`Flashlight Seasons´

Autore disco:

Gravenhurst

Etichetta:

Warp (GB)

Link:

www.warprecords.com
www.silentagerecords.co.uk/gravenhurst

Formato:

CD

Anno di Pubblicazione:

2004

Titoli:

1) Tunnels 2) Fog round the figurehead 3) I turn my face to the forest floor 4) Bluebeard 5) The diver 6) East of the city 7) Damage 8) Damage II 9) The ice tree 10) Hopechapel hill

Durata:

43:33

Con:

Nick Talbot

Un bel disco per gli amanti della nuova scena melodic - folk. Niente di mai sentito, ma un déjà vu di spessore e valore artistico.

x Truci

Spesso quello che a prima vista sembra più ovvio, in realtà, non lo è affatto, e compiere stupidi errori aprioristici di valutazione diviene più facile di quanto si creda. Questo è quello che mi è successo nel caso di “Flashlight Seasons” quando, ancor prima di ascoltarlo, ho dato (come mia abitudine!) un primo sguardo al retro, all’etichetta, giusto per farmi un’idea ... Mossa erronea, nel caso del disco di Gravenhurst, e conseguente idea sbagliata.
“Flashlight Seasons” viene infatti prodotto dalla Warp, di cui tutti conosciamo la spiccata predilezione per le musiche elettroniche, ma fin dalle prime note si presenta come un disco a forte carattere cantautorale, assolutamente distante dalle sonorità elettroniche e dalle elaborazioni artefatte che invece tanto caratterizzano la storica etichetta. Questa, in realtà, è la riedizione del medesimo disco uscito nel 2003 per la Silent Ages Records. Da essa, di fatto, l’attuale edizione non si discosta affatto, ad eccezione, se proprio vogliamo puntualizzare, della risonanza che il marchio Warp le può dare.
Secondo lavoro dell’inglese Nick Talbot (“Internal Travels”, sempre su Silent Ages Records, è il primo), mente e braccio celati sotto lo pseudonimo di Gravenhurst (nome liberamente tratto dal titolo di un album dei Pullman from Chicago), “Flashlight Seasons” appare già come un opera matura, chiara e tutt’altro che instabile nella sua disarmante semplicità.
Ho dovuto ascoltare innumerevoli volte tutto il disco prima di riuscire a capire cosa avesse colpito così tanto la mia attenzione, pur in assenza di grandi soluzioni innovative… Semplice: è un bel disco!
Le dieci tracce che lo compongono hanno preso vita nell’arco di alcuni anni (dal 1997 ad oggi) accompagnando Talbot nella sua crescita di autore, ma non per questo risultano minimamente eterogenee o sconclusionate. Tra l’una e l’altra fanno capolino capostipiti ed eredi del dark melancolic mood, quali Nick Drake o Elliot Smith, e qua e là, vista la loro elaboratezza, riecheggiano i testi del NAM dei Belle and Sebastian… riecheggiano, appunto, ma senza mai peccare di plagio o non originalità. É quasi un omaggio doveroso ai suoni e alle voci che, probabilmente, hanno aiutato Talbot nella sua crescita musicale.
L’album inizia con un 'manifesto' di presentazione ( Tunnels) che ha insita in se stesso ogni intenzione musicale dell’autore e riassume appieno l’intero carattere del disco. Talbot stesso dice di aver sempre pensato a Tunnels come alla track one (‘…is quite a good statement of intent, and in many ways points ahead of the kind of sound I’m going to use.’), con quell’organo che spunta dal silenzio dell’attesa iniziale e, misticamente, accompagna tutto lo scorrere del brano.
Ogni canzone è una piccola storia a sé (fatta eccezione per le tracks sette e otto, prologo e epilogo della medesima storia!), piccole gemme dalle calde sonorità, con in comune la cura per i ritornelli e la ricercatezza per quelle ritmiche delicate, capaci di sostenere così bene il brano senza mai divenire assillanti. Lo scheletro di ciascuna traccia è infatti costituito da frasi ritmico - melodiche che si ripetono durante le strofe per poi trovare, quasi magicamente, il loro naturale estuario in più ampi e liberi ritornelli.
É questo un disco che accoglie l’ascoltatore, abbracciandolo con melanconiche sonorità tipiche di una piovosa serata tardo-estiva, quando è più piacevole tornare a coprirsi le spalle dai sottili brividi di freddo che le punzecchiano. La voce chiara e delicata di Nick Talbot fa da corollario a tutto questo, cullandoti come un bambino, nel tentativo ultimo di metterti a tuo agio.
“Flashlight Season” è, in sostanza, un disco piacevole, adatto ad un ascolto rilassato e scevro da qualsiasi elucubrazione; soltanto una ventata di aria pulita e sincera per chi crede ancora nella capacità emotiva di quella melodia, semplice e vibrante, tipica del repertorio folk e cantautorale. Per chi crede ancora che non ci sia bisogno di stupire per provocare forti emozioni.


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Data Recensione: 10/12/2004
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