`Nothing Outstanding´ // `Blue Willa´ // `You Should Reproduce´

Autore disco:

King Of The Opera // Blue Willa // Honeybird & The Birdies

Etichetta:

la famosa etichetta Trovarobato (I)

Link:

www.trovarobato.com
www.kingoftheopera.com
www.bluewilla.com
honeybird.net

Formato:

CD

Anno di Pubblicazione:

2012

Titoli:

1) Fabriciborio 2) Worried About 3) GD 4) The Floating Song 5) Nothing Outstanding 6) Heart Of Town 7) Nine-Legged Spider 8) Pure Ash Dream 9) The Halfduck Misery // 1) Eyes Attention 2) Fishes 3) Tambourine 4) Moquette 5) Vent 6) Good Glue 7) Rabbits 8) Birds 9) Moan 10) Cruel Chain 11) Spider // 1) To The Earth's Core 2) Elastic Stares 3) East Village 4) Where D'ya Live Do? 5) Swimming Underwater 6) Canopy Dream 7) Eine Kalte Geschichte 8) Perejil 9) Cajaffari 10) You Should Reproduce

Durata:

42:10 // 42:40 // 35:00

Con:

Alberto Mariotti, Wassilij Kropotkin (Francesco D'Elia), Simone Vassallo // Serena Altavilla, Mirko Maddaleno, Graziano Ridolfo, Lorenzo Maffucci, Carla Bozulich, Davide Cristiani, John Eichenseer, Pamela Maddaleno, Nicola Ruganti // Monique Mizrahi, Paola Mirabella, Federico Camici, Enrico Gabrielli, Rocco Marchi

tris d'assi

x Roberto Municchi

Pressati come siamo tra l’invasione degli ultracorpi discografici e la marea di offerte a portata di downloading (illegale e non), La Famosa Etichetta Trovarobato diventa una presenza fondamentale, un punto fermo, la nostra bussola per orientarsi in questo oceano di proposte spesso indecenti. Il lavoro dei tipi della Trovarobato è quanto mai difficile: non essendo infatti una label di “genere” (che una volta testata e gradita diventa quasi un appuntamento automatico) ha il suo denominatore comune esclusivamente nella qualità. Si è conquistata l’apprezzamento sul campo, disco dopo disco, sfidando l’ascoltatore su più terreni e “costringendolo” ad ascolti diversi. Progetti di varia natura, spesso selezionati con gran gusto, compresi i tre che vado a trattare di seguito.

Parto con l’album di esordio della sigla King Of The Opera, trio composto da Alberto Mariotti, voce e chitarre, Simone Vassallo batteria e Wassilij Kropotkin, come solito, tutto il resto. Andando ad ascoltare “Nothing Outstanding,” non si può ovviamente trascurare quella che è stata l’esperienza precedente del Mariotti, ovvero gli album accreditati a Samuel Katarro, in particolare il sorprendente “The Halfduck Mystery”, dal quale questo nuovo prende le dovute distanze. Meno vario e schizofrenico, lascia l’America dei Gun Club, dei Primus, dei vecchi bluesman per intraprendere un viaggio verso il Vecchio Continente. Un disco meno istintivo e più maturo che nella strada che porta dall’America verso l’Europa consolida certe influenze psichedeliche e assorbe certi tic della new wave inglese degli anni 80 (il fascino per l’oscurità), in un cammino che ha come obiettivo il definitivo smarcamento da ingombranti riferimenti per approdare ad una definitiva e ben delineata autonomia stilistica. Un album che sembra essere più frutto di un lavoro di gruppo rispetto a quelli della vita precedente. Lo spirito umoristico di "Halfduck" si ritrova giusto in Nine-Legged Spider, uno sprazzo di libertà tra pianismo free, archi impazziti, ritmi schizzati e canto sarcastico. E un delizioso retrogusto pop che si intrufola anche in altri frammenti,come l’altrettanto bizzarra Worried About, dove Barrett si scontra con certe malinconie wave (come nelle pagine migliori di Robyn Hitchcock o dei Peter Sellers & the Hollywood Party), o nella stralunata perla beatlesiana The Halfduck Misery (che nel titolo gioca col precedente album). Ma il corpo del lavoro, i pezzi che fanno la differenza sta altrove: nelle sonorità sognanti dell’iniziale Febbriciborio, chitarre cristalline e voce dolente alla Jeff Buckley che sfociano in un finale visionario, che rappresenta lo spot migliore per quell’incontro tra Europa e America di cui si diceva qualche riga sopra; nella malinconia della semiacustica The Floating Song; nello straordinario impatto di Heart of Town, con la voce di Alberto che si impossessa della canzone, come riuscivano a fare anni or sono soltanto il David Sylvian di “Brilliant Trees” o il Morrissey dell’imperdibile “Strangeways Here We Come”, ultimo atto degli Smiths, mentre chitarre ossessive e lancinanti tentano invano di farla decollare verso lo spazio; nel capolavoro assoluto “Pure Ash Dream”, psichedelica dalle tinte fosche paragonabile soltanto alle gemme dei maestri assoluti del genere Pink Floyd.

Anche Blue Willa è la continuazione di un’altra esperienza, quella dei Baby Blue, di cui facevano parte Serena Altavilla, Mirko Maddaleno e Graziano Ridolfo, un paio di album e qualcos’altro prima dell’ingresso sul finire della storia del estroverso Lorenzo “Mangiacassette” Maffucci. L’albo dal titolo eponimo parte da una base rock-blues-dark, molto legata al rock americano di stampo post punk, per intraprendere un percorso che attraversa vari stili e sottogeneri, temi e colori, cambi di umore e cambi di ritmo, con iniezioni di indizi a volte anche sorprendenti. Ci si sentono dentro echi di rock’n’roll stradaiolo alla Jane’s Addiction (soprattutto in Moan, con quel gusto glam che non ha paura dell’oscurità, e in Vent, passeggia sui detriti e le voci vicine al punto di rottura), le nenie salmodianti di una Lydia Lunch, i lamenti dei vecchi blues (la magnifica Rabbits, come una filastrocca dell’anteguerra, o il passo felpato di Moquette), i sarcastici intervalli pseudo cabarettistici (alla Tom Waits per intendersi, vedi Tambourine e la parte conclusiva della sopracitata Vent), tanto che alla fine rimane la sensazione che i cambi di atmosfera siano persino troppi, e spesso anche all’interno dello stesso pezzo, finendo talvolta per impedirci di goderne appieno lo sviluppo melodico. Uno dei punti di forza del quartetto è sicuramente la voce di Serena Altavilla, quanta energia in una figura così esile, che plasma la materia musicale e la porta su territori ruvidi e nebbiosi. Gustiamocela tra le spoglie asperità di Fishes, o mentre urla tra le chitarre grattugiate e l’incalzante treno ritmico in Good Glue, o ancora mentre gioca a fare la dark lady in Cruel Chain prima che le distorsioni e il caos le strappino via il pezzo. La maestra Carla Bozulich che produce il disco può esserne orgogliosa. Bella anche la copertina in bianco e nero che evoca ricordi tra 4AD e i Taccuini del vecchio Consorzio Produttori Indipendenti.

Molto colorata è invece la copertina di “You Should Reproduce” di Honeybird & The Birdies. Di loro consiglio innanzitutto la visita ai vari video sparsi su YouTube o altrove in rete. Sprigionano una gioia contagiosa anche quando trattano temi tutt’altro che frivoli. Eclettici, geniali, colorati e creativi, cantano (e ballano) in più lingue, principalmente inglese, ma anche tedesco e dialetto catanese. Sono in tre,Monique Mizrahi, Paola Mirabella e Federico Camici, provengono rispettivamente da Los Angeles, Catania e Torino, e suonano una serie indicibile di strumenti, alcuni molto particolari e abbastanza inconsueti (charango, berimbeu, ukulele, belafon… e tanti altri per cui rimando alle note interne). Si direbbe world music, se il termine non fosse troppo consumato. Suoni dal mondo in ogni caso. Una miscela di indie rock e musiche popolari, etno folk a tutto mondo che come attitudine ricorda Amy Denio o gli Accordions Go Crazy, per questa idea di inglobare sonorità da ogni dove. E poi anche l’innocenza folk pop delle indimenticate Raincoats. Le parole con cui si presentano dicono tutto e di più: «tutti gli honeybird cantano e ballano sul palco, mescolano lingue e dialetti, si improvvisano coreografie folli e disorientanti. È uno spettacolo coinvolgente, come una piccola orchestra capace di dar vita a un grandioso baccanale riempiendo di fisicità e colori il palcoscenico». Ovvio che dopo tali premesse il risultato sia un susseguirsi di sorprese, dall’iniziale To The Earth’s Core, surreale pasticca folk costruita sul ritmo giocattolo della steel drum, fino alla title track che ha il compito di chiudere il disco. Nel mezzo tanta roba: il bizzarro scioglilingua East Village, la filastrocca scandita a tempo di rap WhereD’Ya Live Yo?, ispirata al quartiere romano Tor De’ Schiavi,e quella in dialetto catanese Cajaffari, i Beach Boys vestiti da donna di Swimming Underwater, la finta seriosità di Eine Kalte Genshichte, cantata in tedesco, e l’apice del disco Perejil, ispirata dai genocidi commessi ai danni dei buddisti in Cambogia e del popolo armeno dai turchi tra il 1915 e il 1916, travolgente melodia dalla leggera inclinazione onirica che durante il tragitto, quando sale il tono e le parole diventano macigni, si ancora a terra con tutta la sua forza. Un album curioso e interessante.

Un bel tris d’assi dalla benemerita Trovarobato. Attendiamo la prossima mossa per fare poker.


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Data Recensione: 24/11/2013
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