Osvaldo Arioldi Schwartz (Officine Schwartz)     
intervista di Matteo Uggeri





«Fare un’attività espressiva di invenzione comporta
una dedizione assoluta e tantissimo lavoro,
specialmente se si pone la qualità al primo posto.
»
Osvaldo Arioldi Schwartz




Era il lontano… non so, era così lontano che non lo ricordo più. Forse fine anni ’90, forse già nei 2000, ma non credo. Però ricordo molto bene cosa successe. Ricordo l’attesa, e poi qualcuno che dice «sono fuori, stanno scendendo adesso, dalle scale!». E allora tutti gli spettatori che si lanciano verso il cortile del Bloom, mitica roccaforte brianzola di resistenza musicale, per vedere questo gruppo di uomini e donne uscire cantando da una porta sul retro, agguerriti ed armati di strumenti di ogni genere. Io avevo consumato il CD che solo grazie agli sforzi del Manifesto era stato pubblicato qualche tempo prima, ossia “Stoccaggio Armonia e Meccanica”, e non sapevo cosa aspettarmi. Più di tutto, di quella sera ricordo un’improvvisa interruzione durante uno dei momenti più soft e raccolti del concerto: quello che mi sembra il leader, il severo Osvaldo Arioldi Schwartz, che con gli occhi fissi al pubblico dice «Qui c’è gente che sta lavorando. Fate silenzio.» Avevo visto giusto Michael Gira qualche tempo prima incazzarsi con gli spettatori al punto di lasciare il palco, ma in modo del tutto diverso. Quella frase non era lo sfogo di un musicista frustrato, era più la rappresentazione di un’attitudine alla musica che non conoscevo.
Sono rimasto un fan delle Officine Schwartz per tanti anni, sebbene sia difficile procurarsi i (pochissimi) dischi, al di là delle poche stampe su CD affidate appunto al Manifesto, e nonostante non sia più riuscito a vederli dal vivo. Loro però non si sono mai fermati, e proseguono nel proprio originalissimo percorso che mischia la musica concreta ai canti popolari e il così detto industrial al pop rock di area ‘alternativa’. Mi hanno sempre affascinato i frequenti riferimenti al futurismo, la collaborazione con Giacomo Spazio, la comparsata in un film sul mondo del porno, la quantità impressionante di gente coinvolta nel progetto e, non ultima, la fama purtroppo inadeguata ai meriti.
Ho voluto quindi fare un po’ di domande a quello che si potrebbe chiamare il loro leader, o meglio – come dice lui – «quello che ha lavorato più di tutti». Ed in questa epoca in cui parlare di lavoro provoca un misto di rabbia e angoscia, mi sembrava doveroso dedicare un largo spazio alle parole che seguono.

È tanto che non ci si sente, non si hanno notizie fresche su di voi: come stanno le Officine Schwartz in questo momento?
Tanto per cominciare le Officine Schwartz sono sempre state bene o benissimo.
Dal 1983 al 1998 abbiamo operato senza interruzione, con una numerosa formazione che si mutava e rinnovava col tempo.
Poi è iniziato un periodo di attività alternata a momenti di ricerca, sempre con la collaborazione di vecchi e nuovi elementi, e un ritorno di una parte della formazione degli anni ’90 per un concerto nel 2008. L’ultimo spettacolo è stato “Ode Trifase” (OGR Torino 2011, in internet).
L’anno prossimo sarà il trentennale del nome; in questo momento io sto bene, e sto campionando per l’ennesima volta pezzi di metallo per una colonna sonora.
E per finire: se in questo momento ci fosse un progetto di lavoro per le Officine Schwartz, starebbero bene pure loro.

Come potrai immaginare mi affascina parecchio l’idea che abbiate calcato palchi e suonato musica dal 1983. In quegli anni la così detta ‘scena industrial’ era in pieno fermento. Cosa ricordi di quel periodo? In che rapporti eravate con altri musicisti di area direi ‘non lontana’, italiani (MB, Tasaday, Sigillum S…) e non (tutta la risma inglese TG, SPK, Cabaret Voltaire o tedesca, Einstuerzende Neubauten)?
Mado’, i Tasaday! Andammo a sentirli nel’83, allora si chiamavano Die Form e fecero un notevole concerto insieme a Nulla Iperreale, poi ci siamo frequentati un po’.
Gli unici MB che mi vengono in mente sono i Matia Bazar, dei quali spicca la nostalgica Vacanze Romane, però forse indicavi qualcun’altro? [ovviamente mi riferivo a Maurizio Bianchi, ndr.]
Eravamo affezionati coi F.A.R. di Savona e cogli emiliani T.A.C.; la scena industrial internazionale dell’epoca era forte, generalmente tutte le attività espressive dei primi ottanta erano originali e molto credibili. Personalmente non mi sono mai ispirato ai vari modelli di questi gruppi famosi, ero più affascinato dalla civiltà industriale di tempi passati, dalla Meccanica, dalla Storia.

Infatti proprio in riferimento alla ‘scena’ sopra citata, i cui esponenti tendono già di per sé a ‘tirarsi fuori’ da qualsiasi catalogazione, mi pare che il vostro percorso artistico e soprattutto politico sia del tutto originale, spesso lontano da quello di altri artisti di quell’area… Come avete vissuto agli inizi la vostra precisa posizione sociale forse più che politica? Come veniva accolto o respinto il vostro messaggio?
Hai detto bene: mettersi contro.
La scintilla si accese proprio mentre vedevo un gruppo punk italiano a Canale 5. Il pensiero fu: all’armi, siamo circondati! Da lì la ricerca in una dimensione espressiva anche pesante o estrema, ma assolutamente sentita.
Con le Officine si sono sempre aggregate persone che ne condividevano la direttiva estetica. Suono, rumore e vocalità si imparavano poi. Con queste sane energie ci si è sempre posti con obiezioni verso molti elementi: strumenti del rock aboliti, testi in tutte le lingue tranne che in inglese ecc.
Politica? Sicuramente non Partitica, siamo sempre stati scollegati, per avere maggior possibilità per una ricerca spontanea e gratificante. All’epoca i Centri Sociali non so quanto fossero sociali, però giravano idee e si attuavano spettacoli molto validi, con molta forza e creatività.
Già dai primi tempi si potevano scorgere gli embrioni di mode future da questi personaggi innovativi e variopinti, e si vendevano tanti dischi.
Il messaggio veniva generalmente accolto anche solo per la curiosità dell’inconsueto. La prima nostra convocazione importante fu nel 1988: Experimental Rock, a Prato, alla Rassegna internazionale. C’erano Einstuerzende Neubauten, Clock DVA, Young Gods… e le Officine Schwartz erano l’unico gruppo italiano!
Poi siamo stati tante volte ospiti come unico gruppo musicale in rassegne di teatro e danza… che poi, per essere coretti, le Officine nascono e proseguono come gruppo multimediale: in ogni spettacolo, oltre la musica dal vivo, c’erano sempre proiezioni (agli inizi in 8mm e diapositive) danza o azione scenica, elementi solidi (totem?) e illuminotecnica.

Sempre in riferimento al messaggio: quasi sempre i vostri dischi contengono informazioni, pensieri, a volte spiegazioni della vostra poetica e dei vostri intenti. Personalmente è una cosa che apprezzo molto, ma non temete che questo possa togliere spazio all’interpretazione di chi ascolta? Oppure vi preme a fondo di dare un messaggio univoco?
Trovi? Pensa che invece, specialmente negli spettacoli, si creavano momenti e immagini molto aperte, appunto perché ciascuno ci cavasse una propria lettura. Pensa che poco tempo dopo una serata nella Bassa il giornale locale denunciava la festa all’aperto dove suonammo, asserendo che avevano invitato i camerati! Naturalmente si sta parlando di almeno 15-20 anni fa.
Ricordo che si lavorava sodo e con un credo piuttosto feroce. Naturalmente il nostro prodotto ci era prezioso. Pur di non far toccare a tecnici esterni il nostro operato ci siamo arrangiati da noi, anche se naturalmente l’‘esterno’ ha le sue ricezioni.
Se vogliamo essere obbiettivi, i dischi non sono il massimo espressivo delle Officine. Noi ci si è sempre organizzati per suonare dal vivo.

Più una richiesta che una domanda: hai per favore un elenco di tutte le persone coinvolte nelle Officine dai primordi ad oggi?
Dall’83 tra musici, tanzerin, cineasti, actors e saldatori, nel Reparto sono passate più di ottanta persone, me le ricordo tutte, ma non so se sono autorizzato a pubblicare i loro nomi. Io ci sono ancora: Osvaldo Arioldi Schwartz e colgo l’occasione per ringraziare e lodare la passione e la pazienza di tutti i collaboratori nel tempo.

Ah ah! Quindi siete tutti uguali ma tu sei più uguale degli altri? O sei semplicemente il più determinato e resistente? Perdona la provocazione, ma mi incuriosisce la ‘gerarchia’ delle Officine, dove c’è grande partecipazione da parte di molti soggetti diversissimi, la maggior parte dei quali non professionisti della musica, se così si può dire, ma veri operai, vere persone che lavorano e faticano, laddove però tu resti unica figura portante. Come ti definiresti? Qualcosa mi dice che non ti piacerebbe il termine ‘leader’…
La tua domanda mi ha fatto fare un lungo salto all’indietro per verificare meglio.
All’epoca proposi a un paio di amici questa collaborazione, e più la storia andava avanti, e più sentivo che stavo percorrendo la strada giusta.
Fare un’attività espressiva di invenzione comporta una dedizione assoluta e tantissimo lavoro, specialmente se si pone la qualità al primo posto.
Le varie persone arrivavano a provare con noi per vari motivi, rare volte ci sono stati per dei periodi veri musicisti, in genere si aggregavano appassionati, anche con poca tecnica, poi la musica la imparavano lì. Una volta uno del gruppo rispose a qualcuno: «chiedilo al maestro».
Questo fatto definì meglio la situazione.
Quindi: io sono quello che ha avuto l’idea, che ha aggregato, organizzato e comunicato alle persone l’importanza dell’arte. Abbiamo sempre lavorato tutti sodo, io ho semplicemente lavorato molto ma molto di più.

Torniamo a politica e messaggio: mi hanno sempre affascinato gli artwork dei dischi, nonché il vostro bellissimo logo. Chi se ne occupava? Non credo sia un segreto il forte richiamo al futurismo che c’è in esse e perfino nella musica… Vi ispirate davvero e in che modo a Marinetti, Russolo e gli altri artisti di quell’area?
Il logo dell’omino è frutto di una ricerca sul mondo industriale attuata da Giacomo Spazio, co-produttore del nostro primo disco.
Il futurismo: un gioco gagliardo dove gli elementi si scontrano sorridendo. Sono inciampato nei futuristi grazie a un libro di poesie del ’900, e mi sono subito trovato tra amici; enfasi, motori e fili della luce come soggetti poetici, gaio coinvolgimento delle emotività meccaniche e bestiali dell’uomo.
Io sono un autodidatta, la musica l’ho imparata facendola. I futuristi, come altri felici momenti espressivi nel tempo, mi hanno fatto conoscere possibilità non convenzionali di composizione.

Mi dicevi però che i dischi «non sono il massimo espressivo delle Officine». Vi ho visti dal vivo una sola volta, al Bloom di Mezzago, e non me lo scorderò. Negli anni ho poi conosciuto altre persone che quella sera c’erano, e tutti conservano il ricordo di una cosa che non era solo un concerto. Ciò che più è rimasto impresso nelle nostre memorie è la vostra discesa dalle scale esterne del locale, per raggiungere il palco, con mazze e tamburi e ferraglia varia, e il tuo richiamo verso il pubblico che rumoreggiva in prima fila. Cito a memoria: «C’è gente che sta lavorando qui, abbiate rispetto, basta!». Parlami dei vostri live.
Il momento dal vivo era ciò per cui si operava, l’obbiettivo, il rito. Un evento sacro-profano di coinvolgimento emotivo energetico: si è sempre creata una bella situazione tra di noi. Quando si è in tanti e c’è buona comunicazione, è come volare in stormo, e poi avevamo la libidine degli atti unici: più di una volta, mesi di lavoro per una sola unica rappresentazione. Ti lascio immaginare gli stati d’animo...

Sempre a proposito di live: ce n’è uno immortalato nel bizzarro film “Guardami”, liberamente ispirato alla vita dell’attrice Moana Pozzi. La scena in cui comparite si inserisce mi pare molto bene nel film… come è nata quella collaborazione? Come vi siete trovati a comparire nel mondo del cinema, peraltro su un tema – la pornografia – non esattamente facile?
Il mondo del cinema per le Officine Schwartz si sintetizza in un solo nome: Davide Ferrario. Dopo aver visto il nostro spettacolo De Bellica Machina, propose una delle musiche per i titoli di coda del suo film “Anime Fiammeggianti” (1994) e successivamente ci coinvolse nella grande manovra (libro film e disco) “Materiale Resistente 1945-1995”: reinterpretazione di canti della Resistenza da parte di gruppi di una certa area.
Presentammo Ciao Bella, versione di Bella Ciao già elaborata nel 1986, in cui la forma a cappella e la rivisitazione melodica a tempo di polka rappresentavano una obiezione ad un canto che narra di morti sepolti in montagna. Più tardi, alcune musiche de “L’Internazionale Cantieri” (1996), furono inserite nel documentario “Partigiani” e nel film “La Strada di Levi”.
La nostra parte in “Guardami” era: gruppo musicale nel quale suonava il protagonista. Per quanto riguarda l’argomento del film non saprei che dire: sicuramente il regista aveva un suo quadro da comporre. La scena del concerto dal vivo è stata girata al Forte Prenestino (Roma, 1998), e adesso la domandina te la faccio io: quali sono gli strumenti che suonano e quali i creati apposta con esclusiva ricerca estetica a beneficio di una Fiction? [non saprei proprio rispondere! Ndr.]
Informo inoltre che fu girata un’altra scena musicale poi non utilizzata, dove c’era solo il suono della Biciarpa, con gli altri suonatori fermi, le facce tristi, e alcune volte le dita in primo piano sulle corde. Questo brano, 22 Amici, fu poi elaborato con un testo, e inserito nel disco “Ferrodolce” per divenire parte della colonna sonora del video “Sinfonia Ferrodolce” prodotto con Lab80film.

Ascoltando vostre cose più recenti, in rete, mi è parso abbiate ultimamente fatto un uso maggiore dell’elettronica… vi state spostando in questa direzione?
Direi che spostarsi in direzioni diverse è da sempre una nostra prerogativa. In questo senso siamo un vero gruppo di ricerca, abbiamo avvicinato e approfondito molti generi musicali, di varie epoche, occidentali e non… Durante il percorso si può notare che l’elettronica è sempre stata usata maggiormente quando la formazione contava pochi elementi, cioè dagli inizi fino a fine ‘80 e verso gli anni 2000, mentre negli anni 90 eravamo in tanti e volevamo fare solo suono naturale di strumenti e materiali.

Qual è il vostro rapporto in generale con la tecnologia? So che è una domanda abusata, ma la rete per voi musicalmente cosa rappresenta, come vi rapportate con le nuove modalità di distribuzione e ascolto della musica?
Non ci rapportiamo un granché per la verità.
Non siamo attrezzati per una gestione telematica.
Nessun produttore si è mai fatto avanti.

La solita domanda di rito: quali sono i vostri progetti attuali? Spero siano in uscita nuovi dischi e che presto vi vedremo ancora in concerto…
Il nome Officine Schwartz fu coniato nell’autunno 1983, il primo spettacolo nel marzo ’84 e il primo disco nella primavera ’85, per cui ci sarebbe un trentennale nel prossimo futuro: credo che qualcosa ci inventeremo.
Sinceramente i dischi delle Officine non mi sembrano un granché, contengono delle originalità, ma che non hanno potuto essere sviluppate, non è mai stato proprio il nostro mestiere. In compenso i nostri dischi hanno tutti delle belle copertine con disegni di Andrea Chiesi, foto di Luca Santiago, grafica di KFM e Delikatessen… tutti artisti molto capaci e appassionati.
Comunque fare un bel disco è difficile, specialmente per uno che principalmente opera dal vivo. A parte avere composizioni decenti, servono idee chiare sulla comunicazione, alleanze tecniche e artistiche, promozione, denaro... confesso che sono parecchi anni che non mi viene questa esigenza, ed ora preferirei fare colonne sonore.
I progetti attuali, che dire ... sì, ho delle idee, delle necessità sonore… sono embrioni, meglio lasciare che germoglino.

Una frase per chiudere…?
Della serie: le grandi proprietà della musica…
Ricordo un giornale a fumetti che trovai alla fine degli anni ‘60, Psycho. Una delle strisce riguardava il “Battaglione dello Spazio”. Insomma i tre superstiti di tutto il battaglione furono costretti ad atterrare su un pianeta sconosciuto.
Presto gli abitanti si radunarono per assalire l’astronave intrusa e i tre si sentirono in pericolo.
Poi arrivò l’idea: «Mandiamogli l’“Inno del Battaglione dello Spazio!»
I nemici riconobbero l’Inno e, mentre gli altoparlanti sparavano la musica a chiodo, fuggirono terrorizzati.



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