infrantumi: vent’anni dopo    
di Alex Under Dunas




Storicizziamo la questione: era la fine (ma erano proprio gli ultimi giorni) del 1997 quando gli Starfuckers pubblicarono “infrantumi” sul proprio marchio Lessness, creato per l’occasione e distribuito da Audioglobe. Il disco era stato preceduto da “Metallic Diseases” del 1990 (Electric Eye Records), “Brodo di cagne strategico” del 1991 (Electric Eye Records / Helter Skelter Records), “Sinistri” del 1994 (Underground Records) più alcuni brani pubblicati su compilation, ed era stato seguito da “(Infinitive Sessions)” del 2002 (DBK Works), dopodiché il gruppo aveva cambiato nome in Sinistri per la pubblicazione di “Free Pulse” del 2005 (Häpna).
Circa due o tre mesi più tardi, quindi all’inizio del 1998, il disco venne pubblicato anche negli Stati Uniti dai tipi della Drunken Fish Records, una comitiva di autentici fricchettoni che aveva già pubblicato un singolo del gruppo con brani tratti da “Sinistri” e che li aveva fatti conoscere al proprio pubblico attraverso un’intervista pubblicata sulla rivista Bananafish.
Il disco, positivamente o negativamente che fosse, non passò inosservato e, nel suo piccolo, innescò una serie di reazioni estreme simili a quelle che in precedenza avevano seguito alla realizzazione di opere musicali di rottura quali “Free Jazz”, “Metal Machine Music”, “No Pussyfooting”, “Never Mind The Bollocks” o 4’ 33”.
Il quesito era: «merda o cioccolata».
Oggi, dopo che negli anni passati erano stati ripubblicati tutti i dischi precedenti del gruppo, anche “infrantumi” rivede la luce, in formato vinile, per opera della Corpoc Records, e una prima osservazione riguarda proprio il paradosso della ristampa in LP di un disco che, se all’epoca della sua prima uscita non fossero già stati commercializzati i CD, probabilmente non sarebbe mai stato pubblicato.
Altri commenti li lasciamo agli Starfuckers stessi e ad alcuni amici che, a vari livelli, si occupano di musica.


"Infrantumi" fu, è - e probabilmente sarà, vista questa ristampa - uno di quei punti di non ritorno della musica moderna. Senza le maiuscole perché la musica stessa non se le merita: ma un disco che, ancor più del precedente "Sinistri", si dà in pasto ai contemporanei con l'orgoglio di essere scarto, avanzo, sudicio, quasi rifiuto. Il concetto di "Eternal Soundcheck" di Lydia Lunch (secondo me una poetica presa per il culo nei confronti della musica dei tre) inciso direttamente nella pietra come una serie di sonetti che stiano alle intemperie in attesa dell'erosione che inizia proprio quando si decide di fissare qualcosa su un supporto.
In questa ristampa due cose: la possibilità di lasciar deteriorare i suoni sul supporto a forza di farlo girare (magari a mano: come suona questa musica a 12 giri, JD Zazie??) e un tentativo di internazionalizzare il messaggio (ma si traduce così la poesia? come nei dischi di Tracy Chapman coi testi tradotti nella lingua del mercato di riferimento?). Forse tutta quella bella carta d'argento poteva essere usata meglio - non esteticamente, che già ci siamo - proprio in efficacia. E forse, se e quando qualcuno riesce a mettere le mani su una delle 300 copie ristampate, infine prestare attenzione a quel che c'è dentro e davanti a questa musica che tutto è tranne che elitaria. Andrebbe ristampato su miniSD e infilata senza possibilità di cancellazione in tutti i nuovi smartphone, altroché vinile. (Jacopo Andreini)


Ho sentito per la prima volta gli Starfuckers intorno al 1997 in concerto a Verona, all’associazione culturale Interzona. Ricordo molto bene quel concerto.
Al tempo avevo 18 anni, e vivevo di pane e punk-hardcore. Quel concerto mi era sembrato veramente impossibile da decifrare. È stata forse la prima volta in vita mia in cui non sono riuscito a capire proprio nulla di quello che il gruppo stesse suonando sul palco. Non capivo il senso di quella musica, e quella distanza si è poi trasformata in frustrazione dovuta ad un’incapacità di trovargli un contesto. Ma ho un’immagine chiara di quella serata, mi è rimasta impressa nella memoria.
Due o tre anni dopo a Milano un amico mi ripropose “Infrantumi” come uno dei suoi dischi preferiti. In qualche maniera a lui gli Starfuckers lo avevano affascinato. Quella volta mi era rimasta una fascinazione, un’attrazione creata proprio della distanza tra me e questo groviglio chitarristico/elettronico/percussivo, mi era sembrato un qualcosa di veramente alieno, molto più intricato di molta improvvisazione e sperimentazione radicale di cui mi ero appassionato in quegli anni.
Tra il 2004 e il 2006 l’etichetta svedese Häpna si interessò a produzioni di musica sperimentale italiana, pubblicando dischi di Giuseppe Ielasi, 3/4hadbeeneliminated, il mio secondo disco solista e quello dei Sinistri, seconda incarnazione del progetto Starfuckers. Quel disco mi era piaciuto molto, ricordo che si parlava di un’evoluzione “blues” nel modo di suonare di Manuel. In quel momento avevo intuito che per capire la loro musica era necessario non pretendere di capire nulla, non avere la presunzione di trovare parole, contesti, “gabbie” dove collocarla, ma di farsi semplicemente trasportare dal puro ascolto del flusso ipnotico e ossessivo che il loro interplay produceva.
Riascoltandolo ora, “Infrantumi” mi sembra un disco veramente affascinante, unico, che va al di là di ogni genere musicale definito; rimane, dopo quasi 20 anni dalla registrazione, un oggetto incatalogabile, inconfondibile, ostico, glaciale, intellettuale e viscerale allo stesso tempo. (Andrea Belfi)


Se mi ricordo bene, era il1997 di Luglio quando registrammo Infrantumi, fu un periodo molto particolare, io ero disoccupato e avevo trovato un lavoro tramite la Valeria, una ex di Sandro Bocci, come venditore di libri a Monterosso, bellissima località delle Cinque Terre. Tutti i giorni lavoravo otto ore e poi rientravo a casa di Sandro dove ero ospite, la mia camera era praticamente lo studio dove poi è nato il disco, e mi ricordo soltanto che era una mansarda dove l'altezza massima era pressoché quella di un rifugio, con Manuel e Sandro che ogni tanto mi prendevano in giro dicendomi che sembravo Silvio Pellico. Il caldo in quel periodo era asfissiante, e noi ogni giorno ci trovammo in quella stanza a suonare e inventarci quello che negli anni successivi sarebbe stato il nostro nuovo sound. Tutto sommato fu un incredibile viaggio verso la nostra maturazione come musicisti e nel corso del quale cementammo la nostra amicizia. Si trattò di sperimentazione allo stato puro, tutto era da inventare, e con la poca attrezzatura a disposizione il risultato fu quello. Ancora oggi stento a capire come siamo riusciti a completare un disco che suona ancora così attuale, certo è che l'idea era stata geniale, però all'inizio fu molto difficile anche per noi capirla, ma il tempo ha fatto il resto. (Roberto Bertacchini)


Al momento della sua pubblicazione dedicai a questo disco molto del mio tempo. Non è che io sia eccessivamente intuitivo o geniale, il genio sta solo in una parte dello pseudonimo che mi scelsi quando cominciai a scrivere e che ancor oggi mi tiro appresso, e tutto fu casuale, frutto di una fortuita coincidenza. È comunque certo che al caso va dato sempre un piccolo aiuto ...
Si tratta di una vicenda che merita di essere narrata, anche perché proiettò il mio pseudonimo fra le stelline della critica underground.
Era ormai da un certo tempo che avevo promosso i ragazzi del negozio bolognese Underground al ruolo di miei pusher. Una volta al mese telefonavo elencando una serie di dischi i cui titoli m'ero appuntato e quindi mi facevo fare l’inevitabile pacchetto il cui arrivo aspettavo con ansia e, quando finalmente l’avevo fra le mani, lo aprivo con negli occhi un senso di sbalordita meraviglia (come se non sapessi già cosa conteneva?).
In uno di quei pacchetti trovai inaspettatamente un CD degli a me sconosciuti Starfuckers intitolato "Sinistri". Pensai subito ad un errore, dal momento che non avevo ordinato quel disco, ma vedendo che era prodotto da Underground Records mi resi conto che si trattava di una edizione legata al negozio stesso della quale, visto che ero un cliente affezionato, mi veniva fatto omaggio. Non ricordo quali altri dischi c'erano nel pacco, non pensai certo di appuntarmi dei dati, ma sarebbe curioso vedere oggi quanti ne restano ancora nei miei scaffali e quanti sono stati in seguito rivenduti. Ricordo invece che appoggiai da una parte "Sinistri", convinto che si trattasse di uno dei soliti dischi rock italiani copia della copia della copia di, e mi ascoltai, probabilmente a volte con soddisfazione e altre con delusione, tutta quella roba che avevo accuratamente selezionato leggendo le recensioni nelle riviste.
Fu solo quando rimasi a corto di novità in grado di placare le mie orecchie affamate di suoni inediti che mi ricordai di quel CD gettato i un angolo o, forse, fu quel CD che mi ricapitò opportunamente fra le mani in occasione di uno dei raid che saltuariamente dedicavo agli ambienti della casa. Fu così che "Sinistri" finì nel lettore e io, fin dalla prime battute, fui letteralmente rapito da quelle musiche. Il primo brano, con il recitato di Giannini a scandire le parole, «tagli … netti … verticali … spazi … vuoti …», mi fece immediatamente pensare agli Area, quelli meno progressive e più prossimi alla musica contemporanea di "Maledetti". Le modalità con cui era stata realizzata Ordine, musicando il testo di un manifesto murale, mi ricordarono poi Il monumento di Enzo Jannacci. Macrofonie Iª, infine, faceva pensare a quell'ambient, all'epoca definito come isolazionista, che stava per diventare una corrente musicale di tendenza. Ulteriori elementi che saltavano all'occhio erano l'utilizzo di testi in italiano e la completa rinuncia a qualsiasi forma di diritto d'autore e/o di copia (non esistevano ancora né Creative Commons né nessun tipo di etichetta discografica copyleft). In linea di massima trovai che tutto il disco era assolutamente originale e innovativo.
Fu così che, quando poco tempo dopo iniziai a scrivere in virtù di un’altra strana casualità, pensai di dedicare un po’ del mio tempo a quel gruppo e a quel disco che ritenevo essere stati così poco valutati. Telefonai di conseguenza ai ragazzi di Underground, per chiedere un contatto, e loro mi dissero che gli Starfuckers stavano giustappunto registrando il nuovo disco. Le circostanze avevano fatto in modo che il mio tempismo risultasse perfetto. Così contattai gli Starfuckers e loro mi passarono una pre-release. L'ascolto di quell’esasperante minimalismo sonoro, di primo acchito, mi fece pensare alla musica dei Panasonic. Incontrandoli poi nei locali di Audioglobe, per l'intervista che avevamo stabilito di fare, loro fecero i nomi di Cage, Stockhausen, Miles Davis e Stooges, oltreché di correnti musicali quali il serialismo e il free jazz. Ma, soprattutto, gli Starfuckers rivendicarono la loro essenzialità rock, il fatto che la loro musica poteva essere suonata da chiunque avesse quei pochi rudimenti di musica essenziali a suonare il rock. Il bello è che, riascoltando il disco, era possibile captare tutti quegli elementi da loro citati, anche se non furono in pochi a pensare che tali elementi fossero stati menzionati a sproposito.
Negli ultimissimi giorni dell'anno ebbi così fra le mani la versione definitiva del disco destinato a mandare in frantumi quelli che, fino a quel momento, erano stati i miei concetti di musica, ed è così che di lì a breve avrei firmato anche un lungo articolo (corredato da una lunga intervista) che avrebbe comunque fatto discutere.
Probabilmente il disco andò oltre le intenzioni degli stessi Starfuckers e ancora oggi, in tempo di laptop e destrutturazioni, suona fresco e innovativo.
Ma, a quel punto, la vera sfida fu dimostrare che quella musica poteva essere suonata in concerto e devo dire, avendo assistito ad alcune date che seguirono la pubblicazione del CD, che gli Starfuckers vinsero la sfida, anche se le reazioni del pubblico non furono univoche e andarono dall’approvazione, all’indifferenza, alla repulsione. Sono sicuro di quello che scrivo perché fui presente a un buon numero di quei concerti.
In occasione dell’esibizione al CPA di Firenze (1° Maggio 1998) mi trascinai dietro Lorenzo Brusci e Beppe Mangione dei Timet che poi, in realtà, furono piuttosto critici. Mi ricordo che storsero la bocca commentando che si trattava di una musica interessante nelle intuizioni ma troppo statica, incapace di evolversi in qualsiasi direzione. Curiosamente qualche anno dopo, quando gli Starfuckers cambieranno il nome in Sinistri, sarà proprio uno dei Timet, il compianto Dino Bramanti, a rimpolpare le fila del trio (va comunque detto che all’epoca di quel concerto il Bramanti non faceva ancora parte dei Timet). Un’altra presenza al concerto fiorentino del 1° Maggio fu quella di Jacopo Andreini che, proprio dopo quel concerto, scrisse Soundfucker, un brano nello stile di Manuele Giannini e compagni (vedi l’intervista ad Andreini pubblicata su questa stessa no-zine).
Quando un mese più tardi (il 31 Maggio) Giannini, Alessandro Bocci e Roberto Bertacchini aprirono per il concerto di una Lydia Lunch un po’ appesantita, e non solo fisicamente, la cantante newyorchese fu colpita dalla loro musica, seppure non proprio positivamente, tanto che si informò su chi era quel gruppo che suonava una specie di eternal soundcheck (eravamo al Link di Bologna).
Il successivo 15 Luglio, in occasione della loro esibizione alla Festa dell’Unità di Correggio, i Sonic Youth gli chiesero espressamente di aprire la loro esibizione (li conoscevano dal memento che gli Starfuckers avevano reinterpretato Death Valley ‘69 nella compilation “Gioventù Sonica”). Ne nacque una piccola querelle con gli organizzatori che volevano imporre i rampanti Marlene Kuntz. Si finì con il classico compromesso storico all’italiana: il programma approvato prevedeva gli Starfuckers, i Marlene Kuntz e i Sonic Youth. Solo che, dopo poco che i primi avevano iniziato a suonare, fu tolta la corrente e si iniziò a preparare il palco per l’esibizione successiva. Da parte dei Sonic Youth non mancarono manifestazioni di stima sia quando fecero Death Valley ‘69 nello stile degli Starfuckers, così dissero, sia quando alla fine del concerto li ringraziarono pubblicamente per aver accettato di aprire il loro concerto (in aperta polemica con gli oraginizzatori non nominarono affatto i Marlene Kuntz).
Quasi un anno dopo, il 9 aprile del 1999, Giannini & Co furono protagonisti di un’autentica sexpistolata: ancora al Link di Bologna si esibirono in un interminabile concerto che durò da mezzanotte fino all’alba. Le registrazioni avrebbero dovuto finire in un doppio LP ma, purtroppo, furono funestate da alcuni difetti che ne impedirono l’utilizzo.
Alcuni anni dopo, esattamente il 30 maggio del 2004, con il nome già cambiato in Sinistri i tre suonarono a Pistoia nel contesto della rassegna “Fucine Tillanza! 2004”. La sala era quasi vuota, ma al centro c’erano i Jealousy Party quasi al gran completo che, per tutta la durata del concerto, ballarono come degli invasati.
Ecco, la musica degli Starfckers non solo poteva essere suonata in concerto ma poteva anche essere ballata.
Oggi, a quasi vent'anni dalla sua pubblicazione, quel disco resta uno dei dieci che salverei da uno tsunami generalizzato.
Sempre che mi riesca di farlo. (Mario Biserni)


I ricordi di una sessione di registrazioni (credeteci o no eravamo molto costanti e rispettavamo gli orari di registrazioni come orologi svizzeri).
La sera prima della registrazione andai in un techno club di un mio amico, non ricordo granché Manuel e Roberto passarono un po' di tempo al club e poi non li vidi più fino al giorno seguente schegge di tempo / sospese / nello spazio vuoto. Rientrai a casa dopo l'ora di pranzo e da lì a poco sarebbero arrivati Manuel e Roberto per registrare. Let's start! Quasi… Quelle dodici/tredici ore in piedi avevamo bisogno di un supporto esplorativo aggiuntivo, nessun problema e ualà una bella bibita esplorativa. Come nuovo!
Per registrare da che mondo e mondo i musicisti devono essere sulla solita lunghezza d'onda. Da buon padrone di casa li accolsi con delle succulente bibite esplorative, in meno di 22.00 min e 33. sec la nostra lunghezza d'onda era più affine di quella di tre gemelli monozigoti. Da manuale! Le registrazioni potevano iniziare. Il pomeriggio si fece interessante e produttivo il microfono respirava e si schiantava contro quelle torbide curve di suono, la chitarra scordata si allungava in strisce di gomma io qui magro / stretto intorno al mio stomaco / certifico amplifico, il mio AKAI S2800 ragliava contento di spruzzi incessanti da un lato / l’odoroso stregone / sacrifica suoni / da cretti scroscianti/ i tamburi incidevano il tempo al centro / il casto cenobita / geme e si struscia / a una cosa / rotonda / di legno di ferro / di pelle / la frange. Caldo, puzza di sudore di ascelle e un via vai di amici più o meno raccomandabili. Passarono sei sette ore decidemmo di fare una pausa la situazione stava precipitando tutto ciò che è vicino si allunga si stringe / diventa rosa / questa è la mia posizione. La nostra meta fu il mare, o meglio un baretto sul mare, seduti su comode sdraio ordinando birre e pianificando.. un bel niente. Io qua che/ ascolto / il ronzo d’un’eco / d’un suono già morto.
I personaggi e gli eventi di questo racconto sono completamente frutto di finzioni e di conseguenza qualsiasi somiglianza tra di loro e personaggi o eventi reali è puramente casuale. (Alessandro Bocci)


"Quello che è stato. E quello che è". Ho ricevuto la mail di Mario Biserni a proposito della ristampa di Infrantumi alla vigilia della mia partenza per il Tajikistan e per una lunga tournée in Asia Centrale poi Cina, per più di tre mesi. Connessioni rare e di merda - ma sembra che Mario abbia fretta. Approfitto allora di qualche ora a Dushanbe, dopo un concerto, per scrivere di Infrantumi. Non lo ricomprerò: è da anni nel mio ipod, sicuramente l'unico disco incagliato lì. E stranamente, il capolavoro degli Starfuckers è estremamente vicino allo shamanismo sul quale lavoro ormai da anni, qui, tra il deserto del Taklamakan, il Karakoram, Samarkand e la vallata del Ferghana. Suoni di ossa rotte, metalli, incantazioni, pari a ceremonie uyghure, hafiz o bakhshi. Alla sua prima uscita, mi ricordo di avere preso uno degli schiaffi più belli della mia vita. Ero esterrefatto dal coraggio del trio, dall’unicità del suono, gelosissimo davanti ad un’evidenza semplice.
Ovviamente è una musica per pochi, molto elitaria - una delle cose che più detesto (per non parlare dell'onanismo egocentrico dell'improvvisazione). Ma Infrantumi è di una bellezza estremamente rara, e allora vaffanculo all'etica.
La matshuka per Khorog, nel Pamir, è arrivata e mi aspetta davanti alla mia stanza. Vi lascio. Parte "Ode" nelle mie orecchie. Ancora grazie Manuele, Alessandro e Roberto. (François R. Cambuzat)


… Aprile 1997, tre anni dopo l'uscita di Sinistri - un disco che pochi avevano apprezzato e che ci fece fare pochissime date - gli Starfuckers stavano lentamente morendo, ma lasciarli finire così non aveva senso, dovevamo fare un altro disco: avevo deciso che sarebbe stato l'ultimo, dovevamo morire con uno schianto.
Le idee che generarono infrantumi le ho esposte più volte nel corso degli anni, non sto qui a ripeterle, sono frutto di un lungo processo di metabolizzazione di ciò che, per me, a quel tempo, significava fare musica, ma mi apparvero di botto chiarissime, tutte insieme e nei dettagli, mi pare un mattino, sicuramente di Aprile.
Ricordo che da Bologna scesi subito Massa, dove vivevano Alessandro, Roberto e Gianni - che al tempo faceva ancora parte del gruppo - per esporgli le idee e le tecniche con cui avevo intenzione di realizzarle. Li trovai subito ben disposti e ricettivi, eravamo pronti, mi convinsi che era il disco che dovevamo fare.
Volevo usare il silenzio, termine che di solito evoca quiete, rispetto e pace, volevo usarlo in maniera violenta, oscena, come un apriscatole o, meglio, come una carica esplosiva che frantumasse ogni certezza.
Registrammo a Luglio e Agosto, durante il giorno di solito davo una mano a mio padre che ristrutturava un appartamento, arrivavo stanco, anche Alessandro e Roberto lavoravano, verso sera ci ritrovavamo nel torrido e claustrofobico sottotetto di Alessandro, passavamo un po' di tempo a cercare di indurci la giusta condizione, poi posizionavamo il microfono al centro della stanza, accendevamo il mini-disc e cominciavamo a suonare, finché il registratore non si interrompeva da solo. Lasciavamo la porta aperta, molti amici entravano, uscivano. Spesso abbandonavamo tutto prima di iniziare per andare a bere, al mare. Non abbiamo escluso niente di quelle registrazioni, tutto era lecito, il bello e il brutto, il giusto e lo sbagliato erano categorie che non ci appartenevano. Non sentivamo neanche l'esigenza di testimoniare quello che facevamo, mi rendo conto ora che non esiste una sola foto di tutti quei giorni.
Ho lasciato che la mia chitarra si scordasse lentamente, registrazione dopo registrazione, senza intervenire mai, per non avere nessuna tentazione musicale, perché neanche le corde potessero avere memoria di sé. Ho usato un piccolo e mediocre amplificatore a transistor e nessun effetto. Lo ripeto, non mi interessava quello che usciva dalla mia chitarra, non mi interessavano i suoni in sé, mi interessava la tensione generata dalle pause tra un evento sonoro e l'altro.
Riascoltando il disco dopo anni mi accorgo che i brani sembrano avere una forma e uno sviluppo, a tratti sembrano delle vere e proprie canzoni, ma non ci fu alcuna volontà dietro, non fu fatto nessun editing, nessuna post-produzione. Quelle musiche si composero veramente da sole. (Manuele Giannini)


Infrantumi per me è l’ultimo disco prima della svolta “negra”; prima che il dub, il Davis elettro-tossico e i JB’s prendessero il posto del rock ‘n’ roll come ingrediente principale negli esperimenti del gruppo. Ci prepara a tutto ciò che gli Starfuckers saranno poi. Un disco per adulti. L’interplay tra Bocci e Bertacchini è stupefacente e Giannini conduce sicuro l’ultima cellula brigatista del rock bolognese. Ottimo, come tutto ciò che hanno fatto, ma questo sta proprio lì, tra il prima e il dopo, motivo per cui è forse il più importante tra i loro dischi. (Federico Ciappini)

Nel 1997 uscì INFRANTUMI.
… ricordo che nello stesso anno vennero pubblicati i cd di “Hai paura del buio?” degli Afterhours, “Il vuoto elettrico” dei Six Minute War Madness ed un brano (su una compilation) della cellula che diete vita ad A Short Apnea.
Per me fu un anno colmo di numerosi stimoli artistici, ero attratto tanto dalla forma canzone quanto dal noise e dal post-punk, mi intrigava la scena now-wave legata alla Skin Graft, la musica classica contemporanea e molti lavori usciti negli anni settanta per l’etichetta Cramps.
Infrantumi fu uno scossone … era musica rock ma allo stesso tempo non lo era, perché tutte le sovrastrutture e gli orpelli ed abbellimenti creati negli ultimi 40 anni nel rock venivano demoliti, spazzati via.
Il silenzio e la destrutturazione erano gli elementi cardine di questa musica, tanto fredda e cesellata quanto bollente … per il contenuto radicale che trasportava.
Rock primitivo dunque, proto-punk sposato con la musica contemporanea … il tutto retto da delle radici black … sviluppate attorno e grazie all’approccio unico di Bertacchini alla batteria.
Un flusso ritmico non-metrico che in realtà è “groove”, … free-jazz svuotato dall’ego. Il tutto condito da parole nella lingua del “bel canto” … ma dai, quando mai si era sentita una band italiana suonare una musica del genere? MAI.
Manuel, Roberto e Sandro … grazie alla pubblicazione all’estero di questo disco ebbero una visibilità che gli permise di raggiungere musicisti ed appassionati di musica “altra” … cosa abbastanza rara per i gruppi musicali italiani (a parte rare eccezioni).
Viva gli STARFUCKERS, senza ombra di dubbio, la realtà musicale maggiormente “avant” che l’Italia abbia mai sfornato. (Xabier Iriondo)


Infrantumi.
Mi ha provato per sempre quello che sospettavo e desideravo credere. Che fosse il silenzio l’asse portante della musica. E lì è, teso ed inesorabile, ad accogliere la caduta ciclica di tutti i suoni. Sua la responsabilità intera del groove. Sono affondi leggeri intorno, deferenti, calibrati sulla traccia di un regno inespugnabile.
Infrantumi è il negativo fotografico di una composizione musicale, la sua radiografia ultima. (Chiara Locardi)


INFRANTUMI, infrantumi, in frantumi, in fran tu mi, i n f r a n t u m i.
asincronia e casualità. pronti via. dj lau alla consolle.
non è per chi ascolta prevalentemente musica radiofonica … non è un incidente di percorso … non è un disco per cui qualcuno un giorno può dire: ma quanto ha venduto? ... non è musicaccia e nemmeno musica del cazzo … è un blocco monolitico … è un disco fatto da gente che suona sei ore di fila senza annoiare … è clock dva (forse) … è scandalosamente asincrono … è un disco che suona (e si suona) bene dal vivo ma che non si canta sotto la doccia … è visionario e anche psichedelico (ma non psichodelico o psicadelico perché sono due termini che usano soltanto quei coglioni che vogliono fare gli originali)…è newage suonata dai dna … è un disco che non scende ma sale … è l’ombra dei pink floyd che si allunga sulle rizla+ … è un disco che non piace agli architetti ma piace agli amici degli architetti … è oscuro e dilatato … è un buco nero (ma non quello che si pensa di solito) … è ear+ornette+joyd … è un mostro partorito da figli di dio … è un disco minimale nel suo più corretto significato: pochi suoni, pochi mezzi e tante idee (ovvero un’idea sola ma grandiosa, come Psychocandy dei Jesus & Mary Chain) … è dissonante anomalo e inquietante e piace ai diversi emarginati ed estremi(sti) … è la ricerca di un proprio suono attraverso la sua creazione, frantumazione e manipolazione … è pre in un’epoca in cui tutto è post … è il risultato degli insegnamenti di Webern-Cage-Stockhausen-Xenakis (minchia!) … è elettronica + chitarre, punk+techno …
è gli starfuckers (mi raccomando, scritto in corsivo) … ciao … (Roberto Municchi)


12 Maggio 2014, Castelfranco Veneto, interno giorno.
Sto leggendo sull’internet una bella retrospettiva con annessa intervista agli Starfuckers ad opera di Maurizio Inchingoli. Mi salta all’occhio una risposta dove Giannini dice che tra le altre cose gli piacerebbe ripubblicare Infrantumi ma non ci sono richieste da etichette in tal senso.
Trovo la cosa scioccante: gli Starfuckers, dico gli Starfuckers, non hanno la fila fuori della porta di gente che gli propone ristampe? Proprio adesso che le ristampe sono pure un mercato fortissimo? Ma siamo pazzi? Il mondo gira proprio male.

5 Giugno 2014, Autostrada MI-VE, stazione di servizio di Agrate Brianza.
Sto tornando a casa dal concerto dei Wolf Eyes a Milano, non ho cenato e mi fermo a mangiare qualcosa. La stessa idea viene anche all’amico Andrea Baldelli, metà di CORPOC da Bergamo, così finisce che per caso ci ritroviamo li. Iniziamo a chiaccherare e gli racconto della mia sorpresa riguardo alle dichiarazioni di Giannini sull’intervista letta qualche settimana prima.
Andrea mi conferma di aver avuto la stessa senzazione di stupore, ma mi dice anche “ci siamo scritti, forse lo facciamo con CORPOC”. Il mondo ha ricominciato a girare per dritto.

Luglio 1998, Correggio, Festa dell’Unità.
Si va a vedere i Sonic Youth, perché no? Ce la si prende con calma, si sbagliano i tempi, si arriva giusto un filino prima del concerto. Un amico mi fa presente che prima degli ormai innominabili Marlene Kuntz ha assistito ad un concerto stranissimo, una band locale dice. Mi giura che fosse qualcosa di davvero rivoluzionario. Cerco di capire, sono gli Starfuckers, bel nome, chissà che potenza con quel nome. Mi procuro il loro disco Infrantumi uscito l’anno prima. Sono del giro dei Massimo Volume mi dicono, beh “Da Qui” è un gran disco penso.
Lo metto su, non capisco. Il rock è morto e l’hanno ammazzato loro? Il rock è risorto e gli Starfuckers hanno compiuto il miracolo? Continuo a non capire per un bel po’. Da qualche parte c’è il rock ma non si capisce bene dove, perdo la cognizione del tempo, sembra tutto uguale ma continua a spostarsi. Non in avanti, non indietro, di lato forse.
Non ho idea di quante volte ho riascoltato Infrantumi cercando di capire, arrivando alla fine con nuove certezze e nuovi dubbi. Negli annali della musica rock, almeno quella prodotta sul suolo italiano, si dovrebbe porre una linea di confine: prima di Infrantumi, dopo di Infrantumi. Perché almeno per me, dopo quel disco le cose non son più state le stesse.

Febbraio 2015, Bergamo, laboratorio CORPOC,
La ristampa di Infrantumi, confessata davanti ad un pessimo caffè dell’autogrill, è finalmente oggetto fisico e disponibile per chi a suo tempo non abbia avuto per le mani il disco.
Se io non sapessi quello che so, ascolterei questo disco oggi e potrei pensare che è fresco di stampa ed avrei ancora mille nuovi dubbi con i quali rapportarmi. (Onga)


Riflessioni senza capo né coda su elementi di scarso valore.
Lo smantellamento dell'ego di milioni di artisti a partire dal proprio, la distruzione della figura di musicista mandata totalmente Infrantumi, programmata in anticipo eppure così istintiva nel momento di prendere gli strumenti e il microfono tra le mani.
La distruzione, non c'è niente che resta a parte la flebile firma Starfuckers.
Niente, neanche il copyright tanto amato da chi fa arte.
Un punto di non ritorno, un'implosione, un enorme buco nero musicale.
Un lavoro fortemente materico, nonostante la sua natura sfuggente, che chiede un'enorme energia all'ascolto.
L'aspetto emozionale: psicotropo.
Quando un lavoro, un'opera d'ingegno ha in sé una forza rivoluzionaria che viene captata e rimessa in circolo solo da pochissimi, bisogna in ogni caso gioire del risultato o bestemmiare gli Dei?
“Sembra che stiano torturando e tagliando un cadavere in mille pezzi con i loro strumenti.”
“La cosa peggiore è che arrivati alla fine, il disco sembra interessante.”
“Un disco incantato su una sola nota.”
“'sta merda!”
Non sappiamo più dedicare la nostra concentrazione o il nostro spirito a niente?
A cosa ci serve il nostro cervello?
A cosa serve il nostro cervello?
A cosa ci serve il nostro tempo?
I minuti che passano.
La nostra epoca.
Credo che noi tutti abbiamo perso, mentre gli Starfuckers hanno vinto a mani basse facendo a pezzi i nostri cadaveri con i loro strumenti. (Francesco Petetta)


La prima volta che ho sentito gli Starfuckers è stato alla televisione.
Erano ospiti al Roxy Music di Red Ronnie. Mi ero da poco trasferito a Bologna e doveva essere il 95 o giù di li. Era pomeriggio e stavo facendo merenda con una tazza di latte freddo e biscotti. Mai niente di simile era giunto alle mie orecchie prima di allora e probabilmente nemmeno a quelle del costernato Red Ronnie, turbato e messo in difficoltà dai suoi stessi ospiti. Non sapeva proprio cosa chiedere, cosa dire. Ricordo Manuel rispondere ad una qualche domanda dicendo qualcosa come " …guarda che la musica non è finita, anche se noi abbiamo smesso di suonare ...adesso io parlo con te ma stanno succedendo tante altre cose e la musica sta andando avanti..il nostro pezzo prosegue ". Era la disintegrazione della forma, sembravano parlare del nirvana del loro stesso brano, un atto incredibile... quasi magico.
Di li a breve una sera al link, mi imbattei per caso in un loro lunghissimo concerto. Appena entrato non avevo informazioni su chi stesse suonando ma mi resi subito conto che erano loro quelli che avevo visto dal rosso Ronnie… non volevo più andare via… mi ritrovai completamente rapito da ciò che stavano mettendo in atto e la cosa attivò in me molte sinapsi e pensieri e domande e, allo stesso tempo, vibrava un senso di empatica visceralità e urgenza punk. La loro musica potrebbe in effetti essere una sintesi di Cage pensiero e punk. Poi dopo ascoltai i loro dischi. All'oggi credo che infrantumi, pur essendo un grande disco, non sia il loro migliore. Suona ancora un poco acerbo. Preferisco Infinite Sessions e poi Free Pulse della successiva fase Sinistri. Sono dischi ancora più compiuti ed efficaci, incredibili e incredibilmente musicali. Unici. Certo Infrantumi è un disco molto importante e radicale. Un manifesto. Uno di quei dischi che a me personalmente ha aperto le orecchie, gli occhi e gli orizzonti. (Stefano Pilia)


Ci sono dischi che ti influenzano ancora prima di ascoltarli. Perché sono parte del DNA delle persone che ti circondano oppure perché hanno influenzato i gruppi che a tua volta apprezzi e segui.
Per me Infrantumi fa parte di questa categoria. Ero appena arrivato a Bologna quando uscì il disco, troppo fresco e innocente per notarlo subito. Ma immediatamente sono stato circondato da persone e situazioni che questo disco lo avevano digerito ed ospitato.
Il vero ascolto, i suoni e la struttura di questo disco, tutto è arrivato anni dopo.
Parecchi anni dopo. Ma in un certo senso non importa, perché tutto rimane incredibilmente attuale e nuovo in Infrantumi. Rimane la freschezza della scoperta anche dopo un'infinità di ascolti. Perché questo disco parla di luoghi che conosciamo ma che non abbiamo mai avuto il coraggio di visitare con gli occhi degli Starfuckers. (Claudio Rocchetti)


Infrantumi è arrivato nel momento in cui ero più curioso e aperto musicalmente.
Non conoscevo Sinistri quindi quando l’ho acquistato ho pensato: "da dove arrivano questi? Che musica è?”.
Tuttora ascoltarlo mi fa ancora lo stesso effetto. Ho sempre citato gli Starfuckers come una band unica che si è inventata qualcosa di inimitato perché inimitabile.
Col tempo ho realizzato che si trattava di una sorta di rock ‘n' roll campionato asincrono, e questa impressione non ha fatto altro che accrescere ancora di più la mia ammirazione per loro, celebrata poi con bellissima intervista su uno dei primi numeri di Blow Up.
Un episodio divertente poi è legato ad un loro concerto che avevo organizzato in una festa comunista in un’estate di circa 15 anni fa.
Si trovava in un parco circondato da tremila hippies dediti a fumare ed aspettare di ballare reggae. Il risultato è stato quello di tremila fischi che facevano un contorno perfetto al loro live.
Loro ne sono rimasti divertiti ed hanno giocato con questo elemento sonoro. Il giorno dopo a quella festa la parola d'ordine era "grazie per non sostenere la pace sociale”... (Mirko Spino)


ANGOLI MUSICALI 2016  

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tre giorni con maria monti  

gianni mimmo  

claudio parodi (intervista)  

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tempi moderni (IIª tranche)  

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(con intervista a Go Tsushima dei Psychedelic Desert)
 

(etre) / Wondrous Horse / Harps Of Fuchsia Kalmia  

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L’Enfance Rouge (articolo e intervista a François R. Cambuzat)  

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