ladies of the canyon    
di e. g. (no ©)





«Trina wears her wampum beads
She fills her drawing book with line
Sewing lace on widows' weeds
And filigree on leaf and vine
Vine and leaf are filigree
And her coat's a secondhand one
Trimmed with antique luxury
She is a lady of the canyon


«Annie sits you down to eat
She always makes you welcome in
Cats and babies 'round her feet
And all are fat and none are thin
None are thin and all are fat
She may bake some brownies today
Saying you are welcome back
She is another canyon lady


«Estrella circus girl
Comes wrapped in songs and gypsy shawls
Songs like tiny hammers burle
At beveled mirrors in empty halls
Empty halls and beveled mirrors
Sailing seas and climbing banyans
Come out for a visit here
To be a lady of the canyon


«Trina takes her paints and her threads
And she weaves a pattern all her own
Annie bakes her cakes and her breads
And she gathers flowers for her home
For her home she gathers flowers
And Estrella dear companion
Colors up the sunshine hours
Pouring music down the canyon
Coloring the sunshine hours
They are the ladies of the canyon
»


Preambolo.
Dopo aver preso a prestito il testo della bellissima Four Women di Nina Simone per introdurre il ritratto di quattro donne estremamente importanti nella storia della musica popolare contemporanea (Laura Nyro, Nona Hendryx, Buffy Sainte-Marie e Brigitte Fontaine) è ora la volta dell’altrettanto bella Ladies Of The Canyon di Joni Mitchell, che utilizzo come spunto per entrare in casa di tre artiste contemporanee molto apprezzate negli ultimi anni (Alison Chesley, Leila Adu e Ela Orleans). La canzone, che diede anche il titolo all’album eponimo nel quale era inclusa, fa riferimento alla stessa Laurel Canyon di Hollywood, una strada-quartiere che negli anni ’70 fungeva da corrispettivo losangelino del Greenwich Village, impiegata come sfondo anche in un film di Lisa Cholodenko e in un LP di John Mayall. È una Mitchell come sempre molto autobiografica quella che fotografò a parole la figura di tre donne che vivevano in quel quartiere, ed è anche una Mitchell migrante che, pur essendo canadese d’origine, sentiva la California come una specie di seconda patria (in California canterà poi: «California I'm coming home / I'm going to see the folks I dig / I'll even kiss a Sunset pig / California I'm coming home», ed è proprio questa canzone che trovate linkando nel titoletto del paragrafo, dal momento che non ho trovato nessun video con Ladies... cantata in concerto). La globalizzazione e internet hanno notevolmente cambiato i rapporti fra gli artisti, così come fra questi e il loro pubblico, e Laurel Canyon non puù oggi essere inteso come un luogo fisico ma come un luogo virtuale che non attraversa tanto le colline di Hollywood quanto l’intero pianeta, e questo quadra perfettamente con l'attitudine e la storia delle tre musiciste di cui m'appresto a scrivere in questo articolo. Le stesse caratteristiche migranti della Mitchell calzano alla perfezione ai piedi di tre donzelle che, chi più chi meno, hanno scelto la migrazione - migrazione fra i generi musicali quando non fisica - quale filosofia di vita.
Estremamente diverse sono però le loro metodologie nel fare musica: la prima si concentra sullo strumento cercando di esaltarne tutte le possibilità attraverso tecniche d’uso, preparazioni e amplificazioni. La seconda è impegnata principalmente nel capire e nello sviscerare le possibilità della propria voce. La terza sposta il baricentro a livello produttivo, convogliando la propria attenzione sull'elaborazione e sull’assemblaggio dei suoni. Per fare un paragone con tre dischi ai quali sono particolarmente affezionato, nel primo caso si può fare riferimento al metodo istintivo del Captain Beefheart di “Trout Mask Replica”, nel secondo alla ricerca vocale del Tim Buckley di “Starsailor” e nel terzo alle manipolazioni sui nastri fatte dal Robert Wyatt di “The End Of An Ear”. A buon intenditor…...


L’alchimista.
Quand’è stato? Un mese fa? Un secolo fa? A volte perdo la cognizione del tempo che passa. Meglio controllare… doveva essere l’inizio del 2009, e se non ricordo bene l’anno figurarsi il mese e la circostanza, ma dev’essere successo mentre spulciavo nel sito della Table Of The Elements... insomma, stavo guardando o cercando delle cose in rete quando gli occhi mi caddero sulla notizia che annunciava la pubblicazione di “In Tune”, un CD della violoncellista Helen Money registrato negli studi di Steve Albini, naturalmente il CD sarebbe uscito proprio su TotE. Dopo un certo periodo di attesa, con infruttuose ricerche su internet, trovai finalmente il disco disponibile, lo ordinai e attesi con impazienza: la situazione mi intrigava. Quando ebbi finalmente in mano l’oggetto dei miei desideri e lo infilai nel lettore per CD, cazzo di buddha, mi accorsi che non era affatto come me lo aspettavo.
La musica di "In Tune" non è infatti quella roba intellettualoide a cui, in alcuni anni di stampe e ristampe, ci ha abituato la Table Of The Elements, ma è un potente rock strumentale che può piacere a chi ascolta il noise come a chi ascolta il grunge e a chi ascolta il metal come a chi ascolta l’hardcore.
Un'alchimia perfettamente riuscita.
Dopo averla evocata in dischi come “Joan Of Arc” di Tony Conrad e “The Murder Of Joan Of Arc” di Loren Connors, l’etichetta discografica aveva finalmente trovato la sua Giovanna D’Arco. Helen Money è infatti un’autentica guerriera, un’incendiaria che scarica sul pubblico valanghe di decibel, e lo fa utilizzando un violoncello elettrificato, al quale vengono applicati vari pedali e distorsori, ecche suona stando in piedi e non seduta sul classico sgabello. Il suono dello strumento, quindi, è modificato non solo dai vari marchingegni elettrici ma anche da un tipo diverso di pressione e di rapporto con le corde, da parte dell’archetto e/o delle dita, dovuta alla postura. Da una parte, quindi, Helen Money reinventa il violoncello – che nelle sue mani diventa violoncello elettrico, chitarra elettrica e strumento a percussione - e dall’altra reinventa il rock, quale musica strumentale per un'unica esecutrice.
È compito di un origami fatto con cartamoneta da un dollaro, che dalla copertina ci invita a seguire il suo volo d’uccello, trasportarci nel «… whole wide world» della violoncellista. L’inizio è stupefacente ed è sufficiente ad esaltare la mia fantasia: MF con i suoi scatti d’umore e di volume è un chiaro omaggio alla PJ Harvey di “Rid Of Me”. Segue, introdotta da una frase di violoncello più riconoscibile come tale, l’epica cavalcata elettrica che da il titolo al disco. Waterwalk è un minimal-rock molto teso che, attraverso un gioco di loop, stratifica vari livelli di volume e distorsione ottenuti contemporaneamente. Untitled ci riporta invece alle radici classiche dello strumento, fatto salvo l’utilizzo disturbante di suoni vibrati nella sua porzione centrale. È un proto-ambient isolazionista, nebuloso ed elettronico quello che introduce la mistica soluzione finale di Sagrada. You Are Beautiful riprende, però in modo meno frenetico, il mood di In Tune. Beh, a questo punto arriva quella che forse è la cosa più stupefacente del disco… esattamente una strabiliante versione di Political Song For Michael Jackson To Sing dei Minutemen. Too Heavy non è affatto ‘heavy’, e con il suo sonnolento crescendo rappresenta invece, a fianco di Untitled, la parte più meditativa del CD. Everything I Am Thinking, in chiusura, è un po’ quello che dice il titolo, con un bordone alla Conrad sullo sfondo, un martellante ritmo elettrico e rifiniture più in grazia di dio. Qualche critico roboante parlerebbe di capolavoro, io mi limito a consigliarvi l'acquisto del disco, sempre che non l’abbiate già fatto, per poi ascoltarlo allo sfinimento e scaffalarlo infine a fianco di “Trout Mask Replica”, “Double Nickels On The Dime”, “Starsailor”, “The End Of An Ear”, “The Modern Dance”, “Y”, “infrantumi”, “Un peu de neige salie”, “I Said, This Is The Son Of Nihilism”, “Rice Field Silently Riping In The Night”, “154”, “”… I Care Because You Do”, “Rid Of Me”, “Conditions For A Piece Of Music”, “Are You Experienced?”, “Hejira”, “Swordfishtrombones”, “The Who Sell Out”, e quanti altri hanno avuto la fortuna di essere battezzati per mano del dio informale.
L’attenzione riservata al particolare, nella fattispecie “In Tune”, mi aveva però fatto perdere di vista il generale: Helen Money aveva infatti già pubblicato un disco ed era il moniker di Alison Chesley, una strumentista presente sulla scena da svariato tempo e attiva in numerosi altri progetti e collaborazioni.
Ma andiamo con ordine.
“Helen Money”, il disco eponimo del 2007, era stato pubblicato nella fantomatica Cellobird Records, in pratica si trattava di un’autoproduzione. Nell’occasione Alison Chesley suonava anche la chitarra e, in quattro degli undici brani, veniva coadiuvata da una seconda violoncellista (Diana Parmeter).
La scarica elettrica è qui meno violenta, ma il noise-doom finale (… In Love With The Whole Wide World) è un araldo in grado di annunciare tutti gli sviluppi futuri. E sia brani come Jackson, Iggy e Hendrix, squarci tagliati fra l’omaggio e la rilettura, sia il rifacimento della neilyounghiana Birds sono una finestra aperta sulle sue passioni e contengono in nuce quello che poi sarà “In Tune”. Un brano del disco, “Mondo”, è infine così bene adattabile all’idea di colonna sonora da indurre Nelson Chan a farne uso per uno splendido cartone animato.
Bisogna invece attendere più di tre anni affinché ci sia un seguito a “In Tune”, è solo all’inizio del 2013 che esce infatti “Arriving Angels” per l’etichetta canadese Profound Lore Records. Il disco, oltre ad essere registrato nuovamente nei suoi studi, rileva la presenza di Steve Albini alla consolle. Qui va specificata una cosa: la presenza di Albini non è la conseguenza di una scelta modaiola nei confronti di un tecnico del suono che fa tendenza (è molto chic avere il suo nome nelle note di copertina), ma è il risultato di anni d’amicizia e di collaborazioni che hanno visto spesso Helen Money aprire i concerti degli Shellac.
Le musiche si sono chiaramente fatte più elaborate e riflessive, l’energia pura, che comunque rimane, cede un po’ il passo all’attenzione per atmosfere volutamente più dark di quanto fossero in precedenza. Ancora un rifacimento, a dare continuità con i dischi precedenti, e questa volta la scelta, dopo Young e Minutemen, cade su Pat Metheny (Midwestern Nights Dream), a dimostrazione di quanto Alison sia poco propensa a farsi racchiudere dentro a dei cliché, ritrosia dimostrata anche nella scelta di aprirsi a collaborazioni momentanee (fra di esse quella con il batterista Jason Roeder dei Neurosis).
Alison Chesley era nata a Los Angeles (per pura combinazione la città del Laurel Canyon) e si era spostata a Chicago per frequentare la Northwestern University, dove ha conseguito un Master in Violoncello nel 1994. È proprio alla Northwestern che ha conosciuto Jason Narducy (cantante e chitarrista) con il quale fa sodalizio nel duo Jason & Alison, pubblicando nel 1994 il CD “Woodshed” per il piccolo marchio Whitehouse Records. Si tratta di un disco acerbo, con la scrittura e le interpretazioni di Narducy che pencolano fra R.E.M., Hüsker Dü e Nirvana (inevitabilmente, oserei dire). La formula, violoncello e chitarra, è comunque originale per l’epoca, ma lo stile è un folk caratterizzato da uno strumming acustico a manetta del chitarrista, raramente viene fatto uso dell’elettrica, neanche fosse il Richie Havens di Woodstock.
Il duo si trasforma poi in gruppo rock, i Verbow, che firma per la Epic e, fra il 1997 e il 2000, pubblica due album e qualche EP (più qualche raccolta di materiali registrati in concerto e/o di demos dopo il 2000). “Chronicles” (prodotto da Bob Mould) e “White Out” (prodotto da Brad Wood) sono due dischi discreti nei quali si ritrovano le influenze citate sopra, con l’addizione di quelle derivate da gruppi storici come gli Who (Narducy è un townshendiano convinto). Dovendo scegliere consiglierei il secondo, più vario e stranito negli arrangiamenti e più moderno, anche in virtù di una strumentazione arricchita e allargata verso qualche soluzione elettronica. I dischi non raccolgono comunque il successo, e non possiedono la forza, delle coinvolgenti performance che il gruppo sa inscenare, e così i Verbow si sciolgono praticamente nell’indifferenza (tranne una breve riunione nel 2010 che frutterà il disco “Live At Shubas”). All’inizio, e nel primo disco, il gruppo è un quartetto con il bassista Luke Rothschild e il batterista Mark Doyle ad affiancare i due leader. È il batterista a mollare per primo, sostituito nel secondo disco da David Suycott, mentre Rothschild fa la spola con Lennie Dietsch, ma nelle note che accompagnano “White Out” si nota anche la presenza di numerosi sessiomen. Anche se l’avventura non finì in gloria, rappresentò comunque una buona palestra per le successive ‘experience’ di Alison.
Non è un caso se ho usato la parola ‘experience’ dal momento che, come abbiamo già visto, l’influenza del chitarrista di Seattle è stata fondamentale per il progetto Helen Money, almeno per i primi due album, e nel 2007 ci era stato addirittura offerto un anticipo nella collaborazione di Alison con la poetessa afroamericana Krista Franklin. Il frutto di questa collaborazione è un CD intitolato “Aural Anarchy” e pubblicato dall’associazione Naïve nel quale, in tredici quadri di musica e poesia, viene appunto fatta la chiosa alla tumultuosa vita del musicista, ad iniziare dalla letterina Dear Jimi Hendrix, per arrivare, attraverso Dream, Voodoo e Grupie, al September Eighteen 1970 (purtroppo il CD è praticamente irreperibile, personalmente sono riuscito a farmene inviare una copia digitale dalla Franklin). La violoncellista è comunque, al di là delle sue vicende personali, una strumentista molto richiesta e fra le altre numerose collaborazioni collezionate ci sono quelle con Anthrax, Russian Circles, Broken Social Scene, Plague Bringer, Mono, Disturbed, Chris Connelly, Poi Dog Pondering, The Aluminum Group, Archer Prewitt, Bob Mould, e con la compagnia di danza e teatro Mordine & Co.
Credo che possa bastare.


La funambula.
Sempre nel 2009, anno in cui Helen Money registò “In Tune”, gli studi di Steve Albini erano frequentati anche da Leila Adu che, con lo stesso ospite a occuparsi delle registrazioni e del missaggio, registrò in quegli spazi il mini LP “Dark Joan”, che venne poi pubblicato per il marchio inglese Frizz Records. La prima cosa che salta all’occhio è il gioco di parole del titolo, pensato innanzi tutto per (ri)evocare il fantasma di Giovanna D’Arco. Le immagini di copertina, con la Adu munita di spada e scudo di legno, e il video che accompagna la canzone Dark Joan, confermano l’intenzione. Ma “Dark Joan” sta altresì ad indicare una raccolta di canzoni oscure, cantate con voce nicoide e nelle quali l’unico accompagnamento è quello offerto dall’autrice stessa su pianoforte, tack piano e wurlizter. Veramente ineccepibile la registrazione, che offre l’idea di presenza, con un’introduzione a cappella (Helfire) nel cui inizio la voce sembra giungere da oltretomba per diventare sempre più fisica man mano che la cantante si avvicina allo strumento e al microfono per attaccare, senza soluzione di continuità, Ode To The Unknown Factory Worker. Gli altri 5 titoli stanno a conferma, senza ombra di dubbio, di una voce e di un talento fuori dal comune.
Nata a Londra da madre neozelandese e padre ghanese, all’età di quattro anni la Adu si spostò in Nuova Zelanda al seguito della genitrice. È cresciuta quindi nel paese australe, ed è lì che ha iniziato ad affermarsi come cantante e pianista. “Dig A Hole”, il suo primo album, è del 2003 e fa mostra di un talento già maturo. Accompagnata da chitarra (Chris Palmer), violoncello (Francesca Mountfort), contrabbasso (Tom Callwood) e batteria (Chris O’Connor) mette in fila una decina di canzoni nelle quali lascia intendere la sua predisposizione a muoversi liberamente fra generi musicali quali jazz, rock, canzone d’autore e molto altro. Del disco non si trova oggi nessuna traccia, tantoché mi viene qualche dubbio sul fatto che sia mai uscito su supporto fisico, ma è comunque reperibile piuttosto facilmente in formato digitale. La musicista, oltreché per la bestiale duttilità vocale, si distingue anche per una notevole tecnica pianistica che le permette di passare da arie delicatamente soffuse a scorribande tempestose, oltreché da un fraseggio melodico a uno dissonante, con il garbo e la maestria tipici della vecchia strumentista ormai navigata.
Nel successivo “Cherry Pie” del 2005 (pubblicato in patria con l’aiuto dell’organizzazione Creative nz), oltre al riconfermato Tom Callwood (contrabbasso), sono presenti David Long (chitarre e produzione), Rikki Gooch (batteria) e Jeff Henderson (sax baritono); ed è proprio l’ultimo, col suono nasale del suo sax, a caratterizzare buona parte del disco (cioè gli otto brani nei quali è presente). Lelia Adu si conferma anche quale ottima autrice che sa diversificarsi da canzone a canzone: si distinguono un potente riff rock & blues in Train, alcune reminiscenze progressive in Walk My Road e For A Man, uno zigzagare nervosamente post-punk in Suddenly Lost, un delicato poetare jazzy in Cherry Pie, Cecilia’s Gift e Bɔkɔɔ, un soffio minimale di dita e voce in Pedestal e Epilogue – Golden Generation, lontane reminiscenze afro in Answerphone e una chiara influenza free jazz nello strumentale Vent (brano del quale veniva proposta una versione anche nel disco precedente, con Lucien Johnson al sax tenore e Nick Van Dijk al basso-tuba).
In pratica è tutto il disco che si distingue per una sua strisciante originalità.
Nello stesso anno in cui registrò “Dark Joan”, Leila Adu iniziò le lavorazioni romane di “Ode To The Unknown Factory Worker” che verrà completato l’anno successivo e vedrà la luce su Rai Trade. La musicista kiwi è di nuovo concentrata su voce e tastiere, seppure questa volta goda dell’occasionale contributo di Daniele De Santis alla batteria (due delle quattro canzoni con accompagnamento di tamburi, A Moment Of Peace e Ode To The Unknown Factory Worker, erano presenti in versione diversa anche su “Dark Joan”). Questo disco, rispetto al suo fratello americano, è molto più solare dacché la cantante non indulge in quei timbri cupi per farsi invece quasi vaporosa. Sono delle canzoni pop-jazz-mitteleuropee in forma libera, quella che si ascoltano, canzoni che possono far pensare a Robert Wyatt laddove la voce può altresì ricordare una Dagmar Krause meno spigolosa e drammatica. La cantante si esprime al massimo delle sue possibilità, ma senza abbandonarsi a tecnicismi e/o impostazioni di nessun tipo, dando così vita a un canto espressionista in grado di esaltare tutta la sua femminilità.
Fra le collaborazioni va innanzitutto segnalato “Truth In The Abstract Blues” (gioco di parole sul “Blues And The Abstract Truth” di Oliver Nelson) con Mike Cooper e Fabrizio Spera, uscito per Rai Trade (2009) e nel quale, miscelati a frammenti composti dai tre, vengono riletti classici di Robert Johnson, Bessie Smith, Skip James, Son House, Blind Boy Fuller, J. B. Lenoir, Tommy Johnson e Mattie May Thomas.
Poi c’è “The Shoreditch Concert” con Hannah Marshall, Nicola Guazzaloca e Gianni Mimmo per Amirani Records, documentazione di un'esibizione londinese improntata sull'improvvisazione libera (e questo è il disco che, mentre inseguivo le poche registrazioni disponibili di Hannah Marshall per il mio articolo sul violoncello pubblicato qualche mese fa, me l’ha fatta conoscere).
In Nuova Zelanda la possiamo trovare assieme al multi strumentista e produttore Lord Echo (aka Mike Fabs), a Trillion (aka Jody Lloyd), e all’interno del progetto collettivo Sync/Shed.
La sua capacità di stare in perfetto equilibrio fra l’improvvisazione radicale di “The Shoreditch Concert”, la canzone dark di “Dark Joan”, la performance all‘URB ALT Jimi Hendrix Tribute (a New York nel Novembre 2009 ), l'hip-pop delle Luscious Jackson (con le quali ha recentemente collaborato), o fra la scrittura per solo piano e voce e quella per ensemble più numerosi, è qualcosa di miracoloso.
Pensateci un po’ su….


La rigattiera.
Non so se Ela Orleans è mai passata da Chicago, probabilmente sì, o se è mai entrata negli studi di Steve Albini, probabilmente no, comunque sia vale la pena di legarla a Alison Chesley e Laila Adu in questo articoletto dedicato a tre delle più interessanti musiciste attive in questo primo scorcio di millennio. La condivisione, soprattutto con Leila Adu, di un’attitudine girovaga (è polacca, di nascita, ma si sposta continuamente nell’Europa, continentale e insulare, e nel nordamerica, prediligendo comunque la Scozia), e una precocità che la fa arrivare in netto anticipo rispetto ad artiste come Julia Holter e simili sono gli elementi che ne fanno un punto fermo nei nostri valori.
Ela Orleans, occhio al cognome che la lega involontariamente alla patrona di Francia, subisce indubbiamente la fascinazione del vintage, sia a livello musicale sia a livello di immagine (pubblica essenzialmente su vinile e cassette); ma la sua interpretazione del modernariato è rettificata e trasposta al presente tramite ritmi, strumentazioni e altri particolari impensabili 30 o 40 anni fa. Ela Orleans, attraverso i suoni, taglia, cuce, tesse, ricama, disegna, colora, dipinge…, e ben indicativo della sua attitudine è il video attaccato al titolo di paragrafo, nel quale complotta shakerando la “Beat Goes On” di Sonny & Cher con quella dei Talking Heads. Multistrumentisa (suona violino, chitarra, tastiere, piccoli strumenti e strumenti giocattolo, e fa uso di loop, campionatori e altri artifizi elettro-elettronici) e cantante, organizza, suona e canta da sola le proprie canzoni, salvo qualche estemporanea collaborazione, per le quali compone quasi sempre le musiche mentre, per quanto riguarda i testi, si affida frequentemente a poeti come Arthur Rimbaud, Ted Hughes, Robert Walser, Sarah Teasdale, Bruno Schulz, Edward Lear, Elizabeth Browning, Adolfo Bioy Casares, W. B. Yeats, Thomas Hardy, Lord Byron, Matthew Arnold….
Personalmente devo la sua conoscenza a Stefano Giust che, in occasione di un concerto a Luminasio, mi passò il suo primo (e, inteso come CD, unico) disco solista, per l'appunto pubblicato sulla sua Setola di Maiale nel 2008 (e poi ristampato su cassetta nel 2012 da Clan Destine Records). “Low Sun / High Moon” colpisce subito per le atmosfere delicatamente lunari e al contempo stralunate che mettono in fila, senza alcun dubbio, le influenze subite dalla ragazza: Elegy, ad esempio, è puro Syd Barrett e In Spring è puro Robert Wyatt, c’è poi Morricone, e la musica per il cinema generalmente intesa, in Four, Serge Gainsbourg e le sue donne in Pattern In Situation, Terry “Who” Riley in Density Clouds e il minimalismo in generale in molti altri spunti. Il disco è ottimo nelle singole parti, ad esclusione di qualche lungaggine, però gli manca un po’ il collante in grado di farne un lavoro organico.
Nel successivo “Lost” (LP, La Station Radar 2009) fanno capolino anche reminiscenze di Nico (Something Higher e Lost), di folk mitteleuropeo (”Yes, Of Course” e Barry Lyndon), di Susan Dietrich (Myriads), e poi di Laetitia Sadier e di Lennon & Harrison periodo psichedelico. In “Mars Is Heaven” (LP, La Station Radar 2011), album che completa una trilogia ideale, non si pone poi nessun limite approdando anche alla ballata country, comunque stravolta, in Planet Mars.
Si tratta di due dischi nei quali tutte le influenze sono generalmente più amalgamate e che vanno inserirti, senza alcun se o alcun ma, fra le ‘nuggets’ più misconosciute degli scorsi anni.
“NEO PI-R”, sempre del 2011, fa coppia con “Mars Is Heaven”, ma si discosta da esso nel modello: contiene infatti brani tendenzialmente più brevi nei quali si fa strada un desiderio più delicatamente exotico, con qualche influenza hip hop e/o vagamente jazzy. La pubblicazione, in cassetta e vinile, è a carico della Clan Destine Records. Sonnolenta, lo-fi, sghemba, inquietata, spaziale, un’amica l’ha definita addirittura schiodata, probabilmente è unicamente e semplicemente geniale, e questo è per il momento il suo top.
“Tumult In Clouds” (2012, doppio vinile Clan Destine) rappresenta quasi un punto d’arrivo, o l’adesione a forme meno strane e stranianti, e ottiene quello che per un disco in vinile può essere oggi considerato come uno strepitoso successo; va infatti esaurito nel giro di un anno e all’inizio del 2013 è la musicista stessa a curarne la ristampa per una propria etichetta (Parental Guidance). L’impressione che ne viene è quella di minore organicità, quasi che si trattasse di brani destinati a scopi diversi e poi raccolti in un’unico disco, ma questo non incide affatto nella qualità. Le influenze sono quelle già captate nei dischi precedenti, che caso mai sono andate sempre più miscelandosi in un suono ormai puramente orleanesco. Forse c’è più solennità, e una cappa incombente derivata dall’amore per le colonne sonore, per la letteratura e per i suoni space (sono i suoni d’organo, o comunque simili, a dettare legge e in vari brani ci sono delle parti recitate). Da segnalare un rifacimento di J’ai bien du chagrin, da un singolo del 1965 di Françoise Hardy, che aggiunge a tutto il resto la fascinazione per il pop più delicato e malato di malinconia, venato magari da un gusto per il déjà vu in b/n, ben rappresentato dal video che accompagna Light At Dawn... e in chiusura c'è pure del buon vecchio rock'n'roll (In The Night).con_Kevin_Shea
Ai dischi a proprio nome si aggiungono una serie di split e altre piacevoli curiosità. Su Clan Destine sono usciti “The Statement” (LP split con Dirty Beaches, U.S. Girls e Slim Twig), “80 Minutes Of Funk” (cassetta split con Curt Crackrach) e “Ela And Thee Prophets ‘Remixes’” (LP di remix), tutti datati 2012. Nel 2011 la Night People aveva invece pubblicato un LP split con Dirty Beaches (“Double Feature”). È invece del 2013 “De Fléchettes”, una collaborazione a quattro mai con Skitter (aka Liam Stefani) dai suoni molto space e pubblicata ancora su Clan Destine. A tutto questo vanno aggiunte le collaborazioni non documentate con altri musicisti e le partecipazioni a qualche compilation.
Prima di chiudere va però detto della sua collaborazione più prestigiosa, quella con gli scozzesi Hassle Hound, a fianco di Tony Swain e Mark Vernon (multi strumentisti, ma essenzialmente alle chitarre il primo e alle elettroniche il secondo), nei quali va a sostituire ben due dimissionari: la violinista Lizzy Swimmers e il tastierista David Fulford. Sono due i dischi pubblicati, entrambi per la tedesca Staubgold, esattamente “Limelight Cordial” (2006) e “Born In A Night” (2010). Il primo, caratterizzato dalla presenza di numerosi strumentisti ospiti, sprigiona dai suoi un pop-folk giocattoloso e macchiato di elettronica. Il secondo è più diretto, senza ospiti, più malato e, stando al titolo, registrato tutto in una sola notte.
Un’artista assolutamente da conoscere... e da amare.















discografia essenziale:

* White Out (2000)
* Cherry Pie (2005)
* Helen Money (2007)
* Lost (2009)
* In Tune (2009)
* Dark Joan (2009)
* The Shoreditch Concert (2009)
* Born In A Night(2010)
* Ode to the Unknown Factory Worker (2010)
* NEO-PIR (2011)
* Tumult In Clouds (2012)
* Arriving Angels (2013)
















siti web:

helen money: helenmoney.com
leila adu: www.leilaadu.com
ela orleans: elaorleans.com























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