`Reliquies´

Autore disco:

Rotorvator

Etichetta:

Sincope (I)

Link:

sincoperec.altervista.org/

Email:

Formato:

LP + D, D

Anno di Pubblicazione:

2015

Titoli:

1) The Mirror Of Simple Souls Who Are Annihilated And Remain Only In Will And Desire Of Love 2) Saint Guinefort 3) Grandier Radiant Angel + Il Terremoto Del 1647

Durata:

15:52 + 8:07

Con:

(?), (?), (?)

intriganti

x agapito lectores (no ©)

Un nome che sembra citare i Coil.
Un attacco che sembra citare gli MC5 («Brothers and sisters, come to me! I'll show you the road to freedom!»).
Un trio misterioso con chitarra, elettroniche e voce nel quale l’unica (quasi) certezza sembra essere la presenza di Emanuele Bortoluzzi (vi ricordate degli Ent?).
Un disco registrato da Marcello Batelli dei Non Voglio che Clara e masterizzato da James Plotkin.
Sul sito dell’etichetta sta scritto: «Black Metal, Psychedelia, industrial noise suggestions and distorted environments to build the backbone of a heavy sound, deliberately offensive and constantly inspired by chaos and disharmony» e su Discogs la dose è addirittura rincarata: «Black Metal, Industrial, Electro, Noise, Psychedelic Rock, Drone».
Sempre nel sito della Sincope Records, a proposito di “Reliquies”, si dice che «Rotorvator show their pure vision of contemporary black metal. A perfect blend of obscure decaying atmospheres, strong post-industrial, dark psychedelic harmonies, incisive electronics and a damned screeming vocal. A grim and tormented sound, highly anxiogenic and darkly relentless, with a great melodic taste».
Tutto vero.
Se considerate la collaborazione con i Comaneci su Who Is Earl? (nella cassetta "The Blues" pubblicata da Sangue Disken) il quadro che ne esce è addirittura ancor più dilatato.
Una situazione di confusione estrema e una recensione difficile da fare.
Che sarebbe difficile da fare, vien da dire, perché mi accorgo che dopo i copia e incolla seriali che ho utilizzato la recensione è praticamente già fatta!
Aggiungere cosa? Forse che The Mirror Of Simple Souls … inizia come un rock punkizzato per esplodere poi in una sinfonia industrial che alterna voci gutturali, in chiave death, e voci irose di tendenza hardcore (forse è proprio l’influenza dell’hardcore a essere stata dimenticata nelle presentazioni che ho riportato sopra).
Nettamente più lente, e ancor più malate, sono le atmosfere che avvolgono Saint Guinefort, andando a parare in una sorta di death-metal dalle caratteristiche industrial e psichedeliche. Lo spirito metal sembra prendere il sopravvento in Grandier Radiant Angel, con l’asse che pare spostarsi in direzioni quali il noise, il thrash e il grindcore. Su tutto aleggia - come un venticello che senza apparire essenziale riesce comunque a rinfrescare - l’elettronica di marca Warp.
Per chi acquista la versione digitale questo è tutto.
Per chi si orienta invece verso l’acquisto del vinile, inciso su un solo lato e limitato a 150 copie, c’è invece una piacevole sorpresa che si chiama Il Terremoto Del 1647, brano in regalo con il download. Non vorrei che pensaste al solito riempitivo, dal momento che il livello è in linea con gli altri brani: otto minuti di violento minimalismo elettronico (+ vicino a Merzbow che agli Autechre o ad Aphex Twin), minaccioso e araldo di una catastrofe imminente.
Questa scelta, un brano omaggio a chi acquista il vinile, appare originale e intelligente (anche sotto l’aspetto puramente commerciale).
Consiglio vivamente il lettore di andare a spulciare nella discografia precedente del gruppo (io l’ho già fatto): 1 CD su Crucial Blast, 1 cassetta su Sangue Disken, 1 CD-R su Dokuro e 1 CD-R autoprodotto.

Così come consiglio di spulciare nel sito della Sincope Records: prenderete così coscienza della pubblicazione, più o meno in contemporanea con il disco, di “mammamiaquantosangue” #3 (fanzine diacronica undecennale legata ai valori dell’hardcore e del diy). Per quanto riguarda i contenuti, evitando di sciupare il gusto della lettura e della scoperta, citerei un articolo iniziale sul diy ai tempi di Pitchfork e uno successivo su due ventennali caduti nel 2013 (“In Utero” e “Chaos A. D.”). Ci sono poi interviste ai Bava, ai Frontiera (ex Kina), agli OvO e Bar La Muerte (interessante e condivisibile l’opinione espressa da Bruno Dorella a proposito dei social network), a Bologna Violenta e a Claudio Rocchetti. Il tutto è arricchito da alcune recensioni importanti (David Grubbs, Alga Kombu, Ceramic Dog, The Evens, Hyaena Reading, Oblivians, Okkyung Lee, Shellac, Wolf Eyes, Stefano De Ponti e altro, per un totale di 68 pagine fitte fitte.
Scrive il Capo Supremo Truculentboy: «Ci sono due approcci secondo me nel fare un'uscita cartacea e per di più una fanzine autoprodotta.
Uno è puntare sull'informazione notiziaria, scelta che, per quanto riguarda la carta aperiodica, senza una redazione o editore alle spalle è decisamente persa in partenza, non credo sia il lavoro di una fanzine cartacea di stampo hc.
L'altro approccio è quello diaronico, su sui mi sono concentrato, cioè al di là della notiziabilità temporale traslare il discorso in favore di concetti, che poi è quello che mi interessa primariamente.
Me ne sono accorto strada facendo un po’ riflettendo sul riprendere vecchie fanzine, e rendendomi conto che il valore esperienziale di una fanzine non può essere quello che può avere un periodico con le caratteristiche che dicevo prima.
Poi pensando anche alle riviste letterarie che leggevo anni fa, in fondo sono studi che vanno un po’ al di là del tempo in cui sono prodotti.
In questo numero ho cercato appunto di far passare dei concetti di cui ormai pochi parlano, e ho l'impressione che sia una cosa voluta per rispettare di massima un certo discorso di appiattimento estetico, cosa funzionalissima a un certo tipo di commercio, dove comunque vince chi ha capitali e strutture alle spalle
».
Ben detto (e magari anche benedetto).


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Data Recensione: 5/4/2017
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