`Kristallivirta´ // `Monsters & Miasmas´ // `Little things´ // `Live at the LUCREZIA´ // `Tron´ // `Conference of the aquarians´

Autore disco:

Aan meets Eyes Like Saucers // The renderers // The terminals // Up-Tight // Armpit // Valerio Cosi & Enzo Franchini

Etichetta:

Last Visible Dog (USA)

Link:

www.lastvisibledog.com/

Formato:

CD

Anno di Pubblicazione:

08 // 09 // 09 // 08

Titoli:

1) wu seu 2) the spaces between 3) kristallivirta 4) therein the margins 5) the revealing science of the amygdalae // 1) Deep hole 2) A little of the left 3) A forest pf Forests 4) Fu Man Chu 5) Sargasso Sea 6) Five good hours 7) Deep deep sea 8) Feels like fun 9) Harvesting the sea 10) Supernova // 1) Coasts of the shrunken 2) Mekong Delta blues 3) Medication 4)Hide yourself away 5) Black creek 6) Quicksand 7) Little things 8) Ministry of lies 9) Messianic // 1) Day dream believer 2) Cool eyes 3) Never come morning 4) Sweet sister // 1) tron 2) rainy room to room 3) whisky bottle (live special olympics party) 4) you & I 5) hung burning (live empire 98) 6) a strange girl // 1) part one 2) part two 39 part three 4) part four 5) (interference) 6) part five 7) part six 8) part seven 9) conclusion

Durata:

54:01/51:50/56:04/51:55/41:49/40:31

Con:

Jani Hrvn, Jari K., Jeff K. // Maryrose, Brian Crook, Michael Daly, John Billows // John Chrisstoffels, Peter Stapleton, Brian Crook, Stephen Cogle, Mick Elborado // Takashi Ogata, Takashi Shirahata, Tomoyuji Aoki // Clayton Noone // Enzo Franchini, Valerio Cosi

Quando non tutte le ristampe sono indispensabili

x Salvatore Borrelli

“The comparable gives way to incomparable”, ovvero Henri Michaux, note con cui si apre la sfrenata spiraliforme rustic-neo-psychedelica registrata tra gli Aan & Eyes like Saucers, in quel di Helsinki, 29 Gennaio 2008. Che l'incomparabile si trovi qui dentro è assai improbabile!
Stati Uniti & Finlandia s'incontrano e si scontrano tra rendez-vous fluttuanti, orbitali lynchiani e meta-costellazioni etnico parossistiche di marcette pachidermiche.
Tampere ed Helsinki diventano così l'espressione geografica ed il 4 traccie a cassetta appare come il mezzo espressivo comune per questo incontro più mentale che fisico (segno che le decadi storiche deorbitano nuovamente e i nastri (ri)tornano di moda). Qui la musica quando si fa esplicita si muove tra beccheggi catramosi che piacerebbero a Peter Wright; resta su coordinate inerti mentre insegue se stessa come la porta girevole di una hall.
Il risultato è aereo (quando riesce) e dispersivo e noioso, quando il trio, tra harmonium, chitarre ma principalmente oscillatori ed effetti, prova a giocare d'impatto. Talvolta le tracks si stringono sotto sabbie mobili, segno che alla lunga l'improvvisazione stanca e finché il trio non cambia registro, l'ascolto si fa affannato. Talvolta il problema deriva dall'unione di nature paraetnico-paesaggistiche e code chilometriche di psichedelie rurali, che sembrano rubate dagli ultimi e meno ispirati lavori di Dave Pearce. Era più o meno il 1993 quando si parlava di psichedelia rurale e da quel momento, almeno dentro questo disco, le cose sono rimaste identiche!!! Comunque 1 a 0 per Finlandia-America: astratti e dodecafonici gli Aan, molto più squadrato ma meno selettivo Eyes like Saucers.
I Renderers sono un gruppo Neo Zelandese, e di quelle terre conservano il gusto selvaggio del rock, senza la verve sperimentale che gli ascoltatori smaliziati s'aspetterebbe da quelle parti. È come sentire Hank Williams accompagnato dai Gallon Drunk, o Leonard Cohen che duetta coi Bardo Pond senza pedali ed effetti speciali, in versione-ballad. La forza di questi materiali sta nel fatto che nonostante siano reduci di tanta musica rock, hanno una struttura saldamente “sana”, basata su un blues talvolta straziante, che riesce a convincere perché trattiene la delicatezza di un Will Oldham (tra l'altro i Renderers l'hanno accompagnato in tour in Nuova Zelanda e suonato in “A dream of the sea” presente in More Revery) e la durezza di gente tipo Red Red Meat. Sui 10 temi di “Monsters and Miasmas”, solo un paio di episodi sono segnati da qualche plettrata eccessiva, e da un certo abuso della messinscena drammaturgica; ma avveniva lo stesso in alcuni dischi dei Walkabouts o dei consimili Geraldine Fibbers e non per questo non li abbiamo amati! I Renderers hanno all'attivo alcuni lavori su Ajax, Siltbreeze, Tinsel Ears, Flying Nun e collaborazioni sparse tra cui figurano quelle con Sandoz Lab Technicians (come Renderizors). Consiglio di recuperare anche questi.
I Terminals sono la band sia di Brian Crook (dei Renderers) che, di Rose Stapleton, che sta dietro a formazioni fondamentali quali: Flies inside the sun, Rain, Sleep, A handful of Dust, Dadamah, Scorched Earth Policy ed è proprietario della Metonymic. “Littkle things” è una ristampa della prima versione su Raffmond apparsa nel 1995, che fotografa i Terminals alla terza prova da studio ed in un momento in cui alcuni elementi lasciavano il passo ad altri (originariamente da queste parti capitanavano la band Susan Honey e Ross Humpries, ovvero ex-The Pin Group, ed ex-Bailter Space). L'aria che si respira è assai differente dalle diverse prove del gruppo e stavolta vira verso un rock più tradizionale ed ahimè prevedibile. L'origine di “Little things” è consona ai primi This Kind of Punishment di Peter Jeffries, che sobbalza tra incudini nerastre e materie che si sono staccate da una costellazione degli anni '80 e la verve dell'insieme appartiene più ai Renderers di Bian Crook che a Stapleton, almeno nella trasparenza con cui rende vivido certo selvatico garage degli anni 60, ma con una certa libertà noisy. Chiaramente eravamo nel 1995 (questa è una ristampa), e da quelle parti, c'erano certi cugini (vedi alla voce Dead C) che questo tipo di estetica l'avevano inventata e superata già da un po'. Le vicende poi di Stapleton sono diventate una microstoria (non solo locale o geografica) e questa ristampa, non propriamente fondamentale, né desiderabile, contiene ciò che avveniva prima che cominciassero le sorprese.
Gli Up-Tight fanno uno psych-rock di “seconda generazione giapponese”, e “Live at LUCREZIA” venne registrato durante una loro esibizione nell'Agosto del 2007 a Tokyo. Quattro lunghe traccie, la quarta dalla forma cangiante, prese qua e là dalla decina di dischi che hanno all'attivo, per circa 50 minuti di pulsante aggressione che viaggia su canoniche teleiature rock, e che differentemente da quanto si vocifera in giro, con gli Acid Mothers Temple nulla condivide. La sostanza sonora è proto-goth ripassato dalla lezione di Velvet Underground e sotto dinamiche sabatthiane. Viene da chiedersi che bisogno c'era di un live di Up-tight: niente da dire sulla grana visiva: semplice quanto basta eppure (s)mossa da angolazioni vettoriali, decoloramenti tendenti al verde, messe a fuoco dinamiche e sempre sul punto si sfocare, insomma un buon documentario girato nel migliore dei modi... ma il vero problema è che il pubblico non si vede, o forse addirittura non c'è, e sembra che gli Up-tight stiano suonando in una sala prove qualunque, diversa dalle altre solo per il tetto basso e perché c'è il Giappone di mezzo. Questo trasformerebbe l'ipotetico live in una bravata auto-celebrativa di cui non si sentiva il bisogno. Altro problema è il mastering, gracchiante come una crik crok sulle frequenze alte.
Armpit (che brutto nome!) non è altro che Clayton Noone, meglio conosciuto come CJA e più che misconosciuto come Futurians, che con questo Tron (dalla terribile copertina) decide di disseppellire del materiale che va dal 1996 al 2001. Chris Moon insomma non guarda solo al Giappone della “seconda generazione hard-blues” ma insegue pure l'esotica Nuova Zelanda, che negli ultimi anni era passata un po' di moda, essendosi spostata altrove l'attenzione per certi materiali lo-fi. Con tutte le parole che si possono spendere per questo disco, e pur volendo essere gentili a trovarci dei pregi, se chiudiamo gli occhi, ci crollano le orecchie...: troppi lamenti sgraziati, registrati in maniera piuttosto vergognosa (e direte voi che fa parte dell'estetica Neozelandese, ok, ma non esageriamo...!), suonati in modo piuttosto osceno (vengono citati i Dead C di “Trapdoor fucking exit” (ma giusto per scomodarli) e gli altrettanto fondamentali A Handful of Dust (ma non vedo collegamenti). È un macigno di bobine superimplose, distorte e fischiettanti che catturano dei suoni spastici, senza capo né coda, e che anche se si trattasse di recuperarli per una “rivalsa storica” lo stesso non avrebbero niente da dire.
L'unica cosa divertente è che in due o tre situazioni i brani vengono tagliati non appena stanno per iniziare, zac... di netto... recisi...: allo stesso modo di una pallottola che fa saltare il collo di una bottiglia di vetro, e con lo stesso rumore.
Gli Hanatarash dovrebbero dargli una lezione a questi Armpit a suon di botte e legnate!
Per ultimo, ma per primo (trattasi del migliore del lotto), il talentuoso Valerio Cosi, stavolta affiancato dal fido Enzo Franchini. Questa, del suo catalogo sembrerebbe “propriamente” l'opera più aderente al jazz, e quindi soggetta ad una ristrettezza formale; ma il modo in cui è composta la rende invece degna di considerazioni che col jazz poco hanno a che spartire. “Conference of the aquarians”, dicevo, ha una prima impalcatura jazzistica (Franchini e Cosi si chiudono in studio a Lecce nel 1996 e registrano tutto): sax, batteria e basta. Se fosse stato inciso così com'era, sarebbe appartenuto ad un discreto (non ottimo) corredo jazzistico da sfoggiare live, come miriadi di piccole formazioni sparse ovunque, che indipendentemente dalla chiarezza delle idee che hanno in testa, sul piano pratico non riscontrano che qualche ingaggio. La differenza è data dalla “seconda fase”, quella in cui Valerio, in sede manipolatoria ha miscelato le registrazioni di sala con “altri suoni”. Sarebbe assai carina l'ipotesi che piano, sitar, e chitarre, Valerio più che suonarle in un secondo momento le abbia saccheggiate da altri dischi, in barba alla cosiddetta purezza di un genere, ma questo disco come non spartisce niente con l'Holland del '72 da cui riprende il titolo (stravolgendolo in onore all'acqua più che all'aria), nemmeno somiglia ai materiali successivi del Cosi stesso. Che questo “mistero” vada introiettato nella magia dell'o'rourkismo, che sia un mistero panottico o sintattico o semplicemente strategico, questo non ha alcuna importanza sul mero piano dell'accadere. Forse è l'unico disco del Cosi in cui s'intravede un po' di tradizione free, una qualche lezione di jazzismo, ma ripeto, non credo che sia in questo che il Cosi possa dirsi un maestro.
Per quanto mi riguarda si tratta di un punto a favore, dal momento che vanno superate le rigide sedimentazioni di dove un disco possa collocarsi, così come tutto il colabrodo della stereotipia generica d'inquadramento (no-jazz, new-jazz, free-jazz, folk-jazz) che sono categorie paleolitiche, perché nei musicisti di questa generazione, non c'è tanto un interesse storico-cronologico, quanto un desiderio di libertà, e che questa libertà porti al macero la stessa opera di un artista, in questo caso del Cosi, che ha prodotto fluttuazioni in ogni opera in cui si è cimentato, questo è solo il riscontro del fatto che la velocità con sé ha veicolato anche i mezzi d'espressione, che si sono liberati da quel macigno che li vorrebbe sempre “corrispondenti”, o fedeli a dei prototipi. Non credo che “lo strumento”, in tal caso il sax, ma più generalmente LO strumento che un musicista impugna dalla nascita alla morte, in questo contesto storico sia il mezzo e nemmeno il fine di un percorso: è solo un caso che il Cosi abbia praticato il sax e non il violino. Musicisti di questa generazione, compresi quelli con cui il Cosi ha lavorato (e troppi altri di cui non si parla affatto e che restano estranei agli stessi adepti di una sezione critica), a differenza dei musicisti della generazione precedente, sono cresciuti in fretta, attingendo in giovane età a materiali d'archivio da tutti i fronti sonori e con totale voracità, senza venire a sindacare mai del passaggio tra “copisteria” ed “origine”, senza irretire e inerire un “contesto” mediante il surplus ideologico (che appartiene alla generazione precedente, sia critica che artistica). Ne è una prova anche la modalità di "esposizione" del lavoro. Infatti il disco era inizialmente finito sulla Palustre, ai tempi in cui Valerio nemmeno s'interessava alla differenza tra un cd-r, una cassetta, ed un CD come in questo caso su una prestigiosa etichetta come la Last Visible Dog. Ai tempi registrava, si formava, suonava in giro, viaggiava ma contemporaneamente sbloccava dal silenzio una serie di materiali che in poco tempo sono diventati importanti. Segno è che, a parte poche realtà italiane (come la Palustre, danneggiate solo per il fatto di fare i conti con un cerchietto di autoestimatori), un disco come questo, sarebbe finito nel dimenticatoio, ed il fatto di vederlo su LVD manco lo salva da questa rovina. 100 copie in CD-R o 500 copie in CD non fanno alcuna differenza in un momento come questo in cui un musicista potrebbe incontrare, toccare, conoscere una ad una le persone che l'ascoltano da tutte le parti del mondo. Il problema è piuttosto il manipolo d'utenza che si allarga esponenzialmente col downloading e la quantità sconsiderata di produzioni piuttosto inutili (vedi anche i dischi trattati in questa recensione, di cui si poteva fare a meno) che vengono quotidianamente stampate, perché rappresentano dei piccoli casi isolati, che solo il tempo, poi, trasforma in opere con una minima filologia necessitante. Ora Valerio deve solo incidere per ESP, solo a quel punto qualcuno si renderà conto che qualcosa sta cambiando anche da queste parti. I soliti filologi, ahimè, perlopiù.


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Data Recensione: 25/2/2010
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 Archivio dell'anno 2010 ...

`Il crollo della stufa centrale´  

`Folkanization´  

`Babirussa Capibara´  

`Compassione e risentimento´  

`Improvisations 1-4´  

`C'est la dernière chanson´  

`The angular acceleration of light in the unsound mind of my uncle dead in Michigan´  

`At The Cut´  

`And´  

`The impossible story of Bubu´  

`Lake Effect´  

`Renegades´  

`6 canzoni´  

`Erimos´ // `Kapnos´  

`A Guide To The Music Of The 21st Century´  

`PIVIXKI´ // `End of Daze´  

`Comunicato n.2´  

`The Modern Expressing Machines Of Revolutionary Youth Laboratory´  

`Kristallivirta´ // `Monsters & Miasmas´ // `Little things´ // `Live at the LUCREZIA´ // `Tron´ // `Conference of the aquarians´  

`Controverso´  

`Sleepless Night´ / `Marit´  

`Pantagruele´  

`Abisso del passato 1 & 2´  

`Brewed in Belgium´  

`La Chanson de Mai´  

`Anche i Cinghiali Hanno la Testa´  

`A Little May Time Be´  

`You A Lie´  

`Cardinal´  

`Lamo La Stiabe´  

`To Humble a Nest´ // `Days´  

`Voices´  

`When The Rains Come´ // `Live at Cox 18, 17-10-2009´  

`Cono di ombra e luce´ // `Serendipity´  

`Sicotronic Records´  

`Il tempo dei lupi´  

`Someday I will be called upon regarding matters of tone - Collected Works: Volume One´  

`Dead man’s bones featuring the Silverlake conservatory of music children’s choir´  

`The Science of Chaotic Solutions´  

`The mutant affair´ // `Le politiche del prato´  

`ricamatrici´  

`Il Nuovo è Al Passo Coi Tempi´  

`Ode´  

`Larkin Grimm And Rosolina Mar´ // `Last Days Vol. II´  

`Noble Art ´  

`Yawling Night Songs´  

`Maddalena, Maria´  

`Twig and Twine´  

`Qui Jiang Lu´  

`Video Music´  

`III° Tagofest´  

`Sliptong´ // `Hazentijd´  

`Agaspastik´ // `Zero Centigrade´  

`Sui´  

`Black Lotos´ // `Silence Is The Only Music´ // `We Were The Phliks´ // `Celestial Flowings´  

`Infininiment´  

`La musica rock-progressiva europea´  

`La Vergine e la Rivoluzione´  

`da nessuna parte´  

`L’ultimo re´ // `Live at Arci Blob´  

`Distances´  

`ん´  

`Protoplasmic´  

`Doves Days in Palermo´ // `Diospyros´ // `Hyaline´  

`We’ve tried nothing and we’re all out of ideas´  

`Il fuoco´  

`24/01/2010´  

`Rrrruuuunnnniiii´  

`The carpenter´  

`Populargames´  

`Helen Money´ // `In Tune´  

`Holy Broken´  

`Orastanne´ // `Live @ LHUBrificio´  

`Ovations´  

`Rid the Tree of its Rain´  

`Il Nuovissimo Mondo´  

`E’ltica, Sermony Your Nihilism´  

`Dante Concert´  

`Tales From The Sky (H) Earth´ // `Meditation On Mystery Bird´ // `God Has A Dog Dog Has A God´  

`Kreuzung Zwei (Creatura Per Creaturam Continetur)´  

`Notte di mamma´  

`Multitude´  

`Sator´  

`Ghostly Garden´  

`Guano padano´ // `Musica per Ciarlatani Ballerine e Tabarin´  

`The Venetian Book of the Dead´  

`I Could not Love You More´  

`Fractal Psych-obsessions For Rural Chaos´  

`Sunlight & Water´  

`Razoj´  

`The World of Make Believe´  

`Siamo Nati Vegetali´  

`Popular Greggio´  

`We Are All Counting On You, William´  

`Iron Kim Style´  

`Kc´  

`The Road´  

`Fortresses´  

`Stateless´  

`Comfortable problems´  

`Extreme Dreaming´ // `Disco Blu´  

`Ai Piedi del Monte´  

`Seasick Blackout´  

`Mid Summer At The Winters´  

`In Absentia´  

`15 Improvisations for Solo Electric Guitar´ // `12 Improvised Compositions for Solo Electric Guitar´  

`Alle Basi della Roncola´  

`Scarnoduo´  

`Dna ep´ // `Hangover the top´ // `Made flesh´ // `Three hundred´  

`Sequens´ // `Hums´  

`Im Not As Good At It As You´  

`From The Wooden Floor´  

`Electric babyland´  

`Durée´  

`Volume 3 - r.u.g.h.e.´ // `Volume 4 – Onde´ // `Volume 5 - Demon Cycle, 1-9´  

`Progress/Regress´  

`Beurk´  

`Songs About Music´  

`In due corpi´  

`Tempesta di fiori´  

`Alive and Rising´ // `III´ // `Malelieve´  

`Yellow´ // `Drawings / Back To The Plants´ // `Alchemy´  

`Sold Out! (25 Soundtracks)´  

`Chicken Feet (Live at the Bimhuis)´  

`Never Pet A Burning Dog´  

`Low Sun / High Moon´  

`Phonometak #7´  

`Tube Overtures´  

`Music in Four Movements´  

`The City Of Simulation [14 audio-visual poems]´  

`Waiting For The Darkness´  

`L'isola´  

`Clan´  

`Our Prayer´ // `Up To Earth´  

`Harold Nono / Hidekazu Wakabayashi´  

`Tajga´  

`Techno Lovers´ // `Karel Thole´  

`Instruments of the Devil´