`Sings´

Autore disco:

Manuel Mota

Etichetta:

Headlights (P)

Link:

www.geocities.com/headlightsrecordings/

Formato:

CD

Anno di Pubblicazione:

2009

Titoli:

1) Guitar 1 2) Guitar 2 3) Guitar 3 4) Guitar 4 5) Guitar 5 6) Guitar 6 7) Guitar 7 8) Guitar 8 9) Guitar 9

Durata:

33:44

Con:

Manuel Mota

Opzioni differenti tra materia, mani ed idee..

x Salvatore Borrelli

Non è necessario introdurre Manuel Mota in questa sede. I lettori certamente conosceranno i suoi materiali, la sua Headlights, e ne apprezzeranno le qualità. Non è forse nemmeno il caso di parlare di questo disco, ma piuttosto spiegare, onde evitare qualunque ambiguità, che il “Sings” del titolo è un’espressione metonimica, un rinvio immaginario ad una voce 'impossibile' perché la voce di Manuel Mota non c’è qui dentro ed è assai improbabile che l'ascolteremo in furturo. Non è quindi un cambio di rotta, né un lavoro dissimile dai precedenti. C’è una chitarra elettrica dal timbro cristallino, non effettata né preparata, che tenta dei monologhi frammentari, spesso incartandosi su se stessa, senza nascondere talvolta la sua imprevedibile ingenuità formale. I maligni potrebbero dire che non c’è capo né coda, che suonare così è semplice, e che chiunque di fronte ad uno strumento sconosciuto produrrebbe gli stessi effetti toccando delle corde. E non avrebbero torto nemmeno a sostenere che nonostante i 33 minuti del lavoro, il disco sia pesante, noioso, per certi versi scoordinato…
Ma qualcosa di cui parlare esiste e ce ne sarebbe di materia per un saggio.
Ci si chiede sempre di fronte alla musica, a differenza che di fronte ad un film, cosa si possa dire. È una domanda permanente, perché se si escludono le affinità, i dati biografici, le interviste, ed il 'genere', ovvero se si escludono tutti quegli elementi di natura storiografica (e scenografica), cose messe a disposizione benissimo da portali come last.fm, parlare di musica diventa piuttosto difficile, se non autoreferenziale. E dubito che possano esserci lettori intenti a giungere fino alla fine di una recensione, senza prima guardare il classico voto o i classici asterischi (le recensioni oramai sono solo quello). Scrivere di musica, in sostanza, lontani dalle accademie e dai centrucoli parassitari è in buona parte, una materia che non interessa più a nessuno ma in buona parte interessa i musicisti e le etichette che tentano una sorta di 'visibilità' in uno scenario di offerte discografiche, di marchi, di muove proposte, che diventa sempre più plurale ma sempre meno capillare. Essere lontani dalle 'liste ufficiali', dalle radio, dalle monografie, e da certi circuiti, per musicisti come Manuel Mota, in effetti è un bene e forse anche una salvezza. E dubito comunque che se si stampassero 10.000 e più dischi si un suo lavoro e se ne parlassero le accademie, ci sarebbe un pubblico tanto grande per lui. Credo in effetti, che Manuel Mota, come molti altri sia già qualcosa che sta oltre la musica, e che arrivarci significhi già in buona parte congedarsi come ascoltatore ed entrare in un altro tipo di discorso che grazie a Dio, qui non sconfina in nessuna 'arte' dalla A maiuscola ma solo in un tentativo, profondamente disinteressato, di provare a far suonare la chitarra in-un-altro-modo, e di congestionare quel campionario di certezze ed utilità che ogni buon ascoltatore di materiali per sola-chitarra si aspetterebbe. E così, forse, scrivere di musica significherebbe soltanto parlare di dischi come questo che con la scrittura condividono comunque la medesima speculazione possibile, quell’elemento 'alfa' che determina anzitempo il 'perché' o il 'come' o il 'modo' con cui ci si pone di fronte ad un ipotetico ascoltatore, come ad un ipotetico lettore. Manuel Mota rientra senza alcun dubbio tra quei musicisti il cui valore aggiunto ricopre di gran lunga l’effetto reale del suono. Nel senso che tutte le sue opere, introspettive e autoreferenziali come sono, vanno inquadrate in quel contesto storico di decostruzione degli intenti e di definitiva sponteneità introspettiva di un uomo di fronte alla sua anima. È stato certamente 'il primo', in un momento specifico, a variare le possibilità dialogiche della chitarra e produrre un rovesciamento parziale per quanto quasi invisibile (considerando che parliamo di musicisti che non hanno mai trovato un grande pubblico e nemmeno forse un grande riconoscimento critico, essendo i materiali prodotti all’insegna di poche centinaia di copie). Il primo dato certo di questo disco, è che pare più presente il rumore di fondo dell’amplificatore, che il suono stesso. C’è questo ronzio in sottofondo immutabile e queste continue variazioni sulle corde che farebbero pensare ad un gioco zen più che a delle formule armoniche innovative. Ma questo gioco è quello che ci vedo io, dal momento che resta questo rumore di base che è lo stesso di un amplificatore valvolare che dà qualche problema di troppo con le masse. Anche qui, ognuno ci legge quello che vuole.
Ma il problema 'ontologico' di questa musica è sicuramente più preponderante del suo valore 'oggettivo'. Ci si chiede, davvero, che senso possa avere un disco come questo in un panorama ultrainflazionato; che tipo di piacere possa nascere dall’ascolto di un’opera così 'mancante' e così straordinariamente 'informale'. Il discorso è presto detto: secondo me, il valore di un’opera come questa nasce dalla sua completa disimogeneità, dal suo totale abbandono dagli schemi, e soprattutto dalla coerenza inverosimile con cui un uomo, Manuel Mota in tal caso, si confronta di fronte al silenzio, e di fronte a quello che 'voleva dire', o 'cantare' se questi fossero stati dei tempi raccontabili. In sostanza è molto più emblematico e faticoso il momento con cui un ascoltatore si accompagna a questa musica che quello che probabilmente c’è stato dietro, per ottenere quanto si sente in questio scarsi 35 minuti. Non è però un gioco segnico; non mi sembra che ci sia della 'teoria nascosta', o qualcosa che vada sul versante del decostruzionismo compiaciuto di chi getta il senso mascherato dentro un contenuto indecifrabile come un indovinello algebrico. C’è piuttosto un uomo, dietro il suo strumento, che con notevole intelligenza annuncia di cantare più per combattere le sue fobie, più per slabbrare ciò che ci si aspetta da un disco, che per inserirsi tra i virtuosisti ermeneutici del suono. E così, via tutti i sortilegi malefici di coloro che di fronte a questa musica ne disprezzano la sua inattualità, la sua imbarazzante mancanza, la sua inevitabile chiusura introspettiva. Di dischi come questo ce n’è bisogno come ci sarebbe bisogno ogni giorno di annunciare piani, partenze, cambiamenti di natura, di genere, di sesso, di residenza, solo per vedere dentro di sé quanto sarebbe 'felice' una vita possibilmente e presumibilmente 'diversa'.


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Data Recensione: 9/9/2009
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