`Rejoicing In The Hands´

Autore disco:

Devendra Banhart

Etichetta:

Young God (USA)

Link:

www.younggodrecords.com

Formato:

CD

Anno di Pubblicazione:

2004

Titoli:

1) This Is the Way 2) A Sight to Behold 3) The Body Breaks 4) Poughkeepsie 5) Dogs They Make Up the Dark 6) Will Is My Friend 7) This Beard Is for Siobhán 8) See Saw 9) Tit Smoking in the Temple of Artesan… 10) Rejoicing in the Hands 11) Fall 12) Todo los Dolores 13) When the Sun Shone on Vetiver 14) There Was Sun 15) Insect Eyes 16) Autumn’s Child

Durata:

42:42

Con:

Devendra Banhart, Julia Kent, Joe McGinty, Steve Moses, Paul Cantelon, Vashti Bunyan, Thor Harris

Raggio di luce immenso

x Marco Carcasi

Devendra sforna il suo terzo lavoro e chi si attendeva cambiamenti sostanziali di rotta rispetto ai precedenti e casalinghi “Oh Me Oh My…” e “Black Babies” rimarrà sicuramente un pelino deluso. Muta sicuramente l’attenzione posta in fase di registrazione e questa deve essere opera della illuminata e leggera mano, in fase di produzione, di Michael Gira, che dona un pizzico di professionalità maggiore al tutto mettendo anche a disposizione di Devendra i due Angels of Light Thor Harris e Joe McGinty, nonchè un piccolo e oculato gruppo di ospiti fra i quali spicca il nome della folksinger, e vecchio pallino di Devendra, Vasti Bunyan. Dicevamo delle piccole correzioni di rotta, impercettibili attenzioni che si limitano ad una maggiore pulizia sonora e ad un prezioso mixaggio fra uno strumento e l’altro della sempre scarna base, aumenta il senso di profondità dei brani e ne beneficia in maniera determinante la comunicatività, che prima risultava forse un po’ troppo ritorta su se stessa, senza comunque perdere un briciolo dell’oscurità quasi panica che anima tutto il traballante mondo dell’autore. Queste sono forse le canzoni più belle che Devendra abbia mai scritto, il senso di desolazione emotiva è letteralmente immane, la sensazione di perdita e nostalgia che sanno trasmettere, il senso di disillusione che traspira da ogni nota sembra ricollegare il tutto non più al Marc Bolan ed al Daniel Johnston che spesso e volentieri venivano tirati in ballo nel tentativo di dare delle coordinate plausibili, ma piuttosto rassomiglia ad uno strano, ed abbastanza sotto mescalina, punto di contatto fra la disperazione di Leonard Cohen degli esordi ed una magica rivisitazione di alcuni passaggi dell’Incredible String Band. Quello che prima, in apparenza, era soltanto un ragazzo bizzarro ed appassionato d’arte, ora è un uomo maturo che ha deciso di rivolgere il proprio sguardo verso la frontiera, le atmosfere desertiche, il vuoto popolato da pochi e strambi personaggi, in apparenza senza nessun segno distintivo particolare; ma come ci ha insegnato il buon Ignatius Reilly di "Una Banda Di Idioti di Toole", anche il più insignificante e reietto degli esseri umani cela al suo interno il principio stesso dell’universo. Si respira aria di deserto, si può sentire il sole sulla pelle, ci si può perdere senza nessuna voglia di ritrovarsi in queste canzoni; chi ama i Calexico dovrebbe darsi una rinfrescata alle orecchie facendosi un giro da queste parti per ricordarsi bene cosa vuol dire realmente il termine frontiera. Questo è folk, questo è country, questo è blues; queste diverranno le vostre canzoni preferite se gli presterete un briciolo di attenzione, e quando la Bunyan vi regalerà anche la perla della sua voce ne otterrete, né più né meno, che una delle più belle ninna nanne di tutti i tempi. E poi ancora, in alcuni frangenti, si avrà una pazza voglia di gridare dalla gioia e di ballare, ed allora fatelo liberamente finchè vi reggeranno le gambine artritiche, poichè come tutti i buoni pazzi che si rispettino Devendra saprà anche regalarvi attimi sublimi di sballo totale. La colonna sonora di “Angeli” di Denis Johnson è questa, senza ombra di dubbio, e in due distesi giri di chitarra acustica ci si può anche ritrovare la stessa magia assonnata e concentrata sul vuoto che albergava in “Paris,Texas”. Michael Gira, comunque, da par suo è un genio, soltanto per il semplice fatto di aver dato asilo al talento di quello che, a ragion veduta, si può considerare uno dei migliori fenomeni, in quanto a scrittura, attualmente in circolazione, lo ha nutrito e coccolato dandogli al momento giusto tutto l’appoggio possibile per sfornare un disco del genere. Lo spirito libertario del David Crosby di “If I Could Only Remember My Name…” sembra letteralmente rivivere in questi solchi irradiando tutto intorno un intenso alone di mistica bellezza panica. Poche storie; insieme al Bonnie barbuto, Devendra, oggi, è semplicemente il miglior autore di canzoni in circolazione.


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Data Recensione: 20/8/2004
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