figli di un dio minore: debora iyall / romeo void    
di mario biserni (no ©)




Chi più di Debora Iyall può essere considerata ‘figlia di un dio minore’, dal momento che oltre ad esserlo nella sua dimensione artistica lo è anche nella vita reale? Nelle sue vene scorre infatti puro sangue Cowlitz, un clan di nativi americani il cui territorio originario era dislocato fra Olympia e Portland, e certo è che il suo Grande Spirito è un dio ‘minore’ se rapportato alle grandi divinità che si spartiscono le anime umane. Col suo fisico alla David Thomas, poi, interpreta alla perfezione il ruolo dell'anti diva.
La Iyall è nota soprattutto per essere stata cantante e front-woman dei Romeo Void, un gruppo attivo a San Francisco nei primi anni ‘80 la cui storia può essere misurata in 4 batteristi: Jay Derrah era nella prima formazione e non compare in nessun disco, John Stench compare nel primo LP “It’s A Condition” del 1981, Larry Carter nel secondo “Benefactor” del 1982 e, infine, Aaron Smith nel conclusivo “Instincts” del 1984.
Il resto del gruppo, rimasto immutato dagli inizi alla fine, era composto da Peter Woods alla chitarra, Frank Zincavage alla chitarra basso, Benjamin Bossi al sax e dalla Iyall, che trovava così modo di snocciolare in pubblico i suoi versi poetici, alla voce. Qualcuno l’ha definita a tal proposito «una Patti Smith dei poveri», anche se in realtà le similitudini fra l’emaciata newyorchese e la voluminosa Debora si limitavano proprio all’essere entrambe poetesse più che autrici di canzoni.
Per ben capire le differenze fra i Romeo Void e il Patty Smith Group basta buttare un occhio alle cover scelte nei loro singoli d’esordio: un classico della tradizione garage americana per la newyorchese (Hey Joe) e un insospettabile Apache degli Shadows per i californiani.
Il brano, seppur strumentale, era forse voluto dalla Iyall come omaggio alla sua gente ma, con il suo mood morriconiano, gettava anche un ponte verso la California degli Happy Trails, stendendo contemporaneamente un fioretto nei confronti della tradizione musicale inglese.
Sia il singolo sia il primo LP, che ne conteneva il lato A White Sweater, vennero pubblicati nel 1981 dalla 415 Records, un marchio di San Francisco che diede ospitalità a vari gruppi punk e new wave (The Nuns, The Mutants, The Offs, The Units …). Le canzoni erano strettamente imparentate con il punk, vuoi per il semirecitato sgraziato della Iyall e vuoi per i suoni secchi della chitarra, mentre il sax di Bossi portava un tocco di jazz cattivo e selvaggio che, non senza strizzare un occhio alla no wave, dialogava con la Iyall come se fosse una seconda voce. Ma accanto a ciò si avvertiva pure l’influenza dei gruppi post punk inglesi, che affiorava dalla monotonia della batteria e dai giri di basso ostinati, alla Joy Division, di Frank Zincavage. Un impasto di elementi tanto discordanti portava alla genesi di una musica post punk che, pur non essendo disco music, poteva funzionare egregiamente anche nelle discoteche. La loro natura post-punk, che raccoglieva quindi tutta l’esperienza del punk, è un elemento che li differenziava ulteriormente da Patty Smith, che faceva eventualmente una musica pre punk, raccogliendo di conseguenza l’esperienza garage; e non venite a dirmi che punk e garage sono la stessa cosa. Negli ultimi brani dell’LP le atmosfere erano comunque più articolate, acquisendo elementi reggae, folk e, nella splendida I Mean It, anticipando svogliate tendenze narcolettiche.
L’anno successivo si apre bene con il nuovo batterista Larry Carter, dal drumming più compatto rispetto al batterista precedente, e con la produzione di Ric Ocasek e Ian Taylor. Ne viene fuori un EP con quattro brani, fra i quali c’è quello che viene unanimemente considerato come il loro capolavoro (Never Say Never), una Love Will Tear Us Apart per le discoteche californiane. Gli altri tre brani del disco fanno da ottimo contorno a questo spettacolare excursus, con il sassofonista lanciato a prendersi molti più spazi e il cantato della Iyall più deciso e convincente, e mostrano una maggiore fusione della miscela che aveva animato l’esordio discografico.
Il 1982 è anche l’anno in cui la 415 Records entra in combutta con la grande madre Columbia, che punta particolarmente sui Romeo Void e guida la ristampa dell’EP in un numero più congruo di copie sotto i marchi uniti 415 / Columbia.
Le attese suscitate verranno però leggermente deluse dal successivo LP “Benefactor” che non reggeva il confronto né con “Never Say Never” né con “It’s A Condition”. Se era chiaro il tentativo di rendere più morbidi e funky i connotati della musica, sia raffinando la voce sia depunkizzando le strutture dei brani, si trattava però di un tentativo incompiuto che restava un po’ a metà strada. Neppure una versione più stringata di Never Say Never, unico brano in cui compariva Ocasek, laddove la produzione era per il resto affidata alle sole mani di Ian Taylor, riusciva a tirare su il morale di un album non completamente soddisfacente. Può essere utile alla sua decodificazione la presenza di Wrap It Up, cover di un classico del rhythm and funk scritto da Isaac Hayes e David Porter e portato al successo da Sam & Dave. Migliore era il secondo lato dove tornavano in primo piano sonorità decisamente morriconiane, e il disco si chiudeva così in bellezza con la splendida S.O.S., la cui inquietante ombrosità era ben supportata dalla chitarra dell’ospite Walter Turbitt.
A traghettare definitivamente i Romeo Void verso un modello raffinatamente jazzy-danzereccio è chiamato David Kahne, già alla consolle nel singolo e nel Long Playing d’esordio, che si avvaleva dell’ingresso di Aaron Smith alla batteria, uomo di provata esperienza nel campo della musica nera (rhythm and blues, soul, funk, jazz-rock … sua è la batteria nella mitica Papa Was A Rollin’ Stone dei Temptations). La copertina del nuovo disco raffigurava un altarino votivo, esotericamente vudù, e ricordava vagamente quella del contemporaneo “Call Of The West” dei Wall Of Voodoo. “Instincts” (1984) è ottimo e al suo interno trovano posto due gemme affabilmente ruffiane come Six Days And One e A Girl In Trouble che, pubblicate anche su singolo, rappresentarono il loro maggiore successo in tema di vendite.
Con il 1984 il marchio 415 Records è ormai fritto, anche come specchietto per le allodole sussidiario della Columbia; così il gruppo, deluso anche per la scarsa promozione avuta da parte dei discografici, si scioglie e Debora Iyall tenta la carta solista pubblicando nel 1986 “Strange Language”. Legami con il recente passato ce ne sono, soprattutto per la presenza del batterista Aaron Smith e del sassofonista Benjamin Bossi, ma sono più evidenti gli elementi di rottura, rappresentati sia dall’utilizzo di sintetizzatori, soprattutto per opera di Richard Sohl del Patty Smith Group, sia dalla presenza di Pat Irwin in veste di strumentista-produttore, e coautore di buona parte dei brani, e sia dall’impiego di un congruo coro femminile.
Pat Irwin (clarinetto, sassofoni, chitarre e sintetizzatori) proveniva da un’esperienza con gli 8 Eyed Spy di Lydia Lunch, e aveva quindi sulle spalle un passato no wave, che si riflette sul disco. O almeno ci si riflette per quella che possiamo vedere come un’evoluzione dance della no wave o per quella che possiamo definire come para-no wave (Material, Nona Hendryx, Talking Heads, B-52’s …). Si tratta quindi di una musica estremamente ritmata, la batteria era raddoppiata per la presenza di ‘Bongo’ Bob Smith alle percussioni, e contraddistinta da effervescenti effetti elettronici. Bossi, affiancato a tratti da Irwin, si confermava comunque un eccellente comprimario anche in questa dimensione. Il disco era destinato a fallire per ben due motivi che si negavano l’un l’altro:
la musica, dalle caratteristiche tipicamente newyorchesi, non si confaceva affatto a quelli che erano i ritmi californiani;
l’ambiente artistico di New York, sofisticatamente chic, non poteva che accogliere con sospetto la goffa cantante proveniente dalle selvagge terre dell'ovest.
Da lì al ritiro dalle scene, né assiduo né definitivo, il passo fu breve. La Iyall si dedicò alle arti visuali, che già praticava e delle quali è possibile trovare traccia nelle copertine dei dischi, e ad attività di tipo didattico, rimanendo comunque legata all’ambiente musicale anche attraverso fugaci progetti come gli Abandoned Demand messi in piedi con Steve DeMartis (Bruno DeSmartas) dei Flipper. Per avere in mano il frutto di un’autentica rentrée bisogna però attendere il 2010, anno in cui la piccola etichetta discografica Dottie Records, che più piccola non si può, pubblicò il CD “Stay Strong”.
Al disco aveva collaborato come produttore, coautore e strumentista il vecchio amico Peter Dunne che, ai tempi dei Roneo Void, suonava la chitarra nel gruppo new wave Pearl Harbor & the Explosions (sotto il nome di Peter Bilt).
Quella della Iyall era in nuova dimensione cantautorale, prossima a quella di altre/altri ex punk pentiti e ravveduti. Fra gli undici brani del CD, tutti di buona fattura seppure leggermente fuori target, si distinguono 99 e Creative Engine, che fanno pensare rispettivamente al David Bowie dei ruggenti anni giovanili e alla Penelope Houston post-Avengers (o alle cose più acustiche di Jarboe).
L’anno successivo, sempre per la stessa piccola etichetta, esce l’EP “Singing Until Sunrise”. Il disco contiene una vecchia registrazione con Frank Zincavage più due brani tratti da “Stay Strong” e una brutta rivisitazione di A Girl In Trouble registrati con l’aiuto di amici e parenti, ma il suo acquisto è consigliato solo per la splendida confezione.
Il piacere di averla rivista in scena non può però cancellare la convinzione che tale ritorno sia semplicemente un fuoco di paglia e non potrà mai restituirle quell'attimo di gloria, pur minimo, vissuto ai tempi dei Romeo Void. Il destino sembra ormai averle inevitabilmente assegnato un ruolo di serie B.

DISCOGRAFIA CONSIGLIATA:
Romeo Void:
• "White Sweater / Apache" (7”) – 415 Records 1981
• "It’s A Condition" (LP) – 415 Records 1981
• "Never Say Never" (EP) – 415 Records 1982
• "Benefactor" (LP) – Columbia / 415 Records 1982
• "Instincts" (LP) – Columbia / 415 Records 1984
Debora Iyall:
• "Strange Language" (LP) – Columbia Records 1986
• "Stay Strong" (CD) – Dottie Records 2010




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