il genio del ‘oud. Assolutamente niente da aggiungere a quello che è stato pubblicato a suo proposito su Sands-Zine.
Hamza El Din – "Songs of the Nile"
Semplicità e maestria.
Johann Sebastian Bach – La passione secondo San Matteo
L’inizio del rock’n’roll, quello vero. Vaffanculo alle chiese, di religione o del rock.
H. Al-Ajami & A. Ushaysh – “Le chant de Sanaa”
La musica yemenita è nostra.
Liljana Butler – Ashun Daje Mori
La regina bosniaca. Uno dei nostri paesi europei e musulmani prediletti.
Meshuggah – “Catch Thirty – Three”
Odio la voce. Ma gli incastri ritmici sono imperdibili.
Ebony Band – "Music from the Spanish Civil War"
Fantastico documento di canzoni popolari oltre che opera di Colon Nancarrow, Hans Eisler o Silvestre Revueltas.
Petro-Loukas Chalkias
Non so il perché, ma la musica dell’Epiro mi è sempre stata preziosa. Non so il titolo dell’album che adoro. Mi è stato dato in forma molto informale.
El Camaròn de la Isla – "1950/1992 Le Chant du Monde"
Sono un camaronista accanito. El Camaròn è sicuramente la più grande voce del flamenco, il suo Tom Waits. Droga, passione, vita veloce, ed enorme maestria e dedizione. Punk’n’roll nell’anima, tecnica incredibile. Ho tutto del Camaròn, ma raccomando questa compilazione particolarmente potente.
Thomas Belhom – "Passport"
Un batterista eccezionale, una voce da pianto, delle composizioni intelligenti e popolari.
Milly
Di nome Carla Mignone. Alessandria 1905 - Milano 1980.



ANGOLI MUSICALI 2016  

marino josé malagnino (intervista)  

tre giorni con maria monti  

gianni mimmo  

claudio parodi (intervista)  

i gufi  

figli di un dio minore: hugo largo  

figli di un dio minore: san agustin  

tempi moderni (IIª tranche)  

figli di un dio minore: ヒカシュー (hikashu)  

Bourbonese Qualk (intervista a Simon Crab)  

Andrea Belfi & Stefano Pilia (intervista)  

corvo records  

infrantumi: vent’anni dopo  

Rock Over Beethoven – Il Rock Neoclassico  

lili refrain  

vittore baroni  

christoph gallio  

jacopo andreini  

musica moderna  

ladies of the canyon  

tempi moderni  

hyaena reading (intervista con francesco petetta)  

Baxamaxam  

Xabier Iriondo  

Osvaldo Coluccino  

Osvaldo Arioldi Schwartz (Officine Schwartz)  

Zero Centigrade  

i cantautori  

(la famosa etichetta) Trovarobato  

die schachtel: della maggiore età  

4 donne  

violoncello  

Chaos Tape(S)  

compilation  

D.S. al Coda (the record label)  

Osaka Kyoto Sounds
(con intervista a Go Tsushima dei Psychedelic Desert)
 

(etre) / Wondrous Horse / Harps Of Fuchsia Kalmia  

tamia  

drum, bass... and carmel  

L’Enfance Rouge (articolo e intervista a François R. Cambuzat)  

chinoise (con intervista a Yan Jun)  

figli di un dio minore: ghigo  

figli di un dio minore: fifty foot hose  

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figli di un dio minore: thule