klaxon gueule    di Alfredo Rastelli





Tracciare la storia, seppur breve, di una band che in meno di dieci anni e soltanto in quattro dischi ha già dato tanto alla causa ‘musica’ non è la cosa più semplice di questo mondo. Abbiamo però avuto la fortuna di parlarne con uno dei protagonisti, Alexandre St.Onge, cioè 1/3 dei Klaxon Gueule, contrabbassista e sperimentatore d’eccezione della scena canadese, ma meglio sarebbe dire mondiale, che ci ha aiutato a capire meglio come nasce un suono così originale e innovativo (o anche solo a confermare le impressioni che già ci eravamo fatti) e soprattutto come ci si muove all’interno di un’arte su cui sembra sia già stato detto e fatto di tutto. Trascrivere tutta la conversazione avuta con Alexandre è un’impresa titanica e forse alcune cose potrebbero non interessare chi vuol sentire parlare solo di musica. Personalmente ho i miei dubbi: nella musica ritroviamo ogni componente della nostra vita, gli affetti, gli studi, la politica, i film visti, le letture fatte (come vedrete Alexandre si dice influenzato da Bataille); sono tutte cose che arrivano a formare e a guidare la personalità di ognuno nel momento in cui la si esprime, in una band o in qualsiasi altra attività.

I Klaxon Gueule sono Alexandre St.Onge al contrabbasso, Michel F. Coté alla batteria e Bernard Falaise alla chitarra. I tre si formano in quel di Montreal, vera a propria fucina di talenti, mai parca di attività, progetti e collaborazioni; merito anche della posizione dominante che esercita sulla città, al pari di una grande madre, un’etichetta rinomata come l’Ambiances Magnétiques che ha fatto scuola e che è ora parte della più grande entità actuellecd.com in cui confluiscono molte delle etichette canadesi come la Alien8, la &records di Fabrizio Gialardino e dello stesso Michel F. Coté ed anche la label che Alexandre St.Onge ha messo su con l’amico Christof Migone (un’amicizia solida a cui accennerà più volte, in seguito), ovvero la Squint Fucker Press, di cui proprio nel 2004 abbiamo amato il bellissimo “Escape Songs” di Migone e Veda Hille. L’unico che ancora non ha messo su un’etichetta è Bernard Falaise il quale, a detta di Alexandre, è più portato a suonare dovunque e con chiunque senza vincoli di alcun tipo.
Queste amicizie e queste collaborazioni vengono instaurate in completa libertà e tendono sempre più a ramificarsi; esemplare da questo punto di vista anche i rapporti col giro Constellation, se vogliamo il circuito più popolare della scena di Montreal: Alexandre è stato ospite infatti nei dischi dei Fly Pan Am ed è frequente collaboratore nonché amico di Roger Tellier-Graig degli stessi Fly Pan Am e GodSpeed You Black Emperor. Le amicizie hanno un grosso peso e ciò lo si evince anche dai riferimenti frequentissimi che Alexandre fa alla sua cerchia di amici nel corso della conversazione: da Migone a Tellier-Craig a Fabrizio Gilardino e Mirko Sabatini. Tantissime, negli anni, le uscite dei dischi solisti e le collaborazioni in cui abbiamo visto agire i tre: quest’anno abbiamo apprezzato molto i dischi della &records, ovvero il ‘solo’ di Michel F. Coté (“63 Apparitions”) e la collaborazione tra Falaise e Martin Tetrault (“Des Gestes Defaits”, recensioni entrambe on-line) senza contare, lo scorso anno, il debutto dei Bob che vedeva partecipi tutti e tre i membri dei Klaxon, insieme ad altri artisti. Impegnandoci di trattare in futuro di queste attività parallele, ci dedichiamo adesso a raccontare dei soli Klaxon Gueule, approfittando del fatto che è appena uscito il nuovo disco, “Chicken”, bellissimo, licenziato proprio dalla &records, dopo che i primi tre cd erano stati pubblicati dalla Ambiances Magnétiques. Ma andiamo con ordine.

I Klaxon Gueule si formano a metà degli anni ’90 quando io e Michel (che già improvvisavamo per conto nostro) assistemmo ad una performance impro di Bernard in un locale: quando Bernard a sua volta ci vide suonare ci propose di unirci a lui per realizzare insieme qualcosa di interessante. Con queste parole Alexander St.Onge (incontrato nei primi giorni di dicembre durante un suo passaggio a Napoli, in una delle rarissime sere in cui nella città non è stato ammazzato nessuno) descrive la nascita dei Klaxon Gueule.
Quello di cui scriviamo è un gruppo originalissimo a cominciare dal nome che associa due parole che esprimono forza; Il nome non significa nulla; nasce dall’unione di due sostantivi, klaxon (proprio il clacson delle automobili) e gueule (mascella) che pronunciate insieme confluiscono, dal punto di vista fonetico, una forza maggiore a due parole che già di per se alludono al casino, al rumore, alla potenza e alla durezza. Il nome è stato trovato da Bernard ed è piaciuto subito a tutti noi per via di questo accostamento molto dada. Tutto ciò si traduce in una musica scevra dai compromessi, forse ostica, ma non tale da impedire a chiunque di apprezzarne la qualità, l’originalità e la carica destabilizzante.

Il debutto discografico del trio arriva nel 1997 con “Bavards”, doppio cd in cui i tre decidono di fare piazza pulita delle loro passate esperienze; il disco infatti segna una rottura con quello che verrà, un punto di non ritorno nella loro carriera, e ciò lo si avverte in modo lampante con l’ascolto dei successivi lavori. “Bavards” consta di due cd che rappresentano un compendio delle istanze rock di stampo impro tagliente e compatto come certe produzioni di rock-in-opposition e con numerose influenze jazz; nel primo cd l’assetto è quello usuale con Michel F. Cotè alla batteria, Alexander St.Onge al contrabbasso e Bernard Falaise alla chitarra; nel secondo cd la line-up si allarga anche al sassofonista Christopher Cauley e il tutto assume un aspetto da free-jazz elettrico con atmosfere oscure e fumose da ghetto metropolitano: sì, “Bavards” è un punto di rottura con le strutture passate, esso è stato volutamente composto per essere free jazz e suonare potente come un disco di hard-core. In pratica possiamo dividere la storia dei Klaxon Gueule così: c’è “Bavards” da un lato e poi tutto il resto. Il disco, infatti, pur lasciandosi apprezzare per le indubbie doti tecniche e per la completezza strutturale, risulta datato se confrontato con le vette raggiunte di lì a poco.

“Muets”, che segue di due anni l’esordio, è ancora suonato in classico assetto rock da power trio (schieramento che verrà mantenuto in tutti i lavori successivi), ma della musica tutto si può dire fuorché sia ‘classica’. Infatti il disco (che, giusto per inciso, è uno dei capolavori degli anni ’90) brilla per originalità delle strutture e limpidezza del suono; arduo riconoscere in questi intrecci sonori il tradizionale suono di chitarra, basso e batteria, piuttosto il tutto sembra essere il risultato di elaborate composizioni elettroacustiche e non invece di spietate improvvisazioni: non so se i miei due compagni la pensino come me ma io mi sento parte integrante di un power trio; noi suoniamo rock anche se è una versione avanzata di esso: c’è una relazione tra il rock e il nostro modo di improvvisare; sono come due piani sovrapposti che si arrivano a tangere. La musica dei Klaxon Gueule è tutta improvvisata; più che altro noi ci lasciamo trasportare da un mood, oppure seguiamo delle coordinate decise in un momento precedente; ad esempio si stabilisce chi sia il primo a suonare e il momento in cui gli altri debbano intervenire oppure viene deciso che uno di noi inizi a suonare nell’istante in cui gli altri abbiano smesso e così via. Alcuni pensano che la nostra musica sia il frutto di composizioni studiate ma in realtà è tutto totalmente improvvisato.
Con “Muets” i tre fanno esplodere il rock e ne raccolgono i resti, quelli più piccoli e infinitesimali, che vengono poi ricomposti in un puzzle anomalo creando quadretti deformi e tetri ma anche avvincenti. Scompongono cellule sonore per elaborare dna mutanti; aggiungono e sottraggono particolari, utilizzano liberamente frammenti metallici, creano disturbi e disegnano traiettorie errate come macabri scherzi del destino, aprono e chiudono squarci nella pelle come folli scienziati. Ogni tanto una scoria più grande delle altre viene lasciata intatta e possono emergere così reminiscenze di una musica familiare (la chitarra sincopata simil-Starfuckers in th, il tentativo fallito di elettrojazz di ul e eg).Vengono quindi messi da parte i suoni debordanti precedentemente utilizzati a discapito di atmosfere più sottili e insinuanti. Il disco mantiene sì un’impostazione rock ma sfocia in definitiva in intricate trame elettroacustiche che danno vita a piccole sinfonie avanguardiste e minimali. Non vogliamo più suonare jazz, l’abbiamo fatto in passato ma adesso ci va di fare altro; con “Bavards” volevamo un disco propriamente free jazz e quindi chiamammo Christoper (Cauley, ndr) al sax in modo che suonasse potente come Ornette Coleman o Jimmy Lyons; in seguito abbiamo deciso di essere più sperimentali, alle prese con vere e proprie textures strumentali.
Nell’atto di creazione si combinano fattori contrapposti, l’elettro e l’acustico così come l’analogico e il digitale: Io e Michel siamo soliti trafficare più col digitale e con i computer mentre Bernard è quello più predisposto ad utilizzare apparecchiature analogiche. Ma il suono digitale spesso non è puro perché ci piace anche sperimentare convogliando il digitale in apparecchiature analogiche.

Il successivo “Grain”, uscito nel 2002 sempre per la Ambiances Magnétiques, mostra dal punto di vista stilistico dei cambiamenti di non poco conto; maggiore è infatti l’uso di elettronica, complice la partecipazione di Christof Migone e Sam Shalabi alle prese con i computer. Il disco è dominato da particelle free di elettronica che proprio non riescono a seguire percorsi lineari (fer (huilé); fonte sur cuivre jaune); ci si perde come in un labirinto senza uscita e così è inevitabile che nel disco si alternino momenti diversi tra di loro: attimi di ironia glitch (fonte sur plomb; fer sur plomb;) sono contrapposti a sprazzi di rumore e scorie industrial (fer blanc sur frene;(fer pour bronze;): gli ospiti di “Grain” hanno determinato lo spostamento del nostro suono in una direzione più elettronica; ci è sempre piaciuto suonare con gli amici, soprattutto, per quel che mi riguarda, con Migone e Shalabi che sono i miei migliori amici. “Grain” suona diverso perché è stato composto in maniera differente da come eravamo abituati: esso è stato prodotto durante una settimana trascorsa in una casa in campagna con gli amici. È più elettronico perché abbiamo voluto trafficare con computer e processing e soprattutto abbiamo lavorato tutti e tre separatamente; uno di noi ha creato un qualcosa che è stato successivamente elaborato da un altro e poi da un altro ancora, al contrario di “Muets” e “Chicken” che invece sono suonati totalmente live. Per “Muets” in particolare abbiamo voluto ottenere un impatto fisico.

E così arriviamo al nuovo disco, “Chicken”, che segna il distacco dall’Ambiances Magnétiques in favore dell’emergente etichetta che lo stesso Michel F. Cotè condivide con Fabrizio Gilardino, autore tra l’altro dei bellissimi artwork di tutti i dischi del trio: l’Ambiances Magnétiques sta in giro da parecchio, noi li rispettiamo e siamo sempre grandi amici, ma lavorare per loro significa anche identificarsi con un certo tipo di suono mentre noi cercavamo contesti differenti; non sarebbe stato possibile infatti nemmeno uscire per l’Alien8 che è, se vogliamo, più ‘trendy; ci sentiamo fuori da tutto questo. L’Ambiances Magnétiques avrebbe gradito pubblicare il nuovo disco e per noi non è certo facile privarsi dei servigi di una grossa label ma volevamo provare con una nuova etichetta; ci piacciono le sfide. Non penso che ci saranno degli svantaggi dal punto di vista delle vendite perché anche prima non è che avessimo tutta questa popolarità anzi, non abbiamo mai venduto molto e quindi non ci sono grossi rischi in tal senso; poi, insomma, per farla breve, la &records è la label di Michel e Fabrizio e quindi ci è sembrato naturale pubblicare “Chicken” per loro. Dopo l’elettronica di “Grain”, il nuovo disco mostra un ritorno ai suoni di “Muets”; i due lavori possono infatti considerarsi collegati e non a caso sono anche gli unici lavori dove i tre non si servono di ospiti esterni ma lavorano esclusivamente in proprio. Il metodo di composizione di “Chicken” è diverso dagli altri anche se ci sono molte similitudini con “Muets”; “Chicken” è stato composto con Michel che suonava un piccolo kit di batteria, oggetti e computer, io al canto e al contrabbasso e Bernard con chitarra ed elettronica; il tutto è stato poi processato al computer. Per il futuro abbiamo intenzione di continuare a lavorare in questo modo. Anche questo è un disco suonato live, una dimensione che abbiamo intenzione di esplorare a fondo nel futuro facendo molta attività dal vivo; non è certo facile esibirsi ed avere un buono riscontro di pubblico per chi non è così trendy come gruppi del calibro di Godspeed You Black Emperor: adesso stiamo organizzando un tour e speriamo che “Chicken” costituisca un punto di partenza per una intensa attività live.
“Chicken” è anche il disco in cui fa capolino, per la prima volta, la voce. Prevalentemente è Alexandre St.Onge che si occupa di questo aspetto ma un contributo, seppur in maniera minore, è dato anche da Michel F. Coté. Non aspettatevi però una voce e un cantato tradizionale: si tratta piuttosto di aborti di vocalizzi, distorti e filtrati, che si cuciono alla perfezione nelle trame sonore al pari di un vero strumento. Come in “Muets” anche stavolta ci troviamo di fronte un Frankenstein sonoro con la sola differenza che in questa occasione il suono è leggermente più ‘massimalista’ e ‘rock’del suo predecessore; più nitido il legame con i Starfuckers/Sinistri (a cui li avvicino soprattutto perché considero entrambi i gruppi il top in assoluto) nei momenti dominati dalle chitarre taglienti e dai ritmi singhiozzanti (wawawo). Il disco vive di momenti altissimi come nelle sovrapposizioni tra minimal-batteria, elettronica e riverberi di chitarra (roken dodelijk) o il non-jazz di annie prima o ancora la festa di percussioni in instrumental III.

“Chicken” è il mio lavoro preferito insieme a Undo (disco in cui Alexandre suona con Christof Migone, uscito nel 2000, per la personale label Squint Fucker press, ndr) e al recente disco di Sam Shalabi, e non lo dico perché è l’ultimo che abbia fatto, come si usa sempre fare, ma perché lo penso realmente. Per quanto riguarda la voce invece: mi piace cantare in un contesto astratto, non come un songwriter classico, ma , ad esempio, come gruppi tipo Wolf Eyes di cui apprezzo moltissimo l’ultimo disco su Sub Pop o i Black Dice; essi suonano come fossero una rock band ma in contesti non usuali per il genere ed anche per questo possono dar vita a pareri contrastanti sulle loro qualità o a creare spaccature nel pubblico. Nel lavorare sulle parti vocali sono stato influenzato anche dai lavori di Pierre Henry e Henri Chopin di cui ho sempre apprezzato la creazione di fragili melodie vocali innestati su contesti di musica astratta. Quella delle influenze è un discorso interessante: difficile rilevarle per chi non sia totalmente dentro la loro musica, e quindi per tutti coloro che sono al di fuori della band. Bataille ha certamente ispirato il mio modo di suonare e credo proprio che il bello dei Klaxon Gueule sia quello di convogliare nei nostri lavori le svariate influenze che ognuno di noi ha nel proprio background; forse è per questo che non si riesce a collegare il nostro suono a qualcosa di preciso; ad esempio, Michel ritiene che nella nostra musica ci sia qualcosa che ricordi i primissimi Residents.
Per finire, il futuro riserva una serie di esibizioni dal vivo, non solo con i Klaxon Gueule ma anche con altri progetti, tra cui uno di questi messo in piedi da Alexandre con Roger Tellier dei Fly Pan Am in cui suonare più rock e con canzoni nel senso tradizionale del termine; poi ancora, c’è da scommettersi, nuove uscite per le loro etichette personali e chissà quant’altro ancora.


P.S. i cd dei Klaxon Gueule e della &records li potete trovare in Italia da: Modo Infoshop - via Mascarella, 24 – Bologna o Disfunzioni Musicali - via degli Etruschi 4/14 – Roma;
quelli della Squint Fucker Press da fringes
oppure potete contattare direttamente il mailorder specializzato actuellecd.com che distribuisce in tutto il mondo la musica di cui si parla nell’articolo.


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