`Kawax´ // `Có Còl e Raspe´

Autore disco:

Lili Refrain // Meteor

Etichetta:

Sangue dischi / Subsound Records (I) // Villa Inferno Records, Neon Paralleli, Off Set Records, Only Fucking Noise Records, Dischi Bervisti, Sangue Dischi (I)

Link:

sanguedischi.com/
www.subsoundrecords.it/
www.villainferno.it
www.neonparalleli.blogspot.it
www.off-set.org
www.onlyfuckingnoise.it
www.dischibervisti.bandcamp.com

Formato:

LP / CD // LP

Anno di Pubblicazione:

2013

Titoli:

1) Helel 2) Kowox 3) Goya 4) Tragos 5) Elephants On The Pillow 6) Nature Boy 7) 666 Burns 8) Echoes 9) Baptism Of Fire 10) Sycomore’s Flames // 1) XXX 2) XXXX 3) X 4) XXXXX 5) XXXXXX 6) XX 7) XXXXXXX

Durata:

48:00 // 09:00 ca.

Con:

Lili Refrain, Nicola Manzan, Valerio Diamanti, Roberto Cippitelli, Inferno Sci-Fi Grind’n’Roll // Andrea Cogno, Giuseppe Mondini

dilatazione e compressione

x Olivia Uggeri (no ©)

Chi cerca trova... anche dei punti di contatto fra questi due dischi che all’occhio e all’orecchio possono apparire completamente diversi!?!!
Tanto per iniziare entrambi portano il marchio Sangue Dischi.
In secondo luogo è ben presente un’influenza progressive, sebbene nel primo caso vi sia una dilatazione e nel secondo una compressione della materia sonora. È come se “Có Còl e Raspe” rappresentasse l’azione che porta allo scoppio e “Kawax” il dopo esplosione o, viceversa, il secondo può essere visto come un’espansione abnorme della materia che, nel primo, viene risucchiata da un nocciolo centrale.
Lo stesso iter produttivo finisce, curiosamente, per riflettere i caratteri dei due dischi: “Kawax” è distribuito da due case discografiche, una si occupa della versione in vinile e l’altra di quella compact, mentre la distribuzione di “Có Còl e Raspe” è frantumata in una cordata di ben 6 marchi.

Avevamo conosciuto Lili Refrain attraverso una recensione fatta dal buon Marco Carcasi al suo primo eponimo CD autoprodotto, poi noi siamo rimasti fermi lì mentre lei è andata avanti con un secondo CD, “9”, eccelso e comprensivo di almeno due classici che sarà costretta a ripetere in concerto fino al termine della sua carriera (Imitatio e Ictus). Ed ora eccola al traguardo del tribolato terzo album che, come accade nelle grandi occasioni, esce in doppio formato LP / CD, ed esce in una splendida confezione impreziosita dai bei disegni di Fernanda Veron, uno per titolo, carichi di esoterismi.
Stando a come si descrive potrebbe essere definita come una figlia di un non impossibile amplesso fra Andrés Segovia e Maria Callas. Incredibile ma vero! Se non che nella sua musica c’è molto di quello che è venuto dopo la sua ipotetica nascita e anche qualcosa di quello che è venuto prima: folk, musica gotico-romantica, musica lirica, psichedelica, dark, techno, metal, noise, minimalismo, flamenco, musica elettrica ed elettronica in generale. Soprattutto c’è tutta la storia della chitarra, e della chitarra elettrica in particolare, tanto che lei ama citare Carlos Santana fra le sue influenze mentre il Carcasi faceva il nome della grandissima Sylvia Juncosa. Personalmente ci ho sentito Hendrix, Pink Floyd, Dead Can Dance e Diamanda Galas, ma sono semplici flash che volano via, trasportati da un’onda che tutto travolge. “Kawax” è meno immediato di “9”, meno battente, forse più ombroso e, seppure la persistenza nel gettare sul braciere loop su loop resti inalterata, sicuramente c’è più attenzione per le sfumature. Il disco inizia come inizierebbe un mix fra Black Sabbath e Diamanda Galas, poi prende il volo con suoni di chitarra che fanno pensare a una battaglia fra Steve Vai, Eddie Van Halen e Adrian Belew. Goya si sviluppa fra un corale folksy e uno svolgimento, molto spagnoleggiante, memore del beat anni Sessanta. Tragos ha un sapore di liturgia profana. Elephants On The Pillow, complice il titolo, non può che far pensare a un Barrett molto pillolato. In chiusura del primo lato c’è una incredibile versione di Nature Boy fatta tutta di voci riverberate (spettacolare la deriva che il brano prende in concerto con l’improvviso urlo finale, attenuato nelle versione su disco, che fa pensare alla Careful With That Axe Eugene dei Pink Floyd). Ancor più lisergico, se possibile, il secondo lato, che scorre senza soluzione di continuità e dove Lili Refrain fa pensare a un DJ che gioca a manipolare, incastrare e sovrapporre dischi diversi. Ne conseguono quattro voli pindarici che trovano propulsione in un chitarrismo incendiario (d’altronde il tema del fuoco è quasi sempre evocato).
Nessun revival, comunque, e un’artista impagabile.

Ai quasi 50 minuti di musica proposti da Lili Refrain, distribuiti sui due lati di un LP, i Meteor rispondono con meno di 10 minuti dislocati sull'unico lato pressato di uno splendido 12 pollici ‘picture’ disegnato da Sara Donati. Se fosse stato registrato sui due lati con altrettanti brani avrebbe avuto una durata di 18 minuti, solo 3 in più di “Group Sex” dei Circle Jerks. Quello del duo bresciano è quindi un progressive punkizzato o, meglio, hardcorizzato.
La cosa non rappresenta affatto un controsenso, dacché anche il progressive non è stato una cosa univoca e Soft Machine o Family non possono certo essere paragonati agli Yes, “Tubular Bells” non è per niente simile a “He To H Who Am The Only One”, e gli stessi King Crimson del primo periodo non sono affatto eguali a quelli del secondo e, a voler essere più precisi, il gruppo di Fripp ha cambiato spesso faccia anche all’interno dello stesso album, passando da canzone a canzone (pardon: all’epoca si sarebbe scritto da pezzo a pezzo). Sono proprio ossa risalenti al regno del Re Cremisi, ma senza carne e senza pelle, quelle che ritrovo in queste sette schegge, ossa di strane creature preistoriche conosciute come 21st Century Schizoid Man, Pictures Of A City, Lark’s Tongues in Aspic, part two e Starless. La differenza è la stessa che c’è fra la polpa e il concentrato di pomodoro: la prima la usi a barattoli mentre del secondo ne basta una spruzzata.
Geometrico, asciutto, essenziale, schizzato, graffiante, abrasivo, preciso, ma anche effimero come un’incisione intagliata nella lava liquida e bollente, questo è quanto esce dai solchi di un picture disc che, in ultima battuta, fa pensare ai MoHa!. Non revival, quindi, ma una musica che attinge al passato per calarsi nel presente, tanto che il brano di chiusura XXXXXXX sembra suonare (attenzione al sembra) come un disco inceppato.
Certo, a recensirlo si rischia il mal di testa… non fai in tempo a scrivere una riga che è già tempo di rimettere il disco dall’inizio!


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Data Recensione: 20/7/2014
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