`Helen Money´ // `In Tune´

Autore disco:

Helen Money

Etichetta:

Cellobird (USA) // Table of the Elements (USA)

Link:

www.helenmoney.com
www.myspace.com/tableoftheelements

Formato:

CD // CD

Anno di Pubblicazione:

2007 // 2009

Titoli:

1) Dreaming 2) Hum 3) Jackson 4) Birds 5) I’ll See you in Hell 6) Song for my Sister 7) Block 8) Iggy 9) Mondo 10) Hendrix 11) … in love with the Whole World // 1) MF 2) In Tune 3) Waterwalk 4) Untitled 5) Sagrada 6) You Are Beautiful 7) Political Song for Michael Jackson to Sing 8) Too Heavy 9) Everything I Am Thinking

Durata:

40:50 // 43:23

Con:

Alison Chesley

one girl - electric/folk cello

x s.e.

La windy city avant non ci ha pensato due volte segnalando “In Tune” tra i 10 album più creativi e testosteronici di un defunto 2009. Su altri trends una bibbia del metal estremo quale l’americana Decibel l’ha caldeggiato a squarciagola a un pubblico di affezionati che si stira le ossa col trash, e fatta notte si mimetizza nei boschi con in cuffia il black norvegese. Insomma, Alison Chesley pare mettere d’accordo proprio tutti, vissuti dell’heavyness e amanti dell’imprudenza in sperimentazione.
Sul perché e percome uno sguardo alla biografia parla meglio di qualsiasi altro pensiero: la nostra nasce violoncellista accademica ma anche del tutto rapita dai graffi del rock, improntando così da metà 90 un duo con il chitarrista Jason Nurducy (Jason & Alison) il quale presto si espanderà alla sezione ritmica composta da Luke Rothschild al basso e Mark Doyle alla batteria. La nuova ragione sociale è presto fatta, i Verbow, un piacevole combo alternative-indie che si spinge tra arricciature elettriche, passaggi melodici, pescando ispirazione da formazioni allora più o meno coetanee come Dinosaur Jr, Superdrag, Sloan, e anche Nirvana. Il nome di Bob Mould/Hüsker Dü, alla consolle nel corso della registrazione del debut “Chronicles”, fa il resto nell’opera di comprensione dell’imprinting su cui si libra la Chesley, e che già a quell’epoca in forma più blanda la portava a ingegnare col violoncello edifici sonori elettrificati senza mai rinnegare l’umana grazia armonica, tradizionalmente certificata da questo strumento a corda.
Necessiterà pazientare sino al 07 per vedere finalmente concretizzato il battesimo del fuoco in solitaria firmato con l’inossidabile moniker Helen Money. L’omonimo saggio sulla propria Cellobird è in effetti solo un assaggio della capacità di percepire e vivere il violoncello irrazionalmente, alla stregua di una chitarra, dato che proprio una sei corde si alternerà al beniamino nel corso delle esecuzioni, prestando quel quid mancante alla fomentazione di situazioni ambigue. Si assicurano comunque il plauso le distorsioni di basso in Dreaming, avverse alla sgranata soavità del leit-motiv, Jackson, dalla colorata gradazione delica e con la mania per il fuzz, il risveglio dal letargo alla velocità di un mantra che traghetta I’ll See You in Hell verso un camerismo da giardino inglese, Block, estrema unzione neofolk intatta nelle sua classicità timbrica, una malinconica cover in tenuta reiterata del Neil Young di Birds.
L’assenza in questo album di una forza interiore e di fatto che potremmo definire teutonica è tutta invece ben costipata e pronta al countdown sin dal taglio del nastro di “In Tune”, la totale MF: una rigida glorificazione dei doppi-sensi, arietta mite sulla pelle e ciclone spazzatutto, piacere endorfinico e vitrea passione cacofonica, la staticità melodica mantenuta in vita da benevoli colpetti dell’archetto sulle corde, che in procinto di magnetizzare l’ascoltatore diventano dolorose e sincere bastonate sullo stomaco della cassa. Il più del lavoro non è dato dal grado tecnico come i mortali lo intendono; basta osservare gli esigui video fruibili su youtube e ammirare così l’approccio primitivo, spontaneista e poco ossequioso sciorinato per rendersi incredibilmente conto che a reggere il timone erosivo del suono vi è soprattutto la macro-postazione di effetti e pedali posizionata alle fondamenta, mostruosa, impensabile. Inoltre il rapporto fisico instaurato con lo strumento, anch’esso fuori dai cliché d’ordinanza, non è da meno nella resa ché consiste nel suonarlo prettamente in piedi à mo di contrabbasso, avvalendosi di un notevole piedistallo in metallo, in modo così da infliggere maggior robustezza alla prestazione. La copula fra contrasti ‘impossibili’ fungerà poi da classica ciliegina sulla torta, nella titletrack così come nella successiva Waterwalk, lasciando il passo a esaurienti breaks di drammatico minimalismo, romantico con Untitled, funereo e Ligetiano durante Sagrada (in entrambi i casi riemerge tenebroso lo spettro del neofolk impastandosi ai gelidi soffi nordici di un Arvo Pärt o di un Paul Schütze). Riallacciato il jack del ritmo con You Are Beautiful, seguita dalla scardinata compulsione punk di una Political Song for Michael Jackson to Sing direttamente da casa Minutemen, che subito viene naturale rimettersi in moto con le ossa sgranchite per immaginarsi a occhi chiusi di star suonando come tarantolati una… fottuta chitarra elettrica.

Ps: Let’s Go! Alison sarà presente in Italia per un minitour dal 27 Aprile al 1° Maggio. Al momento l’unica data certa sembra essere quella del 28 @ il Clandestino di Faenza. Non esitate a presenziare.


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Data Recensione: 1/7/2010
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`Im Not As Good At It As You´  

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`Durée´  

`Volume 3 - r.u.g.h.e.´ // `Volume 4 – Onde´ // `Volume 5 - Demon Cycle, 1-9´  

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