dario buccino    
intervista di Andrea Ferraris




Photo_by_Alice_Pedroletti
Ho scoperto il lavoro di Dario Buccino nel più classico dei modi, ovvero dando una sbirciata alle future uscite di un’etichetta storica come la Extreme. Dopo averlo visto menzionato in toni entusiastici dallo stesso Roger Richards (patron dell’etichetta australiana), ho iniziato a chiedermi come fosse accaduto che un italiano di cui non avevo mai sentito nulla avesse fatto breccia in modo così profondo nella testa e nelle orecchie dell’uomo che ha pubblicato, fra gli altri, gente come Merzbow, Jim O'Rourke, Muslimgauze, Otomo Yoshihide, quando non erano ancora i personaggi riconosciuti che sono oggi. Ho cercato informazioni su internet e ho iniziato a capire che Buccino proviene da quell’ambito di musica “colta” e di “musiche” per il teatro e per la danza che purtroppo non vengono trattate come meriterebbero; per di più leggendo il suo curriculum sul suo sito ho avuto modo di vedere che non si tratta esattamente dell’ultimo degli sprovveduti. Prima di ricevere il suo “Corpo Nostro” mi era capitato di scambiare con lui qualche mail chiedendo informazioni sul suo sistema di lavoro (e vita?) “HN”, ma nonostante tutto la cosa non mi aveva preparato alla sorpresa che ho avuto nel momento in cui poi mi è arrivato il suo dvd+cd. E’ stato guardando alcune delle sue performance che sono rimasto colpito dall’intensità e dall’approccio con cui concepisce composizioni in cui l'unico strumento suonato può essere una lamiera (simile a quelle con cui in teatro si fanno gli effetti dei tuoni), oppure il modo in cui lavora a dei drones vocali partendo dall’uso della testa e del corpo come cassa di risonanza sia fisica che psichica (insomma un po’ come gli insegnamenti di Paul Atreides in Dune!!!). Se questo, i filmati inerenti al suo lavoro di didattica “musicale/performativa” e i commenti di molti musicisti accademici contenuti nel dvd potessero fornire l’immagine di un compositore pomposo e serio fino ad apparire tronfio, non ci sarebbe nulla di più falso. Credo che in questo senso sia molto emblematico il filmato in cui Buccino ed alcuni suoi amici/allievi effettuano una performance/dimostrazione pubblica del loro lavoro vicino a piazza Duomo a Milano. Come avrete modo di vedere nel filmato, Buccino oltre ad essere un incredibile performer è dotato di quella rarissima capacità di coinvolgere la gente che spesso non hanno nemmeno quei musicisti che si fregiano del titolo di musicista popolare. “Corpo Nostro” è un lavoro di una profondità e di un’intensità sorprendenti, alcune delle performance sono così cariche di interiorità da risultare intimiste, così “I against I” da spodestare i Bad Brains e i fantasmi evocati da Freud. Se per un “artista” del genere il fatto di essere poco incasellabile in un sola dimensione musicale può creare dei problemi di notorietà, è anche vero che in parte fornisce lo stimolo a spingersi oltre/dentro “sé stesso” e ne afferma la statura intellettuale e artistica. Se le lunghissime risposte di Buccino non avessero chiarito le vostre idee sul Sistema HN, sul “suono” di questo musicista, sull’importanza dell’interiorità nell’economia del suo lavoro, non posso che consigliarvi caldamente di guardare alcuni dei filmati reperibili sul suo sito e sulle sue pagine web (www.myspace.com/dariobuccino; www.dariobuccino.com). In un paese del cazzo in cui tutto sta andando sempre più a rotoli c’è ancora qualcuno e qualcosa che vale la pena di salvare dall’oblio.


Photo_by_Alice_Pedroletti
Dario, la prima volta che ho sentito l’estratto di un tuo pezzo sulla compilation della Extreme pensavo fosse roba “industriale-power noise”, invece poi ho visto il dvd e mi sono reso conto che suoni con delle lastre di acciaio e che sia tu che la tua musica avete un background di tipo più classico. Puoi spiegare che cos’è il Sistema HN che usi?
Sentirti dire che ho un background classico mi fa un effetto strano. Il mio background è talmente composito da farmi sentire in imbarazzo, e allo stesso tempo a mio agio, ogni volta che provo a identificarmi con una qualunque tradizione, antica o recente che sia. Appartengo alla tradizione classica (come la chiami tu - ma poi vorrei tornare su questo termine) tanto quanto alla tradizione jazzistica, alla cultura Rock, alla forma canzone, per non parlare del cinema e del teatro (che non pratico direttamente a tutto tondo ma nei quali indago con passione e ossessione) e di altre discipline o indiscipline non necessariamente artistiche. Allo stesso tempo mi sento straniero in ognuno di questi territori, perché mi è sempre risultata impraticabile e impensabile qualunque forma di ortodossia, che vedo come una grave forma di de-individualizzazione. Quando parli di tradizione classica suppongo tu intenda la tradizione musicale colta europea, considerata soprattutto nella fascia temporale che va più o meno dal 1400 al 1900. Tradizione che effettivamente ho divorato e studiato caparbiamente per anni e anni, fuori e dentro al conservatorio (e tuttora la studio). Il termine "classico" però è troppo vago e allo stesso tempo troppo ristretto: la musica rinascimentale italiana è altrettanto classica quanto lo è il blues del Mississipi dei primi del '900. E soprattutto io non saprei dire quale mi abbia influenzato di più. Sicuramente ho studiato il blues molti anni prima di studiare la musica rinascimentale o quella sei-settecentesca (l'unica, quest'ultima, alla quale spetterebbe di rigore l'etichetta convenzionale di “classica”). Se dici che il mio background è classico intendi quindi dire che nel mio approccio senti la Vienna colta a cavallo tra 600 e 700 più che il Mississipi schiavista a cavallo tra '800 e '900? Difficile dirmi d'accordo col tuo punto di vista. Altrettanto difficile dirmi in disaccordo. Oltretutto è il tuo punto di vista, quindi mi interessa soprattutto rubartelo! Certo, Beethoven è stato per anni, per me, il principale strumento per oppormi alla morte, a ogni tipo di morte. Bach il balsamo per riportarmi in Vita, vibrante e verticale, dopo ogni crollo nel buio. Ma se penso a "The Rhythm Of The Heat" di Peter Gabriel o a "Starless" dei King Crimson, o a “Brilliant Trees” di David Sylvian, o a certi lavori di Ornette Coleman, dei Weather Report, di Steve Lacy, di Thelonius Monk, non posso proprio dire che abbiano avuto un ruolo secondario nella mia vita e nella mia formazione artistica. Le forze scatenate da queste musiche... Forze compositive e forze performative. Non posso distinguerle. La capacità beethoveniana di spremere ondate di coraggio da una semplice coppia di note organizzate in geometrie paradigmatiche (vedi l'attacco over-citato della Vª Sinfonia) la trovo riflessa nel ribattuto su una nota sola, distribuita su due corde, della chitarra elettrica in "Starless", ma anche nelle zampate sghembe e antibanali delle dita di Thelonius Monk, il cui corpocervello si impegna senza pace a mirare un tasto per poi deviare fino all'ultimo istante la corsa della mano - con infiammata, esatta imprevedibilità.
Ecco, allora, il Sistema HN. Comporre è esaltante. Lo faccio seduto al tavolo o, più spesso ancora, camminando furiosamente per la città. Il cervello sente arrivare scariche di energia elettrizzante e di calma corroborante, catalizzate dalle forme che va pian piano definendo. Ma mi annoierei da morire se componessi puro suono, forme che al momento dell'esecuzione si riproducessero esattamente come le ho immaginate. Sarebbe come avere un amplesso in cui ogni gesto che dai e che ricevi fosse già programmato da mesi. Incubo.
Photo_by_Alice_PedrolettiAnche suonare è esaltante. Lo faccio, sì, in solitudine, per esplorarmi alla ricerca della fertile intuizione compositiva o performativa. Il vero suonare però avviene in pubblico. È uno scambio sado-generoso di potere. Io strazio e premio il pubblico, il pubblico strazia e premia me.
Nei primi anni '90 mi sono accorto che non potevo più tenere distinti i processi compositivi e quelli performativi. Il puro comporre finiva con l'annoiarmi a morte, il puro improvvisare pure, il puro eseguire più che mai. Serviva allora un metodo di lavoro che mi permettesse di comporre catene non tanto di fatti sonori, quanto di fatti performativi, concepiti naturalmente in funzione del loro esito sonoro ed espressivo. Questo avrebbe unito i tre sacerdoti del sacrificio: mente - corpo - suono. E avrebbe serrato i legacci che uniscono compositore, interprete e ascoltatore. Se questi legacci non serrano i polsi fino a tagliarli, fino a scatenare l'estasi di un sabba, allora si dica pure, se proprio ci si tiene, che si sta facendo o si sta ascoltando musica... In realtà si sta mettendo in scena solo la misera esibizione della propria maschera sociale, rock-tossica o accademico-frigida che sia.
Il Sistema HN ruota intorno a un sistema di notazione. Una sintassi grafica che impone di fissare non direttamente il suono da ottenere, ma l'azione fisica da attuare – anzi, alcuni detonatori dell'azione fisica. L'atto corporeo ancorato alla pagina poi, se eseguito con esattezza, produrrà il suono che voglio io, con l'intensità che voglio io. E io non voglio mai un'intensità che non scaturisca dalla profondità dell'essere individuale dell'interprete. Se voglio il tuo sorriso voglio il TUO sorriso. Se no rimango solo. Le composizioni concepite attraverso il Sistema HN, quindi, organizzano una polifonia di parametri: parametri acustici (registro, timbro, volume, movimento interno di ogni suono, etc.), parametri fisici (direzione dei movimenti delle diverse parti del corpo, slancio ed energia di ciascun movimento, contrazione dei diversi muscoli, spinta del diaframma, puntellatura degli arti inferiori e superiori, riserva di fiato da spendere o trattenere, etc.) e parametri psichici (come pilotare emotivamente e come reagire emotivamente alla contrazione dei muscoli, alla compressione delle viscere dovuta alla spinta diaframmatica, agli spostamenti del peso corporeo pilotati dagli arti, alla ipo o alla iper ventilazione, etc.). Di questa polifonia parametrica viene fissato sulla carta solo ciò che l'interprete deve mirare a eseguire con esattezza analitica (mai ottenibile alla lettera, grazie alla studiata collisione tra i diversi parametri) mentre il resto, ciò che deve innervare l'azione senza poter essere fissato una volta per tutte, viene discusso e allestito in sede di prove e di training. Il processo di lavoro con l'interprete può richiedere un tempo molto lungo (mesi o anni). L'interprete deve lavorare con me, non è autorizzato ad affrontare la partitura totalmente da solo. Molto lavoro viene svolto autonomamente dall'esecutore, certo, ma tutto deve essere innescato o filtrato dal lavoro diretto con me, esattamente come farebbe un regista teatrale o cinematografico (quantomeno uno di quelli ossessionati dall'attoralità e non solo dalla mise en scène). Sto comunque realizzando con alcuni miei collaboratori un archivio multimediale in permanente aggiornamento delle mie partiture, per renderle il più possibile autonome, e sto formando, anno dopo anno, una setta di interpreti destinati a proseguire il lavoro con altri esecutori, anche in mia assenza.
Photo_by_Daria_Busoni
Credo che chi non ti conosce dopo questa risposta non potrà fare a meno di notare il tuo bisogno di comunicare/esprimerti ed in merito a questo vorrei farti una domanda. Vedendo il video c’è una parte dove fai una performance per strada vicino al duomo di Milano, si vede che hai delle enormi qualità di comunicatore, hai fatto l’artista di strada in precedenza? Vendevi pentole!? Ricordo male o per vivere hai fatto anche pianobar?
Le performance in strada con la lamiera sono un'esperienza davvero interessante. La gente si incuriosisce ed entusiasma più di quanto io stesso potessi immaginare. E non si tratta solo della curiosità per la "cosa strana"; si avverte un'autentica partecipazione alla forma musicale. Appena concludo un assolo, prima ancora che mi volti verso il pubblico a segnalare la conclusione dell'esecuzione, scoppia subito un applauso energico e volano grida di approvazione. In fondo non dovrei neanche stupirmi: ogni assolo, anche il più breve, che propongo in pubblico, mi ha richiesto mesi se non anni di elaborazione compositiva. Non per arzigogolare virtuosismi combinatorio-compositivi o per zampillare acrobazie corporee, tutt'altro. Il mio obiettivo è andare al fondo del rapporto "corpo umano/foglio d'acciaio", eliminando tutto ciò che possa risultare superfluo, e distillando severamente, amorevolmente, festosamente solo ed esclusivamente le azioni e le forme che mi permettano di impugnare le reazioni ascoltuali, tanto mie quanto degli altri. Si potrebbero fare tantissime azioni fisiche con una lamiera (e senza neanche utilizzare battenti, archetti o strumenti ausiliari vari), si potrebbero incastonare una nell'altra infinite forme e formelle compositive (sequenze ritmiche, brusche interruzioni, sovrapposizioni di azioni timbriche, grumi tematici iterati). Ma è tutta noia. Fosse anche un figo, fighissimo festival di azioni, forme e colori, fosse anche il trionfo dell'inventiva (e un buon artigianato creativo permette questi e altri virtuosismi). Io inseguo gli essenziali. Mi limito – si fa per dire – a spostare il peso sul calcagno che affonda nel mistero dell'emozione generata dalla pressione acustica. Questo è il mio cammino. Perché c'è già così poco tempo.
La gente è (secondo il luogo comune di certi aspiranti intellettuali, o forse secondo il luogo comune della gente) ignorante, stupida, reazionaria. D'altronde è innegabile. Basta vedere come vota la metà delle popolazioni occidentali. Ma, innanzitutto, è "solo" metà (argh!). Eppoi stupidità, ignoranza, reazionarietà non riescono a corrompere le profondità abissali della sensibilità al mistero semplice (quindi impensabilmente complesso). C'è un punto inesteso nel corpo che tutto conserva intatto. L'ho scoperto sul campo, in strada e dai palchi ufficiali, non vuole essere una teoria. Sono prontissimo a ricredermi, in caso di segnali opposti. Insomma, la gente in strada reagisce con convinto entusiasmo e interesse ai miei spettacoli sonori, e il mio stupore non è dovuto tanto al loro entusiasmo quanto al fatto che quell'entusiasmo e quell'interesse si verifichino in condizioni di totale distrazione percettiva e culturale: la strada – magari addirittura in un sabato di shopping. Certo, bisogna aggredire quella distrazione, compiere un attentato ipnotico a beneficio dei passanti. Gli assoli e le “performance con pubblico attivo” che propongo in strada, sono il frutto degli oltre dieci anni di esperienza che ho maturato suonando in strada tutt'altro genere di musica (tornerò a breve sull'argomento). Ho potuto scoprire che c'è una precisa temporalità, incarnata nel suono, che in strada riesce a mordere. Ci sono invece altre temporalità che in condizioni d'ascolto concertistiche riescono a trascinare l'ascoltatore nelle sue stesse segrete ricche di tesori d'inconscio, mentre in condizioni on the road semplicemente sfuggono via come smog. C'è una trance da luoghi chiusi e quieti, una che gocciola sotto il cielo limpido, una che brucia in mezzo alle grida e al traffico dei motori. Vedere nobiltà nelle prime e misera platealità nell'ultima sarebbe come affermare la superiorità dello yoga sulla possessione dei tarantolati. Il più saggio dei maestri yoga ti sputerebbe in faccia come un lama a sentirti sostenere una tale eretica ortodossia. O idiozia - che è lo stesso.
Sì, l'ho già detto che respingo l'ortodossia. Non ne ho però un'avversione isterica. Sarebbe un altro cliché culturale. E altra noia. Colgo l'occasione per ammetterlo: la stupidità reazionaria del cittadino comune riesce a emergere comunque, quando faccio le mie performance lamieristiche in strada.
Photo_by_Daria_BusoniE si incarna stranamente sempre in un solo cittadino alla volta: una performance sì e una no, vengo assalito da un passante che mi ingiunge di smettere! Spesso mi si getta addosso per fermarmi e mi grida frasi tipo: "Ciò che stai facendo è brutto e perverso! Sparisci!" (cito alla lettera una frase che mi gridò una donna tedesca, in Piazza Mercanti a Milano). Ecco, questa è l'ortodossia della persona comune. E io, pur se infastidito e turbato dalla violenza con cui queste persone mi placcano, sento di aver fatto centro: il mio suono ha trascinato il loro sistema nervoso e culturale fuori asse. È un teatro meraviglioso: il resto del pubblico, entusiasmato (evviva!) dalla mia esibizione, finisce quasi col linciare questi paladini del bon ton stradale. Poi arrivano i vigili e inizia il solito siparietto che si conclude immancabilmente con il riconoscimento dell'autenticità e validità dei miei permessi di occupazione del suolo pubblico, etc... Che Festa! Alla fine – fortunatamente anche quando il cabaret sociopatologico non ha avuto luogo – qualcuno si compra una copia di "Corpo Nostro", altri vengono a farmi domande per cercare di dare un nome a ciò che hanno appena ascoltato e visto... E, inaspettatamente, nessuno lascia offerte "a cappello". Come se l'Idea fosse un bene gratuito. E come se la bravura del distillare un precipitato di azioni fisiche non fosse paragonabile a quella dello sparare piroette corporali e vocali e dello strappar lacrime domestiche. Ma non me la prendo. Il mondo è questo. Si pagano le prostitute, non le idee (se non quelle dei creativi pubblicitari – C.V.D.!). Si paga la prostituta dal pompino acrobatico (la sai la storiella della puttana famosa perché riusciva a fischiare perfettamente la marsigliese durante la fellatio? Il tutto rigorosamente al buio. La soluzione è in calce a questa risposta dell'intervista), si paga la squillo dalle forme da gran figa, quella capace di portare le tue emozioni in alto, come se fosse amore coniugale unito a libertà corsara. Allora pago. Lo dico senza sarcasmo, perché io, ovviamente, considero il modello della bravura erotica come un veicolo che può condurre alla sacralità quotidiana. Il problema è la violenza su se stessi (tanto della professionista quanto del cliente) implicata quasi inevitabilmente nello scambio d'amore mercenario. Nessun problema c'è nella bravura e nella bellezza della donna, dell'uomo e di chicchessìa. Bravi e belli si DEVE esserlo sempre. Nella vita e nell'arte. Però: l'amore presuppone intimità, dedizione a sé e all'altro, legame d'affetto e non “solo” risonanza d'affetto... È lì l'inghippo che rende traumatica la prostituzione, non nel denaro. Traumaticità che può emergere anche nel più gratuito e libero degli incontri amorosi, quando capita di veder negati intimità, dedizione e legame d'affetto (affetto pur, talvolta, nobilmente effimero). L'arte invece presuppone esposizione agli altri, dedizione a sé e all'opera, risonanza d'affetto catturata nell'idea estetica. È per questo che essere pagati da un pubblico di sconosciuti non risulta umiliante, né per chi paga né per chi viene pagato. Ed è per questo che l'essere amati come artisti non può implicare automaticamente (né può escluderlo, sia ben chiaro) l'essere amati come persone. Ti offro i frutti del mio orto, del giardino religioso che curo da una vita. Tu mi offri il tuo denaro affinché io abbia i mezzi per piantare nuovi semi, dissodare, riparare dalla grandine...
Chiarite queste distinzioni posso dirti che io scendo in strada non solo con la mia Idea gratuita e il mio gratuito Sacrificio Performativo, ma anche – in altre situazioni – con la mia bravura monetizzabile, le mie forme monetizzabili, la mia capacità di suscitare commozione monetizzabile.
Photo_by_Daria_BusoniMonetizzabili ma, su un certo piano, altrettanto gratuite e, su tutti i piani, altrettanto sacre. Chitarra, voce, impianto di amplificazione portatile. Faccio il busker da oltre dieci anni. Libero amore e gioiosa (anti)prostituzione stradale. È la mia fonte di reddito ogniqualvolta mi trovo senza contratti interessanti da firmare. È il mio strumento per scegliere se e quando dire sì o no all'industria culturale (vera casa chiusa, quest'ultima, non appena si dice un sì avventato). Non di solo Sistema HN vivono il mio corpo, il mio spirito e il mio intelletto. O meglio, sì: HN è il centro pulsante di tutto, ma ho scoperto che fare il busker è la palestra più alta, difficile, esaltante e irrinunciabile proprio per focalizzare i princìpi maestri della mia forza performativa e della mia forza compositiva. Princìpi che poi importo nel cuore del mio sistema. Non sto a dire qui come concepisco le mie esecuzioni, la scelta delle canzoni, i procedimenti estemporanei di scomposizione e ricomposizione formale dei brani, le modalità chitarristiche e vocali, il rapporto col pubblico, col maltempo, con le forze dell'ordine (cito solo l'eccellente multa da 5.164 euro comminatami dal vigile B.; vero e proprio abuso d'ufficio, fortunatamente riconosciuto come tale dai superiori dell'agente in questione, evidentemente troppo zelante nelle sue funzioni pubbliche e, sospetto, troppo poco in quelle sue erettili)... Ma non è argomento da esaurire con una pennellata turistica, è il lavoro appassionato di oltre un decennio della mia vita. Ognuno di noi, e affermo l'ovvio, è tante cose. Composizioni, concerti, strada, interviste, laboratori sono solo la terra emersa, la punta dell'iceberg. Chi vuole conoscere la massa sommersa è il benvenuto. Il mio archivio è aperto (tutto da sistemare, ma aperto). E anche il resto della mia vita è attraversabile, se proprio uno ci tiene e se in cambio mi offre la propria. Ah, dimenticavo: no, pianobar no. L'ho fatto pochissime volte e mi annoia. Quando faccio pianobar devo fare da sottofondo, non esporre anima, viscere e pensiero. Il contrario della mia idea di musica. Eppoi pagano pochissimo. Io in strada guadagno davvero molto bene.
Ah, ri-dimenticavo. Soluzione: aveva un occhio di vetro, al buio lo toglieva e usava la cavità oculare invece di quella orale. Che poesia ^_^
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Un’altra cosa che emerge da varie cose che dici e dalla visione del dvd è come la tua musica sia impregnata di una profondità “sacrale”. Ma quanto c’è di religioso in ciò che suoni e quindi che rapporto hai con il sacro e con la religione?
Oggesù che domanda immensa!!! Appetitosa e pressoché irrispondibile! Religione... Fenomeno curioso. Tutte le religioni affermano la realtà di una dimensione trascendente. Ma poi le danno nomi, attributi e caratteristiche esatte, così esatte da contraddire, mi sembra, l'idea stessa di trascendenza. Attributi e caratteristiche paradossali, ma pur sempre esatte. Uno e trino: per impensabile che sia (e quindi trascendente, non esperibile concretamente, non visibile direttamente dall'occhio della mente) è un concetto di un'esattezza geometrica tanto surreale, quanto definitiva e disarmante. Esattamente come il concetto matematico di infinito. Sia ben chiaro, non sto mica contestando la trinità! A parte il fatto che porta sfiga farlo, a parte il fatto che altri, religiosissimi e pii, l'hanno fatto molto prima e molto meglio di me, a parte tutto ciò, non riesce a fregarmene nulla né di confutare né di confermare. Oltre a tutto non ci riuscirei. Anzi, temo proprio non ci possa riuscire nessuno. Sarebbe come dimostrare che la bellezza è bella. Eppoi quello della trinità è solo un esempio, anche piuttosto trito. Non contesto nulla, non nego nulla, ma mi permetto di dire che il trascendente esiste e trascende la religione. Non si può lanciare il proprio pensiero oltre il cielo per farlo poi andare a sbattere contro il soffitto di questa o quella dottrina. Sarebbe un Peccato. Anche l'idea di Dio mi sembra ridurre la portata sacrale dell'interrogativo insondabile da cui è nata. A volte mi sembra che non ci sia nulla di più antireligioso della religione stessa, di qualunque religione, se assunta come criterio unico di verità. Se le mie parole appaiono troppo profane (e non credo...) si faccia una bella telefonata a Dio e si chieda la sua opinione. Si rimarrebbe stupiti, secondo me, dell'apertura possibilista delle sue vedute (il numero di telefono è più sotto).
Photo_by_Juliaan_HondiusPiù che “la” religione, mi interessano “le” religioni, fenomeni altissimi del pensiero e veicoli preziosi per la pratica di sé stessi. Ogni sistema di pensiero, ogni sentimento inestinguibile, ogni prassi arcana (religione, psicanalisi, ipnosi, sesso estremo, sesso non estremo, amore, musica, teatro, letteratura, filosofia, meditazione, amicizia, impegno politico, durezza, tenerezza...) hanno in sé una vocazione: proteggere il sacro. Non il sacro “in generale”, ma ciò che è sacro per me, ciò che è sacro per te, ciò che è sacro per lei... Il sacro è universale solo se si riconosce che è necessariamente soggettivo e individuale (e, al tempo stesso, intersoggettivo e sovraindividuale, altrimenti non avverrebbe mai alcuna comunione tra esseri umani).
Cosa è sacro per me? Tanto... Quasi tutto... Perfino se oggi faccio una stronzata e ferisco in modo micidiale una persona che amo, o me stesso, domani o dopodomani o tra mezza vita posso scoprire che il mio era un grido sacro d'aiuto (comunque maldestro, comunque profanante, comunque non privo di colpa), che magari verrà raccolto e addirittura usato a mio vantaggio, come sonda per condurmi a ricontattare una parte delicata, molto delicata di me che altri hanno violentato con le loro stronzate (che a loro volta erano grida sacre d'aiuto – comunque maldestre, comunque profananti, comunque non prive di colpa). Una parte delicata con la quale avevo mio malgrado perduto la connessione, connessione senza la quale la vita mi mordeva con fauci da incubo.
Quella parte delicata è a sua volta sacra. Anzi – è il cuore del sacro. E l'arte – musicale o meno – può fare molto per difenderla, portarla al massimo della vita, metterla al mondo, riconvertirla in forza (sacra quanto la fragilità). Può. Con effetti a lento rilascio, ma decisivi. Certo, poi sta a ciascuno di noi realizzare la promessa di completezza fatta dall'opera d'arte.
Ogni tanto qualcuno mi chiede se sono credente, ateo, agnostico o se ho un mio credo personale...Che pochezza...Possibile che mantenere il pensiero in eterno movimento, in eterna sete di capire, rimettere in discussione, fissare, disfare, sia così inconcepibile?
Credente? Ateo? Sono concetti insulsamente ristretti. È da quando ero ragazzino che mi sento rivolgere la stessa perplessa e attonita domanda: “quindi tu ritieni che non ci sia nulla che vada al di là dell'esistenza materiale??”. Ma l'esistenza NON è solo materiale. E, materiale o immateriale che sia, è già abbastanza “al di là”. E lo è sotto gli occhi di tutti! Un esempio banalissimo: lo spazio e il tempo. Ne facciamo esperienza in ogni istante. Io che scrivo, ora, tu che leggi, ora... Stiamo facendo esperienza del tempo e dello spazio. Eppure, mi si perdoni l'ovvietà, ci accorgiamo subito di quanto il tempo e lo spazio siano pressoché impensabili, non appena ci rendiamo conto che non possiamo che concepirli come eterni e infiniti. Eterni!! Infiniti!!Photo_by_Juliaan_Hondius Quindi parzialmente inconoscibili, poiché ovviamente nessuno può fare esperienza diretta dell'eterno e dell'infinito. Non da vivo, almeno! E anche provando a concepire lo spazio e il tempo come finiti e delimitati, la vertigine abissale non si seda: cosa c'è oltre? E prima? E dopo? Solo i più ingenui se la cavano (subito bacchettati con tocco severino) rispondendo “il nulla!”. C'è proprio bisogno di inventarsi una realtà “superiore”? Non è già abbastanza metafisica la realtà? Non è già insondabilmente supremo, pieno di amore e di schifo, il mondo reale?
Per fortuna non c'è bisogno di spingersi tanto oltre. L'adesso, il semplice istante presente, è già abissale, anche se non abbiamo di ciò in ogni istante una percezione limpida e illuminata. Più proviamo a dire l'abissalità dell'adesso, più ci troviamo zittiti. Eppure è “reale”. Quando improvvisamente, come in un satori zen, percepiamo l'abissalità di ogni istante con fresca evidenza, sentiamo un senso di libertà immensa, che ci rende così prossimi a noi stessi da commuoverci del fatto stesso di esistere – e di esistere accorgendocene. Non è uno stato che balza in primo piano nel pensiero di ogni giorno. Ma se ne facciamo esperienza in maniera forte, la fiducia nella vita che quell'esperienza ci ha infuso non ci abbandona più. L'adesso – addensarlo (o dovrei dire rarefarlo?) fino a renderlo assaporabile: ecco lo scopo poetico e tecnico del Sistema HN. HN, cioè Hic et Nunc, Qui e Ora, Here and Now. Il suono può spalancare sotto i nostri piedi l'abisso della sensazione d'esserci, della paura, del conforto, dell'allegria, del dolore. Come fa? Boh, il mio compito non è spiegare come fa, ma tentare di farglielo fare. Il mio dovere non è spiegare il suono ma interrogarlo. Interrogarlo e imparare ogni giorno a maneggiarlo. Non mi si fraintenda: elaboro continuamente un dispositivo di risposte concettuali – non poche, non vaghe e, ritengo, non fallaci. Ma la vitalità di un processo creativo si arenerebbe se, individuate delle risposte (comunque necessariamente schematiche e riduttive rispetto alla realtà), non le si immergesse nella prassi inventiva, arrivando perfino a dimenticarle. Torno alla metafora sessuale, che mi è tanto cara: perché il Piacere piace e unisce le anime? E chissenefrega? L'importante non è spiegarlo, l'importante è – una volta compreso l'enorme potere esercitato sul corpo e sull'anima dal piacere sessuale, una volta conosciuta la sua incontrollabile capacità di dare o togliere felicità – usarlo per costruire vita e decostruire dolore. L'Usage des Plaisirs, ecco il compito Sacro dell'Arte.
Photo_by_Juliaan_Hondius Non ce ne facciamo nulla di un mero esercizio di meditazione in forma sonora. “Lo senti l'adesso? Senti il qui e ora? Bravisssssssimo, now listen and repeat: ommmmmmmmm”. Ci pensa già il succitato Yoga – per fare solo un esempio – a fare ciò in maniera eccelsa, inarrivabile.
A me interessa piuttosto la modulazione affettiva. L'apocalisse e il sollievo. L'eccitazione e lo stordimento ipnotico. La pressione e la de-pressione. Lo slancio e l'abbandono, Il sorriso e il nodo in gola. La risata e la lacrima. Nel senso più letterale possibile. Ne sono capace? Me lo dicano gli ascoltatori. La connessione con l'istante presente è indispensabile per ottenere tutto ciò, certo, ma da sola non mi interessa. E non mi serve ottenerla per vie intellettuali. Mi serve accenderla per vie animali e mi interessa in quanto è condizione imprescindibile per precipitare nelle profondità delle segrete dell'essere, le segrete immerse nell'umidità salvifica e micidiale della sensibilità individuale, le segrete dove scorrono le correnti tragiche e gioiose che formano la storia di ciascuno, le segrete dove sono custodite, pronte a essere attivate, infinite immagini sonore archetipiche, le segrete permeabili dagli stimoli misteriosi della vibrazione acustica. Se non “senti” il qui e ora, tutto sembra scorrerti sull'epidermide, senza lasciare segni preziosi. E io segni preziosi voglio lasciarne. Con umile arroganza. Allora mi tocca imparare, innanzitutto, a incantare il tempo. Lo scopo è contattare il mistero dell'emotività. La musica non è arte dei suoni, è arte dell'emotività, al tempo stesso sottile e carnale. Senza bisogno di scomodare il buon Dio.
La musica è quindi arte dell'anima? Dello spirito? Dell'inconscio? Dell'intelletto? Del cuore? Della panza? Sì – ma è anche più di tutto questo. Più del trascendente stesso. Perchè è pure fucking divertente! Esperibilissimamente divertente. Tu balli, Andrea? Ecco, scocca “Respect” di Otis Redding (cantata da Aretha Franklin, però!) e scendo in pista (espressione che tradisce la mia età, più di quanto facciano le mie fichissime movenze – spero *^_^*) e non mi fermo più, almeno fino a che mi regge la glicemia. Poi mangio e continuo. Niente alcool, niente droghe, sono scorciatoie all'estasi. Il mio compito è scavare strade che conducano all'estasi, ma strade acustiche, non chimiche. E mi serve tutta la mia lucidità e il mio allenamento per farlo. Per questo amo le feste. Alle quali vado comunque di rado. Preferisco suonare in pubblico. O comporre fino a consumarmi. Sacralmente, per carità! Ah, a momenti dimenticavo: 6163.

Sempre rimanendo in tema di bello, estasi e sessualità… Guardando i diversi filmati ho notato che, al di là della performance con le ballerine, nei tuoi lavori ci sono moltissime donne, anzi direi che non ho visto uomini anche se so che li utilizzi. È un caso o c’è una motivazione particolare (sto pensando nello specifico anche a quelle sottovesti bianche con quel retrogusto “sacrale”)?Photo_by_Marina_Luzzoli Sono io che le ho notate perché ho più ormoni che cellule cerebrali? Oppure sei un marpione… e quindi invece di andare a ballare a Riccione dovremmo venire a vedere le tue performance o ancora meglio suonare musica d’avanguardia…
Giù le mani dalle mie musiciste!! È interessante, tra l'altro, che tu non abbia visto uomini in Corpo Nostro! Nei diversi capitoli del DVD compaiono, impegnati con me nelle prove, vari musicisti di sesso maschile: Enrico Gabrielli, Christian Hamouy, Marco Crescimanno, Renato Gatto, Mirio Cosottini, Elio Marchesini. Poi ci sono gli intervistati, sempre di sesso maschile: Heinz-Klaus Metzger [il tempo di pubblicare quest'intervista ed ecco che Klaus ci ha lasciati... Addio, prezioso pensatore], Stefano Lombardi Vallauri, Lelio Giannetto, Mario Garuti, Pietro Misuraca, Giovanni Maderna. Capisco però il tuo sussulto ormonale nel vedere le “ballerine” e le “vestali”: Giada Marsadri, Valentina Buitta, Babà Caremoli, Désirée Duca, Silvia Rossi, Giulia Ussi, Cristina Abati, Roberta Carrieri, Ana Huedo, Rita Messina, Anna Russo (Cristina e Roberta compaiono anche durante le prove, rispettivamente come violoncellista e come cantante – non so se le hai riconosciute, abbagliato dalla tua guizzante libido! ^_^). Poi ci sono i volontari pescati tra il pubblico, nel capitolo girato in strada: due ragazzi e una ragazza. Fai un conteggio delle persone citate, e ti accorgerai che la ripartizione dei due sessi è piuttosto equa!
Capisco però, dicevo, il tuo sconquasso ormonale nel vedere le ragazze in azione sulle lamiere d'acciaio. Sono bellissime. E, col loro aiuto e quello dei miei collaboratori, ho fatto il possibile per consacrare la loro bellezza attraverso il loro abbigliamento e la scenografia del concerto. Apro una parentesi: curo con attenzione ogni aspetto scenico delle mie performance: luci, abiti, gestualità, contatto col pubblico prima e dopo la performance... La mia musica si impone molto anche agli occhi, non posso quindi non farmi carico di ciò che si vede. Questa posizione non implica però, ovviamente, che io porti alla massima esposizione ogni dettaglio visibile della performance. Anzi, la cura per la dimensione visiva consiste tanto nell'esporre quanto nell'occultare. E l'occultare stesso può, a sua volta, essere esposto o occultato (puoi, in altre parole, rendere evidente che l'occultamento è una scelta, o puoi nascondere l'atto dell'occultamento, rendendo invisibili alcune cose senza che si scorga l'intenzione di renderle tali). Siamo all'ABC di qualunque pensiero scenico, anzi, di qualunque pensiero compositivo in senso lato. Ma se lo si applica capillarmente a ogni dettaglio della performance, ecco che si cominciano a condensare le forze in gioco, trattenendo le dispersioni. Spesso è necessario nascondere parzialmente agli occhi ciò che accade, poiché l'occhio è un parassita formidabile. Dagli da vedere qualcosa, ed ecco che il chiasso che farà nel cervello attutirà le altre percezioni. Bisogna usare questa forza parassitica a proprio vantaggio.
E torniamo alle donne. Le donne con cui lavoro sono davvero belle, non solo perché la natura le ha dotate di corpi, visi e sguardi così intensi, ma anche perché si tratta di donne di grande carisma. La forza solida e duttile della loro personalità traspare nel video – la loro concentrazione, la naturalezza con cui agiscono, il controllo preciso e rilassato...Quelle che tu chiami “ballerine” sono studentesse dello IULM. Come sai l'università IULM è una delle finanziatrici di Corpo Nostro. Ho tenuto allo IULM un laboratorio per insegnare agli studenti i rudimenti delle mie tecniche esecutive per lamiera d'acciaio; il laboratorio, durato diversi giorni, è stato interamente filmato da altri studenti che hanno realizzato, sotto la guida di Giovanni Maderna (produttore di Corpo Nostro) un montaggio molto bello, di cui poi abbiamo utilizzato dei frammenti nel montaggio finale del DVD. Ebbene... Al laboratorio si sono iscritte solo studentesse! Ero convinto che si sarebbe iscritto un gran numero di studenti di sesso maschile (come succede spesso quando tengo i laboratori nei licei), pronti a spaccare l'acciaio con virile, goliardico, rigoroso entusiasmo. E invece mi sono trovato tra le mani questi fiorellini, che nel giro di un attimo mi hanno fatto sentire tutta la propria potenza fisica. Una di loro pratica arti marziali, un'altra capoeira, un'altra è giocoliera, un'altra è attrice... Potenza fisica sostenuta dalla loro passionalità intellettuale. Tutte loro frequentano il loro corso di studi universitari con una passione degna di altri tempi. Una di loro, Valentina, ha scritto la propria tesi di laurea sull'esperienza di questo laboratorio, un'altra, Giada, ha affiancato Giovanni Maderna nella ricerca di altri finanziamenti, tutte hanno sostenuto il progetto con una generosità e una professionalità che è andata oltre ogni mia più rosea (è il caso di dirlo) previsione.
Photo_by_Marina_LuzzoliQuando è stato il momento di allestire la performance finale del laboratorio, ho scelto di accostare sensualità a sensualità, e ho circondato la loro forza giovanile con la carica femminile adulta delle “vestali”, scelte tra le mie interpreti femminili di sempre. Di nuovo donne dalla personalità fertile e vigorosa, veri punti di riferimento della mia vita (come tutti i miei interpreti, a qualunque genere sessuale appartengano). Le loro vesti bianche e le tecniche esecutive a loro affidate (quei suoni subtellurici prodotti con le palline di gomma sulle casse di legno), incarnano - spero efficacemente - il loro ruolo di custodi del fuoco, sobrie e affascinanti domatrici delle forze profonde che devono sostenere la performance, forze in ebollizione come lava sotterranea. Simboli? Se a qualcuno disturba l'idea di un simbolismo cerebrale e “voluto” (è diventato di moda inorridire al pensiero di qualunque vile volontà simbolica - facciamoli contenti, ché non hanno neanche tutti i torti) dico tranquillamente: nessun simbolo, per carità!!! È la carica di risonanze affettive – liberate da quei suoni sub-bui, da quella precisa costruzione temporale di fatti sonori, da quella determinata sovrapposizione polifonica di fenomeni acustici, dallo stagliarsi di quei particolari fatti vibratori sullo sfondo sonoro o silente, e infine da quelle vesti, da quei corpi, quei gesti, quei visi concentrati e, per quanto riguarda il video, da quelle inquadrature e quel montaggio – è tutto questo a fare il suo lavoro, spontaneo e generoso, sulla nostra percezione emotiva. Anche sui tuoi ormoni, Andrea! ;-)
Come vedi non ho risposto alla tua domanda. Sono un marpione? Io lavoro solo ed esclusivamente con artisti e persone con le quali io possa creare una profonda amicizia. Alcune collaborazioni-comunioni hanno avuto inizio nei primi anni '90 e ancora proseguono, evolvendosi con gioia e tenacia. Al di là di qualunque retorica, le persone con cui lavoro fanno parte della cerchia ristretta dei miei amici migliori. L'amicizia può essere nata prima della collaborazione o nel corso dei mesi di lavoro, ma immancabilmente c'è. Se non la sento sciolgo il rapporto e rinuncio alla collaborazione. La vita fa già abbastanza male così. Eppoi non ci sarebbero i presupposti per esplorare ciò che davvero ci pizzica l'anima. Devo potermi fidare e l'interprete deve poter fare altrettanto. Le debolezze devono poter essere di casa senza che si perda alcun incanto, le forze devono poter sostanziare il rapporto senza che nascano competizioni livorose. L'affetto reale è la prima piattaforma metodologica su cui baso il mio lavoro. C'è spazio per tutto, dalle risate alle lacrime, dallo stesso non lavorare allo stare vicini con una felicità primitiva, quasi carnale. Ma non c'è spazio per l'ambiguità. Se con marpione intendi che amo le donne, e che convenga quindi venire ad assistere alle mie performance piuttosto che andare a ballare a Riccione... Beh, sì, amo le donne. Chi mi conosce sa quanto! Ma nei miei lavori non faccio favoritismi: creature belle, uomini e donne, nei miei spettacoli non mancano.Photo_by_Sara_Valentina_Cargnel Quindi siete tutti invitati a venire a rimescolarvi l'assetto spirituale e ormonale! Se con marpione intendi invece che amo tutti i miei interpreti e i miei collaboratori... Sì, li amo, coltivo la vita con loro, seduco la loro fiducia come loro seducono la mia. Ma non sono io che sono marpione - sono loro che sono persone uniche.

...Ok, dopo questo tuo dribbling che mi relega nel girone degli allupati, passerei a domande degne della De Filippi. Parli spesso di “amore” e, per altro, dall’“esondare” delle tue risposte traspare anche l’amore per la parola e per il dialogo (questo l’ho potuto notare attraverso diversi filmati contenuti nel dvd). Da dove nasce? (Hai sofferto la solitudine/no, infanzia felice/infelice... raccontaci un po’ di cazzi tuoi.. ;-)
Vengo da una famiglia che ha sempre tenuto in grande considerazione la comunicazione verbale. Anche troppo. Invece del consueto “di questo non si parla”, che opprime la maggior parte delle famiglie, nella mia vigeva un tabù altrettanto pericoloso (e più subdolo), quello del “di questo non si tace”.
Mi chiedi se ho avuto un'infanzia difficile. L'infanzia è sempre difficile. Al lettore di questa intervista – la cui eventuale curiosità, come la tua, mi lusinga sinceramente – lancio l'invito a chiedersi se le zone felici della sua infanzia fossero veramente felici. Non si può mai dire. Il passato non è immobile.
Amo comunque la parola (e il dialogo – come con esattezza osservi tu). C'è una loquacità tossica, come ho imparato sulla mia pelle fin da bambino, che ubbidisce all'obbligo di dire.
Ma c'è un'altra forma di loquacità – misurata e generosa al tempo stesso – che traccia intorno alle cose che nomina un silenzio palpabile. Un margine cavo che non contraddice la comunicazione, la completa La parola, allora, più che esaurire il dicibile evoca l'indicibile. Esattamente come fa la musica.
C'è stato un episodio cardine in cui ho sperimentato, in tutta la sua irreversibilità, la potenza devastante della parola. L'episodio non mi ha allontanato dalla parola – anzi, mi ha ulteriormente convinto della necessità di spiccarla responsabilmente –, mi ha, però, spinto definitivamente verso la musica, che pure era già da anni la mia ragione di vita.
Photo_by_Sara_Valentina_CargnelNel 1986, a 17 anni, la terra si è aperta sotto i miei piedi (erosa, forse, da quel divieto di tacere?) e sono piombato in un processo di disgregazione psicosomatica. I medici non trovavano spiegazioni al graduale ma rapidissimo svanire del mio corpo. Tranne uno, che la spiegazione me l'ha comunicata con chiarezza, “da uomo a uomo” (parole sue). Cancro alla tiroide. Aspettativa di vita: due anni. Ho sperimentato la furia e l'umiliazione. Poi, dopo giorni trascorsi all'inferno, l'incredibile. (Incredibile per chi non è mai passato attraverso una minaccia del genere.) Mi accorsi che quel colpo di spugna che aveva cancellato il mio futuro, aveva annichilito anche il mio passato. Persa la sua funzione di rincorsa lanciata verso il futuro, il passato si era disattivato, diventando un deserto di fatti inerti, irrimediabilmente avvenuti, vaporizzati alle spalle di un presente che era l'unica cosa reale rimasta viva. Ma era appunto quello l'incredibile. Il presente era diventato reale, palpabile, vivo, denso, abitabile come lo spazio. ...E com'era dolce abitare l'ampiezza dell'attimo.
C'è voluto un tempo lungo e ambiguo prima che i medici scoprissero che non avevo nulla. E quando lo seppi fu difficilissimo. Difficilissimo liberare il terrore, represso per sopravvivere. Difficilissimo riconnettermi col tempo prospettico, dopo essere precipitato nel tempo sferico. Non volevo perdere il secondo, ma non potevo ignorare il ritorno del primo. Ho ingaggiato una lotta immane per averli entrambi a portata di mano. DOVEVA essere possibile: perché mai il tempo sferico, la rotondità del qui e ora mistico, avrebbe dovuto negare il tempo prospettico, la linearità – a ben guardare altrettanto mistica – del prima e del dopo? Certo, sappiamo quanto sia arduo. La bidimensionalità della traiettoria tesa tra il passato e il futuro tende a mangiarsi il presente, riducendolo all'istante sfuggente in cui il prima si converte nel dopo. Siamo risucchiati all'indietro dai ricordi e sparati in avanti dai desideri e dalle paure, e il presente, come si sente spesso affermare, sembra accadere in nostra assenza. Analogamente, quando – per via di meditazione, minaccia concreta di morte, estasi amorosa – il presente improvvisamente si dilata e, come una spugna compressa gettata nell'acqua, acquista tridimensionalità, diventando abitabile e assaporabile, ecco che subito passato e futuro perdono peso. “...Quel che è stato è stato!”. “...Sia quel che sia!”. È questo ciò che diciamo in quei momenti di grazia. È l'incanto. Ma un incanto non riesce mai a reggere all'infinito. Prima o poi la molla carica delle esperienze trascorse reclamerà il diritto di catapultarsi in un futuro progettuale. E allora che facciamo? Rinunciamo all'accensione del qui e ora? Dobbiamo proprio alienarci, in una direzione o nell'altra? Non è possibile sintonizzare la mente su un presente DAVVERO tridimensionale (la bolla del presente “che sta”, ma che – senza assottigliarsi fino all'inconsistenza – includa in sé anche il vettore del presente “che scorre”)? Uno stato in cui (citando Paulo Barone che cita Raimon Pannikar) «...persino l'istante più effimero sarebbe “sentito” come “crocevia” di un «tempo compatto e solido», dove «i morti sono ancora con noi e noi possiamo ancora influire sul loro destino; i bambini che devono ancora nascere influenzano già le nostre vite»...» [Paulo Barone, "Spensierarsi - Raimon Panikkar e la macchina per cinguettare", Diabasis, Reggio Emilia 2007, p.52].
Photo_by_Sara_Valentina_CargnelNon ero certo né il primo né l'ultimo individuo sulla terra a porsi tali quesiti!
Di sicuro, però, per me erano diventati questione di vita o di vita. Vita di gioia o vita di merda.
E allora chiesi alla musica. La musica parla la lingua emotiva del prima e del dopo; una lingua che, come una catapulta, tende l'ascolto pronta a scagliarlo nell'istante successivo, mettendo il suono sotto pressione e stirandolo in attesa dell'esplosione, sospendendolo nella sincope di silenzi sovraccarichi di promessa o di minaccia, inchiodando le forze acustiche alla seduzione di una consequenzialità serrata, regalando a piene mani l'esaltazione dello sfogo o l'eccitazione della sua differita.
Ma la musica parla anche la lingua contemplativa dell'adesso; una lingua che, come una carezza sincera e disinteressata, libera spazio vitale attorno all'istante presente lasciandolo respirare, scivolando su ogni occasione di pressione, lasciando cadere ogni tattica di tensione, suscitando l'abbandono affettuoso alla risonanza delle cose, creando lo spazio senza direzioni del silenzio letterale o interiore, distillando il suono che galleggia accanto a sé stesso e che – vivo – semplicemente accade. Emotivo e contemplativo. Estremi opposti di una schematizzazione brutale e fertile. Dialetti temporali della stessa lingua madre. Entrambi – si badi bene – piantati con piedi sicuri e danzanti nell'esperienza vitale dell'Ora e del Qui.
Occorreva l'Idea, il metodo per impugnare spavaldamente l'istante presente (statico-contemplativo o dinamico-emotivo che fosse) e accenderlo a colpo (quasi!) sicuro, rendendolo vivo e palpabile. La riflessione e la parola – sorella gemella della riflessione – mi aiutavano a non perdere di vista il cuore della mia ossessione. Cominciai a fissare in versi il mio obiettivo.
"Sempre più ampio il mio sguardo fisso alla morte, si nutre del tempo sotteso, non punta più le pupille su questa mano, oggi, io. E allora, oggi, la mano la scorgo spiegare le linee, ordire pazienza."
La musica, dopo alcuni anni di mio irrassegnabile pressing, si sbottonò e mi dettò l'intuizione del Sistema HN.
Il Sistema HN permette di sbalzare in primo piano l'"essere presente" (nel senso proprio di "essere il presente") dell'interprete e del suono stesso. E – scomponendo in parametri compositivamente maneggiabili ciò che àncora al qui e ora l'atto corporeo e la vibrazione acustica – permette di organizzare formalmente il gioco di forze ipnotiche sottese a ciò che accade. HN sta per Hic et Nunc – Qui e Ora. Suono, ma anche – indissolubilmente – azione fisica, azione compositiva, azione concettuale, azione verbale, azione grafica, azione scenica...
Esondano le mie risposte? È l'intera mia vita a esondare.

Photo_by_Alice_Pedroletti Hic et Nunc, dopo quello che mi hai raccontato della tua presunta malattia, dello shock che ne è seguito, del tuo modo di variare la visione del mondo. Come ti rapporti con il futuro rispetto a ciò che suoni, non credo di essere il primo a dirti che c’è una forte drammaticità nelle tue composizioni.
Il futuro mi terrorizza. Per forza. Mi terrorizza, per quanto energicamente io possa lanciare il mio ottimismo oltre l'orizzonte. Per me pensare al Futuro (quello con l'iniziale maiuscola, il Futuro Generico) significa automaticamente pensare alla violenza che a ciascuno di noi toccherà subire. Violenza umana, naturale, casuale, statale, collettiva, individuale...A dire il vero lo stesso effetto me lo fa il Presente Generico.
Ma c'è un futuro che generico non è, tutt'altro. Un futuro pieno di insidie ma capace, se affrontato consapevolmente, di allenare l'anima al coraggio. Si tratta del futuro dell'evoluzione personale di ciascuno di noi. Un futuro col quale occorre avere, ci dicono i saggi, un rapporto acceso e al tempo stesso tranquillo, ma certamente non un rapporto passivo. E dici poco!, mi obbietterai. Non è mica tanto a portata di mano la propria evoluzione! È il compito più alto di ogni essere umano. Un compito nel quale ognuno di noi fallisce, a modo proprio. Quello sì che è un futuro ignoto e minaccioso! Ho vissuto anni (e tuttora talvolta vivo, non del tutto consapevolmente) nel terrore di non essere in grado di evolvermi, come essere umano e come artista umano. Ogni volta che raggiungo un buon risultato (esistenziale o artistico) una parte di me teme di aver ormai toccato il limite massimo di ciò che sono in grado di dare e di prendere dalla vita. Sono sicuro che il mio terrore nasca in grande misura da un'idea stereotipata di evoluzione (qualcosa tipo “questo è vero evolversi, quest'altro no”). Il vero pericolo si annida nelle zone e negli angolini in cui questo terrore è inconsapevole di esistere. Zone che costituiscono un terreno molle di cui neanche ci si accorge, sabbie mobili che inghiottono idee e sussulti concettuali sotterranei, fecondi ma inavvertiti da un sistema nervoso privo di ardimento. Quando riesco, però, a riconciliarmi proprio con l'aspetto più pauroso della prospettiva di crescere, col suo carattere, appunto, ignoto, cieco, scopro quanto possa essere naturale portare a maturazione i risultati raggiunti, i frutti generati. Maturano, poi cominciano a sapere di stantio, poi marciscono, avvizziscono e sembrano morire e, dal tanfo di noia esasperante con cui mi assalgono, nasce una nuova spinta evolutiva, vera, necessaria, bruciante. I vecchi risultati sono morti e hanno fatto da concime. Vera merda d'artista. E di essere umano. Merda morta ma viva, come ogni concime.
Photo_by_Alice_PedrolettiPossono sembrare considerazioni ingenue, e forse lo sono. Occorre però vigilare. Il tempo mi ha mostrato come il perpetuo, smagliante esercizio di consapevolezza di coloro che liquidano ogni ingenuità come fosse un'ovvietà bell'e risolta, renda costoro pateticamente inetti all'evoluzione, se non addirittura votati all'incialtronimento. I saccenti alla lunga si somigliano tutti. A distanza di venti, venticinque anni li puoi vedere ammassati nelle retrovie dello spirito (ché magari professionalmente hanno fatto gran carriera, soprattutto come docenti d'accademie grandiose), col grugno vittorioso e sempre più livoroso. La loro non era consapevolezza. Era consapevolismo.
Mi accorgo che davvero l'arte è una missione. Per me lo è. Condensare le mie forze, tutte – le migliori e le peggiori – in una forma artistica che sia il più possibile viva, scalpitante fino alla furia, sobria fino alla solennità... Tessere un ordito estetico saturo, ma scavarlo in forma cava, in modo da accogliere l'ascoltatore e l'enormità inestimabile del suo universo interiore...Forma cava ma, lo ripeto, ordito saturo, affinché sia nutriente. È come costruire ogni giorno una grotta sempre più grande e al tempo stesso sempre più raccolta, dove far avvenire prodigi e incanti, una grotta che ci protegga per poi finalmente risputarci fuori e, con una bella pacca sul culo, ridonarci al mondo, una grotta le cui pareti siano così nutrienti che al solo leccarle si ritrovi forza e fiducia.
Di nuovo, occorre vigilare. È sufficiente tutto ciò per parlare di missione? È sufficiente tutto ciò per promuovere un futuro migliore? È sufficiente, e – non solo – è necessario?
Forse ho una risposta. Se il futuro lo intendiamo nel senso di un antidepresso slancio in avanti con cui sostenere l'impegno a vivere fino in fondo sé stessi, se parlando di migliorarlo parliamo dello sforzo paziente di costruire sottili effetti a lento rilascio (dalla portata ottimisticamente e realisticamente non più che individuale), se con missione non intendiamo l'illusione di salvare il mondo ma “solo” quella di imparare a distruggere il meno possibile il micromondo materiale e affettivo che ci circonda da vicino e il macromondo che ciascuno di noi è... Allora forse la risposta ce l'ho.
E non è pessimista.



ANGOLI MUSICALI 2016  

vonneumann  

figli di un dio minore: ut  

marino josé malagnino (intervista)  

tre giorni con maria monti  

gianni mimmo  

claudio parodi (intervista)  

i gufi  

figli di un dio minore: hugo largo  

figli di un dio minore: san agustin  

tempi moderni (IIª tranche)  

figli di un dio minore: ヒカシュー (hikashu)  

Bourbonese Qualk (intervista a Simon Crab)  

Andrea Belfi & Stefano Pilia (intervista)  

corvo records  

infrantumi: vent’anni dopo  

Rock Over Beethoven – Il Rock Neoclassico  

lili refrain  

vittore baroni  

christoph gallio  

jacopo andreini  

musica moderna  

ladies of the canyon  

tempi moderni  

hyaena reading (intervista con francesco petetta)  

Baxamaxam  

Xabier Iriondo  

Osvaldo Coluccino  

Osvaldo Arioldi Schwartz (Officine Schwartz)  

Zero Centigrade  

i cantautori  

(la famosa etichetta) Trovarobato  

die schachtel: della maggiore età  

4 donne  

violoncello  

Chaos Tape(S)  

compilation  

D.S. al Coda (the record label)  

Osaka Kyoto Sounds
(con intervista a Go Tsushima dei Psychedelic Desert)
 

(etre) / Wondrous Horse / Harps Of Fuchsia Kalmia  

tamia  

drum, bass... and carmel  

L’Enfance Rouge (articolo e intervista a François R. Cambuzat)  

chinoise (con intervista a Yan Jun)  

figli di un dio minore: ghigo  

figli di un dio minore: fifty foot hose  

figli di un dio minore: ich schwitze nie  

figli di un dio minore: rites of spring / happy go licky  

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figli di un dio minore: chetro & co.  

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figli di un dio minore: TCH (this crepuscular hour)  

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figli di un dio minore: thule