Andrea Belfi & Stefano Pilia (intervista)    
di e. g. (no ©)





Incontrai Stefano Pilia poco più di un anno fa, ad Arezzo, in occasione di un concerto degli In Zaire al Mengo Music Fest, e fu in quel frangente che feci accenno a un’intervista che intendevo fargli mentre lui mi parlò di un imminente tour negli Stati Uniti, insieme a Mike Watt e Andrea Belfi, che lo avrebbe tenuto impegnato per tutto l’autunno successivo. La cosa non mi colpì particolarmente, anche Eros Ramazzotti e I Negrita hanno suonato negli USA ed era tanto più normale che a farlo fosse un gruppo guidato da un musicista americano!
Qualche tempo dopo entrai casualmente nel sito del gruppo e mi resi conto che quel tour sarebbe durato quasi due mesi nel corso dei quali i nostri tre bardi avrebbero suonato tutte, dico TUTTE, le sere.
Sorbole, mi dissi, questa è roba da mitologia rock!
Perché allora non allargare l’intervista ad Andrea Belfi, dal momento che capita spesso di associare i due nomi, un po’ com’è stato in passato per tante coppie diventate famose in ambito musicale (Bogert & Appice, Sly & Robbie, Lennon & McCartney, Mogol & Battisti, Beretta & Del Prete ….)?
Si da poi il caso che, oltre ad essere parte integrante di alcuni dei progetti più interessanti che ci sono in circolazione, Belfi e Pilia hanno recentemente pubblicato due dischi solisti che sono fra le cose migliori ascoltate nell'anno in corso ("Natura Morta" e "Blind Sun New Century Christology").
Di tutto questo, ed altro, parliamo nell'intervista che segue.
Vorrei aggiungere solo una cosa: nei tempi che furono le grandi rivista musicali facevano dei referendum di fine anno nei quali venivano votati quelli che erano stati i migliori musicisti, i migliori gruppi, i migliori cantanti, i migliori chitarristi, i migliori batteristi, i migliori dischi, i migliori live act ... eccetera, relativamente all'anno appena trascorso, state pur certi che Andrea Belfi e Stefano Pilia avrebbero potuto piazzarsi ai vertici in più d'una categoria.



Belfi & Pilia


Storicamente un batterista e un bassista (o contrabbassista) che lavoravano spesso assieme venivano definiti come una ‘sezione ritmica’, posso citarvene di particolarmente famose come quelle formate da Tim Bogert e Carmine Appice dei Vanilla Fudge o Robbie Shakespeare e Sly Dumbar di numerose formazioni giamaicane (e non solo) … pensando a voi, seppure Pilia non sia esclusivamente un bassista, tendo a vedervi proprio come una sezione ritmica, ma probabilmente non vi riconoscete in una definizione simile?
Pilia: Infatti no! È capitato solo una volta che Andrea ed io suonassimo assieme come "batteria e basso". È stato all'interzona per accompagnare Rhys Chatam nell'esecuzione di un suo brano. In tutti gli altri progetti, sia nel trio con Mike Watt sia nel trio con David, il mio ruolo è più da "battitore libero". Belfi stesso, nel trio con David, suona anche parti elettroniche e si "astrae" dal ruolo di batterista. Direi che siamo più una sezione mutaforma.
Belfi: Io e Stefano ci siamo conosciuti durante il festival di musica sperimentale Superfici Sonore, che si è tenuto a Firenze nel Giugno del 2003. È stata un'occasione piuttosto particolare, dove ci siamo trovati a suonare assieme una rete a molle di un letto, sospesa a mezz'aria in una grande stanza, utilizzando archetti da violino ed e-bow per chitarra elettrica. Questo significa che nella nostra prima collaborazione musicale io non suonavo la batteria e Stefano non suonava né basso né chitarra! Entrambi eravamo però interessati a una certa forma di musica elettroacustica ed improvvisata, cioè a un tipo di suono/produzione musicale che va al di là di una questione puramente strumentale. Penso che questa sensibilità musicale sia rimasta ancora intatta, nonostante da allora ci siamo entrambi cimentati in linguaggi musicali molto eterogenei.

Nonostante la partecipazione di entrambi a numerosi progetti comuni, la vostra collaborazione a quattro mani, se non sbaglio, è in realtà ferma a un brano inserito su una vecchia compilation della Last Visible Dog, come mai?
Pilia: Sì, in effetti ci siamo sempre trovati più a suonare in trio o ensemble che in duo. Ne abbiamo parlato però diverse volte e prima o poi dovrà succedere.
Belfi: In un certo senso sembra assurdo che noi due non abbiamo mai lavorato in duo, a parte quel pezzo sulla compilation "Invisible Pyramid" della Last Visible Dog che abbiamo registrato nel 2004! Penso però che le varie collaborazioni in cui siamo coinvolti, con David Grubbs e Mike Watt per esempio, funzionano molto bene e ognuno dei due trova il suo ruolo in maniera naturale. In realtà un paio di anni fa ci eravamo detti che avremmo fatto qualcosa di nuovo insieme, ma i vari impegni di entrambi e il fatto che viviamo distanti l'uno dall'altro ha rallentato la realizzazione di questa idea. Ma io sono positivo, prima o poi accadrà.

Sono rimasto impressionato dal tour attraverso gli USA che avete fatto insieme a Mike Watt, nell’autunno scorso, durante il quale avete suonato tutte le sere, e sono sicuro che una cosa simile non riesce neppure a Springsteen! Avevo visto Stefano suonare al Mengo, con gli In Zaire, e mi aveva detto che sarebbe partito per questa serie di concerti, ma non potevo certo immaginare un tour de force simile, potete ragguagliarmi?
Pilia: Se non erro, credo che per Mike fosse il 66esimo tour, e per lui i tour sono così. Nessun day off. In senso antiorario se si parte a fine estate, in senso orario se si parte ad inizio primavera per evitare il rigido inverno del nord.
In alcune giornate abbiamo fatto anche dei set in radio. Quindi in realtà e come se avessimo suonato 56 set in 53 giorni. Siamo riusciti a fare anche due giri in barca a vela: uno nella baia di Portland Maine, uno a New Orleans nel Golfo del Messico e anche qualche ora di kayak nella baia di Seattle. Viaggiavamo in quattro. Noi tre più Miss Hiyori ad aiutarci con il merch. Quasi ogni giorno centinaia di miglia e poi concerto. Abbiamo incontrato persone molto speciali che ogni sera ci hanno ospitato ed accolti con grande generosità. È stato certamente faticoso e a tratti estremo ma altrettanto potente e significativo. Fondamentale per noi come individui e per il Sogno del Marinaio come band.
Belfi: Tre anni fa, mentre Il Sogno del Marinaio stava ancora aspettando di far uscire il primo disco, Mike Watt ci ha detto: «Fratelli, I wanna make you a present, and I wanna make it BIG!». E così è stato. Infatti ci ha organizzato 53 concerti in 53 giorni, un tour stile Watt al 100%. 7 settimane e mezzo di concerti, 25.000 km nel suo Ford Econoline in tutti gli Stati Uniti seguendo un percorso orario (da San Diego a Seattle, da Spokane a Portland Maine, da New York a New Orleans e ritorno).
È stata un'esperienza eccezionale in tutti i sensi, musicalmente e umanamente.
Abbiamo scritto un diario quotidiano, dove abbiamo cercato di fissare tutti gli avvenimenti e impressioni di questo tour. Lo scrivere questo diario - che si può leggere a questo link: http://hootpage.com/hoot_ilsognodelmarinaio-cantosecondotour2014diary.html - è un'altra tradizione di Watt e fa parte della sua struttura organizzativa molto serrata, indispensabile per mantenere le risorse necessarie alla realizzazione di un tour così intenso.

Che tipo è Mike Watt?
Pilia: È veramente un trippy guy. Creativo, curiosissimo e sempre teso ad imparare e a conoscere.
Si interessa di tutto e ne sa di tutto. È, come dire, completamente affascinato dall'essere umano in tutte le sue espressioni e manifestazioni. Molto orgoglioso della sua storia ma senza mai essere presuntuoso o arrogante.
È anche piuttosto logorroico, capace di iniziare a parlare appena sveglio e di smettere letteralmente un secondo prima di addormentarsi. Ha un lato piuttosto rude e selvaggio ma allo stesso tempo è uno degli esseri umani più attenti, sensibili e generosi che abbia mai incontrato. Credo siano proprio queste caratteristiche cosi umane a renderlo un musicista unico ed eccezionale.
Belfi: Impossibile da descrivere in poche parole, ma ci posso provare. Un bassista fantastico e creativo, un musicista instancabile e curioso, una persona generosa e intelligente, un solido esempio di etica D.I.Y.. Potrei andare ancora avanti...

So che all’epoca dei Minutemen rimase molto scosso per la morte di Dennes Boon … ne parla ancora?
Pilia: Sempre. D. Boon è sempre nei suoi pensieri ed è ancora grande fonte di ispirazione per Mike. Tuttavia non immaginarti un uomo attaccato al passato. Tutt'altro. È comunque sempre proiettato verso il futuro.
Diciamo che in tutto ciò che fa c'è sempre un pensiero rivolto al suo spirito.
Belfi: Sì, molte scelte e decisioni che Watt prende sono ancora legate a un'etica e spontaneità sviluppate nel periodo in cui suonava con i Minutemen. Cita spesso D. Boon come esempio di persona creativa e generosa, come un riferimento sempre presente.

E a proposito di David Grubbs cosa mi dite?
Pilia: È uno di quei musicisti che ha trovato una sua personale grammatica musicale.
Ha uno stile unico e inconfondibile, io lo chiamo Er Professor.
Belfi: La collaborazione in trio con Grubbs, come quella con Watt, è iniziata nel 2009 a New York. David è un musicista eccezionale e una persona altrettanto incredibile. Ha uno stile e un modo di pensare la musica inconfondibili.

Cosa c’è di diverso fra il metodo di lavoro di Grubbs e quello di Watt?
Belfi: In realtà non vedo una grande differenza tra il metodo di lavoro di Watt e quello di Grubbs. Entrambi sono stati al centro del movimento punk-rock americano degli anni '80-'90 e mi sembra che per questo motivo condividono anche un certo modo di affrontare il live, il lavoro in studio e diversi altri aspetti della loro attività.
Pilia: Concordo.

Forse mi sbaglio, ma ho avuto l’impressione che i materiali del trio con Watt siano un po’ più la somma dei singoli contributi mentre in quelli con Grubbs mi è sembrato di intravedere un maggior lavoro collettivo ….
Belfi: Il materiale del trio con David è sicuramente molto più malleabile rispetto a quello del Sogno del Marinaio, riflette una certa sensibilità comune all'improvvisazione e ad una produzione musicale per così dire "elettroacustica". In questo caso il contributo che ognuno porta è basato più sul proprio suono, il proprio stile musicale, mentre nel Sogno del Marinaio ognuno di noi porta composizioni con una struttura più serrata. Di solito Watt porta una sequenza di linee basso con una forma canzone molto strutturata, io porto delle canzoni complete di linee di basso, temi di chitarra, batteria e a volte linee vocali, e Stefano di solito porta dei riff di chitarra con una struttura narrativa. In entrambi i casi il tutto viene rimaneggiato, riarrangiato e reso coerente con il progetto.
Pilia: Con David sin dal primo momento abbiamo iniziato improvvisando assieme. L'improvvisazione ha in qualche modo individuato le aree di sonorità e il tipo di materiale più confacenti al trio. Nell'ultimo disco poi sono apparsi alcuni brani gia a priori più strutturati ma nati sempre con un tipo di pensiero che è comunque figlio di quel tipo di suono scaturito improvvisando. In qualche modo la genesi improvvisativa ha lasciato un chiaro e forte imprinting.
Al contrario con Mike siamo partiti sin dall'inizio da idee e forme tematiche già fortemente strutturate e definite - dei brani in tutto e per tutto - che ognuno ha singolarmente scritto e proposto poi agli altri. Certamente sempre con ampio margine di rimaneggiamento, arrangiamento e con un ricerca sul suono da reinventare, trovare o adattare di volta in volta. Sono stati spesso proprio il senso del suono e l'intenzione a dover essere riscoperti. Ognuno un po’ riflettendo e cercando se stesso nel pensiero degli altri e allo stesso tempo adattandosi agli altri . È interessante e divertente anche perché saltano fuori diverse sorprese. Certamente ci sono più derive e deragliamenti stilistici e probabilmente meno "coerenza" ma come disse W. Whitman «Do I contradict myself? Very well, then I contradict myself, I am large, I contain multitudes».

Ci sono nell’aria altri progetti ai quali parteciperete entrambi?
Belfi: Per ora non ci sono in vista nuovi progetti in cui collaboreremo assieme, però portiamo avanti ancora i due trii con Grubbs e con Watt.
Pilia: Sì, al momento non abbiamo altri progetti assieme. Portare avanti i due trii e già moltissimo. Vorremmo fare qualcosa in duo non appena avremo tempo e occasione.


Belfi


Recentemente hai lavorato anche con un altro nome di punta del rock statunitense, mi sto riferendo a Carla Bozulich, e a tal proposito ti chiedo se si è trattato di una collaborazione limitata alla registrazione del disco “Boy” o se sei parte della band anche per il futuro e per l’attività concertistica?
La collaborazione con Carla non si è limitata alla sola registrazione del disco. Infatti all'uscita di "Boy" è seguito un tour europeo di 28 concerti, che si è sviluppato durante la primavera del 2014. Nella band c'erano anche John Eichenseer alle tastiere, elettronica e viola, e Adrian Prieto-Puga (aka Don the Tiger) a chitarra e basso. Per ora non ci sono progetti né concerti in vista con Carla, ma non escludo che possa capitare di nuovo in un prossimo futuro.

Com’è avvenuto il contatto con la Bozulich?
Mi ha contattato lei la prima volta nel 2012 per una collaborazione, e pochi mesi dopo abbiamo condiviso il palco in un paio di occasioni. Nel Dicembre dello stesso anno mi ha nuovamente contattato perché voleva fare il suo disco solista con me alla batteria, e per questo lei e John sono venuti qui a Berlino dove abbiamo arrangiato e registrato "Boy".

Viene da pensare che ti conosceva per il tuo lavoro con Grubbs e/o con Watt?
In realtà mi ha contattato attraverso delle conoscenze comuni nell'ambito della musica elettroacustica/sperimentale. Lei è sempre stata una persona attenta ai musicisti che lavorano tra il rock e la "sperimentazione", infatti si è sempre circondata di personaggi come Shazad Ismaili, tutto il giro che sta attorno ai God Speed You Black Emperor, Nels Cline ... giusto per citarne alcuni. Quando ha poi saputo della mia collaborazione con Watt è rimasta molto colpita, dato che entrambi sono cresciuti a San Pedro in California e si conoscono da quando lei aveva 13 anni. Nel 1986 Watt ha persino pubblicato un disco degli Invisible Chain, una delle prime band in cui cantava Carla, per la sua New Alliance Records.

Queste collaborazioni ti hanno in qualche modo aiutato a far conoscere la tua attività solista, ovvero chi ti ha conosciuto attraverso questi gruppi si è poi interessato anche agli altri tuoi progetti?
Sicuramente alcune persone che mi hanno sentito e/o visto suonare con le varie persone con cui collaboro poi si sono interessate al mio percorso solista, ma direi soprattutto al mio essere batterista e compositore più che ad un progetto specifico.

Quindi a queste collaborazioni così prestigiose non ha fatto seguito una ricerca relativa ai tuoi vecchi materiali e/o progetti?
Sì certo, ma sopratutto tra gli "addetti ai lavori" e il pubblico più attento.

A proposito del tuo lavoro solista m’è sembrato di vederci un’evoluzione che ha portato le tue indoli di musicista-compositore e di strumentista-batterista a combinarsi in misura sempre maggiore …
Nei dischi solisti precedenti ho sempre dato molto più spazio all'aspetto compositivo più che a quello strumentale.
In "Natura Morta" ho cercato invece di bilanciare il più possibile questi due aspetti del mio lavoro. Partendo dalla scelta di usare solamente due fonti sonore, batteria (e percussioni) ed elettronica, la composizione del disco si è sviluppata organicamente, evitando che il suono acustico avesse il sopravvento sul quello elettronico o viceversa. Il disco solista precedente più vicino a questo ultimo lavoro è "Knots", pubblicato da Die Schachtel nel 2008, nonostante sia più breve, scarno e minimale.

Nonostante non ci siano poliritmie sfrenate, o orge di tamburi percossi, trovo che “Natura Morta” è un disco molto influenzato dalle musiche africane, questo a causa di una tensione ritmica sottile e ossessiva sempre presente … qual è il tuo parere al proposito?
Mi piacciono i ritmi ipnotici e le atmosfere immersive. Ascolto moltissima musica africana (di molte zone diverse dell'africa), ma anche molta musica esclusivamente elettronica. Questo sicuramente influenza molto il mio modo di comporre e produrre musica. Quando penso a questo disco mi piace anche pensare ad un virtuale accostamento musicale tra l'energia di Tony Williams di "In a Silent Way" in ed i flussi sonori di Eliane Radigue, nonostante non suoni la batteria come Tony Williams, né suoni i sintetizzatori come la Radigue.

L'ultimo disco ha portato a un incremento delle vendite e/o delle possibilità di suonare?
In un certo senso sì, ma bisogna anche tenere in considerazione i molti anni di lavoro che stanno dietro a questo disco.

Hai mai pensato di ristampare i tuoi primi dischi (i due “NED”) a favore dei nuovi aficionados che hai acquisito?
A dire il vero no, perché non ha molto senso in un momento in cui vendere 500 copie è un gran successo. Forse avrebbe più senso ristampare "Knots" in vinile.

Se ben ricordo esiste anche un secondo disco a nome Christa Pfangen che è stato registrato ma non ha mai visto la luce?
Esiste un live che abbiamo registrato al VPRO di Amsterdam nel 2007, e che pensavamo di pubblicare prima che il progetto si fermasse.

Uno dei tuoi progetti che personalmente apprezzo di più, ma potrei tranquillamente dire 'il tuo progetto che', è quello degli Hobocombo .... vorrei sapere come sono nati, dal momento che gli altri due componenti del gruppo sembrano essere un po' fuori dal tuo normale circuito di collaborazioni, e vorrei anche sapere se state proseguendo l'attività?
Conosco Rocco Marchi (che qui suona chitarra e sintetizzatori) da diversi anni, dato che ci siamo incrociati diverse volte quando io suonavo con i Rosolina Mar e lui con i Mariposa. Cinque anni fa io Rocco e Francesca Baccolini (al contrabbasso e voce) abbiamo partecipato ad un piccolo festival chiamato Verona risuona, curato dallo svedese Staffan Mossenmark. Il festival è incentrato su performance e concerti in luoghi inusuali e/o per strada. Da questo stimolo ci è venuta l'idea di fare un tributo a Moondog, artista di strada per eccellenza. Abbiamo ri-arrangiato alcuni dei suoi pezzi e abbiamo fatto questo concerto per strada, a cui sono seguiti due dischi in studio, una cassetta e circa un'ottantina di concerti.
L'ultimo lavoro che abbiamo registrato si chiama "Moondog's 99 step sequencer" (https://stoned-to-death.bandcamp.com/album/moondogs-99-step-sequencer) ed è stato pubblicato su cassetta dalla Ceca Stoned to Death lo scorso Maggio 2015. Abbiamo anche fatto un piccolo tour europeo - tra Austria, Repubblica Ceca e Germania - dove abbiamo suonato un nuovo set nel quale Rocco e Francesca suonano i intetizzatori mentre io suono la Trimba, strumento triangolare concepito da Moondog negli anni '50 che ho ricostruito in un laboratorio di percussioni qui a Berlino.

Nel secondo disco, non comosco la cassetta, avete inserito anche materiali non composti da Moondog, avete intensione di allargare ancora il repertorio (anche a brani composti da voi stessi)?
Sì, nonostante in quest'ultima cassetta ci sono solo versioni pezzi di Moondog. La novità in questo caso è data da una nuova strumentazione e da un modo a noi nuovo di arrangiare i suoi brani.

Raccontaci un po' dei progetti, oltre a quelli ai quali abbiamo già accennato, che al momento hai in piedi o hai in programma di iniziare?
Suono batteria ed elettronica con il trio BBS, assieme ad Aidan Baker (Nadja) e Erik Skodvin (Svarte Greiner, Deaf Center). Le sonorità di questo trio sono piuttosto scure e meditative. Erik e Aidan sono degli specialisti nel creare drones molto densi ed evocativi, mentre io creo il tessuto narrativo. Nonostante la nostra musica sia al 100% improvvisata, noi tre suoniamo assieme da circa quasi quattro anni, e per questo conosciamo i nostri rispettivi linguaggi musicali a tal punto che sappiamo quasi sempre capire la direzione che ognuno di noi prende in determinate situazioni. Con questo trio abbiamo già fatto uscire un disco in studio per Miasmah e un live LP su Midira Recrods, e stiamo programmando un'uscita in doppio vinile per il 2016 e vari concerti (https://www.facebook.com/BBSTrio.
Ultimamente abbiamo anche musicato dal vivo il film d'animazione "Il Pianeta Selvaggio" di Roland Topor e René Laloux, che cercheremo di portare in giro.
Qui a Berlino sono coinvolto anche in un altro trio che si chiama The Swifter, dove suono batteria e percussioni a fianco di Simon James Phillis al pianoforte e BJ Nilsen all'elettronica. Con questo trio lavoriamo su dei canovacci su cui ognuno di noi è libero di sviluppare un dialogo personale con gli altri attraverso l'improvvisazione. Anche con questo progetto è prevista un'uscita in vinile per la prossima primavera 2016 su Sonic Pieces a cui cercheremo di far seguire dei concerti in Europa (http://the-swifter.com).
A Novembre ho fatto un breve tour europeo assieme Lori Goldston al violoncello e Aidan Baker alla chitarra, nel quale abbiamo sonorizzato le immagini del film muto "Giovanna d'Arco" di Dreyer (https://www.facebook.com/events/399778920193562).
Sto iniziando inoltre un progetto in duo con Werner Dafeldecker, e lo scorso Aprile ho registrato del materiale in studio con James Welburn al basso e Alexander Rishaug ai synth, anche questo ancora in fase di definizione.

Oltre a suonare, nei concerti o per le registrazioni, hai al momento altri impegni collegati alla tua attività di musicista?
Sì. Per esempio in questi giorni sto lavorando su delle musiche per un breve documentario su un artista di Hong Kong di nome Samson Young. Negli ultimi anni ho fatto diversi lavori di questo tipo. Fino a cinque anni fa, poi, insegnavo batteria al centro studi musicali di Verona (dove ho insegnato per sette anni), lavoro che ho lasciato quando mi sono trasferito qui a Berlino. Occasionalmente insegno anche qui.

Berlino è sempre la città che offre infinite possibilità, com’era qualche anno fa, o qualcosa è cambiato in peggio?
Come sempre Berlino non è mai uguale a se stessa. Sicuramente qualcosa in peggio è cambiato. Perdona la generalizzazione dovuta alla brevità della risposta, ma è il tipo di società in cui viviamo che ha trasformato e continua a trasformare le città di questo tipo in luoghi sempre più inospitali. Molto, molto lentamente (Berlino ha una sua speciale lentezza) sta diventando come Parigi o Londra, una città sempre più costosa e al cui interno la creazione spontanea diventa sempre più difficile (ne parlavo proprio la scorsa settimana con Alex Pierotti, che lavorava in rai fino a qualche anno fa... soggetto: "la morte delle capitali europee"...). Le possibilità non sono comunque infinite, soprattutto se uno è intenzionato a fare molti soldi. Forse la mancanza di una forte industria la salverà dallo tsunami del capitalismo...in fondo poi la verità è che in questo momento la trovo meravigliosa. In giro c'è sempre più quantità e una qualità incredibile di proposte musicali e un giro pazzesco di grandi musicisti e addetti ai lavori...

Nel tuo girovagare hai notato se l’età media del pubblico che viene ai concerti e compra dischi tende ad aumentare così come avviene in Italia?
A questa domanda non saprei risponderti con precisione. Posso supporre che chi compra dischi non siano ventenni, ma forse più persone di 30-40 anni. Poi ti posso dire che il tipo di proposte musicali in cui sono coinvolto mi porta ad avere una visione un po' troppo variegata del tipo di utente medio. Posso stimare che l'età media delle persone che vedo di solito ai concerti si aggira intorno ai 30 anni.

Puoi segnalarci, dal momento che sei sempre prodigo di buone dritte, qualche nome interessante che ti è capitato recentemente di vedere e/o di ascoltare?
Mi piace molto il disco "The Swedish Congo Record" di Peder Mannerfelt, l'ultimo disco su Thrill Jockey di Circuit des Yeux, artista con cui ho recentemenre suonato dal vivo, il disco "Brother I prove you are wrong" di Charles Cohen pubblicato da Morphine Records, e infine i live dei Tomaga e di Sun Araw.


Pilia


Proseguo con una domanda ‘cattiva’ … tu sei un musicista piuttosto eclettico e le realtà che ti vedono coinvolto vanno da gruppi musicalmente molto estremi ad altri più convenzionali, dietro a questa molteplicità c’è solamente l’esigenza di lavorare o la tua curiosità musicale e davvero così vasta? E, soprattutto, qual è il vero Pilia? Quali sono le cose alle quali, di fronte a una scelta forzata, non rinunceresti?
È una domanda interessante perché apre diversi punti.
Ci sono entrambi gli aspetti, e aggiungerei anche la voglia di mettersi in gioco e di imparare. «Imparare non stanca mai la mente» diceva Leonardo.
Non li vedo come aspetti in contrapposizione ma anzi come necessità che rispondono ad un unico stesso nocciolo. Per me le arti, e nel mio caso la musica, sono strumento di indagine e di ricerca che riguardano la vita, ne determinano le giornate, ne scandiscono il tempo, mi preparano al futuro . Non è possibile confinare tutto ciò ad un contesto, ad un genere, ad una band ed anche, in definitiva, alla musica soltanto.
Ho sempre avuto la fortuna di poter scegliere e di suonare con persone che stimo e rispetto, all’interno di situazioni che mi piacciono e mi interessano e da cui sempre ho imparato e continuo ad imparare. Mi è capitato e mi capita di rifiutare o di rinunciare a progetti perché non ne condivido i presupposti, i fini o i risultati: per un "estraneità etica", diciamo, ma mai per "razzismo o pregiudizio musicale". Per me è un grande fortuna e un grande privilegio che mi permette di contemplare più piani e più aspetti e di sbloccarne altri, e li io voglio toccare con mano e infilarci il dito. È un privilegio ma non sempre una via facile. Talvolta crea confusione nel modo in cui gli altri ti vedono e ti considerano, perché non colgono continuità e linearità in quello che fai e quindi non capiscono bene chi hanno di fronte. È normale che succeda. Perché a questo mondo ciò non piace. Ci vuole con la carta d'identità in ordine, dove la residenza è quella giusta e dove al massimo si può barare sull'altezza. I più intolleranti di tutti sono spesso quei contesti che ti vogliono serio, specifico e ben definito. Spesso - non sempre - sono quei contesti che si considerano alti, colti, elitari, radicali e che finiscono per tradurre l'idea di "purezza" in tutta una serie di altri termini più o meno sconvenienti.
La specificità e il rigore sono cose che mi interessano solo fino ad un certo punto. Mi interessa ottenere una visione d'insieme non teorica ma di vita e di esperienza. Ciò a cui non rinuncerei è il mio lavoro in solo e i 3/4. Lì sono più a nudo.
Ma tutto il resto attorno serve, è servito e servirà a maturare in me un’esperienza e una visione più ampia. Quindi, in definitiva, non rinuncerei a niente.

Ma c’è un genere musicale che ti coinvolge di più e al quale, anche come ascoltatore, fai riferimento …. Oppure sei come Haino Keiji che, più o meno, diceva così: «Mi piace Thelonious Monk ma non mi piace il jazz, mi piacciono i Blue Cheer ma non mi piace l’hard rock, mi piace John Cage ma non mi piace la musica classica contemporanea»?
Ahahahah ... mi ci ritrovo abbastanza …

Però se uno va poi ad ascoltare la tua musica, così come quella del giapponese, si accorge che il blues vi svolge un ruolo piuttosto importante … cosa c’è che ti attrae in questa forma sonora così distante, temporalmente e geograficamente, dalla tua cultura?
Sì, in effetti è cosi.
È una musica che lascia trasparire il lato umano più emotivo e profondo, dove la stessa parte intellettuale è ridotta all'osso ... diventa semplicemente uno strumento, una forma attraverso la quale può veicolarsi quella parte più intima e segreta ... l'anima o il daimon. Non sono tanto stilisticamente la forma o l'estetica del blues ad attrarmi di per se ... ma è proprio questa capacità quasi medianica che molti bluesman sono stati capaci di trasmettere.
È musica che parla dello spirito ed è questo aspetto a catturarmi particolarmente, non solo nel blues ma nelle cose che più amo ascoltare. La parte spirituale è capace di avvicinare più di coordinate temporali, geografiche o sociali perché di per sé trascende già in partenza tali confini.

A proposito dei ¾, sono ancora in vita?
In teoria sì, in pratica siamo però ormai fermi da 5 /6 anni.

Non credi che Andrea Belfi, senza togliere nulla ad Arrabito, sarebbe stato un batterista più adatto a quel progetto?
Non saprei. Ma sai, spesso i gruppi funzionano molto anche per complementarità dei ruoli e non solo per affinità. Tony ha sempre avuto un modo unico e peculiare di stare dentro i 3/4. Un po’ come un jolly che appare solo in certi momenti e quando c'è è quasi sempre determinante. La sua presenza immediatamente evoca nella musica dei 3/4 il senso di essere una band, la presenza e l'anima del gruppo, quindi porta con sé tutta una certa sensazione e un immaginario musicale. Allo stesso tempo, da un lato non suona mai come un batterista convenzionale e dall'altro non si è mai posto con l'attitudine di fare "della musica d'avanguardia" o "della musica sperimentale". Si pone netto e deciso come un batterista rock sa fare, ma adattandosi perfettamente, nel suo entrare ed uscire dalla scena, all’universo 3/4 con tutte le sue distorsioni temporali e spaziali ... Credo che era proprio, per il suo modo di essere e stare nella band, il batterista più adatto.
La musica dei 3/4 è sempre partita dall' improvvisazione collettiva. Poi dopo questa fase iniziava una fase compositiva fatta di editing, rimanipolazione e stratificazione. Un processo che nell'essere messo in atto già da due, e talvolta tre persone assieme, non è sempre stato agile e lineare. Trovare una visione compositiva non dico coerente - qualità che nei 3/4 non ci è mai interessato coltivare fino in fondo - ma certamente significativa e comunicativa, ha sempre richiesto una considerevole dose di tempo e lavoro e, ovviamente, di scornamenti.
Andrea, che è certamente un grande musicista, elegante ed eccezionale, con una sua forte attitudine compositiva già nel modo di suonare, forse avrebbe un po’ sofferto dentro ai 3/4. E in quel periodo, in cui abbiamo iniziato a lavorare assieme, era meno incline a suonare la batteria in modo cosi esplicito e dichiarato in contesti "sperimentali". Era concentrato in una fase di lavoro più ampia sul suono e sulla composizione, e contemporaneamente coltivava un batterismo più acceso e vivace in gruppi essenzialmente rock come i Rosolina Mar. Ma Sono certo che con il tempo avremmo sviluppato ottime cose anche con lui. Sintetizzando il concetto, i 3/4 avevano proprio bisogno di un batterista che suonasse principalmente la batteria.

Gli In Zaire possono essere considerati in qualche modo un proseguimento dell’esperienza ¾, dal momento che nella line up ci siete sia tu sia Claudio Rocchetti?
No. È proprio un'altra storia.

Oltre a suonare in gruppi che hai contribuito a nascere, come gli In Zaire e Cagna Schiumante (ma credo che questi ultimi abbiano cambiato nome), da un po’ di tempo sei, o sei stato, impegnato anche in alcune realtà che al momento del tuo arrivo erano già ben consolidate (penso a Massimo Volume, Afterhours, il gruppo di Rokia Traore …); qual è il tuo livello di collaborazione in questi secondi casi, ti limiti a suonare quello che ti viene chiesto o partecipi anche alla composizione e agli arrangiamenti dei materiali?
Beh, ogni progetto ha un po’ le sue modalità. Il coinvolgimento è comunque sempre di ordine creativo.
Con i Massimo Volume si è da subito arrivati a una scrittura a 8 mani.
Ovviamente all'interno di quelle che sono le coordinate di un gruppo come i Massimo Volume. I chitarristi hanno molto spazio in termini di scrittura, in un gruppo come questo, ma il lavoro di editing, selezione e arrangiamento del materiale è una cosa che riguarda poi sempre il gruppo nella sua totalità.
Con Rokia invece i brani hanno già una forte identità e una forma già molto determinata, da lei pensata, e quindi da parte mia c’è più un lavoro di arrangiamento sul brano e, nello specifico, sulle parti di chitarra. Talvolta ha delle idee sue ma molto spesso mi lascia grande libertà e possibilità sull'arrangiamento.
Con gli Afterhours si è ancora in una fase iniziale del lavoro. Non è molto che abbiamo iniziato a lavorare assieme su dei brani nuovi. È una band di sei persone con ben tre chitarre e un violino. Quindi gli interventi e i ruoli di ognuno vanno ben equilibrati, di volta in volta, con un peso dei singoli che è diverso a seconda dei brani. Mi sembra che in generale la band sia determinante su quello che è l'arrangiamento dei brani e sul sound complessivo oltreché, in taluni casi, anche su alcuni elementi di scrittura. Tuttavia l'identità del brano, inteso soprattutto come canzone e in quelli che sono gli aspetti più strettamente comunicativi, rimane comunque sempre qualcosa che è Manuel a portare e ad indirizzare fortemente.
In generale mi piace mettermi al servizio di altre cose, di brani altrui, e capire come farli funzionare al meglio.

Cosa stai facendo in questo periodo?
Leggo, studio e riposo.
Ho finito di mixare il nuovo disco della Cagna che si chiamerà d'ora in poi IMMAGINISTI!
Con Massimo Pupillo abbiamo terminato il primo capitolo del nostro lavoro in duo, stiamo mixando un live in trio con Oren Ambarchi (disco in uscita nel 2016) e ultimando un lavoro sempre con gli Zu e David Tibet. Ci sarà un nuovo disco dei 3/4, o meglio un vecchio disco che doveva uscire nel 2010 e che non uscì al tempo ma che uscirà nel 2016 su Blacktruffle ... quindi un po’ di aria e ripensamento anche su questo.
Nel frattempo sto lavorando su dei brani nuovi con gli Afterhours e, ogni tanto, faccio anche qualche concerto in solo.
Durante l'estate ho cercato di riposare e di stare a casa il più possibile e conto di fare cosi almeno fino alla fine dell'anno.
Proprio ora sono in Olanda per una decina di giorni ... un po’ di studio e riposo. Sono arrivato giusto ieri.

Se non sbaglio negli ultimi mesi è stato registrato anche il nuovo disco di Rokia Traore?
In realtà lo abbiamo registrato nel luglio del 2014 ma uscirà a febbraio del 2016.

Pur avendo iniziato come contrabbassista, credo che oggi tu vada considerato essenzialmente un chitarrista elettrico … quali sono i maestri dello strumento ai quali ti senti più vicino?
Ho iniziato con il basso elettrico e solo successivamente sono passato al contrabbasso, ma sin dal principio, e poi in misura sempre maggiore, ho suonato anche la chitarra. I primi che mi vengono in mente sono Loren Connors, Keiji Haino, Jimi Hendrix, Mick Turner, Keith Levene, Rowland Howard, Adrian Smith, Bill Frisell, Nels Cline, D Boon, John Fahey, David Grubbs, Richard Thompson, Bobby Quine, Bill Harkleroad e Mick Ronson.
Però vorrei citare anche alcuni bassisti che, come dire, porto nel cuore: Steve Harris, Les Claypool, Jah Wobble, Mike Watt e John Paul Jones.

Alcuni di loro li hai conosciuti e con qualcuno hai pure condiviso il palco, qual è stato il momento più emozionante?
Il più emozionante non saprei dire, perché tutte le esperienze musicali mi hanno portato emozioni e gioie in modi diversi. Diciamo che suonare assieme con John Paul Jones e John Parish sul palco di Glastonbury o con Paul McCartney e John Paul Jones sull’African Express - tutte esperienze arrivate suonando con Rokia - sono stati momenti piuttosto surreali, perché sono stati qualcosa che da ragazzino avrei potuto fantasticare ma mai immaginare che un giorno sarebbe potuto accadere.
Soprattutto JPJ è in qualche modo molto connesso anche alla mia prima adolescenza quando Led Zeppelin e Iron Maiden erano proprio continuamente nello stereo, ed io ho iniziato a suonare il basso imparando le sue parti e quelle di Steve Harris … ho dimenticato di citare anche Larry Graham tra i bassisti!

Solitamente non mi piace chiedere ai musicisti delucidazioni sui loro dischi - penso che la musica non debba essere illustrata dal loro autore ma debba spiegarsi da se stessa – però voglio fare un’eccezione … ci spieghi quale significato va dato al titolo del tuo ultimo disco (“Blind Sun - New Century Christology”)?
Il titolo del disco esprime simbolicamente il quadro generale, il piano emotivo che soggiace ai brani e su cui si muovono tutti i piani tematici del disco. Viene da una visione che dopo anni di raccolta di tutto il materiale ha fatto luce sul cuore di questo lavoro e su quello che inconsciamente stavo mettendo in atto. Il tema centrale è il mistero dell'esistenza umana … con tutti quegli aspetti emotivi e psichici che la accompagnano, la nostra condizione a metà tra cielo e terra, il sogno, la veglia, il tempo tra nascita e morte, la morte, il sondare l'invisibile, l'anelito verso l'assoluto. È questo insieme tematico a muovere e a mettere insieme i brani del disco e il punto di saldatura è soprattutto extramusicale. Non mi professo "uomo di fede" perché non riesco a pormi in questo modo di fronte a certi interrogativi, ma la figura di Cristo è parte profonda della mia identità, potentemente capace di riconnettermi simbolicamente al mistero e all’inconscio più profondo. È una via di riflessione e di conoscenza interiore molto potente. Mi sembra svilente vivere e indagare l'esistenza umana senza lasciare aperto l'orizzonte metafisico. Significherebbe mortificare le proprie possibilità di conoscenza e inibire il proprio potenziale immaginifico.


Belfi vs Pilia


Ci conosciamo oramai da 12 anni, e di concerti e progetti assieme ne abbiamo fatti tanti. L'ultimo impegno è consistito in due mesi filati di tour, 53 date in 53 giorni, assieme a Watt con Il Sogno del Marinaio, ed è tutto andato molto bene, sia a livello musicale che a livello personale, per questo vorrei semplicemente considerare che con Stefano mi sono sempre trovato professionalmente e umanamente molto bene, anche in situazioni veramente molto difficili.


Pilia vs Belfi


Credo che Andrea sia uno dei musicisti più originali e al tempo stesso eleganti che conosco.
Ed è anche, e soprattutto, un caro amico con cui ho, da ormai ben 12 anni, il privilegio di condividere molte avventure.



ANGOLI MUSICALI 2016  

marino josé malagnino (intervista)  

tre giorni con maria monti  

gianni mimmo  

claudio parodi (intervista)  

i gufi  

figli di un dio minore: hugo largo  

figli di un dio minore: san agustin  

tempi moderni (IIª tranche)  

figli di un dio minore: ヒカシュー (hikashu)  

Bourbonese Qualk (intervista a Simon Crab)  

Andrea Belfi & Stefano Pilia (intervista)  

corvo records  

infrantumi: vent’anni dopo  

Rock Over Beethoven – Il Rock Neoclassico  

lili refrain  

vittore baroni  

christoph gallio  

jacopo andreini  

musica moderna  

ladies of the canyon  

tempi moderni  

hyaena reading (intervista con francesco petetta)  

Baxamaxam  

Xabier Iriondo  

Osvaldo Coluccino  

Osvaldo Arioldi Schwartz (Officine Schwartz)  

Zero Centigrade  

i cantautori  

(la famosa etichetta) Trovarobato  

die schachtel: della maggiore età  

4 donne  

violoncello  

Chaos Tape(S)  

compilation  

D.S. al Coda (the record label)  

Osaka Kyoto Sounds
(con intervista a Go Tsushima dei Psychedelic Desert)
 

(etre) / Wondrous Horse / Harps Of Fuchsia Kalmia  

tamia  

drum, bass... and carmel  

L’Enfance Rouge (articolo e intervista a François R. Cambuzat)  

chinoise (con intervista a Yan Jun)  

figli di un dio minore: ghigo  

figli di un dio minore: fifty foot hose  

figli di un dio minore: ich schwitze nie  

figli di un dio minore: rites of spring / happy go licky  

figli di un dio minore: crust  

figli di un dio minore: antelope  

figli di un dio minore: kletka red  

figli di un dio minore: the blocking shoes  

figli di un dio minore: debora iyall / romeo void  

figli di un dio minore: stretchheads  

figli di un dio minore: bobby jameson  

figli di un dio minore: distorted pony  

figli di un dio minore: dark side of the moon  

figli di un dio minore: los saicos  

figli di un dio minore: the centimeters  

figli di un dio minore: chetro & co.  

figli di un dio minore: songs in the key of z  

figli di un dio minore: mondii  

figli di un dio minore: TCH (this crepuscular hour)  

figli di un dio minore: bridget st. john  

figli di un dio minore: thule