figli di un dio minore: dark side of the moon    
di mario biserni (no ©)




Quando uscì “The Dark Side Of The Moon” dei Pink Floyd, nel marzo del 1973, erano trascorsi già alcuni mesi dacché i Medicine Head avevano pubblicato il loro “Dark Side Of The Moon”.
Medicine Head?
Chi erano costoro?
Presto detto: un duo di freak che a fine anni ’60 si esibiva nei pub, nelle stazioni del metró e agli angoli delle strade. Vennero così notati da John Peel che fece girare un nastro con le loro canzoni nell’ambiente musicale inglese, e fu John Lennon a consigliarlo di scritturare il duo per la sua etichetta Dandelion. I due, John Fiddler (chitarra e voce) e Peter Hope-Evans (armonica e voce), pubblicarono due dischi di modesto successo fra il 1970 e il 1971 (ma il singolo (And The) Pictures In The Sky scalò le classifiche inglesi fino alla 22ª posizione). Per “Dark Side Of The Moon” Hope-Evans si prese una vacanza, e il suo pard John Fiddler approntò un vero e proprio gruppo con il batterista John Davies e il bassista Keith Relf (ex degli Yardbirds). Relf, che aveva prodotto anche il disco precedente dei Medicine Head, veniva confermato anche alla consolle. Il disco fu commercialmente un disastro.
Il successo di vendite arriveò invece l’anno successivo insieme al ritorno di Hope-Evans, all’arrivo di Tony Ashton come produttore e al passaggio dalla Dandelion alla Polydor. Il singolo One & One Is One, dal suono curiosamente pre Dire Straits, arrivò al N° 3 delle classifiche e pure l’album eponimo che lo conteneva ottenne un discreto riscontro commerciale. L’attimo di gloria fu confermato dal successivo “Thru’ A Five”, con Tony Ashton di nuovo alla direzione dei lavori, da cui venne tratto ancora un singolo accolto favorevolmente dal pubblico (Rising Sun). Poi il gruppo cadde nuovamente nel dimenticatoio.
“Dark Side Of The Moon” è essenzialmente un disco di rock blues, snello e pimpante, suonato da un classicissimo power trio. Al suo interno è possibile comunque captare influenze della psichedelia californiana, di stampo bucolico, dovute naturalmente alla discendenza freak di John Fiddler (che era naturalmente autore unico di tutto il disco). Infine c'è una buona dose di distorsore wah wah e tanto Van Morrison.
C’è da chiedersi il perché dell’insuccesso che accompagnò la sua uscita, insuccesso imprevisto e incompreso, al punto che i Pink Floyd avevano inizialmente pensato di cambiare il titolo del loro ‘Dark Side’ in “Eclipse” (così riporta Nicolas Schaffner nella biografia “Sacerful of Secrets: The Pink Floyd Odyssey”). Eppure, come dimostrarono Waters e soci, in un momento in cui l’esplorazione del nostro satellite era pane quotidiano, il titolo del disco era suggestivamente evocativo e, di per sé, avrebbe dovuto smuovere l’interesse del pubblico. Senza contare quanti V.I.P. avevano sponsorizzato il gruppo fin dai suoi esordi.
Non voglio credere che a fare la differenza dal suo fratello ricco sia stato quel ‘The’ iniziale in meno. Sarebbe invero la prima e ultima volta che un articolo riesce a fare tanta differenza (oltre 50 milioni di copie vendute contro poche migliaia, che oggi sarebbero una gran cosa ma all’epoca erano quisquiglie).
Direi piuttosto che i Pink Floyd erano diventati, dopo aver cacciato Barrett, un gruppo dal successo assicurato mentre i Medicine Head provenivano da due LP scarsamente considerati.
Aggiungerei che i Medicine Head arrivarono fuori tempo massimo. Nel 1972 il rock blues era un genere un po’ fuori moda, i gruppi freak come la Incredible String Band avevano fatto il loro tempo e il revival psichedelico era ben lungi dal manifestarsi. Gli stessi Yardbirds erano un ricordo ormai lontano, e Relf proveniva da una prima incarnazione di scarso successo dei neo-classici Renaissance.
Le canzoni sono più che buone, ma mancano quei ritornelli canticchiabili che da sempre distinguono la musica in grado di scalare le classifiche di vendita dal resto. La Dandelion di Peel, seppur distribuita dalla Polydor, non era poi certo nota come etichetta da classifica, e non è un caso se qualche momentaneo hit arrivò con il successivo passaggio alla casa madre.
Ma soprattutto è il caso di dire che, a differenza dei Pink Floyd, i Medicine Head non avevano capito che i tempi stavano cambiando e che la musica di successo doveva ormai essere mediata attraverso la tecnologia.
È forse soprattutto per quest’ultimo motivo che oggi, dopo che c’è stata la revisione lo-fi, “Dark Side Of The Moon” suona molto più fresco e sincero del più famoso suo quasi-gemello.


MEDICINE HEAD:
• "Dark Side Of The Moon” (LP) – Dandelion 1972



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