i cantautori    
di e. g. (no ©)
































Si ricomincia a parlare di cantautori… beh, lo so che non s’è mai smesso di farlo... ma quello che voglio dire è che si ricomincia a parlare di cantautori in un ambito più nostro, al di là del riavvicinamento di alcuni musicisti ad una dimensione più cantautorale o della riproposizione stanca di quel modello da parte di altri (Zucchero, Jovanotti, Ligabue, Luca Carboni, Fabio Concato, Federico Fiumani, Marco Parente, Aldo Chimenti, Emidio Clementi, Vinicio Capossela, Cristina Donà, Vasco Brondi, Carmen Consoli...).un_ep_di_Gino_Paoli Con ambito più nostro intendo un ambito underground e sperimentale dove, dopo i primi segnali positivi lanciati da Bugo a inizio decennio, nomi quali Iosonouncane, Gioacchino Turú, I Camillas, Wassilij Kropotkin, Le Mal d’Archive, Piet Mondrian, Dario Antonetti… stanno lì a dimostrare un rinnovato interesse per un mondo che (all’apparenza) sembrava ormai destinato solo ai sollazzi di un pubblico teleguidato. E anche i nuovi dischi di Alos? e The Shipwreck Bag Show, oltre alla splendida trilogia della Palustre Records (quella firmata da Aldo Becca, Matteo Allodoli e Andrea Lepri) sembrano parlare questo linguaggio ‘fantautorale’.
Quale occasione migliore, quindi, per andare a ‘triminare’ all’interno di un mondo che tanto ha rappresentato nella storia della musica popolare italiana. E per riappropriarsi di quel mondo che, in qualche modo, ci era stato sottratto dalle grinfie di un business sempre più invadente e determinato a non lasciar perdere neppure le briciole. E riscopriamo così qualcosa ch'è più di un mondo, è addirittura un universo quello che, negli anni ’70, rappresentò insieme al progressive uno dei fenomeni più tipici, e più apprezzati, di fare musica in Italia. E nonostante il suo successo, a differenza del progressive, fosse quasi sempre circoscritto all’interno dei confini nazionali, vale la pena di ricordare che in Italia l'importanza dei vari De André, De Gregori e Guccini fu addirittura maggiore di quella avuta da Area, PFM e Banco del Mutuo Soccorso.
Domenico_Modugno Vediamo innanzi tutto cosa e chi si può definire con la parola ‘cantautore’. Direi che, inteso almeno allo stato puro, cantautore è colui che scrive le sue canzoni, musica e testo, ed è anche in grado di interpretarle senza l'accompagnamento di altri strumentisti. Ma, come sempre, quasi mai troviamo la materia allo stato puro e, quindi, il termine finisce con il rappresentare chi scrive almeno in parte, testo o musica, le canzoni che canta. Quindi la definizione di cantautore serve, in linea di massima, per fare un distinguo con compositore (colui che compone musica strumentale o vocale destinata ad essere interpretata da altri), paroliere (colui che compone solo i testi di canzoni destinate ad essere cantate da altri), folksinger (colui che interpreta canzoni riprese dalla tradizione), interprete (colui che propone musiche e/o canzoni scritte da altri), o componente di un collettivo.
Se si può già parlare di cantautori nel primo dopoguerra a proposito di Renato Carosone, Fred Buscaglione e Domenico Modugno (Vecchio frack e Lu pisci spada, oltre alla più nota Nel blu dipinto di blu, sono canzoni che andrebbero assolutamente conosciute non solo per la loro bellezza - della prima è possibile trovare su you tube una splendida versione dello stesso Modugno per solo chitarra e voce – ma anche perché anticipano uno dei principali mood del futuro mondo cantautorale nel loro trovare ispirazione in fatti realmente accaduti), è però solo in seguito, per definire Gianni Meccia, che il termine viene coniato da un discografico della RCA all’inizio degli anni ‘60. Le prime canzoni di Meccia - che poi venne ricondotto ad uno stile più in linea con i tempi - erano talmente fuori dagli schemi e rivoluzionarie (sia nella struttura sia nei testi) da restare chiuse in qualche cassetto fino all’inizio del decennio successivo, quando il loro autore diede avvio ad una propria impresa discografica e le pubblicò in un LP di scarso successo.
In quei primi anni di cantautorato è possibile distinguere fra una scena romana (Edoardo Vianello, Nico Fidenco, Jimmy Fontana…), più ‘leggera’, una scena genovese (Bruno Lauzi, Gino Paoli, Umberto Bindi, Luigi Tenco, Paolo Conte, Fabrizio De André…), più profonda e romantica, e una scena milanese (Enzo Jannacci, Giorgio Gaber, Ricky Gianco…), più irruenta. Accanto a questi nomi raggruppabili in una scena c’erano cani sciolti come Sergio Endrigo e Piero Ciampi. I punti di riferimento per quei primi pionieri erano la canzone d’autore francese, il rock’n’roll imperante oltreoceano e i suoi derivati, la musica d’autore brasiliana, la canzone jazz ed il pop anglosassone. Come già precisato è difficile fare dei distinguo – cantautore sì… cantautore no… - dal momento che i confini sono piuttosto labili, e lo stesso Adriano Celentano (valutato alla luce di canzoni come Il ragazzo della via Gluck e Mondo in mi 7ª) può essere ammesso nella loro cerchia. Negli anni immediatamente successivi si aggiungono le influenze dei nuovi cantautori americani (ancora grossolanamente definiti come folksinger), delle nuove istanze della musica pop afroamericana e del beat inglese, e in tale contesto nasce la cosiddetta canzone di protesta e la categoria cantautorale si arricchisce dei nomi nuovi di Francesco Guccini, Roberto Vecchioni, Lucio Battisti, Mauro Lusini, Roby Crispiano, Gian Pieretti e Ugolino (quest'ultimo fù uno dei precursori del genere demenziale e poi, negli anni '70, pubblicò alcuni LP tanto validi quanto misconosciuti).
Molti di questi primi cantautori avevano iniziato come strumentisti e/o cantanti in gruppi jazz, beat e/o pop, e in numero ancora maggiore iniziarono scrivendo canzoni (anche di grande successo) per l'interpretazione di altri: Folle banderuola per Mina (Gianni Meccia), Sei rimasta sola per Celentano (Ricky Gianco), Senza fine per Ornella Vanoni (Gino Paoli), Auschwitz per l’Equipe 84 e Dio è morto, Per fare un uomo e Noi non ci saremo per i Nomadi (Francesco Guccini), La coppia più bella del mondo e Azzurro per Celentano e Messico e nuvole per Enzo Jannacci (Paolo Conte), Uno in più per Riki Maiocchi, 29 Settembre e Nel cuore nell’anima per l’Equipe 84, Per una lira per i Ribelli e Dolce di giorno per i Dik Dik (Lucio Battisti).Francesco_Guccini,_Paolo_Pietrangeli_e_Giovanna_Marini È comunque impossibile citare qui tutte le canzoni che i cantautori hanno affidato all’interpretazione di altri.
Accanto a tutti questi nomi di cui s'è detto, se non in anticipo su loro, agirono i cantautori più propriamente politici, la cui attività era spesso in bilico con quella del folksinger e dell’etnomusicologo. In questo gruppo si distinsero Paolo Pietrangeli (autore della celebre Contessa), Giovanna Marini, Ivan Della Mea, Pino Masi, Sergio Liberovici, Fausto Amodei (autore di Per i morti di Reggio Emilia), Michele Luciano Straniero e Margot (gli ultimi quattro erano anche legati assieme nell’associazione Il Cantacronache).
È da questo humus che prende forma il tipico cantautore italico come ancora oggi lo intendiamo, che è politicizzato senza essere ideologizzato o partitizzato, che sa confrontarsi e acquisire input da quanto avviene a livello internazionale senza perdere la tipicità fatta di testi in lingua madre, testi che narrano di vicende legate a quella che è la vita nella nostra penisola, e che sa districarsi fra indipendenza e dipendenza dal business, cercando sempre di trarne vantaggi personali, ma senza vendere mai completamente l'anima ai più biechi interessi commerciali e rimanendo comunque sempre ancorato ad un livello qualitativamente decente.
Edoardo Bennato, nella polemica Cantautore, riesce bene a stigmatizzarne difetti che sembrano pregi e pregi che sembrano difetti: «Tu sei forte / tu sei bello / tu sei imbattibile / tu sei incorruttibile / tu sei un ah ah cantautore / tu sei saggio / tu porti la verità / tu non sei un comune mortale / a te non è concesso barare / tu sei un ah ah cantautore / tu sei un'anima eletta / tu non accetti compromessi / tu non puoi sbagliare /Luigi_Tenco tu non devi lasciarti andare / perché sei un ah ah cantautore / no tu non puoi più lamentarti / che ti senti male / che ti scoppia la testa / e non ce la fai più a guidare / ma non farci ridere a dire / che anche un camionista si ferma / ogni tanto a riposare / perché tu a un camionista / non ti puoi paragonare / tu sei un ah ah cantautore / non li senti / trattenere il respiro / quando sei li in alto / e cammini sul filo / qui nel grande circo / tu oramai sei il ree / tu sei buono / tu sei vero / tu sei onesto / tu sei modesto / tu sei un ah ah cantautore / tu sei semplice / tu sei sicuro / tu sei generoso / tu sei valoroso / tu sei un ah ah cantautore / tu sei senza macchia / tu sei senza peccato / tu sei intoccabile / tu sei inattaccabile / tu sei un ah ah cantautore / no tu non puoi più lamentarti / che ti senti male / che ti scoppia la testa / e non ce la fai più a guidare / ma non farci ridere a dire / che anche un camionista si ferma / ogni tanto a riposare / perché tu a un camionista / non ti puoi paragonare / tu sei un ah ah cantautore / non li senti / trattenere il respiro / quando sei li in alto / e cammini sul filo / qui nel grande circo / tu oramai sei il ree / ma non è giusto che tu hai tutto / e noi invece nooo / tu sei perfetto / tu non hai un difetto / che rabbia che ci fai / ma non è giusto che tu hai tutto / e noi invece nooo / tu sei perfetto / tu non hai un difetto Giorgio_Gaber/ che rabbia che ci fai / ma non è giusto che tu hai tutto / e noi invece nooo / tu sei perfetto / tu non hai un difetto / che rabbia che ci fai / ma non è giusto che tu hai tutto / e noi invece nooo / tu sei perfetto / tu non hai un difetto / che rabbia che ci fai / si è vero sono io il più bravo / si è vero sono io il più bravo / nessuno è bravo come mee / si è vero son io il più saggio / sono io il più intelligente / e poi sentite come canto beene / e poi sentite come canto beene».
Già dalla fine degli anni ’60 la scena cantautorale è in grado di competere, per particolarità e tipicità, con la nascente scena progressive; e proprio fra gruppi progressive e cantautori si creeranno interscambi e intrecci così complessi da richiedere un eventuale articolo accessorio per analizzarli nei minimi particolari. Sicuramente i suoni tipici del progressive, così come la concezione del disco concettuale tipica di quella musica, sono presenti in buona parte della produzione cantautorale, e alcuni cantautori abbracciarono senza mezzi termini anche l’estetica del progressive. Ma, soprattutto, c’è da osservare come nei dischi e nei concerti dei cantautori, questi venissero accompagnati dai componenti dei più accreditati gruppi progressive: PFM, Area, Formula 3, New Trolls... Ci sono nomi come quelli di Vince Tempera, Tullio De Piscopo, Tony Esposito, Ares Tavolazzi, Alberto Radius, Roberto Colombo, Lucio Fabbri, Patrick Djivas, Hugh Bullen e Alberto Camerini che sono, in veste di strumentisti, produttori e/o arrangiatori, una presenza quasi costante al fianco dei vari cantautori, andando a costituire così un centro comune in grado di annullare il gap delle naturali differenze esistenti fra cantautore e cantautore. C’è anche da dire che molti di questi strumentisti s’erano fatte le ossa nei gruppi beat e/o R&B degli anni ’60, e visti gli intrecci esistenti fra questi gruppi e alcuni cantautori in erba (non erano solo Guccini e Battisti a scrivere canzoni per alcuni gruppi beat) direi che un cerchio va così a chiudersi.
Quindi, seppure grossa parte del pubblico le abbia recepite soprattutto per le parole, nelle canzoni dei cantautori non c’era attenzione solo per la parte letteraria ma pure per quella musicale, chiaramente in misura diversa da cantautore a cantautore e/o da disco a disco.
Un altro aspetto caratterizzante di quello che possiamo definire come il ‘periodo d’oro’ della canzone d’autore consisté nel mantenere un certo distacco dalle manifestazioni più sputtanate del business, tipo Sanremo e festival simili, ma va detto che questa specie di purezza fu favorita dal fatto che c’era un pubblico piuttosto consistente e, di conseguenza, anche una buona circuitazione nazionale che si occupava di organizzare gli eventi pubblici. Le stesse radio e televisione avevano delle trasmissioni di elevato livello condotte da elementi piuttosto qualificati (e intelligenti), e con la seconda metà degli anni ’70 si aggiunse l’esplosione delle radio libere a fare da buon amplificatore per quelle musiche che rappresentavano pur sempre un’alternativa allo star system.
E poi, al passo con i tempi, o forse in anticipo sugli stessi, era presente una forte attitudine multimediale. Molti di questi cantautori sono stati infatti anche scrittori, fumettisti e/o pittori. Pensate poi alle citazioni letterarie di Guggini e Vecchioni, a De André che, in “Non al denaro, non all'amore né al cielo”, ripropone alcune poesie dalla “Antologia di Spoon River” o a Gaber che in “Anche per oggi non si vola” cita interi passaggi da “Viaggio al termine della notte” di Céline. E cosa dire della collaborazione fra alcuni cantautori e alcuni dei maggiori fumettisti italiani: Gianfranco Manfredi e Guido Crepax, Roberto Vecchioni e Andrea Pazienza, Claudio Lolli e ancora Andrea Pazienza, David Riondino e Milo Manara... Ma pensate soprattutto agli spettacoli di Gaber e Ugolino, eventi davvero unici nei quali si miscelava musica, teatro, poesia e quant’altro.
Cos’è che veramente è mancato alla scena cantautorale italiana? Facile a dirsi, è mancato quel contingente femminile ben presente, ad esempio, negli Stati Uniti con le varie Joni Mitchell, Buffy Sainte-Marie e Laura Nyro.
Già dagli albori della canzone d'autore ci sono state in Italia grandi interpreti (Mina, Milva, Ornella Vanoni, Patty Pravo, Mia Martini, Anna Identici, Gigliola Cinquetti, Nada… e quest'ultima, solo dopo anni passati a farsi le ossa sulle canzoni di Conte, Ciampi e su classici della tradizione toscana come Maremma e La porti un bacione a Firenze, è recentemente approdata ad una apprezzata dimensione cantautorale), ma nessuna di esse poteva essere considerata cantautrice, neppure la già citata Giovanna Marini, che pure qualche canzone l’ha scritta, ma che è un'esponente di spicco di quella tradizione prettamente politica e soprattutto è una ricercatrice e folksinger. Per avere una prima fioritura di cantautorato al femminile, inteso nel senso che vogliamo dare al termine in questo articolo, bisogna aspettare il 1976 con “Suspiro”, album d’esordio di una Jenny Sorrenti reduce dall’avventura folk-progressive dei Saint Just (nel disco, che oggi viene venduto su internet a quotazioni incredibili, suonavano tra gli altri Pino Daniele, Lucio Fabbri e Peter Kaukonen), "La pasta scotta" di Marisa Sannia, reduce da un passato di interprete nell'ambito della musica leggera più rivierasca (ma una sua canzone di successo, La compagnia, verrà reinterpretata sia da Lucio Battisti sia da Vasco Rossi) e “A puddara è un vulcano” di Donatella Bardi, che s'era fatta conoscere collaborando con Claudio Rocchi. Tutte e tre proseguiranno poi lontane dai clamori del business, la prima aprendosi ad influenze sempre più antiche ed internazionali, la seconda chiudendosi a cantare i versi scritti dai poeti della sua amata Sardegna e da Federico García Lorca, con alcune uscite discografiche tanto rare quanto interessanti, e la terza collaborando con i musicisti legati al giro della Cramps Records. L'anno precedente la RCA aveva pubblicato un album a più mani (Roberta D'Angelo, Silvia Draghi, Nicoletta Bauce ed il duo Simo e Susi) intitolato "Le cantautori", a dimostrazione di come il patrimonio della canzone d'autore venisse ancora considerato in un'ottica propriamente maschile. Ancor prima c'erano stati soltanto i casi sporadici di Maria Monti, della quale scriveremo più ampiamente a parte, e Antonella Bottazzi, due soli album deliziosi e qualche singolo (gli album sono "Delicato a te" del 1972 e la raccolta di canzoni per l'infanzia "Canzoni di..." del 1979). Dopo questi primi vagiti sono iniziati i veri strepitii, ma è interessante notare come dietro ad ognuna delle prime cantautrici manovrasse una figura maschile ormai affermata: Franco Battiato collaborò ai dischi di Alice e Giuni Russo (“Capo Nord” ed “Energie”), Roberto Vecchioni collaborò con Gianna Nannini all’intera stesura di “California”, mentre Eugenio Bennato guidò Teresa De Sio nei suoi primi passi che porteranno poi alla pubblicazione del pregevole disco d’esordio “Sulla Terra sulla Luna”.
Uno degli incidenti più preziosi e interessanti occorsi al cantautorato italiano fu la nascita dell’impresa discografica Ultima Spiaggia, una specie di cooperativa destinata in breve al fallimento ma che in pochi anni diede rifugio al meglio del cantautorato underground della penisola. Il marchio, avviato per merito di Riky Gianco e Nanni Ricordi, si avvalse della collaborazione di Enzo Jannacci, Gianfranco Manfredi, Claudio Lolli e Ivan Cattaneo, e nei suoi pochi anni di vita pubblicò dischi di questi artisti oltreché di nomi ancora più sommersi, quali Francesco Currà, Ninni Carucci, Roberto Colombo, e David Riondino (su Ultima Spiaggia uscì anche una rara pubblicazione discografica di Paola Pitagora dal titolo “Sputafuori Strega”).
La classica catalogazione dei cantautori li vede divisi per città d’appartenenza, ma sinceramente la trovo poco azzeccata (cos’hanno in comune De Gregori e Rino Gaetano, pur essendo entrambi di Roma?), quindi mi azzarderò a fare una nuova classificazione secondo categorie di mia creazione, e una prima divisione è quella che faccio arbitrariamente fra quei cantautori che hanno le caratteristiche necessarie ad interessare i nostri lettori e quelli che invece sono più compromessi con lo star system o che appaiono più prossimi alla musica leggera italiana più becera (Renato Zero, Antonello Venditti, Riccardo Cocciante, Franco Califano, Claudio Baglioni…).un_disegno_di_Ivan_Cattaneo
Chiaramente si tratta di una catalogazione che, come tutte le catalogazioni, non va presa totalmente alla lettera, nel senso che in qualche scelta può apparire discutibile mentre buona parte dei nomi citati potrebbe stare tranquillamente in una categoria diversa da quella nella quale è stato incluso. Prendete ad esempio Vecchioni, che fa la sua bella figura fra i polemici, e ditemi se non potrebbe fare altrettanto bella figura fra gli intellettuali. E Riondino potrebbe ben stare fra gli istrioni, così come Guccini, almeno prendendo in considerazione la sua “Opera Buffa”. Idem per Ivano Fossati, che potrebbe benissimo far parte dei poeti, e Francesco De Gregori, che viceversa potrebbe far parte dei professori. Ma in linea di massima questa suddivisione rispecchia forse quelle che sono le caratteristiche predominanti o tipicizzanti di ognuno di loro e, personalmente, mi lascia piuttosto soddisfatto.
I poeti: Fabrizio De André, Francesco De Gregori, Piero Ciampi, Gianfranco Manfredi, Pierangelo Bertoli…
Gli intellettuali: Angelo Branduardi, Francesco Guccini, Claudio Lolli, Paolo Conte, Ivano Fossati…
I polemici: Edoardo Bennato, Roberto Vecchioni, Giorgio Gaber, David Riondino, Alberto Fortis…
Gli istrioni: Vasco Rossi, Roberto Benigni, Rino Gaetano, Alberto Camerini, Enzo Jannacci…
Gli innovatori: Alan Sorrenti, Claudio Rocchi, Juri Camisasca, Lucio Dalla, Franco Battiato…
Gli eclettici: Lucio Battisti, Pino Daniele, Ivan Graziani, Eugenio Finardi, Ricky Gianco…
Gli psicotici: Ivan Cattaneo, Andrea Tich, Francesco Currà, Enrico Ruggeri, Faust’o…
Volendo aggiungere qualche disco a quelli consigliati a parte nelle brevi schede inizio, dal basso con Ivan Cattaneo e Andrea Tich, Andrea_Tichche nella seconda metà degli anni ’70 pubblicarono le loro opere prime per le due grandi etichette indipendenti dell’epoca, rispettivamente per l’Ultima Spiaggia e la Cramps. “UOAEI” (1975) di Ivan Cattaneo (anche scrittore, pittore, poeta, coreografo, inventore…) rappresenta il suo primo flash, ben prima della sua devoluzione, quando si farà conoscere per le sue “stravaganti” (notare le virgolette please!) reinterpretazioni di vecchi successi. Nei suoi sketch Cattaneo fonde cantautorato, progressive e nascente new wave, e pare influenzato da autorità del panorama internazionale quali Frank Zappa, Residents, Brian Eno e il primo Wyatt manipolatore di nastri.
Idem potrebbe dirsi per Andrea Tich (anche lui artista multimediale) che in “Masturbati”, uscito su Cramps nel 1978 e prodotto da Claudio Rocchi, propone canzoni che dichiarare “stravaganti” è ben poco. I richiami a Cattaneo, così come a Camisasca, sono evidenti, seppure Tich tenda spesso a giocare con più voci che vanno a creare grovigli e labirinti di immagini assolutamente originali, anticonvenzionali e dissacratorie («Porta i fiori sulla tomba di tua madre, che poi andremo al mare e insieme giocheremo…», «Questo è l’uccello più sacro che mai abbia visto nella mia vita, tante qualità, ma tutti più o meno uguali…», «Alzati, il tuo cervello vuole e adesso anche il corpo, la mano piano tocca il sesso che crescendo invade la tua mano e batte come un cuore…»).
Enrico Ruggeri fa pendant con Faust’o nell’aver introdotto in Italia la new wave, dapprima con gli Champagne Molotov e i Decibel, e poi come cantautore, e di lui si consiglia l’ascolto di “Presente” (1984) dove ripropone anche Vecchio Frack di Modugno.
Ricky Gianco è come Gianni Minà, c’è sempre stato… quando in Italia è nato il rock’n’roll era con Celentano ed era ancora con lui quando fu dato avvio al Clan, e sempre per Celentano scrisse Sei rimasta sola, poi è stato fra i primi ad importare il beat, insieme a Gian Pieretti, con il quale firmò dei classici come Il vento dell’est e Pietre. Scrisse anche Pugni chiusi per i Ribelli di Demetrio Stratos e, negli anni ’70, diede vita dapprima all’etichetta indipendente Intingo per approdare poi all’Ultima Spiaggia, che avviò con Nanni Ricordi, ed alle collaborazioni con Gianfranco Manfredi… risalgono a quegli anni i suoi dischi migliori, "Alla mia mam..." (1976) e “Arcimboldo” (1978), sarcastici (lui ch’è alto un soldo di cacio in Ironia cantava: «…gnomi dell’universo, gnomi di questo mondo, unitevi per bene e fate un girotondo, cercate almeno nella voce una giusta altezza e poi… per comodo od ossequienza, per una sana militanza, distruggete per sempre la pallacanestro…»), ricchi d’inventiva e di buone canzoni (Compagno sì, compagno no, compagno un caz, A Nervi nel ’92, Fango, Uomini non parlate più, Un amore, repubblicA…).
Eugenio Finardi è stato fra i primi ad impersonare quella figura di cantautore rock che poi imperverserà dagli anni ’80 con Vasco Rossi, Gianna Nannini, Pino Daniele, Ligabue… Ma l’impostazione dei suoi testi, che davano ampio spazio alle rivendicazioni del momento, si rifaceva alla canzone politica popolare, e il suo disco d’esordio (“Non gettate alcun oggetto dai finestrini”) conteneva anche un brano estrapolato da quella tradizione e riarrangiato in chiave rock (Saluteremo il signor padrone). Dischi come “Sugo” (1976), “Diesel” (1977) e “Blitz” (1978), con canzoni come La radio, Sulla strada, Musica ribelle, Scimmia ed Extraterrestre sono autentici spaccati della loro epoca.
Dopo una lunga gavetta come componente degli Anonima Sound, come solista e come sessioman, Ivan Graziani partecipa alle registrazioni del disco di Lucio Battisti “La batteria, il contrabbasso eccetera”, e questa è forse la chiave di volta della sua carriera perché lo porta a firmare con l’etichetta discografica dello stesso Battisti ed è poi accompagnato dai musicisti che avevano suonato in quel disco quando registra “Pigro” (1978), il suo album migliore che contiene il brano eponimo, uno dei più grandi brani rock mai pubblicati in Italia… perché Graziani, oltreché apprezzato cantautore, è anche un ottimo rocker e un ottimo chitarrista che, in quanto tale, ricorda molto il Neil Young dalla vena più elettrica.Alberto_Camerini
Pino Daniele ha collaborato con la crema della Napoli rock prima di affrontare una carriera solista ricca di soddisfazioni, centrata sulla sua figura di cantante chitarrista che miscela rock, blues, e musiche afroamericane in genere, con la tradizione napoletana… è così, con una buona dose di originalità, che prendono forma dischi superquotati come “Terra mia”, “Pino Daniele” e “Nero a metà”…
Alberto Camerini è un UFO. Ha suonato con gli Stormy Six, e anche con Claudio Rocchi, Fausto Leali, Patty Pravo, Eugenio Finardi... e come chitarrista è stato uno dei sessioman più apprezzati della scena italiana. L’esordio solista è del 1975 ed esce su Cramps. “Cenerentola e il pane quotidiano”, questo il titolo, allinea più o meno la stessa formazione che suona con Finardi e più o meno ne condivide anche lo spirito rock. Sono fiabe orwelliane, le sue, e qualche anno più tardi, complice l’accentuazione dell’aspetto tecnologico, arriveranno i grandi successi di Tanz bambolina, Skatenati, Rock’n’Roll Robot, Computer capriccio… tutta roba sospesa fra techno-pop e punk all’acqua di rose. Il suo modo di muoversi sul palco chiama in causa la figura di Arlecchino e con il passare del tempo finirà per identificarsi istrionicamente con la maschera bergamasca, abbracciando così il ben noto concetto del «dai al pubblico quello che vuole».
Non è propriamente un cantautore, Roberto Benigni, ma le poche canzoni che ha scritto e le sue improvvisazioni durante gli spettacoli, molto musicali anche quando non sono accompagnate da alcuno strumento, ne fanno un rappresentante di primo piano di quel modo tutto toscano di irridere la realtà cantando e/o recitando. Dopo un primo disco del 1972 oggi praticamente introvabile, “Il cabaret di Roberto Benigni”, sono uscite a suo nome solo delle antologie che ripropongono, con piccole variazioni, la stessa selezione di brani. Occhio a Mi piace la moglie di Paolo Conte, canzone improvvisata in occasione di una serata al Club Tenco, con il comicaccio che si riallaccia parodisticamente alle tradizionali cantate in rima, in uso nei mercati e/o nelle bettole.
Ed ora il principe degli istrioni. Proprio allo scadere degli anni ’70 nasce la stella di Vasco Rossi, che pubblica per una piccola etichetta indipendente i suoi due primi LP, il secondo dei quali (“Non siamo mica gli americani” del 1979) è ancora considerato uno dei suoi migliori. Il disco contiene il suo brano più famoso, quell’Albachiara che tanto fa pensare a Lucio Battisti come alla sua maggiore influenza. Per Vasco Rossi si apre così un futuro da rock star, scandito dal successo di pubblico raccolto ai Festival di Sanremo del 1982/1983 con Vado al massimo e Vita spericolata e dagli affollatissimi concerti negli stadi. Personalmente, nel 1983, erano ormai molti anni che non guardavo più il più famoso festival nazionale ed avevo smesso da un po’ di tempo anche di frequentare gli stadi.
«E vi odio voi romani, io vi odio tutti quanti, / brutta banda di ruffiani e di intriganti, / cammuffati bene o male, da intellettuali e santi, / io vi odio a voi romani tutti quanti». Così inizia A voi romani, dall’album “Alberto Fortis” uscito nel 1979; e ancora, in Milano e Vincenzo (dedicata al discografico Vincenzo Micocci), Fortis canta: «Vincenzo io ti ammazzerò / sei troppo stupido per vivere / oh Vincenzo io ti ammazzerò perché / perché non sai decidere». Altri brani forti dell’album, nel quale suona quasi tutta la PFM, sono Il duomo di notte e La sedia di lillà, ma purtroppo Alberto Fortis non saprà più ripetersi a quei livelli.
In una vecchia intervista, nella quale veniva paragonato al Nanni Moretti di “Ecce Bombo”, David Riondino diceva: «la mia generazione è forse una di quelle più stupide che sono state prodotte dopo la guerra, una generazione che ha cambiato in maniera repentina e massiccia cinque o sei modi di comportarsi negli ultimi cinque o sei anni, e il buffo è che erano enormi masse di persone che si comportavano tutte nello stesso modo e che poi improvvisamente sterzavano ora di qua ora di là a seconda di come cambiava l’influsso culturale che stavano subendo…» (come non essere d’accordo!). Riondino, dopo essere stato parte del Collettivo Victor Jara, pubblica il suo primo LP nel 1978 per l’Ultima Spiaggia e con l’accompagnamento strumentale di musicisti della PFM; nelle canzoni del disco si fa satira sui luoghi comuni e sui comportamenti sociali dell’epoca (Perplessità, Samba 78, Ci ho un rapporto, Re dei Punk e Diabolico rock, dove l’autore si fa beffe della ‘musica ribelle’ di Finardi). Però c’è dell’altro, e Ma provateci voi è la lamentazione di un disco in vinile, dilaniato dalla puntina, mentre Noi piedi (capolavoro del disco) è un inno alle nostre appendici inferiori che, nella sua essenza semi-rappata, fa pensare ad un Jim Carroll ante litteram. Riondino proseguirà la sua attività fra teatro e musica, sempre interessante e sagace seppur discosto dalle correnti principali del club artistico italiano, e da buon toscanaccio lo farà sempre con tanto sarcasmo (la parodia di Battiato che potete tranquillamente trovare su you tube è davvero esilarante) ma anche con tanta poesia (gli arrangiamenti per banda paesana di alcuni lavori di De André sono addirittura commoventi).
Roberto_Vecchioni«Lieti vivevano in un castello / col marcondirondirondello / mai avevan visto un contadino / facevan tardi a tirar mattino. / E whisky kid col suo Cirano / e un produttore napoletano / registi, critici e premi vari / rossi al crepuscolo i cardinali. / Erano al centro dell'argomento / tutta questione d'allenamento / di notte a turno scendevan le scale / gridando al buio nella sala centrale / "Su, dimmi specchio delle mie brame / chi è il più anarchico del reame? / Su, dimmi specchio delle mie brame / chi è il più anarchico del reame?"», ecco come Roberto Vecchioni polemizza con De André in Le belle compagnie, nel disco “Elisir”, e ancora sullo stesso LP trova modo di prendersela anche con De Gregori (ne Il suonatore stanco): «Il suonatore stanco: / ritaglia foto di Dylan / con grande maestria / e poi le appiccica al muro / badando alla simmetria / tempo fa... / era la realtà... / milioni di anni fa...»… mentre altrove, in Signor Giudice, si concede una giusta rivincita con il magistrato che lo aveva fatto condannare per aver passato uno spinello ad un ragazzo durante un concerto: «Signor giudice / Le stelle sono chiare / Per chi le può vedere / Magari stando al mare». Nonostante questi, e altri, non sempre gradevoli accessi d’astio (ne trovate traccia su I poeti, Pesci nelle orecchie, Vaudeville…), dischi come “Ipertensione (1975), “Elisir” (1976) e “Samarcanda” (1977) sono pieni anche di ottime canzoni: Velasquez, che si rifà a Cortez The Killer di Neil Young, Figlia, A.R., per Arthur Rimbaud, Canzonenoznac e il tormentone Samarcanda, la cui ispirazione proviene da una favola orientale. La scrittura di Vecchioni è, comunque sia, sempre elegante e ricca di riferimenti letterari, tanto che ho sudato molto nel decidere se inserirlo fra i polemici o fra gli intellettuali, e in tempi più recenti ha avuto anche modo di farsi conoscere come autore di prosa.Edoardo_Bennato
Edoardo Bennato è assolutamente da salvare, anche solo per il suo ghigno beffardo che è un autentico marchio di fabbrica. E poi le sue prime apparizioni televisive come one-man-band armato di chitarra, tamburo a pedale e kazoo (o armonica) sono perlomeno leggendarie. Attivo già dagli anni ’60, soprattutto come autore, nei primi ’70 ha portato la nuova Napoli alla ribalta attraverso un’immagine esilarante che ce lo mostra come un Dylan paisà. In realtà il suo spirito ‘carosoniano’ fa sorgere, ancor più, dei paralleli con alcuni personaggi del modernariato mitologico, gli indimenticabili Taca banda (Andrea e Oracolo) della pubblicità ai biscotti Doria e i due buskers Otto e Barnelli. I dischi che precedono la svolta populista di “Burattino senza fili” del 1977 (cioè “I buoni e i cattivi” del 1974, "Io che non sono l'imperatore" del 1975 e "La torre di Babele" del 1976) sono imprescindibili per chiunque intenda approfondire almeno un po’ la conoscenza dei cantautori italiani. Alcune canzoni, quasi sempre polemiche e sagaci, da ricordare sono Salviamo il salvabile, Meno male che adesso non c’è Nerone, Signor censore, Affacciati affacciati, Franz è il mio nome, Cantautore, Feste di piazza, In fila per tre, Il professor Cono, La bandiera, Ma che bella città, Arrivano i buoni, Facciamo un compromesso… Edoardo Bennato, personaggio cosmopolita e giramondo, è stato spesso associato al nome del fratello Eugenio, folksinger e ricercatore delle più autentiche radici popolari con i progetti Nuova Compagnia di Canto Popolare, Musicanova e Taranta Power.
Ivano Fossati e Paolo Conte (entrambi genovesi, il primo per nascita e il secondo per elezione) vengono entrambi da lontano, ma hanno raggiunto la popolarità come cantautori solo negli anni ’80. Il primo insorse durante il festival di Sanremo del 1972, alla testa dei progressivi Delirium, dove giunse dopo esperienze giovanili in gruppi beat e forte di studi come pianista e flautista. A seguito di tale esperienza iniziò la carriera solista e pubblicò una serie di album (4) di scarso successo, e le maggiori soddisfazioni giunsero all’epoca come autore per voci di grande successo come Mia Martini (Danza, Vola, Canto alla luna, La costruzione di un amore…), Patty Pravo (Pensiero Stupendo…), Loredana Berté (Dedicato, Non sono una signora…) e altri. Il vero successo come cantautore arrivò soltanto nel 1979 con l’album (e con la canzone che lo intitolava) “La mia banda suona il rock”. Si trattò di un disco che lo caratterizzò per un’immagine rock della quale fu difficile disfarsi, e ci riuscì solo intorno alla metà degli anni ’80 pubblicando una serie di dischi (“700 giorni” del 1986, e poi “La pianta del tè”, “Discanto” e “Lindbergh – Lettere da sopra la pioggia” usciti a scadenza biennale) che restano ad oggi i suoi migliori e sono impregnati dal suo mood più caratteristico, Fabbri_Radius_Tavolazzi_Espositodelicatamente intimista e intriso della fascinazione per il viaggio (essendo genovese non poteva che essere così), attento alle soluzioni strumentali rivolte anche alla ricerca di strumentazioni insolite riprese sia dalla tradizione classica sia dalle musiche folk mediterranee, orientali e dell’emisfero meridionale. Relativamente a questa sua ‘seconda’ giovinezza sono da ricordare anche le collaborazioni con Francesco De Gregori e Fabrizio De André.
Paolo Conte si affermò come autore di successo ancor più prima, e già negli anni ’60 scrisse per Adriano Celentano (La coppia più bella del mondo, Azzurro…), Caterina Caselli (Insieme a te non ci sto più…), Patty Pravo (Tripoli ’69), Enzo Jannacci (Messico e nuvole)…. Studiò pianoforte fin da piccolo (come Fossati) e pubblicò due primi album omonimi a metà anni ’70 che (ancora com’era avvenuto per Fossati) non ottennero un grande successo. Una visibilità maggiore arrivò finalmente nel 1979 (e le concomitanze con quanto accaduto a Fossati hanno davvero dell’incredibile) con la pubblicazione di “Un gelato al limon”. “Paris Milonga” (1981), “Appunti di viaggio” (1982), “Paolo Conte” (1984), “Concerti” (1985) e “Aguaplano” (1987) sono grandi dischi che lo consegnano alla storia. Il successo della sua miscela di tradizioni che vanno dalla chanson francese, al jazz e al tango argentino, accompagnata con ottima tecnica al piano e declamata con voce ‘nera di fumo’, fu favorito sicuramente dall’affermarsi, a livello internazionale, di voci come quella di Tom Waits che, in qualche modo, contribuirono ad affinare e cambiare anche i gusti del pubblico italiano.Paolo_Conte Gli unici appunti che mi sento di fare riguardano un’attitudine da ‘salotto chic’ e una impostazione che appare ‘costruita’ e poco ‘sincera’. In Piero Ciampi, che più o meno proponeva un modello simile con diversi anni di anticipo, c’era un livello di complicità fra canzoni e vita vissuta ben diverso, come ben diversa era la tensione trasmessa, e di concerto il successo di pubblico che ottenne fu infatti ben più circoscritto. In Paolo Conte tutto è nostalgia e nulla più.
Vi dirò anche che, se riuscite a sopportare il falsetto e l'aria da saccente finto-hippie del loro autore, gli LP “La luna” (1975), “Alla fiera dell’est” (1976) e “La pulce d’acqua” (1977) di Angelo Branduardi sono ottimi. Diplomato in violino al conservatorio, Branduardi è uno dei pochi cantautori italiani (forse l’unico) a piantare le sue radici indietro negli anni, nella musica antica italiana ed europea, ed anche i testi (quasi tutti di sua moglie Luisa Zappa) brillano per i loro richiami classici (che vanno da Dante, a Sergej Aleksandrovič Esenin, a Franco Fortini, a San Francesco d’Assisi, a William Butler Yeats…). Musicalmente, oltre che dalla musica medievale, venne inizialmente influenzato anche dal progressive (il suo primo disco venne prodotto da Paul Buckmaster) e dal menestrello scozzese Donovan. “Alla fiera dell’est” contiene il tormentone dal titolo eponimo e nel 1977 Branduardi partecipò, come strumentista e arrangiatore, alla realizzazione di un altro grande successo, esattamente a quella specie di giga che è Samarcanda di Roberto Vecchioni. “La luna” è stato ristampato nel 1980 (causa un cambio di casa discografica avvenuto subito dopo la sua prima pubblicazione) con le parti vocali registrate ex novo, il titolo variato in “La luna Gulliver e altri disegni”, la sequenza dei brani variata e un brano aggiunto (Gulliver, con il quale tenta di bissare il successo ottenuto con Alla fiera dell’est).
Pierangelo_Bertoli Pierangelo Bertoli è il classico esempio di poeta popolare con forti influenze derivate dalla cultura contadina, i cui testi hanno quasi sempre caratteri sanguigni e facilmente intelligibili. Le sue due canzoni più famose, entrambe tratte dagli album eponimi, non si perdono certo in tante metafore: «Non so se sono stato mai poeta / e non mi importa niente di saperlo / riempirò i bicchieri del mio vino / non so com'è però vi invito a berlo / e le masturbazioni celebrali / le lascio a chi è maturo al punto giusto / le mie canzoni voglio raccontarle / a chi sa masturbarsi per il gusto. / Canterò le mie canzoni per la strada / ed affronterò la vita a muso duro / un guerriero senza patria e senza spada / con un piede nel passato / e lo sguardo dritto e aperto nel futuro» (A muso duro) e «Eppure il vento soffia ancora / spruzza l'acqua alle navi sulla prora / e sussurra canzoni tra le foglie / bacia i fiori li bacia e non li coglie» (Eppure Soffia). Quest’ultima, insieme a Il fiume Po di Ricky Gianco, viene considerata la prima canzone a carattere ecologista pubblicata in Italia (in realtà c’era già stata Il vecchio e il bambino di Francesco Guccini, sempre che non si voglia considerare Il ragazzo della via Gluck di Celentano). Bertoli, tra l’altro, è stato anche lo scopritore di Ligabue (so bene che può fregarvene meno di zero, ma comunque bisogna riconoscere che il Liga rappresenta pur sempre qualcosa nella storia della musica popolare italiana) dando così anche prova di eccellente talent scout.
Gianfranco Manfredi attore (“Le vie del signore sono finite”, “In camera mia”, “Via Montenapoleone”…). Gianfranco Manfredi scrittore (“Il piccolo diavolo nero”, “Una fortuna d’annata”, “La fuga del cavallo morto”, “Il peggio deve venire”, “Trainspotter”, “Ultimi vampiri”, “Ho freddo”…). Gianfranco Manfredi fumettista (“Gordon Link”, Magico Vento”, “Volto Nascosto”…). Gianfranco Manfredi critico (“Lucio Battisti”, “Enzo Jannacci”, “Celentano”, “Mina, Milva, Vanoni e altre storie”…). Gianfranco Manfredi agitatore politico-culturale (organizzatore di eventi, fra i promotori dell’etichetta indipendente Ultima Spiaggia, candidato con il Partito Radicale…). E Gianfranco Manfredi cantautore… se siete interessati ai personaggi poliedrici questo è l’uomo che fa per voi. Dopo un primo LP (“La crisi” del 1974) ed un singolo dell’anno successivo (Liberiamo / Questa casa non la mollerò) iniziò un proficuo sodalizio con Ricky Gianco e con il marchio l’Ultima Spiaggia. Ed è con questa casa discografica che pubblicò i suoi dischi più rappresentativi (“Ma non è una malattia” del 1976 e “Zombie di tutto il mondo unitevi” del 1977). Se le musiche erano piuttosto convenzionali, ma comunque arrangiate con arguzia e ben correlate alle parti testuali, le parole erano uno spaccato, a volte poetico e altre esilarante, di quel movimento politico giovanile (detto del 1977) che nacque già sconfitto a causa della sua stessa essenza e della sua allergia ai programmi, alle strategie e all’organizzazione. Magico_VentoParole che riuscirono da subito a entrare nell’immaginario collettivo e per questa loro particolarità risultarono presto datate e fuori luogo, ma non per questo indegne d’essere ancora ascoltate: «Mi hanno detto: il tuo vestito / sembra veramente usato / non ti cambi mai, mi sembri proprio giù. / Beh scusatemi ragazzi, / oggi non ho altro da pensare / ho il mio abito di dentro da cambiare. / Ma non è una malattia / no, non è una malattia / e non è una malattia / malattia» (Ma non è una malattia), «Ultimo mohicano / sampietrino in mano / solo qui nella via / e la barricata / dove l'han portata? / non c'è proprio più» (Ultimo mohicano), «Agenda un po’ invecchiata dell’anno ‘68 / i poster di Guevara son finiti nel salotto / e Mao sulle magliette e la falce e il martello / assieme al crocefisso qualcuno ha messo al collo. / L’agenda di quest’anno sarà meno serena / però d’appuntamenti sarà altrettanto piena / eppure certe volte io me ne vorrei andare / a correre da solo in macchina sul mare. / Viaggiare senza orari e senza taccuini / portarsi in un cartoccio la birra coi panini / non serve più la radio per sentirsi cantare / così non serve strada in macchina sul mare. / Ma è già finita l’ora suona il campanello / già squilla il mio telefono c’è questo poi c’è quello / continuo a inseguire cose che non so fare / mentre potrei partire in macchina sul mare» (Agenda ‘68), «E parlavano di lui, scrivevano di lui / lo facevano più bamba che bambino / e parlavano di lui, scrivevano di lui / si ma lui rimane sempre clandestino» (Dagli appennini alle bande), «E i mercanti di pornografia / faccia a faccia ai portatori d'acqua santa / da una parte e dall'altra dello specchio / si sono guardati / ed il boia ha chiamato a raccolta / poliziotti e trafficanti d'eroina / per festeggiare le nozze di Stato / un altro zingaro hanno impiccato / un altro zingaro hanno impiccato» (Il mostro è uscito dal mare), «Ti ho incontrata alla Feltrinelli, tu fregavi solo gialli, neanche belli... ristampe. / Si vede che la tua coscienza politica è proprio scarsa. / Guarda me: io ci ho qua il Kerouac, ci ho qua il Garcia Marquez ci ho qua il teatro di Fo, chissà che cosa me ne fo... / lo questa sera mi leggo la Morante con una bimba tutta pimpante / E tu te legge Agata Criste co' Totonno poro criste» (Quarto Oggiaro Story), «Ué s'è é fatto gia mesdì / sento un vuoto proprio qui / 'ndiamo tutti al Motta sì oh sì / su mangiamo la brioss / la pizzetta tre babà / e non si pagherà... oh no no no» (Nonsipa’), «Sta nel sogno realizzato, / sta nel mitra lucidato. / Nella gioia e nella rabbia, / nel distruggere la gabbia / Nella morte della scuola, nel rifiuto del lavoro / Nella fabbrica deserta, nella casa senza porta / Sta nell'immaginazione, nella musica sull'erba, / sta nella provocazione, nel lavoro della talpa, / nella storia del futuro , nel presente senza storia, / nei momenti di ubriachezza, negli istanti di memoria. / Sta nel nero della pelle, nella festa collettiva, / sta nel prendersi la merce, / sta nel prendersi la mano, nel tirare i sampietrini, / nell'incendio di Milano, / nelle spranghe sui fascisti nelle pietre sui gipponi / Sta nei sogni dei teppisti / e nei giochi dei bambini, / nel conoscersi del corpo, / nell'orgasmo della mente, / nella voglia più totale, / nel discorso trasparente» (Ma chi ha detto che non c’è).
Vi prego di prendere questo articolo per quello che è, e vuol essere, la narrazione di un piccolo pezzo di storia che, sia che lo si voglia sia che non lo si voglia, ha rappresentato un momento importante nella nostra cultura.

























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