Chaos Tape(S)    
di e. g. (no ©)





«Come stai? Merda anche quest'estate mi sa che non passo da Laterina :-(
Ti arriverà un pacchetto però, spero gradito. Una cosa speciale che tu avevi 'previsto' tanti anni fa…
»
Teo
«Il gioiellino è arrivato.... ma continuo a non capire qual era la mia profezia... potresti svelarmela...»
marius
«...è che avevi detto, tanti anni fa, quando eravamo in birreria, che con la musica di bob corn ci sarebbero stati bene dei field recordings, un po' tipo quelli che di solito 'faccio' io... :-)»
teo. (*)

Dopo questo scambio di e-mail con Matteo Uggeri ci avevo un po’ creduto, complice anche una folta e lunga barba tendente al bianco e vari accadimenti indovinati con largo anticipo, e m’ero calato nella veste del profeta, ma poi mi sono reso conto che non avevo previsto tutto e quindi, dato che un vero profeta non dovrebbe mai fallire, mi sono accorciato considerevolmente la barba e mi sono rassegnato ad essere soltanto ¼ di profeta.
Fra le cose non previste c’è il ritorno di una piuttosto consistente produzione su audiocassetta, talmente non prevista che quando mi si ruppe la vecchia piastra di registrazione, 8 o 9 anni fa, preferì rottamarla senza neppure consultare un laboratorio per un’eventuale riparazione, dal momento che pensavo non mi sarebbe mai più servita in vita mia.
Recentemente sono invece ricominciati ad arrivare dei materiali promozionali su cassetta, e qualche nastrino che si preannunciava interessante l’ho pure acquistato, tanto che alla fine s’è reso obbligatorio ricorrere ad ebay per recuperare una buona piastra usata e poter così ascoltare tutta una serie di produzioni musicali che giacevano da una parte in attesa di essere prese in considerazione.
Qualche anno fa pubblicai un articolo nel quale constatavo un declino del supporto compact in favore della distribuzione in rete, da una parte, e di un ritorno del vinile dall’altra. Qualcuno mi prese per scemo, ma l’evoluzione avvenuta nell’utilizzo dei supporti musicali è oggi davanti agli occhi di tutti. Molti negozi che avevano messo in soffitta i vecchi scaffali per LP hanno dovuto ritirarli fuori e molte produzioni vengono realizzate già in prima battuta su vinile (con magari all’interno il CD o il link per scaricare gratis il file digitale).
Ma un così massiccio ritorno della produzione su nastrino era davvero inaspettata, anche perché il nastrino ha una storia molto più recente del vinile e non ha dalla sua quella fetta di mercato collezionistico che quest’ultimo può vantare.
La diffusione su larga scala del nastrino è infatti concomitante alla diffusione di impianti stereo per automobile, la produzione da parte della grande industria in doppio formato (vinile e cassetta) intendeva così coprire quella fetta di mercato che relegava l’ascolto della musica a mero sottofondo per gli spostamenti in auto, e allo stesso tempo intendeva comunque combattere la concorrenza derivante dalle registrazioni casalinghe. La produzione su cassetta era però riservata a quei dischi di maggior successo e dal tiro più radiofonico, ed era quindi indirizzata ad un pubblico generico e non altamente specializzato, dal momento che quest’ultimo preferiva comunque l’acquisto della confezione in vinile a garanzia di un minor deterioramento e di una confezione più accurata.
L’avvento del punk e della new wave, con l’affermarsi su larga scala delle autoproduzioni e delle etichette indipendenti, fece aumentare a dismisura il quantitativo di pubblicazioni musicali e portò all’affermazione di una produzione specifica su cassetta, riservata a coloro che non potevano permettersi una registrazione su vinile a causa dei costi troppo alti e di una possibilità di smercio molto limitata (possibilità circoscritta spesso a piccoli settori di pubblico se non, a volte, a un’area geografica cittadina e ristretta a parenti, amici e conoscenti).
Nacquero così etichette discografiche specializzate nella produzione di musicassette, come ad esempio la storica ROIR (Reach Out International Records) che aveva in catalogo Television, Bad Brains, Nico, Suicide e molti altri. Non solo i musicisti più underground, come gli svizzeri Dave Phillips e Rudolf Eb.er, ma anche molti musicisti comunque abbastanza affermati usarono il formato nastrino per alcune produzioni particolari, senza contare le realizzazioni dei numerosi fan club e dei vari bootleggari, e così non era infrequente dover sudare sette camicie per cercare audiocassette di gruppi culto come The Fall o Coil. C’erano poi musicisti quali Daniel Johnston che si autoprodussero i primissimi lavori in rustici nastrini venduti per corrispondenza, oltre che nel giro dei soliti conoscenti (dato che di amicizie doveva averne ben poche). Notorio è poi Eugene Chadbourne che registrava ogni suo concerto per rovesciare sul palco, alla fine di ogni esibizione, un sacco contenente tutte le cassette provenienti da queste registrazioni e confezionate alla meno peggio; così facendo finì con il mettere in giro una valanga di materiali talmente nutrita e disordinata della quale neppure lui conosceva la precisa consistenza.
Il proliferare dei sette pollici, degli split e delle compilation era un altro aspetto dello stesso fenomeno ed era determinato dalle stesse cause.
Un altro uso delle musicassette veniva fatto dai gruppi o dai musicisti alle prime armi per inviare alle etichette, ai produttori e ai programmatori di eventi alcuni materiali dimostrativi (i cosiddetti, o le cosiddette, ‘demotape’), e questi ultimi, nel caso i loro autori abbiano poi raggiunto il grande successo, hanno toccato in seguito cifre da capogiro nel mercato collezionistico.
Con l’affermazione del CD audio e del CD-r la produzione di demotape e di nastrini per stereo da auto è venuta meno, mentre è continuata a livello molto underground la circolazione di nastrini confezionati da gruppi punk, folk, garage, elettronici e quant’altro. Inizialmente ci fu comunque un periodo di interregno nel quale la grande produzione si affidò incerta a tutti e tre i tipi di supporto, è abbastanza noto un disco del 1986 dei PIL, pubblicato su Virgin, che venne diffuso nei tre formati con il titolo diversificato di “Album”, “Compact Disc” e “Cassette”.
La resistenza formata dalla produzione underground ha germinato e con il tempo il nastrino è ritornato a standard di diffusione che nulla hanno da invidiare ai livelli storici della sua era più fortunata, con conseguente nascita di nuovi marchi e affermazione di musicisti e gruppi che decidono di pubblicare anche, o soltanto, su questo tipo di supporto.
Di seguito trovate delle brevi recensioni ad alcune cassette piuttosto interessanti che mi sono trovato fra le mani in questi ultimi anni.

“Live Recordings” di Julia Holter (nna tapes – 2010)
“Antenna” di Laurel Halo (nna tapes – 2011)
La nna tapes è uno dei nuovi marchi di punta nel settore delle audiocassette, e basterebbe a dimostrarlo lo spazio riservato nel catalogo a nomi di grido come Julia Holter e Laurel Halo. La Holter rimette in discussione, nell’arco di 12 titoli, l’universo creativo al femminile, da Patty Smith a Laurie Anderson, e finisce con l’essere più convincente in queste riprese pubbliche che non nelle successive, ed osannate, pagine di “Tragedy” e “Ekstasis”. La dipendenza dalla Anderson è qui infatti molto meno marcata, e la struttura delle canzoni è disturbata da inserimenti di numerosi materiali alieni. Se siete interessati a penetrare nel mondo darkedelico di questa cavalla di razza, non purissima ma sempre di razza, vi consiglierei di iniziare da queste prime pagine in brutta calligrafia.
Altrettanto interessante, se non di più, è “Antenna” di Laurel Halo. Niente canzoni, nel suo caso, ma folate elettroniche dal gusto cosmico. Anche in questo caso, ovviamente, si tratta di una produzione destinata ai discepoli più intransigenti e devoti.
L’attenzione maggiore va comunque riservata al piccolo marchio del Vermont che, nonostante la sua produzione mista cassette / LP, ha tutte le caratteristiche per diventare una nuova ROIR.

“Klook” di Hammer Of Hathor (WaveWhiteWeddedWordsTApes – 2008)
I polistrumentisti Heather Vergotis e Mark E. Kaylor sono gli Hammer Of Hathor, una family che può far pensare ai Sea Ensemble di Donald Rafael Garrett e Zuzann 'Kali' Fasteau e/o alla Incredible String Band. Non molti anni addietro hanno girato l’Italia insieme a Bob Corn per una serie di concerti, con lei che aveva un bel pancione prémaman. È stato in quell’occasione che ho acquistato questo nastrino che, tra l’altro, contiene un interessante rifacimento di Interstellar Overdrive dei Pink Floyd. La musica di due, in linea di massima, è comunque un pot-pourri con echi di jazz primitivo a la Ayler o prossimo alle ‘sun songs’ dei tandem Jarman / Moye e Cherry / Blackwell.



“Time Machine Volume I” // “Time Machine Volume II” di Renato Rinaldi (Entr’acte – 2010)
Renato Rinaldi con le sue macchine autocostruite, monotonamente programmate ma disposte per subire anche input dall’esterno dei loro circuiti, accantona il folk rurale dei dischi su Last Visible Dog per ritornare alle sue radici di ‘ingegnere elettro-elettronico’. Quella che potete ascoltare in questi due nastrini, ma un terzo volume è stato pubblicato come LP, è una Techno minimale, comunque varia sia per sfumature cromatiche sia per rifiniture di pennello e spatola, che piacerà sicuramente ai fan di Thomas Brinkmann e Pan Sonic.

“Total Blackout” di Autori Vari (Afe Records – 2010)
Questa cassetta riprende in parte il concetto elaborato qualche anno fa nel CD “Idroscalo d’autore – disco compatto numero uno”, un concetto che intende liberare l’opera dalla prigione rappresentata dal suo autore. Anche in questo caso sono noti gli autori ma non è noto a quale brano è legato ognuno di loro, e la situazione di ‘blackout’ è resa ancor più intelligibile dal fatto che ognuna della 47 cassette prodotte è stata registrata in modalità casuale, finendo così con il presentare una successione dei brani diversa da una copia all’altra. L’operazione è sicuramente interessante e la riuscita è più che valida, garantita dalla presenza di alcuni fra i migliori musicisti della scena elettroacustica italiana - aal, Andrea Marutti, Carlo Giordani, Crashcars For The Ravers, Fhievel & Luca Sigurtà, Madame P, Rinus Van Alebeek, e Vale - e da un’idea elaborata nel laboratorio neuronico di un geniaccio qual è Paolo Ippoliti dei Logoplasm. Poco comprensibile è invece la scritta che appare nella confezione comunicandoci «all tracks are property of their respective authors». Non si può stare con un piede nel 2010 e con l’altro nel 1937.

“Passione Farfallina” di Aspec(t) (Joy de vivre – 2009)
Selvaggio come un branco di tigri, questo nastrino pubblicato in un marchio dalle implicazioni crassiane, ripropone una relazione ormai consolidata fra i campani A Spirale (nell’occasione Maurizio Argenziano e Mario Gabola) e SEC_ (il musicista elettronico Mimmo Napolitano). Più moderato ma ancor più inquietante nel secondo lato, con i tre più inclini a prendersi qualche attimo di respiro, “Passione Farfallina” è una congerie di voci, fiati, feedback e rumori vari. Un autentico concentrato di patafisica situazionista ad alta tensione.

“Tape Crash no. 2” di Mesta / Mattia Coletti (Old Bicycle Records – 2011)
“Tape Crash no. 3” di Devasquartet / Arrington De Dionisyo & Mr. Sutak’s Group (Old Bicycle Records – 2012)
“Tape Crash no. 4” di Torba / Luca Sigurtà & Prayin For Oblivion (Old Bicycle Records – 2012)
Eccellenza è l’unica parola possibile per definire la produzione dell’etichetta di Piazzogna (Svizzera) gestita da Vasco Viviani, Old Bicycle Records, che organizza incontri e confronti attraverso il tramite del nastrino-split.
Nei tre scampoli in mio possesso - rispettivamente di colore blu, rosso e bianco - a prendere contatto sono il folk narcolettico di Mattia Coletti e dei serbi Mesta (strumentale quello del primo e cantato quello dei secondi); il jazz scarrupato dei Devasquartet (quartetto guidato dal sassofonista – percussionista Sergio Castelletto) e di un Arrington De Dionisyo in combutta con gli indonesiani di Giava Mr. Sutak’s Group; e infine il noise elettronico di Torba (aka Mauro Diciocia) e del tandem Luca Sigurtà - Prayin For Oblivion (aka Andrew Seal). I nastrini vengono spediti in una busta da lettere che ne riprende il colore e porta timbrato il logo dell’etichetta. Si tratta di materiali utili, per capire le connessioni di quella che in conformità con l’avvento di internet è ormai una rete globalizzata del sottosuolo musicale, oltreché molto interessanti all’ascolto, ma forse ne riparleremo.

“I demoni nel taschino” di Griselda Masalagiken (Skank Bloc Records – 2012)
«La storia di Griselda Masalagiken inizia nella comunità portoghese di Glendora, California. Settimo figlio di una coppia hippie di Goa, dai genitori impara a suonare il sitar, dai ragazzi del vicinato il berimbao, e alla chiesa cattolica del quartiere gli insegnano la chitarra. Un giorno lo scoprono a rubare dalla collezione di dischi del parroco italiano, e da allora non è più il caso di presentarsi per servire messa. Invece scopre Celentano, i Ribelli e Gino Paoli, ma la sua ossessione è soprattutto cantare come Buscaglione. Il fatto è che Griselda non sa l'italiano. Un vecchio barbiere siciliano di Bunker Hill gli dice come fare. Farsi trovare da solo a Topanga Beach, con la sua chitarra e nient'altro, a mezzanotte di una notte senza luna. Il ragazzino Griselda, per la prima volta nella sua vita, controlla le fasi lunari, e appena la falce si è assottigliata abbastanza da non vedersi più, eccolo seduto a strimpellare sul bagnasciuga, illuminato solamente dai fari accesi di qualche automobile che passa sulla Pacific Coast Hwy. Si alza il vento e Griselda è ancora lì che aspetta. Dall'oscurità si materializza una piccola barca di legno che si avvicina alla spiaggia. Ai remi, un uomo vestito di nero, barba disordinata e occhi piccoli e sfuggenti. Tranquilli, non è un emissario di nessuna etichetta major. Griselda è spaventato, ma appena invitato a salire a bordo, obbedisce. Quello che è successo è poco chiaro, ma fatto sta che all'alba del giorno dopo è iniziata la sua carriera di cantautore italiano.
Oggi, Griselda vive a West L.A. ma compone un po' dappertutto, di preferenza in macchina, parcheggiato sul lungomare di Venice Beach

Questa storia, che sembra fare riferimento alle vicende faustiane riportate nelle biografie di Robert Johnson, è quanto viene narrato dalla Skank Bloc Records a proposito di Griselda Masalagiken.
Sinceramente non riesco a capire dove finisce le realtà e dove inizia la bufala promozionale creata ad hoc per stupire gli appassionati di musica. Fatto sta che l’autore canta in un perfetto italiano e il disco sembra registrato in un normale studio, seppure casalingo e non certo super-attrezzato, invece che in un’auto come viene riportato in alcuni flyer («…album d'esordio in parte registrato all'interno di una vecchia Toyota parcheggiata a Venice Beach…»).
Il nome stesso del musicista è comunque sibillino e – seppure per una deviazione tutta italiana che vuole l’a femmina e l’o maschio – potrebbe ingannare riguardo al sesso di Griselda Masalagiken, così come in passato hanno ingannato Davendra Banhart, Ramona Córdova e Sufja Stevens, laddove la musica rivela senza ombra di dubbio un cantautorato indigente alla Mangiacassette, anche se in questo caso l’anima punk del musicista pistoiese è deviata in virtù di un’attitudine sicuramente più pop.
Comunque sia, “I demoni nel taschino” è un altro piccolo oggetto di culto.


(*)Lo scambio di e-mail è riferito al CD "Fields of Corn – A Binaural Sound Movie in San Martino Spino" che ho recensito di recente.



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