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Anni ’70. I bresciani Art Fleury erano un gruppo di attivisti, oltreché di musicisti, che faceva fido nel motto «è ora è ora potere a chi lavora», ma il loro mood sonoro si staccava da quello di altri gruppi con la stessa matrice politica e la loro musica non era ridotta ad una questione prettamente sloganistica. Tutt’altro, era una musica che muoveva da radici ben piantate nel progressive inglese e tedesco, si calava nel contesto del ‘rock in opposition’, che in fondo derivava da una costola del progressive, e si proiettava decisamente in avanti. E il riferimento che viene più immediato, di primo acchito, è quello con il progressive inglese, e specificatamente con i King Crimson: basta andare ai 2 minuti e mezzo de L'overdose e ascoltarne la sontuosa apertura orchestrale, la relativa sequenza di batteria e l’arpeggio di chitarra, nel quale quelle sfociano, per non avere alcun dubbio. Ma è tutto il disco ad essere pieno di frippettonerie assortite, quali la chitarra nel finale de L'overdose, l’arpeggio di corde e i suoni flautati all’inizio di e=mc², l’apertura orchestrale, il bolero ed il finale de La morte al lavoro...
D’altra parte la storia parla chiaro: il progressive inglese aveva in Italia un seguito forse più numeroso che in patria e il pubblico che affollava i palasport in occasione dei concerti era in larga parte un’emanazione di quegli stessi fermenti che furono la culla degli Art Fleury. Quanto a radici, poi, il gruppo (inizialmente solo AMG dal nome dei musicisti) aprì per il concerto degli Area al festival del Parco Lambro nel 1976 e in seguito si legò alla ‘Cooperativa L’Orchestra’ e andò in tour con gli Henry Cow. E il risultato di certe frequentazioni è ben presente nella miscela di elementi spuri provenienti dal jazz (free) come dalla tradizione classica e/o popolare, per una derivazione sonora che può far pensare a Zappa, agli stessi Henry Cow o ai Faust. Dei tedeschi, poi, se ne avverte l’humus a più riprese, e in modo particolarmente insistente in alcune sequenze proto-industrial di Fabbrica rosa.
Ma i tre ragazzi - quando nel 1980 pubblicarono questo primo album - dimostrarono di poter andare ben oltre, a partire dall’idea in divenire di intenderlo come fosse la colonna sonora di un film immaginario. E ancor più in divenire, mi pare, sono i montaggi di materiale ‘trovato’, come avviene per i frammenti tele-cinematografici (‘sample’, diremmo oggi) che alterano il DNA de La morte al lavoro.
“I luoghi del potere” è un disco che, nonostante per alcuni versi risulti inevitabilmente datato, nel suo insieme rimane tuttora di un’attualità sorprendente.
Un altro ‘reperto storico’ prezioso da conoscere che, fortunatamente, è stato sottratto all’opera ingrata della polvere.
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