`Live @ The Theatre, Rozzano, 13 dicembre 2012´

Autore disco:

Death in June

Etichetta:

-

Link:

-

Formato:

Concerto

Anno di Pubblicazione:

2012

Titoli:

-

Durata:

circa 2h

Con:

Douglas Pierce, John Murphy

Santa Douglas, l'ultimo baluardo del nazipacifismo tra Gipsy King e industrial culture

x Matteo Uggeri

Sarà stato una decina di anni fa. Ero al Basèl, mitica bocciofila di Oreno frequentata da giovani alternativi d'ogni sorta. Incontro Canese, storico darkettone della Brianza ed ex compagno di scuola, il quale mi guarda stupito e mi fa «Ma che ci fai qui?»
«Perché, che c'è di strano? Ci vengo spesso.»
«Ah. Ma non sei allora a vedere i Death in June?»
Dopo quei 5'' di pietrificazione gli chiedo di spiegarmi, e salta fuori che mi sto allegramente perdendo il live che pare abbia luogo al Binario Zero (RIP), a Milano.
Saluto frettolosamente il nerocrestato e, agguantata Ale, la ragazza con cui stavo al tempo, brucio la Tangenziale Est, parcheggio su un albero, mi fiondo alla biglietteria, pago per entrambi, entro, sento la fine di Heaven Street e mi vedo i due che fanno ciao con la manina e ringraziano amorevolmente il pubblico.
Finito.

Insomma, mi era rimasta qui. Così quando ho scoperto che il caro vecchio Doug era in giro a festeggiare i trent'anni di onorata carriera mi son procurato i biglietti per tempo tramite Ago, l'amico dark-wave più fidato del mondo, ho fatto un buco nell'agenda e mi son preparato psicologicamente a ripagare il torto subito.

Sono valsi i primi 30 secondi di ingresso in scenda di John Murphy e Douglas P., rispettivamente con mascherina carnevalesca e intero costume di ordinanza – giaccone militare, cappuccio e solita famigerata maschera anche qui – per ripagarmi del prezzo del biglietto (circa 30 euro, per la cronaca). Partono entrambi in piedi a martellare sui tamburi come due invasati, con Murphy nelle retrovie, tra due tom, qualche piatto e campanellini, e Douglas che incanta il pubblico agitando maracas, bastoncini, sonaglietti e quant'altro, per poi partire a cantare una We Drive East che è un sogno sentire in questa versione marzial-tribale. Proseguono sulla stessa linea con Untill the Living Flesh is Burned per poi passare a Bring in The Night, tutte rigorosamente solo tamburi/rullante e voce. Io e Ago ci guardiamo intimoriti: mica farà tutto il concerto così? Per fortuna finita 'sta tripletta Doug si volta, armeggia con la maschera, leva il cappuccio per sfoggiare una folta chioma grigia, indossa due occhialetti da sole e da agente immobiliare, agguanta il chitarrone nascosto dietro una tenda e raccoglie l'ovazione del pubblico, pronto a farsi deliziare dal suo cantautorato folk apocalittico. Ed in effetti l'attacco con KuKuKu Baby è da brividi, nonostante Murphy arranchi nella parte che fu di David Tibet. Ed è infatti all'insegna di un'autarchia totale che il duo sfagiola uno dopo l'altro pezzi da qualunque album passato presente e futuro, ricantando cose che furono di Rose McDowall e altri. Nulla di male, ma la rigidità della formula è pazzesca: non c'è un attimo di respiro con il martellamento sui tamburi da un lato e lo sferragliamento mono-accordo dall'altro. Incredibile pensare che solo due uomini e solo con strumenti acustici possano fare tanto casino. Sarà che Doug cavalca la sua 12 corde ché manco i Gipsy King (e l'analogia – credetemi – c'è di brutto) e canta tutti i pezzi alla stessa maniera, ma pare di assistere più a un rito catartico suo (Murphy ha l'aria distaccata da impiegato delle poste inglesi, fantastico) che il pubblico raccoglie felice. Sorprende poi una vena giocoso-goliardica del nostro, che tra un brano e l'altro scherza sul suo amore per la neve che cade copiosa ('li mortacci tua', pensiamo noi che abbiamo 40 km da fare alle due di notte, ma pazienza), sul vino italiano, omaggiato al posto di quello – originalmente tedesco (?) - di To Drawn a Rose e alla 'festa' che stiamo vivendo. Momento assolutamente top del kitsch è l'entrata in scena di due figuri mascherati da porcellini che si dimenano sulle note di... indovinate? All Pigs Must Die, dal disco a mio avviso più folle del musicista inglese. Sotto i grugni indoviniamo due membri dei Die Weisse Rose, il gruppo spalla, che con questa pantomima si riscattano rispetto a una performance sulla quale preferisco sorvolare. Spettacolare anche il momento delle richieste, dove Doug mi regala un brivido di gioia rispondendo al mio grido «Fall Apaaart!!!» partendo su quel meraviglioso pezzo. Il fatto che lo suoni in modo identico a tutti gli altri, un po' come farebbero i Gerogerigegege, non mi smonta e tento di cantarlo per quel che è possibile farlo su un ritmo marziale, una tonalità random e un cantato deviato.
Per il bis si chiude con quell'Heaven Street che per me chiude il cerchio e una versione pazzescamente divertente di C'est un rêve nella quale, oltre al gioviale nazista (“ou est Klaus Barbie?”, vengono omaggiati Bin Ladén e Gheddafì (gli accenti alla frençese sono d'obbligo, è come li pronuncia lui).
Immenso. Per me uno che mischia sul profilo Facebook il logo delle Totenkopf con la bandiera della pace ha già vinto. Grazie Santa Douglas, ci hai fatto un bel regalo di Natale. Nazipacifismo forever.

Si ringrazia Milena Montalbano per le foto.


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Data Recensione: 23/9/2013
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