figli di un dio minore: the woodentops    
di mario biserni (no ©)




I Woodentops si formarono nel 1983 nel sud di Londra per iniziativa di Rolo McGinty, all’anagrafe Richard Ian, un transfuga dalla Liverpool di Ian McCulloch, Julian Cope, Peter Wylie e Jayne Casey. Gli inizi ufficialmente accertati di Rolo furono all’interno dei Wild Swans, un gruppo formato dal tastierista Paul Simpson dopo che aveva abbandonato i Teardrop Explodes, a cui fece seguito una toccata e fuga nei Jazz Butcher. Su “In Bath Of Bacon” del macellaio jazz compare con il nome King Rolo, e nello stesso disco è possibile individuare, con il moniker Alice Suicide, anche la presenza di quella Alice Thompson che sarà poi tastierista nei Woodentops. Ai due si unirono il chitarrista Simon Mawby (proveniente dai Sonic Tonix) e il bassista Frank De Freitas (fratello di Pete degli Echo & The Bunnymen e di Rose e Rachel degli Heart Throbs). Alla batteria in un primo momento sedeva Paul Hookham, che presto abbandonò per unirsi ai Redskins e venne sostituito dal neozelandese Benny Staples (già in numerosi gruppi, fra i quali i Prime Movers, attivi nella natia patria). La portata Woodentops (piani in legno) era così pronta per essere servita.
C’erano le premesse per un grande gruppo, e c’era pure il grande gruppo, ma i fattori contingenti giocarono contro e i Woodentops si trovarono schiacciati fra due opifici produttori di consenso quali erano gli Smiths e gli U2 e, nonostante valessero ampiamente entrambi, finirono con l’essere stritolati dai lamentosi piagnistei di Steven Patrick Morrissey e dalle patetiche filippiche di Bono Vox (all’anagrafe Paul David Hewson). Quello che venne a mancare a Rolo & Co è un solido ascendente mediatico, a iniziare dal patetico lancio di fiori da una parte e dagli abbracci al pubblico tipo santone indiano dall’altra, e canzoni di facile cantabilità e immediata assimilazione. In poche parole la loro musica, e i loro atteggiamenti, erano poco POPolari.
Rolo, voce solista, chitarra acustica e autore di (quasi) tutte le canzoni, era indubbiamente il leader del gruppo, tanto che si possono considerare i Woodentops come il suo gruppo. Esagitato, coreografico, energico, sul palco rappresentava un autentico polo catalizzatore.
“Plenty”, il primo singolo pubblicato nel 1984 per la Food di David Balfe, contiene in nuce tutti quelli che saranno i caratteri della loro musica. Si tratta di un post punk che miscela elementi tipici della tradizione britannica, uso della voce, melodiosità di fondo e bizzarria compositiva (sulla scia di autori quali Ray Davies, John Lennon, Elvis Costello e Julian Cope), con altri della tradizione americana, come i richiami al Rock and Roll primordiale e alle correnti più funky della musica nera. A essere ripresi sono sì i ritmi pazzi dei Feelies, ma anche la danza moderna dei Pere Ubu e un’attitudine scanzonata alla Jonathan Richman.
Il disco ricevette una recensione positiva di Morrissey, sul Melody Maker, e questo contribuì a far si che il gruppo venisse scritturato dalla Rough Trade con la quale iniziò pubblicando ben tre singoli nel 1985, “Move Me”, “Well Well Well” e “It Will Come”, facendosi produrre da Andy Partridge, Dale Griffin e John Leckie. Il vertice venne toccato con Plutomium Rock, sferragliante miscuglio di Kraftwerk, Kinks, Hendrix e Cure.
Oltre che per la musica questi dischi, e tutti quelli pubblicati dai Woodentops, si distinguono per le notevoli grafiche affidate all’artista Panni Charrington ( www.pannibharti.com), fra primitivismo e arti digitali, che li elevano dallo stato di contenitori di musica a quello di piccoli oggetti d’arte.
Il 1986 è l’anno di “Giant”, esordio sulla lunga distanza, per il quale la produzione venne dirottata su Bob Sargeant (tastierista negli anni Settanta con Mick Abrahams e Curved Air e produttore negli anni Ottanta con Monochrome Set e Beat). Il tentativo di piacere è evidente fin dalla copertina in stile surreal-natalizio. I toni più animaleschi vengono smorzati e la musica si allinea su uno stile alla feelies, pur con strappi rock&rollistici alla Stray Cats e qualche puntata nei meandri della musica funk. L’attenzione verso una ricerca rivolta ad arrangiamenti più complessi e a soluzioni particolari di carattere timbrico è comunque dimostrata dalla presenza di musicisti ospiti come il fisarmonicista Jack Emblow, il trombettista Steve Sidwell, il contrabbassista Chucho Merchan, il tastierista elettronico Danny Shogger, e dagli interventi con le marimbas dello stesso Sargeant. Il disco è ottimo e riscosse un meritato successo presso il pubblico devoto all’indie rock e al nascente brit-pop, ed è abbastanza particolare per affermarsi anche presso alcuni settori di pubblico più esigente.
L’abito della band indie rock stava comunque stretto a Rolo & Co e, nel corso dell’anno, all’interno dei vari singoli estratti dall’album comparvero ben tre brani remixati da Adrian Sherwood: Love Affair With Everyday Living, Give It Time e Why Why Why. Un segnale inequivocabile.
Per “Wooden Foot Cops On The Highway”, che seguì “Giant” a due anni di distanza, il gruppo si scelse un produttore americano, lo Scott Litt che produrrà poi ben sei album dei R.E.M. fra i quali il celeberrimo “Out Of Time”, e in tale scelta sembravano già esserci i germi di un certo cambiamento. A conferma di ciò v’era un gruppo di musicisti ospiti in sala di registrazione che puntava decisamente in alto: Doug Wiimbish (bassista del giro On-U Sound ben noto per le sue prestazioni con Sugarhill Gang Band, Tackhead e Mark Stewart And The Maffia), Bernie Worrell (tastierista di Funkadelic, Parliament, Material e Praxis), Fred Maher (batterista di Material e Massacre) e Gary Lucas (chitarrista nell’ultimo disco di Captain Beefheater). Da registrare anche un piccolo aggiustamento in formazione dove la tastierista (e violinista) Anne Stephenson avvicendava Alice Thompson. L'esplorazione di soluzioni ritmiche, melodiche e timbriche insolite caratterizza un po’ tutto il disco, attraverso una ricerca che si spinge in più direzioni. Lo splendido cut up meccanico della copertina non riuscì comunque a sedurre il pubblico e i giornalisti, che restarono spiazzati da un’attitudine così poco conforme alle loro attese, e il disco ricevette un’accoglienza ben più tiepida di “Giant” (“The Joshua Tree” degli U2 e “Strangeways, Here We Come” degli Smiths erano del 1987, capite a me dove stava andando il mainstream). Eppure si tratta di un gran bel disco, il loro migliore, e le premesse per un grande successo ci sarebbero tutte. A cosa è dovuto il tradimento? È plausibile supporre che il disco vada a trovarsi in una specie di terra di nessuno, troppo strano e ricercato per il pubblico dell’indie rock e troppo poco avventuroso per il pubblico orientato verso il rock più sperimentale.
In definitiva i Woodentops erano sicuramente una voce troppo nuova e fuori dal coro per piacere a una grande fetta del pubblico, ma è altrettanto vero che non erano talmente innovativi da intrigare coloro che ricercano nella musica la novità a tutti i costi. Nel loro girovagare alla scoperta di un proprio linguaggio si fermarono al centro dell’Atlantico, e al centro dell’Atlantico si sa che non c’è pubblico, ad eccezione di qualche navigante di passaggio.
Si può dire che la loro vicenda termina con “Wooden Foot Cops On The Highway”. Ci furono, è vero, altri remix che videro coinvolto mister Sherwood e Kid Batchelor, ottenendo anche un certo successo nei club con brani come Wheels Turning e Tainted World, ma furono fuochi di paglia. Hanno continuato a dare concerti, dapprima con una certa continuità e poi più saltuariamente, confermando un certo seguito soprattutto in Francia e Giappone. Nel 2014 pubblicarono addirittura un nuovo disco su Cherry Red con una formazione leggermente rinnovata (“Granular Tales”), disco discreto che aveva l’aspetto tipico della inutile rimpatriata, e così la loro storia può dirsi veramente conclusa con l’insuccesso del secondo disco. Ci lasciano, oltre ai primi singoli e ai due Long Playing, anche alcune dimostrazioni della loro eccellente verve sul palco attraverso un live registrato a Los Angeles (“Live Hypnobeat Live”) e una raccolta di registrazioni per la BBC, alcune delle quali con le storiche registrazioni di John Peel (“The bbc Sessions”).



Quisquilie:
• Nelle fila dei Wild Swans passarono anche Pete De Freitas, poi con Echo & The Bunnymen, e Peter Coyle, poi factotum dei Lotus Eaters.
• Il 2°, 3° e 4° EP sono interamente raccolti nell’edizione giapponese della raccolta “Straight Eight Bushwaker (Rough Trade) o nella raccolta americana “Well Well Well …” (Upside Records). La versione in CD di “Well Well Well” contiene anche il 1° EP.
• La raccolta in tre CD “Before During After (Remasters Remixes & Rarities)”, uscita nel 2013 su One Little Indian Records, contiene “Giant”, “Wooden Foot Cops On The Highway“, la raccolta “Well Well Well” più vari brani usciti su singolo e altre rarità.
• La versione americana di “Giant” ha una copertina completamente diversa dalla versione inglese mentre quella di “Wooden Foot Cops On The Highway“ si differenzia unicamente per le tonalità dei colori.
• Nel 2019, in occasione di un concerto giapponese di apertura ai Primitives, è stato pubblicato in Giappone il doppio CD-R “Live Tokyo” con registrazioni del 1988. Tiratura: 50 copie vendute al concerto stesso.
• Quasi tutti i singoli sono usciti in più versioni (7”, 12”, doppio 7”, etc.). “Well Well Well” è uscito in due diverse versioni (sia il 7” con due brani sia il 12” con tre brani): color oro (gold) e color argento (silver).
• Le ristampe in CD su Cherry Red di “Giant” e “Wooden Foot Cops On The Highway” contengono dei brani in più.
• Il “Live Hypnobeat Live” è uscito in più versioni (LP, cassetta, CD francese, etc) con scaletta leggermente diversa.


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