tre giorni con maria monti    
di mario biserni (no ©)





So che recentemente, alla mirabile età di 82 anni, sei tornata a cantare in pubblico e stai anche preparando un disco?
«Già.»

Come è andato il concerto e per quando è prevista l'uscita del disco?
«Il concerto tenutosi all'Arciliuto con il pianista Marco Persichetti, direttore al Santa Cecilia dove si insegna armonia, che ti presento come un grande perché è in grado di insegnare tutto, è andato piuttosto bene mentre il disco è un po' fermo per motivi economici.»


Questo è l’inizio di un’intervista che intendevo fare a Maria Monti, all’anagrafe Monticelli, un tassello fondamentale nel puzzle della canzone italiana (ma anche in quelli riguardanti il teatro e il cinema).
Già dalla terza domanda l’intervista si è però persa in un profluvio di parole e di ricordi, confusi in quanto a cronologia ma lucidi in quanto a sostanza, impossibili da sistematizzare in una serie di domande e risposte ma utilissimi per comprendere il personaggio Maria Monti oltreché per seguirne l’evoluzione e tracciarne il percorso artistico. Così l’intervista si è trasformata in una serie di impressioni e frasi carpite, oltreché in un percorso nelle sue vicissitudini artistiche, magari scritto male e scloncusionato, ma pregno di significati. Buona lettura.


Quella di Maria Monti è stata un’infanzia difficile, segnata dalla presenza di una madre con la quale non c’era comprensione e di un padre adorato che però è venuto a mancarle all’età di sei anni e mezzo.

«Mio padre la sera suonava il pianoforte solo per me, quando ero piccola, e quello era un momento di particolare empatia e affetto, ecco perché poi mi sono sempre innamorata dei pianisti.»

La morte del padre, avvenuta mentre era stato richiamato in servizio durante la Seconda Guerra Mondiale, fu causata da un intervento chirurgico malriuscito su un ulcera contratta durante la guerra precedente mentre era sull’Adamello.
È probabile che queste vicende abbiano contribuito alla maturazione di un forte spirito antimilitarista che porterà in seguito alla registrazione di lavori come “Le canzoni del no” (I Dischi del Sole – 1965).
Dopo aver seguito il Padre militare in Toscana, a Firenze, e in seguito alla sua morte essersi trasferita presso i nonni paterni a Cassano d'Adda (in un cascinale detto La Gabbana), alla fine della guerra la Monti rientrò con la sua famiglia a Milano dove iniziò a edificare la sua carriera di cantante e attrice.

«Cantavo al Santa Tecla che, pur non trattandosi di una balera, era un locale dove la gente andava anche a ballare, e per timidezza lo facevo stando dietro la porta del cesso che era vicina al palchetto dell'orchestra. Andavo anche a fare scuola di ginnastica artistica, tenuta da una maestra che si chiamava Elsa Grado, ed è proprio lei che parlò di me con alcuni tipi dell'avanspettacolo.
«Così feci dell'avanspettacolo al teatro Smeraldo di Milano dove cantavo delle canzoni in inglese. C'era una specie di comico, primo attore, e poi c'era una soubrette (termine che a Milano veniva confuso con sibrette che vuol dire ciabatta), ed è lì che mi ha vista Luttazzi che stava preparando questo musical intitolato “Uno Scandalo per Lili”, con tanti grandi attori (Gianrico Tedeschi, Giancarlo Sbragia … oltre ai protagonisti Ugo Tognazzi e Lauretta Masiero), e venni chiamata a far parte di questo gruppo dove cantavo una canzone un po' jazz, e alla prima la gente mi ha chiesto il bis e io l'ho fatto. Gli autori della commedia erano Scarnicci e Tarabusi e il titolo della canzone, scritta da Lelio Lutttazi e cantata alla radio da Juliua de Palma, era Quando una ragazza a New Orleans.
«In seguito c'è stata “La svolta pericolosa”, un film a puntate del regista Gianni Bongioanni, con un attore del quale non ricordo il nome che poi si è suicidato, che andò in onda in TV e che mi fece conoscere nel mondo del cinema.
«Però per me fare l'attrice era una cosa secondaria, il mio binario vero era quello della cantante.»

In realtà lavorerà molto più come attrice che come cantante, nel cinema, nella TV e, soprattutto, nel teatro (anche se va detto cha a volte i due ruoli si sovrapponevano, come nello sceneggiato televisivo “I grandi camaleonti”, diretto da Edmo Fenoglio nel 1964, dove interpretava un ruolo canterino (video).
Dal momento che la nostra rivista si occupa essenzialmente di musica cercherò di indagare soprattutto la Maria Monti cantante, seppure debba giocoforza citare 3 o 4 grandi lavori teatral-cinematografici ai quali ha preso parte.
Per il cinema “Novecento” di Bertolucci (nel quale interpretava la madre di Olmo) e “Giù la testa" di Sergio Leone (video). Per il teatro ci sono in primis le commedie “Il candelaio” di Giordano Bruno e “Il diavolo”, entrambe di e con Paolo Poli (dalla seconda è stato poi tratto il Long-playing “Le canzoni del diavolo”, CGD – 1965). Citerei poi “Il rosa e il Nero” di e con Carmelo Bene (con Sylvano Bussotti a stendere gli spartiti per la sua voce) e “Pardon Monsieur Moliere” di e con Gino Bramieri.

«Cantavo al Circolo Tranvieri di Arona tutte le domeniche, e successe che capitò lì Giorgio Casellato che aveva un gruppo dove c’era anche Gaber. All’epoca lui suonava alla Capannina di Vigevano dove volevano una cantante donna, per cui mandò Gaber a prendere le tonalità della mia voce. Come lo vidi rimasi colpita e decidemmo che ci saremmo rivisti anche il giorno successivo …»

Riporto questa frase non certo per amore del pettegolezzo, sono certo che ai nostri lettori il pettegolezzo non interessa, quanto perché dall’incontro fra la Monti e Giorgio Gaber nacque una relazione affettiva e artistica breve per durata ma estremamente feconda quanto a risultati. Mi sbilancio, e mi prendo tutta la responsabilità di quanto scrivo, affermando che l’accoppiata Monti – Gaber, se non per quantità sicuramente per qualità, è stata fra le più importanti della musica italiana, al pari del celeberrimo sodalizio Mogol – Battisti. Penso anche che è una vera vergogna vedere scritto da più parti, a proposito di Non arrossire, che si tratta di una canzone di Giorgio Gaber, dimenticando, volutamente o per ignoranza, che quella canzone appartiene anche a Maria Monti (video).
Le tappe importanti di tale collaborazione, per quello che riguarda la Monti, sono rappresentate dalla partecipazione al festival di Sanremo del 1961, dal Long-playing “Recital” (RCA – 1961) e dall’EP “La Balilla e tre canzoni popolari italiane” (Dischi Ricordi – 1963).
A Sanremo, accoppiata con Gaber, cantò Benzina e Cerini, una canzone la cui scrittura viene attribuita allo stesso Gaber e a Enzo Jannacci, per quanto concerne la musica, mentre per il testo, a seconda delle fonti, si fanno i nomi di Umberto Simonetta e di un tal Scardina (?), oppure di Calibi (pseudonimo dietro al quale si nascondeva Mariano Rapetti, il padre del ben noto Mogol). La versione di Gaber iniziava con la frase «Il mio destino è di morire bruciato …», e proseguiva di conseguenza, mentre quella cantata dalla Monti rovesciava del tutto il ruolo del protagonista narrante iniziando con le parole «Il suo destino è di morire bruciato …» (a differenza di altre versioni femminili del brano, quali quelle di Carla Boni e Jenny Luna, che cambiavano semplicemente sesso al protagonista cantando lo stesso testo cantato da Gaber, però al femminile). Questo piccolo accorgimento è significativo della sua volontà di essere protagonista, un ruolo confermato poi dal tema conduttore del suo primo LP. La canzone, ironica, surreale e provocatoria, non venne apprezzata dalla giuria del festival (vinto dall’accoppiata Betty Curtis – Luciano Tajoli con Al di là) e venne esclusa dalla serata finale.

«Ci piazzammo ultimi, però ci prendemmo una bella soddisfazione perché l’Espresso scrisse ‘per noi l’ultima è la prima!’
«Purtroppo nella mia versione di Benzina e cerini che pubblicarono su disco la voce è completamente sfasata rispetto alla musica! Non riesco proprio a capire cosa combinarono…» (video)

Nonostante l’attestato di stima dell’Espresso, Maria Monti in quell’occasione litigò con i concorsi canori e, dopo la sfortunata partecipazione a quell’edizione del festival, non credo abbia più preso parte a manifestazioni simili. D’altronde il suo primo LP, pubblicato quello stesso anno, mostrava un’artista ben diversa da quelli che frequentavano una manifestazione dove, come ebbe a scrivere Luigi Tenco qualche anno più tardi, c’era un «pubblico che manda in finale una canzone come 'Io tu e le rose’ …» (Luigi Tenco nel biglietto d’addio).
“Recital” era infatti il prototipo dell’album concept, e questo ben sei anni prima che i Beatles facessero “Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band”, gli Who “The Who Sell Out” e i Moody Blues “Days Of Future Passed”.
Il disco, a dispetto del titolo, venne registrato in studio, ma era organizzato come fosse stato registrato in pubblico, con la cantante che introduceva e spiegava le canzoni, interloquendo così a una certa distanza spazio-temporale con quel pubblico virtuale e ipotetico che lo avrebbe ascoltato. Le stesse canzoni si srotolavano senza soluzione di continuità, in quello che funzionava come un flusso continuo. Il tema di tali canzoni, poi, era univoco e aveva per soggetto la donna moderna, quell'essere misterioso che usciva dalla parte di angelo del focolare per entrare da protagonista nella società, che cessava di essere scelta per scegliere, con tutti i problemi che questo comportava, e con i relativi timori, illusioni, cotte, delusioni e sconfitte. E, soprattutto, che lo faceva con un senso di disorientamento e timidezza, seppure l'inevitabile sigaretta in mano mirasse a far credere il contrario.
Era la stessa timidezza che aveva portato la Monti a cantare nascosta dietro la porta del cesso, perché lei stessa era il prototipo della donna moderna e si può quindi dire che le canzoni di “Recital” riflettevano la sua esperienza personale.
Era la stessa timidezza espressa anche in una canzone come Non arrossire (un piccolo classico che sarà poi ripreso da Mal, Morgan, Musica Nuda, Renato Zero, Bobby Solo, Claudio Baglioni, Renzo Arbore, Roberto Cacciapaglia, Annalisa, Simona Molinari e Renzo Rubino …).
Fra le altre canzoni del disco segnalerei Sono le nove, perché segnò l’inizio della collaborazione fra Gaber e Sergio Luporini (nelle note erroneamente riportato come Luperini), e La filanda, perché rappresentava un primo passo in direzione della canzone popolare tradizionale e della canzone popolare a carattere espressamente politico.
È però Zitella Cha Cha Cha (che nel disco veniva riportata come Zitella Cha-Cha) a venire più volte citata dalla cantante che, con un senso di amarezza, si immedesima con la protagonista della canzone («Nella mia vita coloro che amai son più di mille ormai … e pensare che un giorno ero bella, ma or son rimasta sola, se nasco un’altra volta, non farò più così»).
In un’altra canzone alla quale è molto affezionata, la tradizionale Bell’usellin del bosch, canterà però «son maritata ier, oggi son già pentita, viva la libertà, viva la libertà, e chi la sa tenere».
Qual è allora la vera Maria Monti? Direi che esistono diverse Maria Monti che, insieme, vanno a costituire il personaggio di questa grande artista.
Ma torniamo a “Recital” per gettare un occhio a quanto scriveva Vincenzo Micocci, all’epoca direttore artistico della RCA, nelle note di copertina: «In campo discografico molti sono i modi di «dare» un artista al pubblico, ma generalmente esso viene somministrato a piccole dosi, un «quarantacinque» dietro l’altro, per arrivare poi, dopo molto tempo, ma solo se ne vale veramente la pena, all’«estended-play» e al «trenta centimetri». Raramente una casa discografica si induce alla pubblicazione di un «ellepì» all’inizio del suo rapporto contrattuale con l’artista. Anche perché, in genere, gli… «artisti» non hanno molto da dire al pubblico, e quel poco è bene distribuirlo con saggia parsimonia.
«Per Maria Monti si è dovuta fare un’eccezione. Maria è un’artista dalle molte sfaccettature. Ha bisogno, per esprimersi compiutamente, di intrattenersi con voi. Occorre darle un po’ di tempo, seguirla mentre dirige in molti sensi la traiettoria della sua attenzione, comprenderne le intensioni e, se occorre, perdonarle qualche errore di forma.» E ancora: «Chi c’è dietro a Maria, o, se preferite, accanto a lei, che all’altra porge la mano, e la trascina alla ribalta, per poi, magari, lasciarvela sola, ad occupare tutta la scena? È chiaro, mi sembra. C’è la ragazza moderna, la donna dei nostri tempi … Certo non si tratta della stessa donna di qualche decina d’anni fa, di romantica memoria, che si desiderava pura ed ignara di tutto, da poter utilizzare come un soprammobile».
È proprio il caso di dire che Maria Monti, già nel 1961, guardava oltre.
Le musiche eraono tendenzialmente jazz e, ad accompagnarla, c’era quello che nelle note veniva definito come il suo complesso. Quando chiedo delucidazioni in proposito sorride e mi dice che il suo complesso era praticamente formato da Giorgio Gaber alla chitarra e Pallino Salonia al contrabbasso ...

«Io all'epoca stavo alla RCA e Gaber alla Ricordi, in seguito passai anch’io alla Ricordi.»

Così dice, con quel senso di appartenenza casa discografica – musicista tipico dell’epoca, e questo spiega forse perché i nomi degli strumentisti non apparivano nel disco. Comunque nel 1962, dopo aver pubblicato un ultimo singolo per la RCA (Non sono bella / Io da una parte, tu dall’altra – 1961), la Monti passò effettivamente alla Ricordi, più o rneno in concomitanza con Micocci che effettuò la stessa permuta di scuderia.
L’esordio su Ricordi avvenne con altri due 45 giri (Piazza Missori / Al Sant’Ambroeus e Formica e teak / Me disen madison), dopodiché nel 1963 uscirono due EP fondamentali che prefiguravano la sua produzione musicale degli anni successivi: “4 canzoni della resistenza spagnola” e “La Balilla e tre canzoni popolari italiane”.
Con “4 canzoni della resistenza spagnola” diede avvio a una produzione politica di tipo più militante che si manifestò anche nell’adesione al Partito Comunista Italiano. È stata uno dei primi artisti non esclusivamente ‘politici’ a recuperare le canzoni della resistenza spagnola, tra gli altri in seguito lo faranno anche Milva, poi Charlie Haden con la sua Liberation Music Orchestra e ancor più tardi gli olandesi Ex, e la superba bellezza di quei canti è resa dalla sua voce in emozionanti interpretazioni da brivido. Alla casa discografica storsero la bocca e dovette lottare per imporre un disco che comunque venne ostracizzato e mal distribuito. Ad accompagnarla c’erano i complessi diretti da Iller Pattacini (in due canti) e Giovanni Ferrero (negli altri due).
Le sue canzoni più propriamente politiche furono in seguito dirottate su case discografiche più dedicate quali I Dischi del Sole (“Le canzoni del no” e brani sparsi su “Can Can degli Italiani”, dall’omonimo spettacolo teatrale di Giancarlo Cobelli, e “Canti Comunisti Italiani 2”) e I Dischi dello Zodiaco (una canzone già edita su “La donna nella tradizione popolare”).
Particolare rilevanza è rivestita da “Le canzoni del no” che venne sequestrato, si dice a causa della canzone La marcia della pace (di Franco Fortini e Fausto Amodei) che conteneva frasi come «e se la patria chiama, lasciatela chiamare» o «lo sanno pure i sassi» interpretate dai censori come inviti alla diserzione e alla rivolta (video). Viene però il sospetto che il vero motivo del sequestro stia nell’Inno Abissino, un feroce inno anticoloniale («va fuori dall’Africa, non siamo predoni, va fuor dall’Africa, va fuor dall’Africa, vigliacco stranier») scritto nel 1887 da Ulisse Barbieri (lo stesso che aveva scritto Il crack delle banche, canzone attualissima cantata dalla Monti insieme a Paolo Poli e Armando Celso ne’ “Le canzono del diavolo” e recentemente ripresa anche da Mara Redeghieri nel “Dio Valzer”).
Nel decennio successivo fece ancora un disco prettamente politico-militante, su etichetta Ri-Fi, intitolato significativamente “Maria Monti e i contrautori”. In esso, accanto a due brani suoi (L’armatura e I fili della luce), cantava canzoni di Gualtiero Bertelli (Nina), Gianni Nebbiosi (Il numero d’appello), Ivan Della Mea (Cara moglie), Antonio Infantino (Cantico delle creature), Paolo Pietrangeli (Il figlio del poliziotto) e Mario Pogliotti (È fatto giorno). Inoltre interpretava anche una canzone di Silvio Rodriguez e una di Phil Ochs (rispettivamente Parole, della quale non conosco la versione originale, e Non è solo un caso, versione italiana di There But Fortune) (video).
Ad accompagnarla c'erano i chitarristi Luca Balbo e Massimo Verardi, mentre sono prive di fondamento le fonti che riportano la presenza di Gianfranco Coletta, una metà del duo Chetro & Co. (Coletta, all’epoca, suonò con la Monti e Balbo ma non risulta che abbia preso parte ad alcuna registrazione).
Come appare chiaro dalle canzoni scelte il disco è dedicato a quegli autori esplicitamente ‘politici’ che, come sostiene la Monti, non ricevevano l’onore di essere passati per radio o in TV (a differenza dei vari Guccini, Lolli, Dalla, De Gregori …).
Sulle due canzoni del disco scritte da Maria Monti ritorneremo in seguito.
Con “La Balilla e tre canzoni popolari italiane” iniziò invece una sua ricerca sulle tradizioni musicali popolari, dando un forte contributo al successivo recupero di questo filone e all’affermazione di artisti come I Gufi, Maria Carta e Rosa Balistreri (ma anche di personaggi più mediocri come la Cinquetti o la Berti). Di particolare impatto va considerata La balilla, canzone che aveva sentito cantare a un portinaio e che lei rimpolpettava con alcune strofe di sua invenzione, qui riprodotta in una suggestiva interpretazione pubblica con un minimale accompagnamento alla chitarra di Giorgio Gaber (video). Gli altri brani dell’EP erano Un bicchiere di Dalmato, Se ti viene il mal di pancia e La domenica andando alla messa.
Le intuizioni di questo EP sfoceranno nella pubblicazione del 12 pollici “Canzoni Popolari Italiane” del 1965, ultimo suo disco per la Ricordi, che accanto a Un bicchiere di Dalmato allineava altre tredici gemme riprese dalla tradizione popolare dell’intera penisola, Sicilia compresa, con interpretazioni particolarmente intense di ’O ciucciu, Maremma, Ciuri Ciuri, Sant’Antonio allu desertu, Serafin aveva un siffolo, Com’è belle lu prim’ammore e La Rosetta. Rispetto ad altre esperienze più propriamente politiche (Il canzoniere internazionale, Il nuovo canzoniere italiano, Il Cantacronache …) l’approccio della Monti era più ampio e andava a recuperare altresì testi non propriamente politici, come vedremo anche in seguito, attingendo sia dalla tradizione religiosa sia da quella profana e goliardica delle osterie (con espliciti riferimenti alla malavita o poco celati doppi sensi di carattere sessuale). Il complesso accompagnatore era diretto da Iller Pattacini e le chitarre soliste erano di Armando Celso e Silvano Spadaccino.
Il disco venne poi ristampato dalla Ricordi nella serie economica Orizzonte con copertina diversa e con i primi due titoli, ’O ciucciu e A Gramadora, sostituiti dai tre titoli dell’EP non inclusi nella prima edizione, questo per sfruttare la popolarità nel frattempo raggiunta da La balilla e da Giorgio Gaber. In tale ristampa a Sant’Antonio allu desertu è stato troncato il finale, non so se per uno svarione dovuto a sciatteria tecnica o come risultato di un taglio censorio (video) (la frase finale della canzone dice infatti «Vi saluto care amice, lu signore ve benedice, e fa cresce lu patrimonio, cu’ le grazie e Sant’Antonio», e I Gufi, per aver cantato la stessa canzone in TV, si erano addirittura presi una denuncia) (video).
La Monti è completamente ignara di questa ristampa economica ma, come capirete anche proseguendo la lettura, non si è mai occupata troppo degli aspetti materiali legati alle sue attività artistiche.

«Sai, Goganga l’avevamo scritta assieme ma il Gaber la registrò solo a nome suo. Certo, potevo andare anch’io e registrarla anche a mio nome, ma non sono mai stata molto attenta a queste cose.»

La fine del rapporto affettivo con Gaber, che avvenne più o meno nel 1964 e portò anche alla fine della collaborazione artistica, non fu certo indolore né priva di scorie. Sarebbe troppo complesso indagare sui mortivi della rottura e, soprattutto, comporterebbe l’ormai impossibile impegno ad ascoltare entrambe le fonti, ma è comunque inammissibile non notare che il duo “Il Giorgio e la Maria” (così si chiamava un loro spettacolo all’inizio degli anni Sessanta) non era privo di discrepanze. Accanto a un Gaber piacione e simpaticone, in grado di conquistare anche quella fetta di pubblico che lui disprezzava e criticava aspramente, lei appariva scoglionata e infastidita, incapace di concedere al pubblico qualcosa di più e di diverso dalla sua arte. Gaber, poi, non ha mai abbracciato la scelta politica militante della Monti, e il suo essere indiscutibilmente di sinistra, seppure in modo critico, non lo ha mai portato in seno ad alcuna organizzazione partitica. Differenze non da poco, direi, nonostante le quali è possibile comunque individuare nel loro percorso artistico una radice comune. Prendete, ad esempio, una canzone come L’Armatura della Monti (video) e confrontatela con Lo Shampoo, C’è solo la strada, La Leggerezza o Dove l’ho messa di Gaber, e scoprirete che i concetti espressi sono molto, ma molto, simili (video).
Quando le chiedo, a proposito di Gaber, se la canzone Chiedo scusa se parlo di Maria era riferita a lei mi risponde:

«Dovremmo chiederlo a lui che non c'è più, però penso che il testo non lasci dubbi a chi vuole intendere (video).
«A proposito di Gaber, e del suo carattere, devo dire che va tenuto conto del’esperienza che aveva avuto … il braccio sinistro paralizzato, era stato il dottore a dirgli di riprendere a suonare e questo lo aveva aiutato molto, è anche per questo motivo che era comunicativo, piacevole …»

In contemporanea alla rottura con Gaber si verificò però un altro fatto: di Maria Monti - che nei primi anni ’60 occupava le pagine dei giornali, sia dei rotocalchi come “Sorrisi e Canzoni” che vedevano in lei il prototipo della donna moderna sia delle riviste dal taglio più culturale, come “L’Illustrazione Italiana”, che ne apprezzavano l’impegno socio-politico - a un certo punto non si parlò quasi più.
Credo, a tal proposito, che il tuffo nelle tradizioni popolari può essere stato visto con sospetto sia dagli uni sia dagli altri, mentre più d’uno può aver accolto di malumore la frequentazione di compagnie scomode quali erano Carmelo Bene, Paolo Poli e Aldo Braibanti.

«… questo calo di popolarità è dovuto a me stessa e al mio carattere, ho rifiutato anche cose che mi avrebbero reso dei soldi e ho sempre fatto delle lunghe interruzioni per dedicarmi a me stessa attraverso la meditazione, che ho iniziato a praticare nel 1969 e che mi ha portato a trascorrere in India vari periodi della mia vita.»

Fatto è che a un certo punto il nome della cantante scomparve dalle cronache, e pensare che l’esplosione dei cantautori impegnati, avvenuta all’inizio degli anni ’70, avrebbe potuto portargli quella popolarità dovuta ai precursori del genere.

«Eravamo nello studio di Micocci e lui doveva preparare una locandina per una storia dove c'eravamo dentro io, Gianni Meccia e altri due che non ricordo – probabilmente si trattava di Enrico Polito e Sergio Endrigo – e si trattava di trovare una definizione che si adattasse a tutti e quattro, e a me è saltato fuori cantautori. Poi ho visto che Micocci ha veramente utilizzato quel termine uscito dalla mia bocca, che a me mica piaceva, per mettere quei quattro nomi sotto uno stesso ombrello.»

Colei che aveva inventato, seppur involontariamente, il termine cantautore e che, oltretutto, da molti viene considerata come la prima cantautrice – anche se a cercare il pelo nell’uovo ancor prima c’era stata Margot del Cantacronache (Margherita Galante Garrone) – avrebbe davvero meritato di più.
È invece solo nel 1971 che tornò alla musica, e lo fece con “Memoria di Milano”, un doppio LP pubblicato nella collana dedicata al folk dalla Fonit Cetra (era il N° 2/3 della serie iniziata con “Amore, tu lo sai, la vita è amara” di Rosa Balistreri).
Nel disco riproponeva titoli della tradizione popolare più o meno recente (Porta Romana, La Balilla, Spazzacamino, Serafin aveva un ziffolo, Bell’usellin del bosh, Faceva il palo …), scavando anche nel proprio repertorio (La nebbia, Vetrine), senza fare discriminazioni fra tradizione religiosa e tradizione politica (Santa Caterina, Se otto ore). Si potrebbe quindi pensare a “Memoria di Milano” come al seguito di “Canzoni popolari italiane”, ma in realtà non è così e questo nuovo episodio della sua discografia rappresentava il ponte fra la prima produzione, quella degli anni ’60, e i dischi a carattere più sperimentale degli anni ‘70. Veniva infatti data più importanza all’uso della voce, con salti di tonalità che rasentavano la dissonanza, mentre anche le musiche non rappresentavano certo una riproposizione filologica di quelle che erano state le versioni arcaiche delle canzoni.
Sembra che la Monti voglia cantare a più voci, quasi a intonare delle polifonie o a rappresentare più personaggi, sembra cioè che canti recitando, o meglio che reciti cantando, e dal momento che lei stessa aveva forgiato, e poi forgerà, termini come cantautore e contrautore, voglio a mia volta creare una nuova categoria in grado di rappresentarla, quella della cantattrice.
Un ruolo importante, in questa svolta e nella riuscita del disco, sembra averlo avuto Ettore De Carolis (l’altra metà di Chetro & Co.) che in molte canzoni svolgeva il ruolo di consulente musicale.
Le note di copertina non riportavano i nomi degli strumentisti coinvolti, ma è plausibile la presenza del chitarrista Luca Balbo, un chitarrista fortemente influenzato dal blues e legato al Canzoniere Internazionale di Leoncarlo Settimelli.
Entrambi, Balbo e De Carolis, concorreranno poi alla stesura de L’armatura, una canzone che sarà pubblicata nel 1973 sia nel Long Playing “Maria Monti e i Contrautori” sia su singolo, con nel retro Il Pavone, e che segnò il ritorno della cantante alla composizione.
Il tema della canzone era un invito - nascosto dietro la metafora di un’armatura che portata a riparare ci fa inizialmente sentire nudi e privi di protezione per farci infine scoprire la leggerezza di un fisico affrancato da quella corazza che l’opprimeva - a liberare lo spirito da quelle scorie, legacci, valigie, tabù e pesi vari che imprigionano la nostra fantasia e la nostra creatività.
Lo stesso leitmotiv ritornerà poi in “Muraglie”, LP pubblicato nel 1977 per la it di Vincenzo Micocci, questa volta nascosto dietro la metafora dei muri da abbattere. Il disco, che appariva un po’ come una raccolta di ritagli, metteva assieme i precedenti “Maria Monti e i contrautori” e “Il Bestiario”, la presenza di strumentisti che suonavano in quest’ultimo - Tony Ackerman e Roberto Laneri, oltre al fido Luca Balbo e a John Heineman – era infatti bilanciata da alcune canzoni firmate dai contrautori Violetta Parra, Gianni Nebbiosi e Gualtiero Bertelli.
A un ascolto attento erano comunque individuabili aspetti che richiamavano tutto il suo percorso artistico, a iniziare dai primi passi di “Recital” per arrivare al concetto di cantattrice.
A proposito di De Carolis e Balbo dice che il primo era un grande musicista ma purtroppo era in balia dell’alcolismo mentre a riguardo del secondo si stupisce del fatto che oggi ha abbandonato totalmente la chitarra per dedicarsi alle launeddas sarde (uno strumento di cui si era invaghito da tempo e il cui suono aveva tentato di imitare anche con la sei corde).
Comunque è un po’ tutto il periodo che va dagli anni ’70 ad oggi ad essere un po’ confuso nella sua memoria, probabilmente anche perché gli aspetti della sua vita legati alla meditazione e alla cura della spiritualità hanno preso totalmente il sopravvento sugli aspetti materiali, questo nonostante abbia continuato a lavorare, seppure non in maniera continuativa, sia nel cinema, sia nel teatro e sia nella musica.
Uno dei suoi ricordi più nitidi riguarda la partecipazione al collettivo Prima Materia, anche perché è stato il progetto più prossimo alle esperienze meditative, e mi dice con un certo rammarico di non essere presente nel disco pubblicato su Ananda nel 1977, che fa bella mostra di se negli scaffali di casa, perché quando venne inciso lei non faceva ancora parte dell’ensemble. È chiaro come l'alba di vasco rossi che avrebbe voluto esserci.
Ha ben presente anche il cammeo in uno spettacolo teatrale di Lucio Dalla, “Il futuro dell'automobile e altre storie” trasmesso in TV nell’inverno del 1977, dove cantò La Balilla accompagnata dallo stesso Dalla alla fisarmonica (video).
Per quanto riguarda il doppio LP “Dal vivo * Bologna 2 Settembre 1974”, registrato al Festival Nazionale dell’Unità e uscito per la RCA nel 1975, sostiene che venne pubblicato senza che le venisse richiesta alcuna autorizzazione. Il palco, e il disco, erano condivisi con Lucio Dalla, Antonello Venditti e Francesco De Gregori, mentre ad accompagnarla alla chitarra c’era Luca Balbo che, nel disco, compare anche in un brano di sola chitarra intitolato Launeddas, la qual cosa rende ancor più credibile quanto ho scritto sopra (video).
Non so come si svolse il concerto e quante canzoni furono cantate, comunque nel disco ne sono riportate tre della Monti: L’Armatura, Gli americani e È fatto giorno (nell’introduzione a quest’ultima viene citata Su Patriotu Sardu A Sos Feudatarios, una cantata del 1974 scritta da Francesco Ignazio Mannu che era stata riportata alla luce e resa popolare da Maria Carta) (video). Le altre canzoni presenti sono così suddivise: 5 di Dalla, 3 di Venditti, 2 di De Gregori e 1 di Venditti e De Gregori insieme. Da notare, nel discorso introduttivo fatto da Dalla alla sua Itaca, i bip della censura che vanno a coprire parte delle sue parole.
Ciò che invece la Monti ha completamente rimosso è la sua partecipazione, insieme a Jenny Sorrenti, Anna Oxa, Lucio Dalla, Ivan Cattaneo, Rino Gaetano e Nino Buonocore, ad “Alice” del Perigeo pubblicato dalla RCA nel 1980 (un disco che rappresentava una revisione in chiave moderna di “Alice nel paese delle meraviglie”) (video).
Curioso è invece l’atteggiamento della cantante nei confronti de’ “Il Bestiario” (Ri-Fi – 1974), senza alcun dubbio il suo lavoro che gode della maggior considerazione sia da parte del pubblico sia da parte della critica.
Mi dice che il disco è stato recentemente ristampato e si meraviglia che l’hanno anche pagata per farlo. Ancor più si stupisce che la ristampa è particolarmente richiesta in Giappone, e commenta a tal proposito: «Cosa ci capiranno in quello che canto». Io ribatto che la parola, ancor più se cantata, ha una sua melodia e un suo ritmo che travalicano quello che è il suo significato. Aggiungo, inoltre, che i dischi italiani di quel periodo sono molto ricercati dai collezionisti giapponesi.
Oltretutto è convinta che la prima edizione del disco era in CD e che questa della Holidays Records è la prima stampa in vinile. Io, puntiglioso, le faccio notare che quando uscì “Il Bestiario”, nel 1974, i CD ancora non esistevano e che quella in quel formato (datata 2012 e pubblicata negli Stati Uniti dalla Unseen Worlds) era già una ristampa.
Non voglio pronunciarmi riguardo all'opinione generale che ritiene essere “Il Bestiario” il suo disco migliore, dal momento che reputo il suo percorso sequenziale e meritevole di essere conosciuto nel suo insieme, ma posso ben dire che si tratta del suo disco più ricco dal punto di vista musicale, e non poteva essere altrimenti visto che i musicisti coinvolti erano Luca Balbo e Tony Ackerman alle chitarre, Steve Lacy e Roberto Laneri ai sax soprano e baritono, e Alvin Curran al synth (Curran pone anche la firma su buona parte dei brani), come dire una combriccola tirata su a cucchiaiate d'ambosia.
La tematica dominante del bestiario riguardava quelle espressioni e atteggiamenti umani che ricordano, o vengono paragonati, al comportamento animale (video), ma c’è anche dell’altro come quando nella lunga suite minimale posta in chiusura Curran e la Monti si soffermano a indagare il senso dei quattro elementi (Aria Terra, Acqua e Fuoco).
A conferma del fatto che il suo percorso è un insieme inscindibile le faccio notare che all’inizio degli anni ’60 aveva già inciso un piccolo bestiario, affermazione che la lascia perplessa almeno fino a quando non le rinfresco la memoria facendole ascoltare Non sono bella (video), al che deve annettere che c’è del vero in quanto vado affermando.
È soltanto nel 1993 che torna a pubblicare su disco, dopo la breve apparizione del 1980 su “Alice” del Perigeo, e lo fa con “Oltre … Oltre …”, un CD pubblicato privatamente che raccoglie l’omonimo spettacolo, un Oratorio elettronico nel quale è accompagnata dai due musicisti di area contemporanea, Nicola Sani e Luca Spagnoletti. Si tratta di un disco dove raccoglie sia le esperienze legate alla meditazione sia quelle legate al teatro (in definitiva è un opera recitata più che cantata). Di un oratorio si tratta, ma è un Oratorio che abbraccia le religioni in senso lato, vissute come esperienze di ricerca spirituale e non come affari di parrocchia (un po’ alla maniera degli orientali), oltreché, forse, con una punta di cinismo. Nel bis, Santuario di Franco Cerri, dà dimostrazione di non avere perso l’attitudine al gioco e alla filastrocca sciorinando una specie di scioglicervello dai tratti surreali.
I tre giorni di visita a Maria Monti terminano con una meticolosa ricerca nel suo archivio fotografico, alcune fra le immagini scelte corredano questo articolo, e lei non manca di farmi notare la mia tendenza al maniacale, deformità che cerco di mascherare dietro un mio impegno a dare un’informazione il più precisa e corretta possibile.
La scheda dedicatale su Wikipedia è piuttosto completa, anche per quello che riguarda la sua discografia (mi sembra manchi all’appello soltanto l’EP “Canti Comunisti Italiani 2”, pubblicato nel 1965 su I Dischi del Sole con numero di catalogo DS 12 , dove cantava Quattro Signori).
I suoi dischi, quasi tutti fuori catalogo, si possono trovare in buona parte a cifre varie su Discogs e su eBay, ad eccezione di “Oltre … Oltre …”, per recuperare il quale dovete contattarla personalmente al numero di telefono che trovate nel suo sito.


ANGOLI MUSICALI 2016  

marino josé malagnino (intervista)  

tre giorni con maria monti  

gianni mimmo  

claudio parodi (intervista)  

i gufi  

figli di un dio minore: hugo largo  

figli di un dio minore: san agustin  

tempi moderni (IIª tranche)  

figli di un dio minore: ヒカシュー (hikashu)  

Bourbonese Qualk (intervista a Simon Crab)  

Andrea Belfi & Stefano Pilia (intervista)  

corvo records  

infrantumi: vent’anni dopo  

Rock Over Beethoven – Il Rock Neoclassico  

lili refrain  

vittore baroni  

christoph gallio  

jacopo andreini  

musica moderna  

ladies of the canyon  

tempi moderni  

hyaena reading (intervista con francesco petetta)  

Baxamaxam  

Xabier Iriondo  

Osvaldo Coluccino  

Osvaldo Arioldi Schwartz (Officine Schwartz)  

Zero Centigrade  

i cantautori  

(la famosa etichetta) Trovarobato  

die schachtel: della maggiore età  

4 donne  

violoncello  

Chaos Tape(S)  

compilation  

D.S. al Coda (the record label)  

Osaka Kyoto Sounds
(con intervista a Go Tsushima dei Psychedelic Desert)
 

(etre) / Wondrous Horse / Harps Of Fuchsia Kalmia  

tamia  

drum, bass... and carmel  

L’Enfance Rouge (articolo e intervista a François R. Cambuzat)  

chinoise (con intervista a Yan Jun)  

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