`Tape Crash #8´ // `Version d’un ouvrage traduit´

Autore disco:

Mattia Coletti & Own Road / Powerdove // Le Ton Mité

Etichetta:

Old Bicycle Records (CH) / Music à la Coque (I)

Link:

www.oldbicyclerecords.blogspot.com
www.musicalacoque.it

Formato:

Cassetta // CD

Anno di Pubblicazione:

2014

Titoli:

1) Flower Names / 1) When You’re Near 2) Storm Signals 3) Under Awnings // 1) Nuages 2) Les Bons Temps 3) Feux d’artifice 4) Jus de dune 5) Gâteau 6) Café 7) Les Martinets 8) Place des amis perdus 9) La Lune rousse 10) Trees Taller Than Tales 11) Les Constellations 12) L’Orchestre d’apèro 13) L’Étang 14) La Porte 15) Toits de Bordeaux 16) Potagers 17) 火花が散るほどの出会いだったけど、僕たちは独立体なんだ 18) Grenier 19) Les bons temps (acapella) 20) Animals 21) Les Patates 22) Papillon 23) Sardines 24) Grenier II 25) La Note Correcte 26) 20 Km sans essence

Durata:

24:00 ca // 47:11

Con:

Mattia Coletti, Simon Skjodt Jensen / Annie Lewandowski, Thomas Bonvalet, John Dieterich // McCloud Zicmuse, Céline Périer, Jonathan Burgun, Medhi Michaud, Christophe Ratier

a volte ritornano … due gioielli e un mistero

x Joe Brillantina (no ©)

Ci sono dei musicisti che si muovono ai margini degli spazi illuminati dalle luci dei riflettori e che, a causa di questa loro selvatichezza o per una mia disattenzione, scompaiono temporaneamente dalla mia vista per poi riapparire quando meno me lo aspetto.

È il caso del Mattia Coletti post-sedia, la cui strada mi è capitato di incrociare saltuariamente in una serata romana, al Rialto Santambrogio, a fare da contraltare agli Ossatura o in una serata aretina, durante il Mengo Music Fest, a occupare la consolle per il concerto dei Bachi da Pietra. Le cassette per la Old Bicycle Records sono quindi piovute improvvise come fulmini a ciel sereno, soprattutto questa “Tape Crash #8” dove marcia in compagnia del danese Simon Skjodt Jensen (aka Own Road) per una collaborazione estemporanea che mi coglie totalmente impreparato. Due chitarre, voce, suoni brut e manipolazioni elettroacustiche danno vita a una song che inizia come folk narcolettico, malato e barrettiano, per proseguire come marcia a la fahey e ripiegare nuovamente, nel finale, verso un’ombrosa psichedelia ummagummiana. Il progetto si allinea con le recenti prestazioni del Coletti solista ma, rispetto a quelle, è ancor più convincente soprattutto per una parte cantata, qui affidata alle corde vocali di Skjodt Jensen, che riscatta le insufficienti performance vocali del marchigiano.

Ancor più criptico di Coletti è Thomas Bonvalet, che i più ricorderanno come metà Cheval De Frise, mio ospite per una splendido concerto casalingo con il suo progetto solitario L’ocelle Mare. Lo ribeccai in seguito a Ravaldino in Monte (FC) in un concerto presso l’Area Sismica per poi perderlo di vista, nonostante due pubblicazioni che è un semokuce eufemismo definire come underground (“Engourdissement” e “Serpentement”). Eccolo ora riapparire all’interno dei Powerdove, coi quali aveva già pubblicato nel 2013 un LP che non conosco (“Do You Burn?”), una sigla creata da Annie Lewandowski per dare spazio alla sua voce e al suo songwriting. A proposito della Lewandowski sono da mettere in vista le sue collaborazioni con The Curtains, Xiu Xiu, la London Improvisers Orchestra e il giro degli ex Henry Cow (leggi ReR), oltre a una sua attività come pianista in ambito di musica contemporanea. Come terzo incomodo, all’interno dei Powedove, c’è quel John Dieterich che certamente molti di voi ricordano per i trascorsi con il Gorge Trio. Sono soltanto tre canzoni per solo otto minuti di musica, ma direi che valgono un'eternità. Se per Storm Signals è possibile parlare ancora di canzone folk, con il beneficio di un forse, negli altri due casi la definizione è davvero fuorviante. La voce angelica va a scontrarsi con grappoli di rumore in quelle definibili tout court come splendide perle di sperimentazione sonora, e lo stile spastico e disarticolato di Thomas Bonvalet ha sicuramente trovato al loro interno una propria dimensione. Personalmente mi sto già mettendo nell’ottica di rintracciare gli altri due dischi pubblicati come Powerdove (“Do You Burn?” e “Be Mine”).

Anche nel caso di McCloud Zicmuse (aka Le Ton Mité) mi sembra essere fuorviante parlare di musica folk. Tantomeno si possono utilizzare i termini folk orchestrale, dal momento che quasi sempre la voce è accompagnata dalla sola chitrarra o poco più. È un ombrello, quello del folk, sotto al quale oggi si mette un po’ di tutto, dalla cacca di vacca alla cacca d’aringa, e dopo un periodo in cui si inventavano generi e sottogeneri musicali che, a volte, erano destinati a descrivere un solo disco o, al massimo, due, ecco che oggi si torna a una generalizzazione eccessiva per cui tutto è folk. Buon Dio! Per fortuna che sono ateo altrimenti con tutti gli improperi che mi fanno dire andrei dritto all’inferno. Ma torniamo al nostro McCloud Zicmuse, stravagante fin nel nome, un altro incredibile personaggio assolutamente da conoscere. Originario di Olympia ma successivamente trasmigrato, prima in Francia e poi in Belgio, ho avuto più occasioni di vederlo in concerto, l’ultima volta all’Area Sismica nel marzo del 2007 nella stessa sera in cui suonò L’ocelle Mare (e anche la Breezy Day's Band). È da quel momento che avevo perso le sue tracce, fino a quando qualche mese fa mi sono trovato fra le mani il CD “Version d’un ouvrage traduit”. In tempi ancor più recenti, poi, sono venuto a sapere di un tour in compagnia di tal Kawate Naoto, organizzato dal solito Bob Corn (a proposito: dei Powerdove eriste anche un 7 pollici a metà proprio con Bob Corn) … dicevo allora di questo tour, una cosa che mescolava musica e cucina dal momento che, mentre Zicmuse teneva il suo concerto, il giapponese si improvvisava cuoco utilizzando gli ingredienti che trovava a disposizione nel luogo del concerto. Ho voluto riportare questi fatti perché la dicono lunga sul personaggio molto più di tutte le mie eventuali seghe mentali che comunque, le seghe mentali, servono pure. Sin dalla prima volta che ho visto Le Ton Mité m’è venuto da associarlo a Jonathan Richman, quello dei Modern Lovers, non tanto per la musica quanto per l’ironia e per gli argomenti surreali di cui parlano le sue canzoni (titoli come Animals, Les Patates, Papillon e Sardines fanno coppia perfetta con Abominable Snowman In The Market, Hey There Little Insect, I’m A Little Airplaine e I’m A Little Dinosaur). Strutturalmente le canzoni di Le Ton Mité sono nonsense, filastrocche e/o marcette disarticolate e zappiane, naturalmente mi riferisco al primo Zappa, quello di “Absolutely Free”, miniature minimali in forma libera e svincolate da qualsiasi cliché. “Version d’un ouvrage traduit” è la versione compact di un LP pubblicato quasi di nascosto nel 2012 su etichetta Kythibong, rispetto al quale c’è però l’aggiunta di ben sette canzoni. 20 Km sans essence è la versione in francese di 10 Miles To Go And No Gas (originariamente era su “Tickets To Real Imaginary Places” del 2006), Animals è una cover della Breezy Day's Band, Les Patates, Papillon e Sardines erano, probabilmente in versione diversa, nell’EP “Les Petits Contes Pour Les Petits Canards”, Grenier II proviene dalla stessa fonte di Grenier (una registrazione su più piste effettuata in tempi diversi), mentre non ci sono notizie su La Note Correcte (il titolo che completa l’elenco dei cinque bonus). Gli altri diciannove titoli sono puro oro grezzo fresco di miniera.

“Tape Crash #8” e “Version d’un ouvrage traduit” sono due gioielli che pur non cambiando di certo la vostra vita, sono dischi mica vincite al superenalotto, vi aiuteranno certo a vivere meglio.

In conclusione vi chiedo però di aiutarmi a risolvere un mistero … come farà Vasco Viviani della Old Bicycle Records ad azzeccare sempre l’accoppiata perfetta per le sue cassette split?


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Data Recensione: 12/7/2015
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