`Local Customs´

Autore disco:

Tom Hamilton

Etichetta:

Mutablemusic (USA)

Link:

www.myspace.com/dataday
www.mutablemusic.com

Formato:

CD

Anno di Pubblicazione:

2009

Titoli:

1) Dies Irae 2) Fatima 3) Minaret

Durata:

?

Con:

Jacqueline Martelle, Richard Cohen, James Martin, Terry Kippenberger, Rich O’Donnell, Tom Hamilton

?

Andrea Ferraris

Innanzitutto mettiamo subito in chiaro che Tom Hamilton è uno che ha già fatto uscire materiali anche su Pogus e su altre etichette che chi segue la contemporanea, la sperimentazione o l’elettronica colta immagino conosca. Detto questo com’è facile immaginare si tratta di uno che esce da una trafila di istruzione musicale che nel suo caso ha lasciato una buona impronta, tutto sommato potrebbe fornire la migliore pubblicità progresso in favore di un training di tipo tradizionale e/o scolastico. Si tratta di un cd che nonostante lo spessore della musica si fa ascoltare molto bene, anzi, in questo senso direi che è sorprendentemente morbido, anzi a tratti nel suo essere quasi filmico riesce quasi a sortire l’effetto colonna sonora. Le cinque composizioni qui contenute mostrano diversi tipi di approccio, dai bordoni lunghi con tanto di spazi in cui la tensione monta fino a parti più puntillistiche che seguono ritmi più definiti (tranquilli, nulla di realmente “ritmico” nel senso pop o rock del termine). Hamitlon non è uno di quei compositori che gioca molto con il silenzio e per altro mi sembra evidente che sia parecchio attratto dall’idea di “piece” molto brevi in cui tutto ciò che deve passare in scena passa. In un certo senso è persino azzardato parlare solo ed esclusivamente di compostare visto che il nostro newyorkese suona quello che per certi versi suona come un sintetizzatore (anche se come potete vedere ha un nome diverso), quindi trovandosi a svolgere il ruolo di allenatore/giocatore il nostro si costruisce la squadra intorno e l’equilibrio è un buon modo per gestire sei musicisti all’interno di un pezzo. Le composizioni di Hamilton sono molto belle, dico davvero, dalla prima volta che ho messo su il disco (e prima di partorire questa recensione l’ho ascoltato ripetutamente) non ho potuto fare a meno di notare come nonostante la profondità della musica il lavoro si facesse apprezzare senza troppo patimento e non è un particolare da poco visto che la musica di Hamilton non brilla certo per luminosità. Al di là del grigiore delle atmosfere e dell’intensità di alcuni momenti all’interno delle singole composizioni la sua particolarità in un certo senso l’ho trovata nell’uso di questo electronic harmony generator, l’effetto tastiera subito era la cosa che mi ha colpito di meno, ma al di là di questo gusto “estetico” ci si entra in sintonia velocemente. Per inquadrare il suono globale direi che le composizioni di Hamilton oltre che dalla classica e dalla classica contemporanea (a tratti ci ho persino trovato Gorecki) mi pare influenzata da un certo avant jazz, vuoi per l’uso della batteria che spesso colora in modo molto delicato questo o quel momento, vuoi per gli inserti di certi fiati. Non so neppure se si tratti solo di una cosa dovuta solo ad Hamilton, magari è solo parte del patrimonio individuale degli altri musicisti. Senza ombra di dubbio si tratta di un lavoro interessante e piuttosto piacevole.


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Data Recensione: 1/12/2009
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