lili refrain    
intervista collettiva con introduzione di e. g. (no ©)





Quando Marco Carcasi, recensendo il primo CD eponimo di Lili Refrain scrisse «… rimanda il pensiero alla lisergia emanata tempo addietro da … Sylvia Juncosa» rimasi allo stesso tempo incuriosito e perplesso. Com’era possibile un paragone con quella Sylvia Juncosa che in Lick My Pussy, Eddie Van Halen aveva gettato il guanto della sfida nientepopodimeno che ad uno dei massimi campioni del virtuosismo chitarristico? Com’era possibile che proprio a Roma ci fosse una rappresentante del gentil sesso particolarmente ferrata in un’arte, quella chitarristica, per tradizione tipicamente maschile? Niente di più sbagliato, e non mi sto riferendo tanto al commento di Carcasi quanto alle perplessità suscitate in me da quel commento, perché Lili Refrain è davvero una virtuosa dello strumento, seppure la sua impostazione post-punk (di tipo generazionale) la inibisca nell’utilizzare tale virtuosismo in modo fine a se stesso. Mi sento comunque di affermare che la sua attitudine è di tipo progressive, seppure si tratti di un progressive che la terapia punk ha mondato di tutti i suoi inutili orpelli.
Ma andiamo con ordine.
Gli elementi alla base della sua musica sono per l’appunto la chitarra, l’elettronica e la voce.
Lili Refrain è una di quelle rare persone che sembrano essere nate in gemellaggio siamese con lo strumento utilizzato per la loro attività, tale è la simbiosi che riescono a raggiungere con questo, e posso citare a tal proposito Jimi Hendrix e la chitarra, Fausto Coppi e la bicicletta, Diego Maradona e il pallone … e credo di essermi spiegato a sufficienza.
Il suo chitarrismo riflette e racchiude un po’ tutta la storia dello strumento, soprattutto quella relativa alla chitarra elettrica ma, comunque, riesce anche a catapultarsi più indietro negli anni, ne fanno fede e testimonianza i continui riferimenti a quella cultura spagnola che sta alla chitarra come la cultura napoletana sta al mandolino e/o quella andina sta alla zompoña.
Sono sicuro che ognuno di voi riuscirà a trovare nella sua musica dei riferimenti a qualcuno dei suoi chitarristi preferiti, ma non è il caso di fermarsi alla superficie perché le influenze e le citazioni sono molto più profonde di quanto può sembrare dopo un'ascolto disattento. Io, per esempio, non avrei mai pensato a un’influenza da parte di Santana. Riascoltando però i suoi dischi, dopo che lei me lo aveva citato, sono riuscito a estrapolarne più d’una scheggia, e ad esempio in Out Of The Blue Box, secondo brano del primo disco, la chitarre piagne come solo il chitarrista messicano saprebbe falla piagne (se chiudi gli occhi riesci a vederne anche l’inimitabile smorfia). Un ulteriore indizio a proposito delle influenze lo potete trovare nelle chitarre che usa: una Fender Telecaster e una Gibson SG (due pezzi da novanta nella storia della chitarra elettrica).
Per quanto riguarda l’elettronica, si tratta comunque di un approccio ad essa tipicamente contemporaneo, essendo un’elettronica che non contempla tanto l’utilizzo di suoni sintetici quanto l’ingestione e la digestione di suoni naturali, il tutto registrato e manipolato in tempo reale. La sua non è l’elettronica dei synth e delle drum machine, tanto per intendersi, ma quella dei campionatori e delle loop station.
La voce, e il suo utilizzo, rappresenta forse l’elemento meno inquadrabile della sua musica, dal momento che in essa sembrano confluire non solo la tradizione operistica e/o la tradizione liturgica, ma anche quella delle voci bulgare, del folk apocalittico, del dark gotico e altro ancora. È come riunire sotto il segno di un’unica ugola Nico, Diamanda Galas, Maria Callas, Lydia Lunch e Lisa Gerrard … ci pensate che miscela esplosiva ne può venir fuori!?!!
Fra gli altri elementi che vanno a fare da spina dorsale alla sua musica aggiungerei il metal, la psichedelia e le musiche ripetitive in genere.

Il primo disco eponimo del 2007, pur acerbo, già conteneva in nuce tutti questi ingredienti. “Lili Refrain”, o “CD nero” è un disco già maturo, dal punto di vista compositivo, ma appare però un po’ timido a livello esecutivo, una timidezza che si rifletteva anche nei suoi primi concerti. Il disco contiene comunque un gioiello psycho-western, Polyphylla Fullo On Rocking Chair, che sembra destinato ad apparire per un lungo periodo nelle scalette concertistiche. Con il Polyphylla Fullo, un coleottero volgarmente noto come maggiolino dei pini, viene a crearsi anche una specie di gemellaggio e la siluette dello scarabeo appare come segno distintivo nelle confezioni di tutti i suoi dischi (e non solo: anche negli stickers sulle chitarre, negli aneddoti raccontati durante i concerti, eccetera).

Il secondo disco esce fra il 2009 e il 2010 in tre edizioni a numero limitato di copie (la prima in 9, la seconda in 333 e la terza in 500 copie) e rappresenta un incredibile balzo in avanti a livello di forza espressiva. Il disco si intitola “9” e contiene 9 brani divisi in 3 gruppi di 3: esattamente "Invocazione", "Iniziazione" e "Incantesimo" (notate, anche a livello di copie stampate, come siano i numeri 3 e 9 a ricorrere continuamente, a conferma di quanto il simbolismo sia importante nel suo mondo). La confezione e la grafica esaltano gli elementi gotici, e l’immagine di copertina appare come un particolare ricavato, e poi ritoccato, dal primo disco dei Black Sabbath. Le tre parti nelle quali è suddiviso il CD sembrano voler rappresentare anime di diversa estrazione: una psichedelica, una metal e una terza di tipo technoise. Ma le varie componenti sono comunque miscelate a dovere, tanto da rendere ardua un’effettiva scorporazione dell’una dall’altra. Fra i brani, più o meno tutti allo stesso livello, sono Imitatio, Invernalia e Ictus a imprimersi più radicalmente nella memoria per via delle citazioni che le caratterizzano, rispettivamente Asturias di Isaac Albéniz, Frère Jacques e il tema dalla colonna sonora del film “The Godfather” (un’altra bella citazione riguarda la tiritera dell’arrotino e si trova in Illudia, nella parte conclusiva del CD, a conferma della tendenza a confezionare torte sperimentali guarnite comunque (quasi sempre) con una ciliegina molto popolare). C’è da aggiungere che, pur immersa in questo uragano di sensazioni oscure, Lili Refrain riesce sempre a tirar fuori anche una sua vena infantile e giocosa (vedi il coro di bambini in Invernalia o il richiamo dell'arrotino).

Tre anni separano “9” da “Kawax”, una raccolta nella quale ad averla vinta è la vena psichedelica più oscura e malata e dove la viscerale forza espressiva del suo predecessore è trasformata in inquietudine. A livello d’immagine i riferimenti gotici si fanno esoterici, con richiami alle culture sciamaniche, mentre nella musica si fa pressante l’influenza dei Pink Floyd, sia quelli delle filastrocche barrettiane sia quelli delle dilatazioni lisergiche del dopo Barrett. Il finale di Nature Boy per esempio, soprattutto nella versione più disinibita dei concerti, m’ha fatto da subito pensare alla scena dell’esplosione in “Zabriskie Point” (Careful With That Axe, Eugene). Comunque in tutto il disco non mancano i riferimenti al lato oscuro della vita, a iniziare da Goya. L’acquisto della versione in vinile, visti i bellissimi disegni che illustrano i singoli brani, è in questo caso altamente consigliata … e, soprattutto, state in campana ‘ché Lili Refrain saprà ancora regalarci tante splendide emozioni.



[Per l’intervista che segue è stato utilizzato un metodo inusuale consistente nel chiedere ad amici e a lettori di Sound AND Silence la formulazione di alcune domande da porre a Lili Refrain.
Ne sono usciti fuori un giro di quesiti taglienti e a bruciapelo, all’apparenza sconclusionati, che hanno la forma della conferenza stampa (o dell’inquisitorio) ancor più di quella dell’intervista. A essere indagati non sono tanto i suoi aspetti musicali quanto quelli umani … poco male, ‘ché a sviscerare la musicista ci pensano la sua chitarra e la sua voce.
]


Roberto: perché, visto che il tuo spettacolo oltre che musicale è anche di intrattenimento teatrale, non allarghi la formazione unendo altri elementi?
Ciao Roberto! Il mio spettacolo è principalmente musicale ma amo molto parlare e interagire con il pubblico, è qualcosa che mi viene spontaneo fare quando ho qualcuno davanti. É molto importante per me riuscire a creare un coinvolgimento reciproco durante i live, perché più che teatrali li vivo un po’ come dei rituali, come una cerimonia speciale, qualcosa di incredibilmente catartico in grado di avvolgere tutti con la stessa potenza ed energia.
Sarebbe bello unire altri elementi come danzatori, performer, altri musicisti, video maker o pittori estemporanei, sono tutti elementi con i quali mi è capitato di collaborare in situazioni molto fortunate; riuscire a portare uno spettacolo così ampliato dal vivo purtroppo non è così semplice, soprattutto qui in Italia, un paese ricchissimo di geni creativi affatto supportati economicamente, o peggio, affatto riconosciuti come lavoratori.

Roberto: perché nel tuo repertorio non ci sono brani melodici ad alternare i brani che ti caratterizzano, diciamo urlati ad alto volume, in modo da spezzare e dare discontinuità al concerto?
Un concerto per me è qualcosa di fluido, che non va spezzato ma va vissuto, bisogna viaggiarci dentro, poter esplorare risonanze e frequenze, è un flusso di coscienza sonoro, un sogno visualizzato attraverso corde che risuonano tra loro, un gioco di specchi. Romperlo e renderlo discontinuo avrebbe per me l’effetto di svegliare un sonnambulo all’improvviso, qualcosa di molto pericoloso e terribilmente inefficace. Non ho a che fare soltanto con note, ma anche e soprattutto con energie condivise che vanno trattate con grande riguardo. Nei miei brani la melodia è sempre presente, la voce per altro urla davvero di rado e quando lo fa è per sottolineare delle scosse emotive, solitamente intono nenie usando spesso il registro lirico… direi che la caratteristica della mia musica è più che altro la ridondanza, un piccolo aiuto ipnotico e del tutto legale per aprire le porte al viaggio!

Luca: cosa si potrebbe fare per promuovere i giovani che fanno musica non commerciale e che sono fuori dal giro dei grandi network?
Ciao Luca! Credo che a seconda delle proprie possibilità si possano fare molte cose, come organizzare concerti dal vivo coinvolgendo il più possibile realtà indipendenti, parteciparvi numerosi per supportare sia chi organizza che chi suona, comprare i dischi, parlarne, ascoltarli insieme, scriverne sulla stampa specializzata, provare ad usare i media come radio o televisione per promuovere anche realtà non commerciali invece dei soliti tormentoni triti e ritriti e ovviamente, nel caso in cui dovesse mancare tutto ciò, autoprodursi e autopromuoversi fino alla morte!

Alez: si avverte una ricerca di un'espressività spinta al limite, nel sovrapporsi dei loop di chitarra; quali realtà emotive vuoi esprimere, o evocare?
Ciao Alez! Il progetto Refrain nasce come un diario sonoro strettamente autobiografico, ogni brano contiene una storia nata da un vissuto personale che ho avuto il bisogno di sublimare. Lavorare per strati è un processo compositivo ambivalente, da un lato permette di focalizzare un centro, dall’altro permette di perdersi completamente dentro ogni sovrapposizione. É un po’ come attraversare un labirinto, sapere perfettamente dov’è l’uscita ma trattenersi ad esplorare antri nascosti. Non è molto diverso da ciò che mi accade interiormente nella vita reale!

Alez: si notano spesso riferimenti a sonorità etniche del medio Oriente: è un background che in qualche modo fa parte delle tue esperienze?
Questo riferimento al medio Oriente me l'hanno fatto notare in molti, sopratutto dal punto di vista vocale. In realtà conosco molto poco quel repertorio etnico,quindi non so da dove esca... l'unica connessione che mi viene in mente potrebbero essere alcuni canti popolari italiani, sopratutto quelli del sud che utilizzano spesso qualcosa di simile alle scale arabe.

Alez: il tuo approccio alla chitarra (per certi versi vicino al metal) ha come referenti alcuni musicisti o band in particolare?
Ho ascoltato metal per moltissimi anni della mia vita e alcune band come i Black Sabbath, gli Iron Maiden, i Metallica o i Sepultura son stati i miei principali punti di riferimento. Tra l’altro è stato proprio grazie al metal che mi sono approcciata per la prima volta alla chitarra, e credo non esista palestra migliore per imparare a suonare questo strumento. Concerti, tabulati e video didattici sono stati la mia unica scuola, tra questi consiglio a tutti il mitico video didattico di Richard Benson, che si trova per intero su youtube: garantiti addominali scolpiti dalle risate e “tecnica infernaaaleeee”!

Alez: l'uso della voce richiama aspetti dello sciamanesimo o di arcaiche ritualità; è un'impressione giusta?
Sono felice che ti arrivi questa sensazione dalla mia voce! É lo strumento più viscerale ed inconscio che abbiamo e mi piace molto utilizzarlo in questo senso.

Rita: ho notato che durante i tuoi concerti vendi dei prodotti di tipo biologico, che rapporto c’è con la tua musica?
Ciao Rita! Sorrido moltissimo alla tua domanda perché effettivamente quella sera ad Arezzo tra CD, vinili, maglie, poster e borse avevo con me anche i “saponi musicali” che fa una meravigliosa creatura che si chiama Elisa Ventimiglia! Lei è una totale alchimista vegan! Trova odori affini alle note musicali che ascolta, crea fragranze in base alla sua personale critica musicale, e così ci sono saponi con ruvidi scrub black metal, tenui sentori di eterea lavanda post rock, coloratissimi e profumatissimi saponi psichedelici e tutti eticamente, ecologicamente ed epidermicamente correttissimi. Ha fatto saponi per diversi gruppi della scena underground e ci sono ben due saponi di LILI REFRAIN, uno alla mandorla e uno al pepe nero con disegnati su con estrema precisione anche i miei polyphylla fullo! Chi fosse interessato la trova qui: www.facebook.com/asile.venti.

Peter: nella recensione a “Kawax” letta su sands-zine si citano folk, musica gotico-romantica, musica lirica, psichedelica, dark, techno, metal, noise, minimalismo, flamenco, musica elettrica ed elettronica … quali di queste musiche rappresentano per te realmente un’influenza e vuoi aggiungerne altre?
Ahahahahahahahah! Ciao Peter, leggendo tutta questa lista non saprei immaginarmelo nemmeno io cosa potrebbe uscire fuori ma in effetti ogni tipologia musicale che mi citi è presente all'interno del mio progetto in misura molto meno estrema di ciò che si potrebbe pensare. Le influenze reali sono sopratutto il metal, la psichedelia e il minimalismo, il resto è più il tentativo di tradurre in musica alcune sfumature emotive che non un genere predefinito.

Massimiliano: la tua musica è solitamente piuttosto violenta mentre tu sembri essere una persona molto dolce, vorrei chiederti il perché di questo contrasto?
Non credo che io e la mia musica ci contrastiamo.. l'unica differenza è che le mie ombre le relego più spesso alle note che non ai rapporti con gli altri...è una forma di sublimazione, se fossi una persona molto dolce, serena e felice probabilmente non avrei alcuna necessità o spasmodico bisogno di suonare.

Barbara: qual è il tuo disco preferito?
Domanda da mille milioni di dollari! E come faccio a tirartene fuori solo uno adesso? Dovrei farti una lista di primati!!!! ....vediamo.... il primo che mi ha totalmente cambiato la vita e al quale sono fortemente legata credo sia il “White Album” dei Beatles, l'ultimo che mi ha cambiato la vita e al quale sono fortemente legata è stato “Aventures et Nouvelles Aventures” di Ligeti. Nel mezzo a livello di importanza suprema c'è “Chaos AD” dei Sepultura.

Barbara: … e il tuo libro preferito?
Anche qui il discorso diverrebbe fittissimo! Adoro la letteratura russa, "Il Maestro e Margherita" di Bulgakov è sicuramente uno tra i miei romanzi preferiti e anche tutti i suoi racconti son meravigliosi! Adoro i "Diari" di Vaslav Nijinsky, ogni singolo romanzo di Nabokov. Adoro la poesia di Cesare Pavese ed ogni rigo che sia capace di smuovermi l'animo nel profondo come quelli scritti da Alda Merini, Georg Trakl o Pessoa e poi ci sono gli scritti di Gustav Jung e l'illuminata filosofia di Emil Cioran che sono letture tra le quali rifugiarsi è sempre iper stimolante.

Barbara: che tipo di sogni fai?
Solitamente molto lunghi e intricati. Sono spesso pieni di simboli e colori e ciò che accade potrebbe tranquillamente appartenere alla trama di un film. C'era un periodo in cui li annotavo tutti, è una pratica che ogni tanto, se il sogno mi colpisce particolarmente, faccio ancora. A tal proposito, fin da piccola ho sempre sognato di progettare un registratore di sogni, qualche dispositivo in grado di poterli proiettare nella loro realtà totale. Il mio desiderio era puramente scientifico oltre che estetico, ero convinta al 100% che quando sognavi qualcuno, anche quella persona ti stava sognando e se se ne prendeva coscienza era possibile aprire varchi con connessioni incredibili, poter cambiare gli eventi e trasformare ogni cosa... volevo una prova della mia intuizione, oltre al fatto che ho sempre desiderato assistere ad una vera proiezione di sogni.

Rossella: qual è il personaggio storico che ammiri di più?
Ammiro moltissimo quei personaggi senza nome di cui la storia non parla molto, tutti quegli eroi della quotidianità che hanno unito le forze ribellandosi al sistema inumano del momento. Di solito la storia ne parla usando nomi collettivi come Anarchici, Partigiani, Ribelli, attualmente mi sembra che li chiamino Terroristi.

Manuela: nei tuoi pezzi e durante i tuoi concerti, ci sono frequenti richiami al satanismo, sei forse una strega?
Certo che si! Ho il potere di ipnotizzare ed ammaliare gli astanti con le mie formule magiche e con la mia scopa momentaneamente tramutata in chitarra! (seguirà risata maligna) uahuahuahuahuahuahuahuahuah!!!!
A parte gli scherzi, non so a cosa alludi riguardo al satanismo. Sono una miscredente in realtà, mi riesce difficile credere in Dio, figuriamoci in Satana. Se alludi alle corna rivolte verso il cielo ti rassicuro sul fatto che è un antico simbolo antropologicamente connesso al metal, quando mi senti urlare "VACCABOVE" non è una bestemmia o un'imprecazione ma il mio personale omaggio alla positivissima entità incontrata in sogno durante un terribile periodo di vita. C'è un mio brano che si intitola "666 BURNS" ed è una sorta di andante blues in cui racconto la storia di quando mi sono provocata un'ustione di secondo grado con un pentolino da thé e le macchie sulla mia mano sinistra hanno formato tre cerchi con delle virgolette... ho voluto credere in satana solo per autoconvincermi che fossi stata appena marchiata dal demonio e questo mi avrebbe resa incolume dall'ustione, potendo suonare benissimo durante il concerto che avrei sostenuto a breve nonostante la mano deturpata... e in effetti.... ora che ci penso..... (segue risata maligna) uahuahuahuahuahuahuahuahuahuaha!

Mario: su youtube c'è un video con una tua performance vocale a San Giovanni in Laterano, di cosa si tratta?
Quella è stata la mia primissima performance pubblica! Nel 2007 conobbi il compositore e violinista Cristiano Serino che stava componendo un'opera da presentare nella basilica di San Giovanni in Laterano in occasione dell'evento mondiale del Live Earth in cui in ogni parte del globo si sarebbero tenuti concerti gratuiti e a basso impatto energetico. Dato il contesto e la data dell'evento, il 7.7.2007, l'opera era ispirata alle sette ultime frasi pronunciate dal Cristo prima di morire: "7 WORDS". Cristo lo avrebbe interpretato il violoncello solista accompagnato da un'intera orchestra e dal coro di bambini composto dalla London Oratory School Schola (le voci bianche del Signore degli Anelli per capirsi). Cosa c'entravo io in tutto ciò? Nulla, se non l'aver accettato la sperimentalissima proposta di interpretare a mio modo la tentazione luciferina durante il quinto movimento, "SITIO", momento in cui la fede del Cristo vacilla sentendosi abbandonato da suo padre. Avevo carta bianca, quindi ho fatto una ricerca sui canti sefarditi cercando di comporre una nenia che non significasse nulla a livello semantico ma che evocasse la natura gutturale di quell'idioma e dato il tema e il contesto nel quale si sarebbe presentato il tutto, mi è sembrato opportuno conferire ad ogni suono una gestualità che richiamasse il paganesimo e gli antichi rituali matrilineari, basandomi sulla realtà storica più che su quella superstiziosa.
Lucifero non esiste, ma la donna, il matriarcato e il paganesimo si, ed è ciò che la chiesa cristiana ha maggiormente demonizzato per poter soggiogare a modino la massa e convertire ognuno con la "buona novella"...l'alternativa era bruciare sul rogo!
Il pubblico quella sera era composto da chiunque volesse varcare le soglie della basilica di San Giovanni e da alcuni cardinali ed esponenti della curia romana e il tutto fu ripreso in mondovisione. La mia performance consisteva nello stare comodamente seduta tra il pubblico come una qualunque spettatrice ed intervenire solo durante il quinto movimento. A piedi nudi e tutta vestita di nero mi sono seduta in mezzo alla navata centrale in contrapposizione all'orchestra che era sotto l'altare, e sotto gli occhietti sorpresi di tutti ho iniziato la mia nenia che culminava con un urlo a squarciagola che ha fatto rizzare i capelli a tutta la curia! Quest'ultima si è molto inorridita riguardo al lato sperimentale dell'opera e sentendosi profondamente offesa ha tacciato la mia performance di blasfemia inveendo a fine serata contro il nostro meraviglioso e coraggiosissimo compositore. Fortunatamente per noi, il rogo in Italia non è più di moda!
In commercio c'è un dvd dove si può ascoltare l'opera al completo ma la mia performance è stata censurata, non hanno potuto cancellare l'audio ma al posto delle mie gesta sfilano dipinti e mosaici della basilica...e il risultato a mio parere è molto più inquietante! Siamo comunque riusciti ad estrapolare lo spezzone incriminato e senza chiedere nulla a nessuno, l'abbiamo reso pubblico e di pubblico dominio. Grazie youtube! (youtu.be/2tIMFLzyUls).

Mario: So che tuo padre era un collezionista di LP,cosa hai provato quando hai avuto tra le mani la versione di "Kawax" in vinile?
Ero felicissima d'aver finalmente coronato un sogno e anche molto triste per non poterlo condividere con mio padre...che se ci fosse stato, probabilmente non sarebbe esistito questo disco... essendo il mio più grande sostenitore di sempre, se l'avesse visto avremmo festeggiato con vino, mille chiacchiere e risate, sarebbe stato sicuramente molto critico nell'ascolto ma trovandosi davanti ad un master completamente analogico su quei meravigliosi 180 grammi ne sarebbe stato riccamente entusiasta e avrebbe trovato un altro pretesto per far nuovamente festa, ne sono certa!

Mario: sei soddisfatta delle reazioni suscitate dal disco?
Moltissimo. Ho ricevuto un sacco di feedback positivissimi sia qui in Italia che all'estero dove mi considerano una serissima virtuosa!

Samuele: quali sono i mille chitarristi che ti hanno più influenzato (posso accontentarmi anche se citi i primi 10)?
A livello di mia personale conoscenza cronologica direi:
Carlos Santana,
George Harrison,
Jimmy Page,
Roger Waters,
Jimi Hendrix,
Tony Iommi,
Slash,
Dave Murray/Adrian Smith/Janick Gers,
Kirk Hammet,
Marty Friedman,
Kerry King,
Joe Satriani,
Segovia,
Al di Meola,
Robert Fripp,
Richard Benson.

Mario: come mai all'interno di Ictus citi il Padrino?
Quel brano ha un sottotitolo che cita "Compulsive Techno Massacre", e nella mia fantasia cinematografica era un brano in cui veniva fatta esplodere la Siae rappresentata come mafia sonora nelle sembianze del tema del Padrino, citazione perseguibile a norma di legge! Con il tempo la Siae è peggiorata ma non è ancora esplosa e nel mentre Ictus è divenuto principalmente il mio omaggio alle palpitazioni, assumendo connotati del tutto positivi.

Mario: la tua musica spesso sembra trasmettere un senso di morte, cosa rappresentano per te artisti come Diamanda Galas o Dead Can Dance?
Addirittura un senso di morte? Accipicchia! Stimo moltissimo sia la Galas che la Gerrard, due voci incredibili che più che morte hanno molto a che fare con le viscere dell'animo, più oscura e dissacrante la Galas e più sacrale e spirituale la Gerrard. Entrambe hanno il potere di farmi commuovere non appena aprono bocca, è incredibile!

Mario: quanti tipi di loop riesci a sovrapporre?
Fino ad ora 33 in forma melodica (IMITATIO) dal punto di vista noise infiniti naturalmente!

Mario: hai mai pensato di fare un concerto acustico?
Ancora no sinceramente, ma ho scritto due brani per chitarra acustica/classica, uno l'ho eseguito qualche mese fa anche dal vivo e c'è una testimonianza sonora su youtube se si cerca "Lili Refrain Divanetto Live" (youtu.be/kyLKOPD5ayo).

Rino: nei tuoi concerti suoni solo parti rigorosamente composte o c'è anche spazio per l'improvvisazione?
Dipende dalla situazione e sopratutto da quanto tempo ho a disposizione per suonare. Delle volte inizio i miei live proprio con un'improvvisazione, altre invece son più rigorosa ed eseguo solo i brani tratti dai miei dischi che sono tutti meticolosamente scritti. Le linee vocali sono le mie parti più libere e le improvviso spesso sopratutto dal vivo.

Serena: per quale motivo tra tanti strumenti che ci sono hai deciso di suonare proprio la chitarra?
Perché è lo strumento verso il quale ho sempre avuto un'inclinazione naturale. Fin da bambina, ogni volta che ascoltavo musica, ero lì ad emulare le gesta dei chitarristi immaginandomi con una super chitarra elettrica mentre facevo le scivolate con le ginocchia lungo il corridoio! In questo periodo sto imparando a suonare la batteria che è uno strumento favoloso e un giorno mi piacerebbe tantissimo imparare a suonare anche il violoncello ... chissà ...

Riccardo: se incontrassi Bach cosa gli diresti?
Che è un assoluto GENIO, ma temo che lo saprebbe già!

Riccardo: e se incontrassi Pilato?
Lo porterei in tutte le scuole, gli ospedali e le chiese d'Italia a fargli vedere cosa la gente appende ai muri o al proprio collo su dorate catenine e gli farei i complimenti per l'indiscussa operazione di marketing di cui è stato l'indiretto artefice.




ANGOLI MUSICALI 2016  

i gufi  

gianni mimmo  

claudio parodi (intervista)  

figli di un dio minore: hugo largo  

figli di un dio minore: san agustin  

tempi moderni (IIª tranche)  

figli di un dio minore: ヒカシュー (hikashu)  

Bourbonese Qualk (intervista a Simon Crab)  

Andrea Belfi & Stefano Pilia (intervista)  

corvo records  

infrantumi: vent’anni dopo  

Rock Over Beethoven – Il Rock Neoclassico  

lili refrain  

vittore baroni  

christoph gallio  

jacopo andreini  

musica moderna  

ladies of the canyon  

tempi moderni  

hyaena reading (intervista con francesco petetta)  

Baxamaxam  

Xabier Iriondo  

Osvaldo Coluccino  

Osvaldo Arioldi Schwartz (Officine Schwartz)  

Zero Centigrade  

i cantautori  

(la famosa etichetta) Trovarobato  

die schachtel: della maggiore età  

4 donne  

violoncello  

Chaos Tape(S)  

compilation  

D.S. al Coda (the record label)  

Osaka Kyoto Sounds
(con intervista a Go Tsushima dei Psychedelic Desert)
 

(etre) / Wondrous Horse / Harps Of Fuchsia Kalmia  

tamia  

drum, bass... and carmel  

L’Enfance Rouge (articolo e intervista a François R. Cambuzat)  

chinoise (con intervista a Yan Jun)  

figli di un dio minore: ghigo  

figli di un dio minore: fifty foot hose  

figli di un dio minore: ich schwitze nie  

figli di un dio minore: rites of spring / happy go licky  

figli di un dio minore: crust  

figli di un dio minore: antelope  

figli di un dio minore: kletka red  

figli di un dio minore: the blocking shoes  

figli di un dio minore: debora iyall / romeo void  

figli di un dio minore: stretchheads  

figli di un dio minore: bobby jameson  

figli di un dio minore: distorted pony  

figli di un dio minore: dark side of the moon  

figli di un dio minore: los saicos  

figli di un dio minore: the centimeters  

figli di un dio minore: chetro & co.  

figli di un dio minore: songs in the key of z  

figli di un dio minore: mondii  

figli di un dio minore: TCH (this crepuscular hour)  

figli di un dio minore: bridget st. john  

figli di un dio minore: thule