`Hotend – Do Tell Plays The Music Of Julius Hemphill´

Autore disco:

Do Tell

Etichetta:

Amirani Records (I)

Link:

www.amiranirecords.com

Formato:

CD

Anno di Pubblicazione:

2015

Titoli:

1) Floppy 2) Dogon A. D. 3) Body 4) Hotend 5) The Hard Blues 6) G Song

Durata:

55:41

Con:

Dan Clucas, Mark Weaver, Dave Wayne

rivoluzione nella tradizione: date a Hemphill quello che è di Hemphill

x Mario Biserni (no ©)

«È vero che lascia più scorie che gemme; però ha almeno una concezione non banale. A vederlo, col suo cranio liscio, e quella faccia da pugile incattivito, mentre fa la sua musica cupa e torbida, che gira eternamente in tondo senza mai concludere, fa pensare a uno stregone, intento ai suoi sortilegi, che non riesce a far piovere. E più armeggia, più si incupisce.»
Questo è quanto scriveva un critico legato a Musica Jazz - uno di quelli ‘illuminati’, badate bene – in un libro sul jazz degli anni ’70. A parte una descrizione fisica ben fatta, e ben scritta, tali parole mostrano semplicemente una totale incomprensione del sassofonista nato a Fort Worth ma affermatosi musicalmente a St. Louis, dove contribuì alla nascita del Black Artists’ Group.
Julius Hemphill (24 Gennaio 1938 – 2 Aprile 1995) ha vissuto i suoi anni al centro di una grande contraddizione e, si sa, le grandi contraddizioni producono quasi sempre sia delle incomprensioni sia della grande musica.
Da una parte esisteva un Hemphill primitivista e attaccato alla tradizione della musica nera, dalle giungle urbane del blues fino alle giungle dei villaggi africani. Hemphill era un Davis che riuscì inviso ai puristi del jazz senza riuscire per questo a farsi apprezzare dal pubblico del rock. Hemphill suonava come un Art Ensemble privo di scenografia, e per questo distante da quegli intellettuali bianchi che apprezzavano comunque gli aspetti multimediali e gli aspetti autoironici dei chicagoani. Hemphill era il nero-nero che non mediava, che nulla concedeva alla cultura dominante, che sembrava sparare sul pubblico bianco il suo «siete merda e io vi odio» e che, come tale, non poteva essere compreso dalla critica bianca, neppure da quella illuminata. Indicativa è la similitudine fra Hemphill e il pugile, un tipo di atleta tipicamente nero, fatta dal nostro critico, seppure si tratti di una similitudine di tipo intuitivo e non venga sviluppata. Indicativo anche l’aver fatto parte del gruppo di Ike Turner, si dirà per lavorare ma poi va’ a capire come stanno realmente le cose.
Dall’altra parte esisteva un Julius musicalmente avventuroso, quello degli impasti strumentali azzardati, che ha composto musiche per sax e nastro magnetico, per soli sax (dal solo al sestetto), o che ha introdotto nella musica ‘nera’ l’utilizzo sistematico del violoncello. Profondamente nero, quindi, ma azzardato nelle formule e negli impasti, motivo per cui non poteva essere compreso neppure dal pubblico afro-americano più viscerale.
Il pubblico è il pubblico, la critica è la critica e i musicisti sono i musicisti. Tre modi diversi di guardare alle cose.
È quindi possibile comprendere anche perché questo omaggio viene fatto oggi da un gruppo di musicisti bianchi non troppo spinti verso la sperimentazione sonora seppure, contraddizione nella contraddizione, possa di primo acchito apparire strano che siano proprio dei bianchi a rileggere uno dei musicisti più neri affermatisi in ambito jazz, ma è noto anche che Hemphill ha fatto in definitiva più proseliti fra i musicisti bianchi che non fra i musicisti neri (fra coloro che in qualche modo sono stati suoi allievi si possono considerare Bill Frisell, Tim Berne, Marty Ehrlich, Nels e Alex Cline, e l’ultimo ha scritto anche parte delle note che accompagnano questo CD).
Significativa è pure la circostanza che Do Tell è un gruppo senza sassofoni, laddove Hemphill ha costruito la sua carriera intorno al suono del sax. C’è quindi una scarnificazione della sua musica, e anche una accentuazione del suo primitivismo. Prendete un po’ la strumentazione utilizzata. Da una parte la batteria di Dave Wayne, ricca di suoni e timbri, che è uno strumento di chiara tradizione africana, e dall’altra parte il basso tuba di Mark Weaver e la cornetta di Dan Clucas, che sono due strumenti estremamente poveri e primitivi.
Il viaggio a ritroso di Hemphill viene qui ricondotto a una rilettura storiografica del jazz, soprattutto da parte di un cornettista che travalica il ruolo giocato a suo tempo da Baikida Carroll, trombettista nei primi gruppi del sassofonista, spostandosi dalle sordine wah wah di ellingtoniana memoria al suono giocoso di Don Cherry. Per non dimenticare Miles Davis (l’arrangiamento dei Do Tell proietta Dogon A. D. in piena giungla del Kilimanjaro).
Resta da dire a quale Hemphill attingono i Do Tell, e appare chiaro che l’operazione è piuttosto ben congegnata e che i tre partono da una conoscenza complessiva di quella che è l’opera del sassofonista: a partire dai suoi primi classici “Dogon A.D.” e “Coon Bid’ness”, allo splendido doppio vinile di solo sax “Blue Boyé” e fino a tre pubblicazioni su Black Saint (“Raw Materials And Residuals”, “Fat Man And The Hard Blues” e “Flat-Out Jump Suite”).
Date a Hemphill quello che è di Hemphill … piano piano ci stiamo arrivando.


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Data Recensione: 14/10/2016
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