Anders Hana    
di etero genio (no ©)



«Norway’s Anders Hana is a monster. His guitar work is a fair embodiment of the promise of improvised electric guitar for the new millennium.» (www.digitalisindustries.com)

«Guitar hero and all-round Nordic noisenik Anders Hana pairs up with drummer Morton Olsen for another round of extreme improv for the Rune Gramofon imprint.» (www.boomkat.com)

«[...] Sharrock meets Branca meets Hendrix with a dollop of math metal tossed in- the aural equivalent of the silk-screened scorpion that adorns the cover.» (www.squidco.com)


Se pensate che l’epoca dei grandi ‘guitar heroes’ appartenga al passato sappiate che Anders Hana non è affatto d’accordo con voi. Nelle sue dita serpeggia quanto di meglio - e magari anche quanto di peggio - il virtuosismo chitarristico ha prodotto e, questo è il punto, trasforma il tutto in una musica straordinaria, poiché riesce a piegare il 'tecnicismo' fine a se stesso in una 'tecnica' messa al servizio delle sue esigenze espressive, al fine di poter raggiungere quegli specifici risultati musicali che come fulmini gli balenano dentro la teca cranica. In Hana non v’è affatto la dimostrazione esteriorizzante di molti dei cosiddetti 'guitar heroes', all'opposto, ed alla fin fine dalle sue dita prende forma una visione della musica estremamente intima, anche quando il modo di esprimerla è smaccatamente violento, per cui difficilmente lo vedrete spavaldo sul palco, con le gambe divaricate e il bacino proteso in avanti, ossequioso nei confronti dello strafottente machismo metallaro, ma vi apparirà viceversa ripiegato a riccio sulla sua chitarra, in una postura che sembra rifarsi piuttosto alla tradizione hardcore.
Hana è originario di Stavanger (1982), città industriale rintanata dentro all'ultimo fiordo nel sud della Norvegia, in una posizione geografica che ricorda un po' quella di Seattle e, se siete convinti che nel disegno del mondo non c'è nulla di casuale, è perlomeno inquietante pensare che Jimi Hendrix (1942-1970) è nato proprio a Seattle quarant’anni prima. Beh, direi che ci sono abbastanza dati e coincidenze per far felice qualsiasi appassionato di astrologia, cartomanzia e/o cabalistica.MoHa! In realtà non c’è una spiegazione, né oscura né palese, al fatto che Hana è nato in Norvegia a Stavanger, così come non c’è una spiegazione al fatto che Napoleone è nato ad Ajaccio e non a Velletri o che Charlie Parker è nato a Kansas City e non ad Anchorage; l’unica spiegazione è in quel cazzo di spermatozoo che, circa nove mesi prima, è andato a sbattere proprio su quello specifico ovulo. Però al fatto che essendo nato lì è poi diventato quel che è diventato una spiegazione ci dev’essere, perché è molto probabile (seppur non dimostrabile) che se fosse nato a Fighille non sarebbe diventato quel chitarrista che è adesso e probabilmente non avrebbe neppure mai iniziato a suonare la chitarra. Quindi non è sufficiente l’essere nato a Stavanger, altrimenti ci sarebbero migliaia di Handers Hana, ma non basta neppure possedere le sue attitudini, altrimenti sarebbero potute emergere in qualsiasi altro luogo. Le attitudini e le idee di Hana proveremo a sviscerarle a parte, tempo a disposizione permettendo, magari con un’intervista che potrebbe darci anche qualche ragguaglio sull’ambiente in cui è cresciuto.
Nell'attesa possiamo però dire che Stavanger è una città industriale (vi hanno sede molte industrie petrolifere), e le città industriali (come Detroit o la stessa Seattle) hanno sempre prodotto artisti votati al caos ed al rumore, e poi è un porto di mare, e quindi soggetta alla contaminazione fra idee e culture. UltralydNon bisogna poi dimenticare che i paesi scandinavi furono i primi a dare credibilità ai fermenti della New Thing (o free jazz) tant’è che alcune delle prime registrazioni dei vari Albert Ayler e Cecil Taylor furono fatte da quelle parti, e di conseguenza vi s’è sviluppata una cultura jazz piuttosto viva in modo alquanto naturale. Metterei in conto, a tal proposito, il successo internazionale conseguito dal sassofonista Jan Garbarek, di stanza presso la scuderia ECM, e questo potrà sembrare un po’ pretestuoso vista la distanza fra le tendenze ‘newageggianti’ di Garbarek e la musica di Hana, ma non dovete dimenticare che dove c’è l’uva c’è anche la volpe. Aggiungiamo la tradizione di un popolo gagliardo e guerriero che fin dall’antichità solcava i mari su imbarcazioni velocissime, e che viveva con alle spalle un retroterra fatto di fiordi, monti e ghiacciai: una paesaggistica che suggerisce i tagli secchi, le ripide ascese, le linee frastagliate, le profondità oscure e le croste di silenzio, ma invita anche a perdere lo sguardo nei grandi spazi celesti come a proiettarsi nell'immensità dei propri pensieri (ci avete mai pensato, è più grande l'universo o sono più grandi i nostri pensieri?). Va considerato anche il fatto che, da qualche anno a questa parte, quei paesi sono diventati un centro nevralgico per quanto riguarda lo sviluppo della musica contemporanea - catturando un’attenzione da parte della stampa internazionale come mai era successo in precedenza - e di conseguenza sono anche diventati un punto di riferimento fisso per le attività concertistiche dei migliori musicisti internazionali.
Morthana C’è un forte senso collettivo, all’interno della comunità musicale norvegese, che porta quei musicisti ad intrecciarsi in miriadi di progetti (per farvene un’idea potete fare una piccola ricerca all’interno del rotocalco web Groove), per cui la quantità di gruppi e soluzioni disponibili sembra essere ben superiore al numero dei singoli musicisti presenti. Praticamente si ripropone in maniera dilatata quanto negli anni Settanta era stato prefigurato in piccolo da associazioni come l’AACM o la ICP; così quello che in Italia venne tentato or meno di un lustro fa con iXem appare essere in Norvegia un processo scontato e assolutamente spontaneo e naturale, e questa situazione non può che favorire la crescita e lo sviluppo di quei talenti in erba i cui sforzi, in altri lidi, vengono costantemente frustrati. All’interno di questa fioritura spontanea esistono poi alcune associazioni, come quel N Collective al cui interno gravita anche Anders Hana, che rappresentano un ulteriore momento in grado di favorire la crescita collettiva, di sicuro, e di rimbalzo anche quella individuale.
E infine va considerato il supporto offerto dalle istituzioni pubbliche e da etichette discografiche quali Rune Grammofon e Sofa Music.
Questi particolari, insieme ad altri che sicuramente ci sfuggono e/o ci sono oscuri, paiono essere un buon input alla formazione di una personalità musicale aspra ed al contempo poetica qual è quella del nostro chitarrista.
Il suo stile scoppiettante, con repentini cambi d'atmosfera, velocità e direzione, con improvvisi arresti e partenze eccetera, ricorda un altro funambolo qual'è Ichirou Agata dei Melt Banana, solo che Hana si muove in un ambito decisamente meno rock. Anche il chitarrismo del giapponese è sicuramente contaminato, ma mentre nel suo stile il rock rappresenta la quotazione di maggioranza (magari anche solo relativa) nello stile di Hana confluiscono in egual misura schegge provenienti da ogni angolo e da ogni genere, e il 'post everything' riferito alla sua musica, che ogni tanto si legge di qua e di là, appare senz'altro azzeccato.
Come definire altrimenti uno strumentista che passa con noncuranza dal jazz dell’Ingebrigt Håker Flaten Kvintett al rock dei Noxagt, ed è intrigante il fatto che una volta tradotto nella nostra lingua quel ‘post everything’ possa assumere più significati: dopo tutto (cioè che viene dopo tutto…) e dopotutto (nonostante ciò)… e nonostante dalla nostra descrizione possa uscirne il ritratto di un musicista senza uno stile proprio, nella realtà il chitarrismo di Hana è fortemente caratterizzato e caratterizzante.
Si tratta semplicemente di un tipo dalla versatilità incredibile che, oltre ai numerosi progetti di tipo diverso nei quali è impegnato, si ripercuote anche nel particolare di singoli progetti che difficilmente mettono in fila un disco ‘eguale’ all'altro.
In buona parte delle situazioni che lo vedono coinvolto è presente anche il batterista Morten J. Olsen, pure lui nato a Stavanger (1981) e pure lui in possesso di uno stile deflagrante, e quello fra i due è quindi un sodalizio che probabilmente viene da lontano e va ben oltre le fenomenali prove rilasciate come MoHa!. C’è di mezzo qualcosa che va oltre la condivisione di alcuni progetti musicali, qualcosa che ha a che fare con l’amicizia, con la fiducia, con la comprensione reciproca e con il feeling. Due esseri simpatetici. È uno di quegli equilibri che stanno appesi ad un filo, e basta un nonnulla affinché quel filo si spezzi, ma fin che regge si può quasi parlare di ‘perfezione’. I due, insieme, riescono davvero a fare scintille.
Di seguito ci soffermiamo sia sui progetti più importanti che hanno, o hanno avuto, il chitarrista come protagonista sia su quella che è la sua produzione discografica principale, tenendo conto che numerosi lavori sono stati rilasciati in CD-R a numero limitato e mancano inevitabilmente all’appello.
A soli 25 anni Anders Hana sembra già essere uno di quei musicisti destinati a fare la storia, per cui è forse bene mettere le mani su tutte le scintille che sprizzano dalla sua dinamica chitarra.

Ultralyd (Frode Gjerstad o Kjetil T. Møster: sassofoni/clarinetti; Anders Hana: chitarra; Kjetil D. Brandsdal: basso; Morten J. Olsen: batteria)
• "Ultralyd" (FMR Records, 2004)
• "Throb And Provision" (Utech Records, 2005)
• "Chromosome Gun" (Load, 2005)
• “Noxagt / Ultralyd” (Textile, 2006)
• "Conditions For A Piece Of Music" (Rune Grammofon, 2007)
Ultralyd è una formazione ‘classicamente’ jazz, se si esclude la presenza della chitarra in vece del pianoforte, ma fin dal primo disco il quartetto ha dimostrato un’attitudine devastante e tutt’altro che ligia alla tradizione jazzistica. Ultralyd 1, venti minuti in crescendo e accelerazione, è il manifesto sonoro del gruppo e può essere descritto come un incrocio fra Steve Lacy, Peter Brötzmann, i Black Sabbath e i God di Kevin Martin. Gli altri cinque titoli si dividono in due brevi scampoli dall’impostazione puntillistico-elettroacustica, due più cospicui assalti classicamente broetzmaniani ed un’ultima scarica torrenziale e dinamica che pone le basi fondamentali per i dischi successivi. Piuttosto strano il missaggio che lascia trasparire dei rumori, fra una pista e l’altra, come di scatti provenienti dai pulsanti di arresto e avvio dei nastri.
In "Chromosome Gun", fin 'troppo ossequioso' nei confronti del marchio Load che lo ha prodotto, il gruppo si esprime in tutta la brutalità e la compattezza di cui è capace, e non mancano speculazioni sabbathiane (terza e settima pista), free sbilenchi (quarta pista), esalazioni di ambient distorto (quinta pista), repentini scampoli jazz-core (sesta pista).
Nelle quattro piste del vinile su Textile, diviso a metà con i ‘cugini’ Noxagt, il gruppo si propone come trio, senza sax, e macina un suono quasi sempre lento e disarticolato, prossimo alle cose che Hana e Olsen vanno facendo anche con la sigla MoHa! (qualora guardassimo queste ultime al rallentatore). Questo disco, insieme a "Throb And Provision", documenta il momento di interregno che c'è stato fra l'uscita di Frode Gjerstad e l'ingresso di Kjetil T. Møster.
"Throb And Provision", CD-R di scarsa reperibilità con registrazioni in concerto, è il loro “Bells”. Suono grezzo, compatto e massiccio e registrazioni quasi amatoriali, ma un feeling della madonna. La seconda pista ripropone un’anima puntillistica e braxtoniana, ma è in assenza del sassofono (le piste 3, 4 e 5) che l’ensemble mostra tutta la sua duttilità. L’impressione all’ascolto è quella di un proscenio ridotto a ‘camera di tortura’, dove gli strumenti sono le vittime e gli strumentisti i torturatori.
Inizio marziale, con il ritmo asciutto e serrato scandito da Olsen sul quale si inseriscono lamine di suono psycho-industriale, per un’autentica ‘danza moderna’ rivolta alle prime luci del terzo millennio, questo è il nuovo disco degli Ultralyd: un autentico capolavoro e, dal momento che raramente spendo questa abusata iperbole, credo di essere abbastanza credibile. Più o meno tutto il disco è giocato sul contrasto fra suoni para-ambientali (cioè suoni strumentali che ricreano suoni d’ambiente) e suoni più tipicamente strumentali. La registrazione e la resa sonora sono fantastiche e, rispetto ai dischi precedenti, muovono da un concetto diverso, consistente nel far emergere nitidamente ogni singola particella di suono; la bolgia si trasforma così in un ribollire di scaturigini ben distinte. I piccoli particolari, senza sminuire affatto l’impatto dell’insieme, emergono con una nitidezza impressionante, e anche i momenti più freejazzosi hanno al loro interno dei flash di 'luce' in grado di caratterizzarli. È una confluenza di stili, umori e passioni che sembra dare sbocco alle teorie armolodiche formulate da Ornette Coleman, per cui i quattro strumentisti hanno, comunque sia, un ruolo egualitario all’interno delle singole composizioni.
I vari componenti del gruppo, un autentico manipolo di guerrieri, partecipano tutti a numerosi altri progetti, ed in alcuni di questi le loro strade finiscono inevitabilmente con l'incrociarsi di nuovo.

Born to Collapse (Frode Gjerstad: sassofono alto/clarinetti; Per Zanussi: contrabbasso/elettroniche; Anders Hana: chitarra; Morten J. Olsen: batteria)
• "Born To Collapse" (Circulasione Totale, 2004)
Questo è un quartetto simile agli Ultralyd, nel quale si ripropone il tandem Hana-Olsen, ma è dedito ad un'impro non idiomatica che si rifà a certe esperienze radicali europee degli anni Settanta, in un’azione particolarmente rivolta alla disarticolazione, con Olsen che ricorda il drumming di Lovens, Per Zanussi in spirito kowaldiano ed un sassofonista che punta di più su fraseggi tipicamente free (rispetto a Kjetil Møster che, di conseguenza, appare come il vero responsabile della svolta verso una musica più 'asciutta' compiuta dagli ultimi Ultralyd). E Hana, che trascrive sulle corde il ruolo del pianoforte, funziona da interfaccia al sassofonismo di Gjerstad. Ma sono soprattutto il contrabbassista (strumento acustico e non elettrico) ed il batterista (con i suoi sottofondi di piccole percussioni) a delineare con maggior nitidezza la strada maestra. La musica semi-strutturata degli Ultralyd cede il passo all’improvvisazione totalmente libera, in un’altra visione del mondo, e spesso le individualità cercano di emergere dal miasma collettivo con pregevoli assoli, ma lo spirito collettivo finisce comunque sempre con l’avere la meglio. Particolarmente suggestivi i momenti in cui Frode Gjerstad (stretto fra un geometrismo braxtoniano ed una più spontanea eruttività alla Brötzmann) passa al clarinetto. Born To Collapse Part. 3, suoni lunghi e tesi, è in tal senso una piccola meraviglia.Kjetil_D._Brandsdal Registrato in concerto, un’ora di musica per tre brani, in tutto il CD si respira l’aria fumosa del palco. Magari ha bisogno di qualche ascolto ma, alla fine, “Born To Collapse” riesce ad emergere in tutto il suo fascino.

A Diet of Worms (Jan Christian Lauritzen Kyvik: chitarra; Anders Hana: chitarra; Kjetil D. Brandsdal: basso; Alf Terje Hana: chitarra; Peter Larsen: chitarra)
Questa formazione contrappone il basso di Brandsdal (Ultralyd e Noxagt) a ben quattro chitarre, fra le quali quella di Hana. Il gruppo non ha ancora pubblicato nulla e non è facile indovinare il suo mood, magari è qualcosa che ha a che fare con le sinfonie di Glenn Branca oppure, dal momento che si tratta di tipi piuttosto agitati e imprevedibili, fanno delle cosette di tutt'altra specie. Non ci resta che attendere qualche eventuale pubblicazione per soddisfare la nostra curiosità, dal momento che pensare di vederli in concerto mi sembra essere pura utopia (vista l'aria che tira da queste parti).

MoHa! (Morten J. Olsen: batteria/elettroniche; Anders Hana: chitarra/elettroniche)
• “Det E Jo Rock, For Faen!” (Enlightenment, 2004)
• “Rock; Meg I Rauå!” (Humbug, 2005)
• "Raus Aus Stavanger" (Rune Grammofon, 2006)
• “Rock/OFF!” (Humbug, 2006)
• "Norwegianism" (Rune Grammofon, 2007)
MoHa! è la scheggia più impazzita che se ne esce fuori dalla traiettoria tracciata dagli Ultralyd, ma è possibile ritrovare l’accoppiata Olsen-Hana anche in numerose altre di queste formazioni 'satellite'. I due dischi su Rune Grammofon sono logicamente ben reperibili, mentre rintracciare gli altri tre sembra essere una cosa ben più problematica. Quelli su Humbug (un EP ed un singolo a 7 pollici) richiedono qualche sforzo, mentre per quanto riguarda l’esordio devo dire senz'altro nisba, e i due sembrano addirittura alla ricerca di qualcuno interessato a ristamparlo (se decidessi di avviare un’etichetta discografica sarebbe senz’altro fra le mie priorità insieme a “Wakka”, mitico esordio dei giapponesi Minamo). La miscellanea di influenze è impressionante, e va dal jazz-core al grind-metal, dal noise all’industrial ma, miracolo in tempi così ridondanti, il duo possiede il dono della concisione. E basterebbe questo per farmeli amare alla follia. I due dischi pubblicati su Rune Grammofon sono abbastanza simili per sonorità ma divergono per concezione: il primo potrebbe essere definito come un ‘concerto’ per chitarra e batteria, e offre maggiormente l’idea del materiale improvvisato, pur con alcuni momenti di distensione, ma con un suono generalmente più parcellizzato, più arioso, frutto di una disarticolazione/articolazione meticolosa, mentre il secondo, generalmente più tirato e ancor più contratto, e dove il tempo medio per pista è praticamente dimezzato, suona quasi come una ‘sinfonia’ corale, e nell’insieme sembra presentare una maggiore strutturazione, pur nel suo dispensare sputi di suono allo stato puro; lava bollente la chitarra e convulsione spastica la batteria. L'influenza maggiore sembra oggi stare nel grind-metal mentre "Raus Aus Stavanger" sembrava essere debitore soprattutto della destrutturazione jazz-core. Il sette pollici “Rock/OFF!” presenta due collaborazioni, con il cantante Pål Jackman e con John Hegre, lasciando intendere quanti margini di manovra esistano ancora per la dinami(ti)ca accoppiata.

Morthana (Andrew d’Angelo Trio) (Andrew d'Angelo: sassofoni/clarinetto basso; Anders Hana: chitarra/elettroniche, Morten J. Olsen: batteria)
• "Morthana" (JazzAway, 2004)
• "Morthana With Pride" (Doubt Music, 2005)
Il sassofonista Andrew d'Angelo è un tipo focoso, e messo accanto ai due 'enfant terrible' non può che sputar fuori materiale altamente infiammabile. Difficile trovare nei suoi sbruffi le pastose sonorità tipiche di molti clarinettisti 'classici' (Dolphy in testa), gli strumenti a fiato nelle sue mani sono davvero come lanciafiamme, mentre si odono vafhi sprazzi di poesia ayleriana, broetzmaniana o sheppiana. Ai potenti e brutali assalti sonori si alternano però momenti più rarefatti, di splendida fattura, che avvicinano il gruppo a quelle forme d’improvvisazione basata sul dispiegamento delle coloriture timbriche, ma con una bramosia strumentale sempre molto parossistica (come se un Jackson Pollock schizzasse con violenza una tela con macchie di colore lasciando però ampi spazi vuoti). Il primo brano di “Morthana”, ad esempio, inizia con lente distorsioni chitarristiche noise, poi entra la batteria, velocissima, e il tutto prende sembianze di parossismo noise-hardcore, ed infine il brano cade in un finale classicamente free (jazz).Anders_Hana_&_Morten_J._Olsen E nello stesso disco è possibile ascoltare una gemma più ‘soffice’ e ‘lineare’ come la quinta pista. "Morthana" è un disco più compatto, mentre in "Morthana With Pride" (accreditato all'Andrew D'Angelo Trio e con il batterista e occasionalmente urlatore Mike Pride come ospite) c'è più abbondanza di momenti rarefatti, se pure il brano iniziale sembri essere tratto da un disco dei Naked City più inferocioti, e risulta ancora più vario e stravagante del precedente. Si tratta quasi sempre di brani dalla struttura e dallo svolgimento imprevedibili. La voce poi, quando è presente, rimanda a certe forme estreme di rapping sospese fra industrial ed hardcore (Beatnigs). C’è pane per tutti, comunque, e anche Olsen si fa valere nella lunga introduzione solitaria alla terza pista. I Morthana, insieme a Ultralyd e MoHa!, rappresentano la priorità per chi intende avventurarsi nell’universo del chitarrista norvegese.

PLING (Evi Reiter: viola da gamba; Matthias Engler: percussioni; Morten J. Olsen: batteria, percussioni; Anders Hana: chitarra)
Anders_Hana_&_Kjetil_T._Møster Questa interessante formazione non ha purtroppo pubblicato alcunché e non è neppure chiaro se è ancora in attività, peccato perché il suo aspetto semi-cameristico prometterebbe splendide cose. Matthias Engler è un percussionista di pasta accademica rintracciabile anche nelle fila dell’Ensemble Modern mentre per quanto riguarda la Reiter è stata segnalata in più d’un occasione nel giro delle “Edition Wandelweiser” ed in prossimità di Radu Malfatti. Poche notizie, sufficienti però a garantire ingredienti e spezie d’alta qualità, il che non sempre vuol dire una buona riuscita a livello di risultato finale… ma quasi.

Hakj (Kjetil T. Møster: sassofoni; Anders Hana: chitarra)
Hakj è un progetto fatto sullo stampo di MoHa!, egualmente composto da una metà degli Ultralyd, però è ancora privo di pubblicazioni. Sembra abbastanza facile intuire dove il tête-à-tête fra Hana e il sassofonista Kjetil T. Møster può andare a cadere, seppure è bene ripetereKjetil_T._Møster che con tali tipetti nulla può essere mai dato per scontato, e considerando che l’affiatamento fra i due è quasi pari (per numero di situazioni che condividono) a quello di Hana con Olsen, dovrebbe trattarsi di un’accoppiata piuttosto mozzafiato. In questo caso è anche più probabile che la collaborazione sfoci nella pubblicazione di uno o più dischi.

Kjetil Møster Sextet (Kjetil T. Møster: sassofoni; Anders Hana: chitarra; Per Zanussi: basso; Ingebrigt Håker Flaten: basso; Morten J. Olsen: batteria/vibrafono; Kjell Nordeson: batteria/vibrafono)
Il gruppo guidato dal sassofonista sembra avere un mood piuttosto jazzistico, stando almeno alla presenza di Zanussi e Ingebrigt Håker Flaten, e lascia intendere un gusto inusuale, ripreso direttamente dalla ‘new thing’, nel giocare con le formule strumentali e in particolare con i doppi. L’ennesimo miracolo norvegese finalizzato alla ‘moltiplicazione dei pani e dei pesci’ ed un altro ensemble della cui esistenza è bene tenere conto.

Crimetime Orchestra (Jon Klette: sassofono alto; Bugge Wesseltoft: synth/elettroniche; Vidar Johansen: sassofono tenore; Ingebrigt Håker Flaten: basso; Anders Hana: chitarra; Bjørnar Andresen: contrabbasso/elettroniche; Kjetil T. Møster: sassofono tenore; Paal Nilssen-Love: batteria/percussioni; Øyvind Brække: trombone; Sjur Miljeteig: tromba)
• "Life Is A Beautiful Monster" (JazzAway, 2004)
Questa formazione ha pubblicato un disco di jazz orchestrale, certamente non innovativo, che ha il pregio di mettere a confronto musicisti della nuova e della vecchia generazione e che si distingue per un’ottima attitudine nel miscelare acustico, elettrico ed elettronico. Fra i musicisti ‘storici’ della scena jazz norvegese è presente il contrabbassista Bjørnar Andresen che morirà pochi giorni il termine delle registrazioni ed al quale, di conseguenza, "Life Is A Beautiful Monster" è stato dedicato. La scaletta è suddivisa in una lunga suite, frammentata in sette parti, ed in una breve marcia funebre finale. La suite presenta scampoli di ‘classicismo’, con riferimenti ben precisi alle orchestre di Sun Ra e/o a quelle di Charlie Haden, ma nella quarta parte si scompone anche in una lunga digressione acido-lisergica. In queste pagine Hana dimostra che, se necessario e a dispetto della sua esuberanza, è in grado anche di attenersi alla disciplina del bravo gregario…

Paal Nilssen-Love & Anders Hana Duo (Paal Nilssen-Love: batteria; Anders Hana: chitarra)
• "AM/FM" (Utech Records, 2005)
Nilssen-Love ed Hana condividono, oltre all’esperienza della Crimetime Orchestra, anche questo marginale progetto in tête-à-tête il cui disco, un CD-R pubblicato in un numero di copie ultralimitato, è praticamente introvabile. Navigando in rete sono riuscito a recuperare soltanto un’immagine di copertina e ad ascoltare i due o tre minuti iniziali di un brano che dura oltre i trenta minuti, sicuramente improvvisati e probabilmente registrati in concerto, oltre ad imbattermi in una serie di commenti entusiastici pubblicati in quei siti che si occupano essenzialmente di free-jazz. Vista quest’accoglienza così calorosa ci sono comunque delle possibilità che il disco venga ristampato. Nell’attesa, e dato che i pochi minuti ascoltati non mi permettono un giudizio sul disco,Ingar_Zach approfitto dell’occasione per spendere due parole sul batterista, e devo dire che non mi sento di condividere i giudizi compiacenti che solitamente vengono espressi sul suo stile. Sicuramente è uno di quei motori a scoppio dalla potenza superiore, ma trovo che sia troppo ‘legnoso’ e, di conseguenza, poco duttile e fantasioso. Una specie di Benetti della batteria, e chi si ricorda del centrocampista della nazionale capirà senz’altro cosa voglio intendere.

Ingar Zach & Anders Hana Duo (Ingar Zach: batteria; Anders Hana: chitarra)
Progetto estemporaneo fra Hana ed uno dei più fenomenali (questo qui lo è davvero) batteristi-percussionisti che ci sono oggi in circolazione; mi auguro che ne venga fuori qualcosa di tangibile perché potrebbe trattarsi davvero di una musica in grado di spaccare le pietre, non certo per velocità, parossismo e volume, ma per quell’intensità che nei progetti di Ingar Zach è sempre un ingrediente di livello superiore.

Noxagt (Kjetil D. Brandsdal: basso; Jan Christian Kyvik: batteria; Anders Hana: chitarra)
• "Noxagt" (Load, 2006)
Hana, probabilmente chiamato dal bassista Kjetil D. Brandsdal, ha sostituito il violista Nils Erga nel terzo, e per ora ultimo, disco dei Noxagt, dimostrando così di trovarsi pienamente a suo agio anche con il rock massiccio e nero-sabbath tipico di questo trio. Sicuramente si è trattato di un'eperienza interessante per lui e illuminante per quel pubblico legato ad un'estetica strettamente rock, che ha avuto così modo di avvicinarsi al suo chitarrismo abrasivo. Sono però fermamente convinto che quando uno strumentista con alle spalle un consolidato esercizio entra in gruppo ormai affermato deve portare qualcosa di originale sia nello specifico del suo stile sia nell’ impostazione globale dell’entità ospite, e qualora questo non avvenga è logico che non è possibile valutare tale esperienza come positiva al 100%. Ketil_Gutvik_&_Anders_HanaE nel nostro caso i Noxagt non subiscono alcun miglioramento dall'ingresso di Hana mentre lo stesso Hana non aggiunge, a conti fatti, nulla al suo stile personale, viceversa viene a mancare nel gruppo, con la perdita di Erga, quello che era il suo elemento più caratterizzante. In conclusione si tratta di un buon disco, anche se ho l’impressione che i motivi in grado di far passare i Noxagt alla storia non vadano ricercati fra i suoi solchi.

Gutvik & Hana Drum Ensemble (Ketil Gutvik:chitarra; Anders Hana: chitarra; Mats Monstad: batteria; Mr. X: batteria)
Due batterie e due chitarre per questo quartetto che contrappone Hana ad un altro ‘enfant prodige’ del chitarrismo norvegese (la figura del secondo batterista, per quanto ne ho capito, è rappresentata da un’incognita variabile). Nessuna pubblicazione e nessuna notizia circa la stabilità di questo interessante progetto che sembra destinato a perdersi nel nulla ed ha finire inevitabilmente nel dimenticatoio (salvo e concesso il solito e quasi inevitabile, seppure esecrabile, strascico di ripescaggi postumi).

Ingebrigt Håker Flaten Kvintett (Ingebrigt Håker Flaten: contrabbasso; Anders Hana: chitarra; Klaus Holm: sassofoni; Ola Kvernberg: violino; Fredrik Rundqvist: batteria)
• “Quintet” (Jazzland, 2006)
Questa è una formazione dalle caratteristiche semi-acustiche e Hana pare svolgervi quel ruolo di rottura che aveva Arto Lindsay nei primi Lounge Lizards (sentite come il suo intervento spezza le atmosfere ‘festose’ di It’s A Desperate Situation), comunque il suo apporto è sempre regolato da una rigida disciplina che ne fa una parte del tutto (ma in questo il chitarrista è un maestro e difficilmente si concede a futili tecnicismi o a soluzioni da prima donna). Fra i brani si distinguono una riproposizione di Playing (firmata Charlie Haden) e It’s A Desperate Situation (dal repertorio di Marvin Gaye), ma è presente anche un titolo firmato proprio dal nostro chitarrista (Olja og Gass). Momenti più classicamente jazzy, anche molto poetici, si alternano con altri dal mood cameristico ed con altri ancora più ‘elettrici’ e dissonanti, in un disco di (free)jazz strutturato e contemporaneo, come se sentono in giro ben pochi, che dopo qualche ascolto finisce addirittura per appassionare. Il brano di Hana, in particolare, è stratosferico nel suo passare dal parossismo iniziale, strappato alle corde dal contrabbassista che pare voler violentare lo strumento, ad un insieme free-dolphyano, condito da uno scatenato Holm, e ad un finale quasi minuettistico; il vecchio ‘Chazz’ non avrebbe saputo fare di meglio.

Jaga_Jazzist Jaga Jazzist (Lars Wabø: trombone; Even Ormestad: basso, tastiere; Lars Horntveth: sax soprano, clarinetto basso, clarinetto, mellotron, chitarra…; Line Horntveth: tuba, percussioni; Martin Horntveth: batteria, percussioni; Andreas Mjøs: chitarra, vibrafono, marimba, percussioni, glockenspiel; Mathias Eick: tromba, vibrafono, tastiere, contrabbasso; Ketil Vestrum Einarsen: flauto, sax giocattolo…; Andreas Hessen Schei: sintetizzatore, tastiere; Harald Frøland: chitarra, effetti)
Si tratta di un ensemble fondamentale che, dopo Jan Garbarek e Motorpsycho e prima di Ultralyd e MoHa!, ha svolto un ruolo importante nel far conoscere la musica norvegese al di fuori dei confini nazionali. La formazione riportata sopra è quella che ha realizzato “What We Must” del 2005, mentre Anders Hana ha fatto parte dei Jaga Jazzist fra il 2005 e il 2006 e, a quanto ne so, non c'è nessuna pubblicazione con il chitarrista in formazione. Peccato, perché sarebbe interessante vedere come se la cava in un ambito decisamente più di tendenza e che, storicamente, fa addirittura riferimento alla fusion. Nomi come Miles Davis, Tortoise, Squarepusher e Aphex Twin sono infatti indispensabili per inquadrare la musica più recente dei Jaga Jazzist. Ma questo grosso ensemble, i cui componenti si ritrovano poi sparsi in cento rivoli, offre soprattutto l’idea di una comunità musicale norvegese molto unita, in grado di superare anche quegli steccati fra generi che da altre parti appaiono come bastioni inespugnabili.

Anders Hana
• "Flesh Dispenser" (Utech Records, 2004)
Nonostante per Hana sia abbastanza usuale esibirsi anche in solitudine, questo CD-R registrato al Kongsberg Jazzfestival, ed uscito nella solita edizione ultra-limitata, è l’unica possibilità che al momento ci è concessa di ascoltarlo in tale veste. Si tratta comunque di un'ottima registrazione che rappresenta un’enciclopedia della chitarra (secondo Hana) con citazioni volute o non volute che vanno da Sonny Sharrock a Jimi Hendrix, da Derek Bailey a Fred Frith, da Jimmy Page a Pat Metheny, da Robert Fripp a Justin K. Broadrick e da Tony Iommi a Lee Ranaldo. Splendido nel suo abito migliore di 'grande fagocitatore', Hana mostra anche una notevole capacità architettonica - in pratica tiene il cane bene al guinzaglio e lo conduce dove vuole lui - e la sua chitarra è insieme flauto e sassofono, viola e violino, sintetizzatore e carillon. Sono comunque convinto che in uno studio di registrazione, e strutturando il materiale con maggiore puntigliosità, può fare molto di più rispetto a quanto lascia intravedere in questa pur pregevole opera solistica, ma forse è bene che non esageri altrimento potremmo diventare degli insopportabili ‘enfant gâté’.
Dopo tutto cos'è Anders Hana? É semplicemente un musicista che guarda al passato, agisce nel presente e disegna il futuro. Post everything.

P.s.:
Una curiosità, fate un po' caso a come il nome di alcuni gruppi altro non è che una sincrasi derivata dai nomi dei componenti (MoHa: Moten + Hana, Morthana: Morten + Hana, Hakj: Hana + Kjetil).



ANGOLI MUSICALI 2016  

tempi moderni (IIª tranche)  

vonneumann  

figli di un dio minore: ut  

marino josé malagnino (intervista)  

tre giorni con maria monti  

gianni mimmo  

claudio parodi (intervista)  

i gufi  

figli di un dio minore: hugo largo  

figli di un dio minore: san agustin  

figli di un dio minore: ヒカシュー (hikashu)  

Bourbonese Qualk (intervista a Simon Crab)  

Andrea Belfi & Stefano Pilia (intervista)  

corvo records  

infrantumi: vent’anni dopo  

Rock Over Beethoven – Il Rock Neoclassico  

lili refrain  

vittore baroni  

christoph gallio  

jacopo andreini  

musica moderna  

ladies of the canyon  

tempi moderni  

hyaena reading (intervista con francesco petetta)  

Baxamaxam  

Xabier Iriondo  

Osvaldo Coluccino  

Osvaldo Arioldi Schwartz (Officine Schwartz)  

Zero Centigrade  

i cantautori  

(la famosa etichetta) Trovarobato  

die schachtel: della maggiore età  

4 donne  

violoncello  

Chaos Tape(S)  

compilation  

D.S. al Coda (the record label)  

Osaka Kyoto Sounds
(con intervista a Go Tsushima dei Psychedelic Desert)
 

(etre) / Wondrous Horse / Harps Of Fuchsia Kalmia  

tamia  

drum, bass... and carmel  

L’Enfance Rouge (articolo e intervista a François R. Cambuzat)  

chinoise (con intervista a Yan Jun)  

figli di un dio minore: ghigo  

figli di un dio minore: fifty foot hose  

figli di un dio minore: ich schwitze nie  

figli di un dio minore: rites of spring / happy go licky  

figli di un dio minore: crust  

figli di un dio minore: antelope  

figli di un dio minore: kletka red  

figli di un dio minore: the blocking shoes  

figli di un dio minore: debora iyall / romeo void  

figli di un dio minore: stretchheads  

figli di un dio minore: bobby jameson  

figli di un dio minore: distorted pony  

figli di un dio minore: dark side of the moon  

figli di un dio minore: los saicos  

figli di un dio minore: the centimeters  

figli di un dio minore: chetro & co.  

figli di un dio minore: songs in the key of z  

figli di un dio minore: mondii  

figli di un dio minore: TCH (this crepuscular hour)  

figli di un dio minore: bridget st. john  

figli di un dio minore: thule